sabato 22 maggio 2010

Berlino non è più Berlino

L'ultima intervista di Edoardo Sanguineti
Voce Repubblicana del 22 maggio 2010
di Lanfranco Palazzolo

“Berlino non è più Berlino”. Lo scorso 23 aprile avevamo intervistato Edoardo Sanguineti. L’idea di quella intervista era di occuparci di Berlino e del suo futuro prendendo come spunto la pubblicazione di un libro dal titolo “Cento poesie dalla Ddr”, edito da ISBN. Il volume era stato pubblicato qualche mese fa con uno scritto del critico e poeta scomparso questa settimana. Il libro è curato da Christoph Buchwald e Klaus Waghenbach. La singolarità di questa raccolta è quella di riunire insieme le poesie dei poeti meno apprezzati dal regime comunista e quelli allineati. Lo stesso Sanguineti aveva conosciuto bene Berlino nel 1971 perché vi aveva risieduto per sei mesi nel 1971, poco prima della scomparsa del padre. Ecco quello che ci ha detto in questa intervista.
Edoardo Sanguineti, lei ha vissuto a Berlino per alcuni mesi. Come era nata quella esperienza? La Germania dell’Est era considerato il “paese della lettura” perché la cultura era molto seguita in quel paese. Che ricordo ha di quella sua esperienza e della cultura tedesca di quel periodo?
“A quell’epoca, Berlino Ovest ospitava, per decisione del Senato e con l’approvazione degli Stati Uniti, ospitava artisti di ogni specie. A questi artisti veniva assegnata una casa Non c’era nessun obbligo di alcun genere. Chi voleva utilizzare la vita culturale della città poteva farlo liberamente. Questa opportunità aveva un vantaggio supplementare. Chi aveva un passaporto straniero aveva maggiori possibilità di visitare Berlino Est. Aprofittai di quell’occasione per vedere tanti spettacoli del Berliner ensemble, le opere di Bertold Brecht, opere, concerti. I musei più importanti della città erano proprio nella zona Est di Berlino. Quindi era possibile un confronto tra l’una e l’altra Berlino”.
Da questo confronto quali conclusioni ha tratto?
“Era molto evidente che nella parte Est la vita era certamente più dura perché le condizioni di vita erano molto più rigide, difficili. Anche pagando in dollari non era facile trovare una buona cena o altro. Però ricordo che c’era una vita culturale ed una speranza molto forte. Recentemente ho letto sui giornali italiani una notizia su ciò che pensassero i tedeschi della Germania riunificata del Muro di Berlino. La fonte di questa inchiesta era il ‘Bild’, un giornale assolutamente insospettabile di amicizia verso i comunisti. Da quell’inchiesta era emersa la nostalgia dei tedeschi per la ‘beata età del Muro’. ‘Beata’ nel senso che c’era una sicurezza esistenziale che dopo la caduta del Muro – anche a causa del trionfo della speculazione edilizia dopo il 1989 – aveva cambiato il volto di quella città. C’erano delle zone di Berlino Est che erano abitate da artisti, da scrittori che praticamente non avevano spese. Quella sicurezza esistenziale di cui parlo veniva fortemente rimpianta”.
E’ tornato a Berlino Est dopo la caduta del Muro?
“Sì, ci sono stato. E la mia impressione è stata sfavorevole. In quella parte della città che conoscevo è stata attuata una vera e propria rapina. Furono buttati giù degli edifici che appartenevano a dei proletari. I prezzi delle case erano altissimi. Ed oggi non c’è più nessuna sicurezza. Berlino non è più Berlino. Ricordo che la prima volta che andai a Berlino si viaggiava su aerei americani con sportelli abbastanza terrificanti che potevano essere aperti da chiunque. La zona di Berlino Est aveva conservato il suo stile tradizionale. Ricordo che in quei mesi scrissi anche delle poesie”.
Che idea si erano fatti i tedeschi dell’Est dell’Occidente?
“Il mondo era visto dalla televisione, che raccontava le meraviglie dell’Occidente. A Berlino accadde quello che era accaduto in altri paesi dell’Est che avevano imparato a conoscere paesi come l’Italia. Molti di loro erano convinti di trovare in occidente il paese di Cuccagna e avrebbero trovato il cielo sopra la terra. E poi – un po’ alla volta - si accorsero che non era così. La verità delle cose, per fortuna, non sempre, con la durezza dell’esistere trionfa di molte favole”.
Nel libro di Wagenbach e di Buchwald vengono mischiate le poesie dei dissidenti da quelle dei poeti allineati al regime. Come ha trovato la scelta dei due curatori tedeschi?
“Mi pare molto corretto il fatto che il libro spieghi come le posizioni espresse nella cultura erano allora molto meno omogenee e coatte, anche, di quanto potesse apparire. Ci fu la famosa risposta di Bertold Brecht quando ci fu la famosa sommossa di Berlino nel 1953. Una delegazione di operai che era in rivolta contro il regime si recò dal poeta per chiedergli il suo sostengo e la sua presenza. Il poeta gli diede una risposta molto cinica: ‘Non posso. Sono impegnato nelle prove. Ho altro da fare’. Era una risposta molto brechtiana, cinica, ma anche molto realistica. Brecht non ha mai vissuto di illusioni. E’ stato un uomo molto astuto ed esprimeva qualcosa che negli intellettuali era molto forte. Ad esempio, in queste 100 poesie selezionate con grande abilità da Buchwald e da Wagenbach, editore che ho conosciuto personalmente, non sono state scelte le poesie migliori, le più belle, ma quelle più significative che rappresentassero le possibilità di quell’epoca”.
Quale tipo di rappresentazione ci hanno consegnato queste poesie?
“Il quadro che viene fuori è molto più complesso di quello che si crede. Troviamo le poesie di coloro che si rifiutarono di fuggire dalla Germania per disillusione, di coloro che invece fuggirono seguendo l’illusione dell’Occidente. Ma anche quelle di coloro che erano fuggiti dall’Ovest all’Est volontariamente perché condividevano l’idea che la riunificazione con l’Ovest fosse una vetrina ingannevole, finanziata in maniera ingannevole e pubblicitaria. E che in quella realtà si respirava davvero un sentimento antinazista. Quella realtà veniva considerata la zona d’Europa dove si riteneva che il nazismo non sarebbe mai più ritornato. Poi la storia fa quello che fa, naturalmente. Ma questa idea di documentare una situazione reale, di cogliere gli aspetti che noi abbiamo sottovalutato mi è parso molto importante e significativo”.

