venerdì 16 aprile 2010

Uccidi gli Italiani - Intervista ad Andrea Augello


Fini-Berlusconi: anatomia di una rissa infinita

Il Tempo del 16 aprile 2010
Di Lanfranco Palazzolo

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La storia degli incontri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini meriterebbe un capitolo a parte nella storia della cosiddetta seconda Repubblica. I giornali hanno dedicato ben 1000 titoli ai due leader politici nei primi due anni di questa legislatura, segno di un rapporto molto tumultuoso. Negli ultimi mesi i rapporti tra i due hanno vissuto in un equilibrio molto precario. Ma stavolta il tono delle ultime settimane è peggiorato. I due si erano visti per ben tre volte a gennaio e avevano promesso una maggiore concertazione all'interno del Popolo delle libertà. I giornali avevano parlato di schiarita tra i due e nei rapporti tra Pdl e Udc. L'incontro sembrava potesse assumere un significato decisivo per stroncare la politica dei “due forni” di Pierferdinando Casini. Ma l'esito non fu affatto risolutivo. Fini disse a Berlusconi: “Non lavoro per te, ma con te. Ti voglio bene, sono leale”. Ma le incomprensioni sono ricominciate fino all'incontro di ieri che certo non ha avuto toni soft visto che si è ventilata l'ipotesi di una scissione dei gruppi parlamentari. Nei mesi scorsi i giornali avversi ai due leader hanno addirittura mosso la loro sezione psichiatrica per dimostrare che il rapporto tra i due non funziona. Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, spiegò al settimanale “Oggi” la presunta psicopatologia relazionale tra i due: “Silvio è un eterno fanciullo. Gianfranco un vecchio precoce. Non poteva durare”. All'inizio della legislatura i due cominciarono a litigare sulla scelta dei ministeri. Berlusconi lasciò intendere a Fini in un incontro: “I ministri li scelgo io”. Lo scontro si estese nei mesi successivi, dopo la nomina di Fini come Presidente della Camera, al provvedimento relativo alle intercettazioni e al voto per gli extracomunitari. All'inizio della legislatura Fini si pose come mediatore nei rapporti tra il premier e le istituzioni, come accadde nell'incontro del 30 ottobre del 2008, per riforme importanti come quella sulla legge elettorale per le europee. Ma con il passare dei mesi lo scontro prosegui sul ricorso del governo alla fiducia. Lo duello è sempre vinto da Berlusconi ai punti. Alla vigilia della nascita del Pdl i due si videro per l'ennesimo chiarimento: discutere del ruolo del Parlamento il 26 marzo del 2009. La nascita del Pdl sembrò portare via ogni polemica. Anche lo scorso autunno andò in scena lo stesso copione. I due si videro a settembre per discutere sui temi della giustizia a casa di Gianni Letta. Anche in quella circostanza l'assicurazione fu la medesima: maggiore collegialità all'interno del Pdl soprattutto sui temi della giustizia. “Il tempo ci dirà se dalle promesse si passera ai fatti” disse un cauto Gianfranco Fini dopo l'incontro in casa Letta. Ma da quel giorno le schermaglie proseguirono. Il 3 ottobre del 2009 Fini dichiarò di voler rinunciare al Lodo Alfano. Ma il 16 ottobre 2009 i due tornarono in piena sintonia sulle riforme. Il ricompattamento definitivo arrivò quando i due ricevettero le minacce delle nuove Brigate Rosse nella seconda metà di ottobre. Ma il 4 novembre la situazione precipitò perché il vertice tra Fini, Bossi e Berlusconi sull'elezione diretta del premier saltò – secondo Berlusconi - a causa del clima di odio provocato dalla stampa di sinistra. Nonostante questo clima, i due si incontrarono l'11 novembre del 2009 per trovare l'accordo sul cosiddetto processo breve. Ma il gelo ritornò quando in un fuori onda durante una manifestazione pubblica Fini accusò Berlusconi di confondere il consenso con l'immunità. E allora la soap opera ricominciò con il rischio di trasformarsi in un autentico dramma politico in più atti.

