venerdì 26 febbraio 2010

Il dubbio - Zucchi 1972

Qui ci vuole una centrale

Il Tempo, 26 febbraio 2010
Intervista a Ranieri Rezzante
di Lanfranco Palazzolo

Secondo Ranieri Razzante, presidente dell'Associazione italiana responsabili antiriciclaggio (Aira) e docente di legislazione antiriciclaggio all'università mediterranea di Reggio Calabria, la struttura dei controlli contro il riciclaggio deve essere più rapida.
Professor Razzante, nel corso dell'Assemblea AIRA del 23 febbraio il presidente onorario Pier Luigi Vigna ha proposto di creare una Direzione centrale antiriciclaggio (Dca) che raccolga in un'unica banca dati tutte le segnalazioni relative al fenomeno.
“La Direzione centrale antiriciclaggio (Dca), che l'amico Pietro Vigna propone da tantissimi anni, modificherebbe la struttura dei controlli sul riciclaggio. Attualmente questi controlli sono nelle mani dell'Ufficio di Informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d'Italia, che è fatta di civili. La direzione distrettuale antiriciclaggio, sulla scorta di esperienze straniere, dovrà essere un ufficio composto da militari e civili. Ci sarebbero degli esperti in investigazioni distaccati dalle forze dell'ordine, che opererebbero in sinergia con i civili, con i funzionari della Banca d'Italia (Uif), che hanno esperienza in materia di ricostruzione di flussi e di operazioni finanziarie. Crediamo che questo possa far risparmiare sui tempi degli accertamenti. Di solito la Uif passa il carteggio alla Guardia di Finanza e alla DIA dopo una lunga istruttoria. La Uif non ha alcun potere di indagine. In questo modo si risparmierebbe un passaggio burocratico”.
Il caso Fastweb cosa ci insegna alla luce della sua proposta per una Centrale rischi antiriciclaggio?
“Nel caso Fastweb questo deve essere acclarato. Tenga presente che non si risolvono questi casi senza le indagini che riguardano i conti bancari. Può darsi – questo non lo sappiamo - che qualche banca abbia segnalato dei movimenti sospetti alla Uif. Nel caso di segnalazione da parte delle banche si sarebbero accorciati i tempi. All'interno dell'Uif ci sono anche investigatori che raccolgono queste denunce. E in questo caso sono stati bravissimi. Ma le indagini potrebbero essere più brevi. La Centrale rischi antiriciclaggio (Cra) che ho proposto consentirebbe alle banche, in tempo reale, di sapere se il loro cliente è segnalato perché è ritenuto sospetto. E questa segnalazione arriverebbe immediatamente agli investigatori accorciando le indagini”.
L'Abi e il sistema bancario italiano collaborano sempre?
L'associazione bancaria non ha potere di segnalazione ed è molto sensibile a questo argomento fin dall'approvazione della prima legge in materia nel 1991. Le banche collaborano perché c'è stata un'impennata di segnalazioni nell'ultimo anno. Il governatore di Bankitalia Mario Draghi ha chiesto alle banche di fare di più. Mi associo alla richiesta. Le banche devono fare delle segnalazioni qualitativamente migliori. Questo consentirebbe di ricostruire meglio i casi come quello di Fastweb per i quali ci vuole un anno di indagine, come minimo”.
Gli imprenditori sono favorevoli?
“Non abbiamo ricevuto pareri, ma solo dichiarazioni informali. Qualche imprenditore mi ha fatto sapere, in via informale, che questa proposta sarà caldeggiata”.
Le banche soggette al riciclaggio sono i grandi istituti di credito e le Casse di risparmio?
“Non voglio darle una risposta pilatesca. Le banche più grandi hanno milioni di clienti. In questo caso i rischi sono maggiori. Ma non possiamo dire che le piccole banche siano fuori da questo pericolo. Le segnalazioni dalle piccole banche stanno aumentando”.

Solo una schiarita sui giornali di partito

La Voce Repubblicana del 26 febbraio 2010
Intervista a Vincenzo Vita
di Lanfranco Palazzolo

