sabato 24 aprile 2010

25 aprile: "Gli alleati e la Resistenza italiana"

"100 poesie dalla Ddr"

"Repubblica", l'abbraccio che uccide

Il Tempo, 24 aprile 2010
Pagina 4
Di Lanfranco Palazzolo

“L'abbraccio che uccide”. No, non è il titolo di un film di Alfred Hitchcock, ma la realtà che hanno vissuto gli esponenti politici che hanno avuto la sfortuna di essere sponsorizzati o sostenuti dal quotidiano “Repubblica”. Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini e Gianfranco Fini sono state le vittime illustri delle scelte del quotidiano diretto da Ezio Mauro, che ha sempre puntato sul cavallo sbagliato, provocando una morte politica certa dell'uomo scelto. All'indomani del duello televisivo del 2006 tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicò un articolo sulla prima pagina di Repubblica nel quale aveva scritto questo epitaffio contro Berlusconi a vantaggio di Romano Prodi: l'idea politica “di Prodi ha almeno un pregio: guarda al domani con qualche speranza. Non sarà molto, ma è quanto basta, in questo paese stanco e sfiduciato” (15 marzo 2006). Ma la speranza del domani si ferma al pareggio delle elezioni politiche del 2006. Ma il 7 febbraio del 2008 Romano Prodi viene immediatamente bocciato dal partito di Repubblica e dal direttore Ezio Mauro, il quale spiega come Prodi non “ha trovato un'interpretazione dell'Italia capace di parlare al paese, di portarlo e credere e a scommettere su se stesso. Ha dovuto dichiarare fallimento”. Ma il nuovo avanza. Infatti, il 15 ottobre precedente lo stesso Ezio Mauro aveva incoronato Walter Veltroni leader del centrosinistra spiegando come quel fatto fosse “un risultato politico straordinario”, aggiungendo che “da tutto questo Veltroni riceve una forza del tutto inedita nel mondo politico italiano”. Una forza politica così inedita che lo porta nel breve volgere di un mese a perdere le elezioni politiche e a determinare l'effetto politico della sconfitta al comune di Roma. Un autentico tonfo politico inedito. Ma “Repubblica” non si arrende. E dopo la sconfitta alle elezioni regionali parte anche Veltroni. Infatti, il giorno dopo le dimissioni del segretario del Pd, Ezio Mauro scarica immediatamente Veltroni: “Il problema vero – scrive Mauro il 18 febbraio 2009 – è che non c'è stato un vero pensiero in campo oltre quello della destra”. Meglio tardi che mai. Ma per Dario Franceschini si muove niente meno che il padre fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Per il nuovo leader eletto di straforo nel Pd, Scalfari scrive che “l'assemblea ha scelto l'orgoglio e la speranza”, dandogli questo consiglio: “Dovrà servirsi della sua oggettiva debolezza politica per farne una forza”. Ma la forza non arriva e il Pd punta su Pierluigi Bersani. Ma il partito di “Repubblica” si fa forza e, in attesa del fallimento di Pierluigi Bersani, comincia a puntare sul Presidente della Camera Gianfranco Fini. Massimo Giannini lo intervista cinque volte tra il 2006 e il 2007 cercando di sfruttare la contrapposizione con Silvio Berlusconi. Il 1 dicembre del 2003 lo stesso Giannini aveva sostenuto che Fini ha la possibilità di “vincere” la successione nel centrodestra contro Berlusconi. Ma Fini diventa Presidente della Camera. E per Massimo Giannini “lui (Fini) è la terza carica dello Stato, può svolgere un ruolo prezioso per il premier sul cammino delle riforme”. Ma appena tre giorno dopo aver scritto queste parole il Popolo delle libertà boccia le sue proposte e anche Fini entra nella galleria degli sconfitti di “Repubblica”.

