venerdì 24 settembre 2010

Kennedy, quel JFK poco “liberal” con il mito di Fanfani

di Emanuele Gatto
Il Velino cultura
24 settembre 2010

Roma, 24 set (Il Velino) - Una risoluta picconata contro la retorica del politically correct tanto in voga negli ultimi anni. È quella sferrata da Lanfranco Palazzolo, con il libro “Kennedy shock” (Kaos Edizioni), contro il simbolo del progressismo statunitense: John Fitzgerald Kennedy. In quasi duecento pagine l’autore demolisce la “mistificazione mediatica”, alimentata da politici e storici, che perdura da mezzo secolo intorno la figura di JFK, assurto senza alcuna revisione critica a mito liberal del Novecento americano. Andando contro l’ormai dilagante metodo storiografico e giornalistico, attento più all’immagine che all’operato di un uomo politico, Palazzolo scava fino ad arrivare alle fonti primarie, rintraccia discorsi pubblici e lettere, non si ferma alla lettura superficiale del personaggio. E fa traballare il mito progressista. Kennedy, scrive l’autore, “fu un politico opportunista e spregiudicato che per bramosia di potere non esitò ad assumere posizioni destrorse e conservatrici a tratti reazionarie” come testimoniato da numerosi scritti dello stesso presidente americano occultati in Europa. Puntuali nel libro vengono riportati i giudizi favorevoli di JKF sul fascismo risalenti agli anni Trenta, quando girò l’Europa come giovane funzionario diplomatico. Si ricostruiscono i rapporti con lo scienziato tedesco dal passato nazista, Wernher von Braun, al quale Kennedy affidò al principio degli anni Sessanta la responsabilità del programma spaziale Apollo. Si ricordano le prese di posizione al Congresso a favore della spedizione di armi statunitensi al regime di Francisco Franco, nonostante non ci fosse in Spagna un pericolo comunista imminente. Già nel 1972 la scrittrice americana Ayn Rand, analizzando i discorsi di Kennedy, tra cui quelli tenuti al momento dei due insediamenti alla convention democratica e alla Casa Bianca, aveva individuato spunti e analogie rintracciabili nelle idee nazionalsocialiste, fasciste e franchiste.
Ambiguità che si riaffacciano nel capitolo dedicato all’appoggio kennediano alle battaglie per i diritti civili dei neri. Palazzolo ricorda come nella corsa alla presidenza, Kennedy venne sostenuto dai segregazionisti degli stati del Sud ai quali aveva fornito il proprio appoggio quando nel 1957 fu formulato il Civil Right Act. Nello stesso tempo mise sotto controllo Martin Luther King, per sospetto comunismo e si schierò contro la famosa marcia dei neri su Washington dell’agosto ’63, conclusasi con il discorso dell’“I have a dream”, perché un evento così clamoroso gli avrebbe creato problemi con i segregazionisti del Sud. Il cattolicesimo integralista dei Kennedy è un altro aspetto che viene analizzato nel libro. La famiglia ammirava Papa Pio XII e la madre di JKF, Rose Kennedy, fu l’unica contessa papale nominata da Pacelli. Da deputato, John Fitzgerald cercò di far finanziare le scuole cattoliche contravvenendo al primo emendamento della Costituzione americana relativo ai rapporti tra Stato e Chiesa. Un integralismo che arrivava ai confini dell’antisemitismo. Fu JFK a bloccare nel 1959 un libro che stava per uscire nel quale il padre, Joseph, attaccava duramente gli ebrei. Lo stesso John Fitzgerald, nel 1950, si schierò per tagliare i fondi al neonato stato di Israele, nonostante la componente ebraica del partito democratico avesse sollecitato l’invio dei finanziamenti.
E il Kennedy ondivago emerge anche dalle pagine dedicate alla questione cubana. Poco tempo prima dello sbarco alla Baia dei Porci, JFK aveva svolto un panegirico a favore di Fidel Castro definendolo erede del “libertador” dell’America Latina, Simon Bolivar. Ampio spazio viene dedicato chiaramente alla guerra del Vietnam alla quale John Fitzgerald fu favorevole alla pari del fratello Bob. Palazzolo rievoca i tentativi di censura nei confronti dei giornalisti per impedire loro di dare notizie su ciò che stava accadendo nel paese asiatico. A tal proposito viene citato l’episodio del 1963 quando Kennedy cercò di zittire, invano, David Halberstam del New York Times. Già all’indomani del fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci, JKF aveva tentato di limitare la libertà di stampa negli Usa inneggiando alla necessità dell’autocensura da parte dei giornali. E il suo biografo, Ted Sorensen, ricordava come Kennedy provasse invidia per De Gaulle il quale incontrava i giornalisti solo due volte l’anno risparmiandosi in questo modo possibili scocciature.
Il libro è anche ricco di aneddoti e vicende poco note. Come quella relativa all’ingresso di Kennedy nell’agone politico dopo aver letto il saggio di Amintore Fanfani “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo” celebrativo del corporativismo fascista. A tal proposito viene riportato alla luce il poco conosciuto episodio del 1956, quando alla convention dell’Asinello a Chicago, Kennedy chiamò con il megafono Fanfani, presente in sala, e lo indicò alla platea come colui grazie al quale aveva deciso di dedicarsi alla politica. Inevitabile anche un piccolo capitolo dedicato alle vicende sessuali di JFK, che l’autore recupera da un libro di Traphes Byant, responsabile del canile della casa Bianca, uscito nel 1975 e mai arrivato in Italia. Tante insomma le curiosità e gli inediti offerti da Palazzolo. Che dopo aver “sistemato” John Fitzgerald auspica una simile indagine anche su Bob Kennedy che, a suo giudizio, è stato molto peggio del fratello.

(gat) 24 set 2010 18:39

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