Sui fondi relativi all’editoria c’è stata una schiarita importante nel decreto milleproroghe. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore del Partito democratico Vincenzo Vita.
Senatore Vita, la camera ha approvato il decreto milleproroghe. La discussione sui fondi relativi all’editoria ha caratterizzato questo dibattito. Come siete riusciti ad ottenere il ripristino del cosiddetto diritto soggettivo per queste testate?
“Sul decreto milleproroghe c’è stata una schiarita. Fino a qualche giorno fa sembrava che la partita sul fondo per l’editoria fosse chiusa. Dopo il maxiemendamento della Finanziaria, che travolse il testo originario abolendo il diritto soggettivo delle testate per accedere ai fondi, sembrava che la vita di queste testate fosse destinata a diventare grama. La fiducia che era stata posta al decreto milleproroghe al Senato aveva tolto di mezzo gli emendamenti, compreso quello bipartisan sul fondo relativo all’editoria che lo prolungava per due anni. Alla Camera dei deputati è passato un anno di proroga”.
Con quali ombre è passata questa proroga di un anno?
“Si è pensato solo ai giornali e non anche alle radio e alle televisioni. E questo non è stato bello”.
Si è cercato di colpire qualche televisione del vostro partito?
“No, il discorso sull’editoria è inerente ad una sorta di logica selvaggia dei tagli del ministero del Tesoro, che si riverbera nelle sciabolate fatte qua e la senza alcun criterio. I territori colpiti da questi tagli sono le radio, nazionali e locali, le televisioni locali, le agenzie di stampa (in misura ridotta), i giornali degli italiani all’estero. Nonché i giornali dei consumatori. Questa è una logica assurda. Nel momento in cui si conferma il diritto soggettivo si fanno dei taglieggi inspiegabili per una cifra di risparmio di circa 10 milioni. I nostri subemendamenti che ripristinavano questi fondi per le testate che ho citato sono stati bocciati ala Camera, ma li abbiamo ripresentati già al Senato”.
Queste polemiche hanno cambiato l’impostazione del dibattito sul decreto milleproroghe?
“C’è stata un’iniziativa politica del Pd sul decreto milleproroghe. Il Pd ha ritirato tutti gli emendamenti presentati in relazione al fatto che si dovesse trovare un risultato positivo sui fondi relativi all’editoria. Per testate che avrebbero potuto morire. E’ stato un atto importante per il mondo dell’infotmazione degno di un paese civile”.
I fondi per l’editoria saranno a rischio ogni anno?
“Si, perché ci troviamo in una situazione che può cambiare in ogni momento. Ad essere minacciati dai tagli non sono le testate giornalistiche, ma anche i fondi allo spettacolo. Questi assalti testimoniano quanto sia arretrata la cultura della destra, che si ostina ad attaccare questi mondi che considera ostili”.

Capire l'antropologia della diminuzione

Il Clandestino 26 febbraio 2010
di Lanfranco Palazzolo (non firmato),
pagina 14

Il benessere del 2025. La demografia è un tema che non viene affrontato con frequenza nel nostro panorama editoriale. La trattazione di questi argomenti viene lasciata alla lettura dei numeri. Le stesse organizzazioni internazionali, la Fao per prima, non riescono a trovare proposte adeguate per limitare la crescita del sottosviluppo. Gli stessi governi non sono in grado di individuare una chiave di lettura adatta alla crisi della distribuzione delle risorse alimentari. Ma gli scenari catastrofici della fame nel mondo potrebbero mutare nel medio periodo. A fornire una riflessione approfondita su questo argomento è il professor Giuliano Cannata, saggista, ingegnere e docente universitario che ha recentemente pubblicato “Si spegne. Signori si chiude” (Edizioni Xl, collana Ambientiamoci). Lo studioso è un esperto d'acqua e di ambiente che ha sempre utilizzato gli strumenti dell'antropologia culturale per sviluppare le sue idee. Il merito di questo libro, quasi del tutto ignorato dai grandi giornali, è stato quello di aver ripreso il dibattito sul futuro del pianeta tenendo conto del fattore della decrescita. La riflessione di Cannata, che certo non piacerà alla Chiesa cattolica, è che, per la prima volta nella sua storia, la popolazione mondiale è in grado di determinare volontariamente la propria decrescita e trasformarla in un'occasione per creare benessere. La nuova situazione porterà ad una “rivoluzione”. Cannata ritiene che il suo libro sia “il tentativo di capire l’antropologia della diminuzione. Mentre, fin dalla sua nascita – spiega -, la società si è sempre misurata con la crescita economica e demografica, finalmente si profila la fase della diminuzione. In questi ultimi anni – prosegue -, studiando i dati demografici più importanti, si era ipotizzato un periodo di fine della crescita. Oggi siamo vicinissimi a questa fase: mancano una quindicina d’anni”. In attesa del 2025, l'autore spiega bene come si è sviluppata questa tendenza: “Fino ad oggi molte donne hanno continuato a fare figli perché non sapevano come non farli. Quando le donne hanno avuto questo tipo di consapevolezza si è assistito, in tutto il mondo, ad una fase in cui si ritardava o si rinunziava a procreare. Nel rifiuto a dare la vita c’è anche la proiezione inconscia del rifiuto della propria esistenza. Non si è sicuri che dare la vita sia bene o che procreare sia qualcosa di utile e buono per i figli. L’evoluzione della specie è stata per centinaia di anni determinata dal caso. Oggi la crescita demografica è determinata da una precisa consapevolezza”. La descrizione dell'era della diminuzione di Cannata non è eurocentrica. Lo studioso non ritiene che la causa della diminuzione delle nascite debba essere identificata solo nei paesi più sviluppati: “Nei paesi industrializzati le nascite sono arrivate ad un crollo. Lo sanno tutti. Forse non tutti sono a conoscenza che il fenomeno si sta estendendo a tutto il mondo. Per mantenere lo stato attuale della popolazione, ogni donna dovrebbe mettere al mondo 2,1 figli. Nel resto del mondo la crescita è a 2,6 figli per donna, mentre in Europa siamo all’1,1”. Nello studio, Cannata ritiene che i benefici della decrescita saranno nelle mani di tutti: “La globalizzazione – spiega - porterà dei benefici per tutti. La presa di coscienza del fatto che non sia interesse dell’uomo mettere al mondo più di un figlio o di due figli. La battaglia da vincere – conclude lo studioso - è che i vantaggi della decrescita siano goduti da tutti”.