Quel dissidio da ricomporre

Voce Repubblicana del 24 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Dario Rivolta

Credo che ci siano ancora le possibilità di una ricomposizione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. E’ ancora possibile trovare un punto di incontro. Lo ha spiegato alla “Voce” Dario Rivolta, ex parlamentare di Forza Italia.
Onorevole Rivolta, cosa pensa dello scontro tra Berlusconi e Fini?
“La ragione più importante di quello che lei ha chiamato scontro sono i malintesi tra i due. Ci sono dei malintesi che sono originati da dei presupposti non chiariti fin dall’inizio delle polemiche. Noto che Berlusconi è da tempo che chiede il ritorno ad una capacità di ottenere un risultato migliore. Noi abbiamo constatato che nelle pubbliche amministrazioni, nel personale dei ministeri, ci sono tante persone valide ed altre meno valide. Ma quella che è spesso l’anima dominante nei ministeri è l’immobilismo. Per procedere con cambiamenti importanti e con le riforme, come lo stesso ministro per la Funzione pubblica Brunetta ha visto sulla sua pelle, occorre avere le buone intenzioni, ma è necessario avere una notevole forza politica. E’ naturale che Berlusconi, per avere questa forza politica, ritiene che sia necessario avere una forte omogeneità di azione all’interno della maggioranza”.
Qual è l’errore del Presidente della Camera Gianfranco Fini?
“Fini parte dal presupposto che deriva da tutta la sua storia politica: ogni decisione politica deve essere maturata, discussa, riverificata, ragionata, magari rimessa in discussione. Ritengo che queste due esigenze non siano facilmente compatibili. Non dico che siano incompatibili, ma non sono facilmente compatibili. Credo che all’origine ci sia tutto questo. Fini chiede da tempo che ci sia una conduzione del partito assemblearista in cui lui ritiene – a torto o a ragione – di avere una parte importante. Berlusconi invece ritiene che il partito debba essere una grande macchina operativa e i momenti assembleari devono essere propedeutici e ridotti nella dimensione”.
E’ insolito che il Presidente della Camera assuma questo ruolo politico?
“Se guardiamo la sacralità delle istituzioni è improprio che il Presidente della Camera si spogli – non certo per un tempo limitato – di garante e di arbitro di tutti per entrare nella vita politica di partito. Devo dire che questo mi dispiace come difensore delle istituzioni. Ma nello stesso tempo posso capire che Fini non ha visto altre persone o gruppi che potessero aprire il dibattito sui temi che ha portato sul tappeto”.
Fini teme di fare la fine di Carlo d’Inghilterra?
“Credo che Fini tema questo”.
Si arriverà ad una pace tra i due?
“Credo che ci siano ancora degli spazi per giungere ad una composizione tra Fini e Berlusconi. Sono convinto che ci sia un punto di incontro tra l’esigenza assemblearista di Gianfranco Fini e quella pratica di Silvio Berlusconi.”.

Il leader resta Silvio

Intevista all'onorevole Di Virgilio
Voce Repubblicana del 23 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Il leader del Pdl resta Silvio Berlusconi. E Gianfranco Fini lo sa benissimo. Le critiche del Presidente della Camera sono positive se hanno uno spirito costruttivo. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle libertà Domenico Di Virgilio.
Onorevole Di Virgilio, cosa pensa del dibattito nel Pdl avviato con le polemiche sulla cosiddetta corrente finiana?
“Sono un’ottimista per natura. Credo che se le discussione giungono per costruire ben vengano. Credo che l’unanimismo sia tipico delle dittature. Non mi meraviglio che oggi nel Pdl non ci sia l’unanimismo. Se l’atteggiamento del Presidente della Camera è quello di voler fare un gruppo autonomo con dei preconcetti non lo accetto. In questo senso credo che abbia ragione Silvio Berlusconi nel dire a Fini: ‘sei fuori dal Popolo delle libertà’. Ma ho visto che questi esponenti politici vogliono restare nel Popolo delle libertà contribuendo con il loro spirito critico. Sono contento che i finiani restino nel partito ed auspico che rimangano con spirito costruttivo”.
Nel gruppo parlamentare del Popolo delle Libertà molti hanno criticato l’atteggiamento assunto in alcune situazioni dal Vicepresidente del gruppo parlamentare del Pdl alla Camera Italo Bocchino.
“Il vicepresidente Bocchino è un ottimo politico, conosce bene il regolamento. Forse il suo carattere lo porta spesso a superare il limite dei buoni rapporti. Ma non credo che Italo Bocchino abbia mai agito con spirito distruttivo”.
I finiani vogliono fare la riedizione di Alleanza Nazionale nel Pdl?
“Io parlo con tutti quanti. Non credo che questo sia lo spirito perché altrimenti non sarebbe sorto il Pdl. Il Popolo delle libertà è un soggetto politico che è sorto soltanto da un anno, un partito giovane che si regge su determinati equilibri. I parlamentari di An che hanno aderito sapendo di essere una forza di minoranza nel Popolo delle libertà. Non dico che gli ex esponenti di An siano destinati ad essere sempre la minoranza, ma significa che sono entrati in un nuovo partito”.
Il Presidente della Camera Gianfranco Fini si sta candidando per diventare il leader del centrodestra alle prossime elezioni politiche?
“Il leader indiscusso del Pdl resta Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio ha ribadito la sua leadership dopo le ultime elezioni regionali. E credo che questo lo sappia molto bene Gianfranco Fini. Il Presidente Fini vuole un suo ruolo politico. Le sue proposte sono più che legittime. Ma credo che Berlusconi resti il leader del nostro partito”.
L’opposizione, in particolare il Pd, fa il tifo per Fini strumentalmente?
“Non credo che Fini voglia avere relazioni con il centrosinistra o con il Pd. Sarebbe antistorico. Se il Pd pensa questo si illude. Non credo che Fini sia intenzionato ad andare a sinistra”.

