giovedì 4 febbraio 2010

Violenza dentro la Resistenza

Intervista a Paolo Pezzino
Voce Repubblicana del 4 febbraio 2010
Di Lanfranco Palazzolo

La guerra di Resistenza è stata anche una lotta interna per l’egemonia politica, che è sfociata nell’uso politico della violenza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Paolo Pezzino, docente di Storia contemporanea all’università di Pisa alla vigilia del convegno che verrà organizzato sabato prossimo ad Udine, dal titolo “Violenza e conflitti all’interno della Resistenza italiana”, per ricordare la strage di Porzus, nella quale i partigiani comunisti uccisero gran parte dei partigiani democristiani della Brigata Osoppo.
Professor Pezzino, la storiografia si è interessata di questi temi?
“Negli ultimi dieci, quindici anni la storiografia italiana ha cominciato ad occuparsi anche di questo tema, che è un argomento scottante rispetto all’idea di celebrazione della Resistenza che è prevalso a partire dagli anni ’60 come grande movimento di unità nazionale. Ma questo tipo di celebrazione ha messo in secondo piano alcuni tipi di conflittualità interna alla Resistenza, che non sempre sono sfociati in gesti di violenza aperta e clamorosa, come quella che si commemora nel prossimo fine settimana ad Udine: l’uccisione dei partigiani della Brigata Osoppo da parte dei partigiani del Pci”.
Come maturò la strage di Porzus?
“Questo scontro nacque all’interno del movimento resistenziale in Friuli Venezia Giulia. L’esercito di liberazione jugoslavo voleva impossessarsi di una serie di territori che appartenevano all’Italia. Questa pretesa era assecondata da ampi settori del mondo partigiano italiano, con un atteggiamento molto ambiguo da parte del Partito comunista italiano a livello nazionale. Mentre la Federazione comunista di Udine era favorevole all’annessione alla Jugoslavia. Questo è un caso estremo sul quale la storiografia ha prodotto numerosi studi”.
Ci sono stati altri casi di scontro?
“Questi scontri avvennero nelle formazioni garibaldine che facevano capo al Partito comunista. Le formazioni garibaldine avevano un criterio di scelta di uomini che avevano ‘arruolato’. Volevano persone politicamente impegnate per allargare la loro egemonia politica in seguito. Mentre le altre formazioni partigiane, meno caratterizzate politicamente, erano molto più attente all’aspetto militare e non volevano commissari politici e un allargamento indiscriminato degli uomini che salivano nella montagna perché questa andava a discapito dell’efficienza militare. Ma gli scontri avvenivano all’interno delle formazioni garibaldine. Nella zona della lunigiana ci fu uno scontro molto duro. Un capo partigiano fu ucciso dai suoi stessi compagni per una contesa politica allo scopo di ottenere l’egemonia politica e militare. Ci sono stati casi in cui alcuni partigiani comunisti hanno ucciso il loro comandante per ottenere il sopravvento sui comandanti non comunisti”.

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