Una banca vicina al territorio

Intervista a Maurizio Fugatti
Voce Repubblicana del 17 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Le banche devono essere più attente alle esigenze del territorio. Lo ha detto alla “Voce” il deputato della Lega Nord Maurizio Fugatti, membro della Commissione Finanze della Camera.
Onorevole Fugatti, il leader della Lega ha parlato delle banche spiegando che dovranno andare al Carroccio.
“E’ evidente che i partiti non possano entrare nelle banche. Credo che Bossi abbia voluto lanciare un segnale al mondo bancario che non può essere estraneo alla realtà territoriale nella quale si vive. I banchieri non possono essere degli extraterrestri che pensano solo alla finanza, alla grande impresa e non pensano al territorio. Negli ultimi dieci, quindici anni la perdita delle casse di Risparmio sul territorio padano sono tutte confluite in Unicredit. Questo passaggio ha fatto perdere contatto tra il mondo bancario e il territorio fatto delle piccole e delle medie imprese, dalle famiglie e dai commercianti. Per questa ragione bisogna tornare indietro. Si torna indietro con gli uomini. Gli uomini delle banche devono capire che non possono essere slegati dal territorio, ma devono capire che sono legati ad una realtà dinamica e sociale alle quali queste banche appartengono. Bisogna cambiare il sistema che si è creato in questi ultimi anni. Questo è il segnale che vuole dare Umberto Bossi. In questo clima economico in cui le banche stanno tagliando fondi alle imprese è un’urgenza ancora più attuale”.
Bersani ha attaccato Bossi dicendo che il leader della Lega dovrebbe preoccuparsi dei costi che le banche impongono ai clienti.
“Il centrosinistra tagliava le tasse alle banche. Questo era quello che aveva fatto il Governo Prodi. Invece il Governo Berlusconi ha pensato alla Robin tax sui petrolieri e sulle banche. Quello che dice Bersani non è vero. I grandi banchieri sono amici del centrosinistra. Infatti, alcuni di loro sono andati alle primare dell’Ulivo. Nessuno di loro è andato alle iniziative della Lega. Anzi, il centrosinistra è sempre stato vicino ad una certa finanza. Quelli erano i loro amici e non certo i nostri. I grandi banchieri hanno perso il contatto con il territorio. Le battaglie sui costi delle banche le abbiamo fatte noi in questa legislatura”.
Unicredit ha favorito la deindustrializzazione del nord con i suoi investimenti nell’Est europeo?
“Le banche si sono preoccupate troppo dei rapporti con le grandi imprese abbandonando le PMI. Questo ha senza dubbio favorito la delocalizzazione. Le banche hanno seguito alcune grandi imprese che hanno spostato la loro produzione nell’Est europeo. Ma crediamo che questo sistema stia dimostrando tutti i suoi limiti. Ecco perché è necessario fare marcia indietro. Le parole di Bossi vanno interpretate nella direzione di un maggiore vantaggio per le piccole imprese che operano nel territorio”.

Non vi salverà la Corte

Intervista a Stefano Ceccanti
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 16 aprile2010

La Corte Costituzionale non può stabilire il matrimonio omosessuale. Lo ha detto il senatore del Partito democratico Stefano Ceccanti.
Senatore Ceccanti, quali valutazioni è possibile fare dopo il pronunciamento della consulta sulle nozze gay?
“Non credo che si possa fare nessun ragionamento sensato fino a quando non conosceremo le motivazioni del pronunciamento della Corte costituzionale. Era pacifico che la Corte costituzionale non aveva intenzione di stabilire con le sue ordinanze l’introduzione delle nozze omosessuali. Ci sono diverse linee che la Corte potrebbe seguire. La Corte potrebbe limitarsi a rinviare la decisione al Parlamento, dicendo che la Costituzione non impone e nemmeno proibisce il matrimonio omosessuale. La Corte costituzionale può anche chiedere al Parlamento di fare delle leggi per la tutela delle coppie omosessuali, invitando il Parlamento a non legiferare sul matrimonio omosessuale. Una terza ipotesi potrebbe essere l’invito della Consulta a fare una legge che poi sarà valutata dalla Corte stessa. Ci sono almeno tre soluzioni diverse”.
Pensa che sia stato un errore sollevare la questione di costituzionalità davanti alla consulta?
“Io sono perplesso su questo ricorso perché la Corte costituzionale non può sostituirsi al legislatore. La tesi sostenuta dai ricorrenti era che siccome il divieto di matrimonio omosessuale vieta il principio di uguaglianza, la Corte aveva l’obbligo di ‘dettare’ il matrimonio omosessuale. Secondo me, questa è una concezione dei rapporti tra Corte e Parlamento in cui la Corte costituzionale commissaria il Parlamento in termini estremi. Questa scelta non la giudico sensata. Penso che sia assurdo che la Corte possa considerare costituzionale un riconoscimento di un rapporto omosessuale che si definisca come matrimonio”.
Qual è l’orientamento della Corte in materia?
“La Corte costituzionale ha fatto più volte delle sentenze in cui ha invitato a rilevare l’importanza della coppia omosessuale quando svolgono un compito analogo a quello della famiglia. Ecco perché ho qualche dubbio che abbia senso chiamare matrimonio questo tipo di rapporto”.
Un esponente del vostro partito, Ivan Scalfarotto, ha invitato il Pd ad essere deciso su questi temi. C’è un vostro limite su questo?
“Dipende da quello che vogliamo. Nel nostro ordinamento le coppie di fatto omosessuali non sono adeguatamente tutelate dall’ordinamento. A me sembra che il modo più adeguato da fare sia la tutela dei cosiddetti DICO. Questo è un modo per affrontare il problema. Penso che il centrodestra non vuole affrontare il tema in modo equilibrato. Anche se alcuni settori del centrosinistra dovrebbero evitare di associare il matrimonio omosessuale alla coppie di fatto. Anche questo atteggiamento limita il dialogo.”

Ciao Raimondo