Una polemica che non sorprende

Intervista ad Adriana Poli Bortone
Voce Repubblicana del 22 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Non sono affatto sorpresa delle polemica tra finiani e Pdl. Quando ero uscita dal Pdl avevo fatto le medesime valutazioni alle quali è giunto oggi Fini. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” la Senatrice Adriana Poli Bortone, leader di “Io Sud”.
Senatrice Poli Bortone, è rimasta sorpresa delle polemiche tra Fini e Berlusconi nel Pdl?
“Questa polemica non mi ha sorpreso. Se non sono entrata nel Pdl avevo delle buone ragioni per prendere quella decisione. Allora avevo fatto le stesse valutazioni che oggi sta facendo Gianfranco Fini. All’epoca avevo scritto una lettera nella quale manifestavo il mio disagio nello stare in un gruppo parlamentare anche da indipendente, votando per mio conto e secondo le mie idee. In quella circostanza avevo denunciato la mancanza di democrazia interna nel partito. Il patto elettorale di Alleanza nazionale con Forza Italia ha determinato l’annullamento di An in un nuovo contenitore politico. Quello che era il partito di Gianfranco Fini non aveva ‘contrattato’ nessun tipo di battaglia valoriale che fosse particolarmente caratterizzante per Alleanza nazionale”.
Come interpreta la scelta dei finiani di non voler fare un gruppo parlamentare?
“Credo che questa sia solo una fase interlocutoria per vedere un nuovo assetto interno nel partito. Credo che Fini, facendo una sua corrente, potrà raggiungere il 15-20 per cento. Ma credo che nel futuro più o meno prossimo il Presidente Fini vorrà una rappresentanza politico-parlamentare che sia riconducibile alle sue posizioni”.
Pensa che Italo Bocchino abbia provocato dei danni alla componente finiana del Popolo delle libertà?
“Lo scontro che abbiamo visto in televisione non è stato gradevole. Ma è stata l’espressione massima di un disagio che è andato avanti per troppo tempo. Questa situazione ha creato delle tensioni così forti che hanno fatto esplodere persino Adolfo Urso che è una persona così moderata ed educata”.
Questa situazione cambia le sue posizioni politiche?
“Io continuo ad andare avanti con la mia idea del partito del Mezzogiorno. Ci credo sempre di più. Tra le richieste che Gianfranco Fini dovrebbe fare giovedì in Direzione nazionale ci sarà anche quella di una maggiore attenzione al Mezzogiorno. Il problema non è la maggiore attenzione ai problemi del Sud, ma i diritti di questa parte importantissima del Paese. Il Mezzogiorno è 1/3 del territorio italiano e deve essere rispettato. Noi vogliamo che il Sud non sia più un’area sottoutilizzata, come è stata definita dall’Ue”.
Pensa che la politica di Silvio Berlusconi sia al tramonto?
“Berlusconi è ancora forte. Gli ex di An che si sono arruolati nel Pdl lo rendono ancora più forte. Ma i rapporti di forza non mi appassionano. Mi interessano le idee. E le idee possono essere portate avanti anche con poche truppe”.