Il danno tedesco

Intervista a Fabrizio Coricelli
Voce Repubblicana del 22 maggio 2010
di Lanfranco Palazzolo
(A destra Fabrizio Coricelli mentre tiene una lezione)

La scelta della Germania sulle vendite allo scoperto è stata un danno. Quella misura andava concordata a livello europeo. Lo ha detto alla “Voce” Fabrizio Coricelli, Professore ordinario di Politica Economica all’Università di Siena. Lo studioso ha lavorato alla Commissione Ue, al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale.
Professor Coricelli, cosa pensa dell’atteggiamento assunto dalla Germania, che ha proibito le vendite allo scoperto su alcuni titoli?
“La scelta della Germania è stato un danno. Indipendentemente dalla giustezza della misura presa in questa circostanza, prendere un provvedimento di questo genere contro la speculazione sui titoli pubblici è stato un danno perché ha creato l’incertezza su quello che i mercati possono fare. Non credo abbia molto senso che un paese, da solo, prenda una misura di questo tipo. La scelta tedesca ha creato solo confusione ed incertezza in un quadro di aspettative precarie. Ogni giorno si nota che i mercati vanno da una parte all’altra”.
La Germania avrebbe dovuto attendere l’Ecofin?
“Questa scelta sarebbe stata opportuna. Almeno si sarebbe dovuto attendere un vertice dei ministro dell’Economia dei paesi dell’Unione europea per gestire una posizione comune. Non è la prima volta che la Germania prende una sua posizione autonoma contro la speculazione finanziaria. Questa scelta fa parte della cultura finanziaria tedesca. Poi bisogna intendersi cosa significano le vendite allo scoperto. In un mercato finanziario avanzato, le vendite allo scoperto sono operazioni normalissime. Dopo anni di libertà finanziaria non si può dire che certe cose non possono essere fatte. C’è bisogno però di una politica chiara contro ciò che è nocivo per il sistema finanziario europeo. Certe misure devono essere prese in modo razionale”.
A cosa si riferisce in particolare?
“Oggi non è chiaro a nessuno per quanto tempo questa misura della Germania resterà in vigore. L’aspetto negativo della scelta tedesca è questo. Sono scelte che hanno un’impostazione ideologica e rivelano che la Germania vuole assumere una posizione di durezza apparente, ma nello stesso tempo non vuole risolvere il problema della moneta unica con gli altri paesi europei. La Germania ha assunto solo a parole un atteggiamento di rigidità verso il debito pubblico della Grecia e di altri paesi. Ma poi ha fatto questa scelta”.
Il piano di sostegno dell’Euro è stato in parte vanificato dalle ricadute di questi giorni?
“Gli aspetti positivi di quel piano restano perché hanno evitato una crisi quasi certa dell’Euro. Senza questo piano ci sarebbe stato potenziale crollo dell’Euro. Questa misura non è permanente. E non ha un carattere strutturale. Non è stato garantito un sostegno automatico in caso di crisi di fronte ad una nuova crisi. E questo resta un problema”.

Santoro, quanto ci costi!

Intervista ad Enzo Carra
Voce Repubblicana del 21 maggio 2010
di Lanfranco Palazzolo

Se la Rai doveva dare tutti quei soldi a Santoro tanto valeva tenersi “Annozero”. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Enzo Carra dell’Udc.
Onorevole Carra, cosa pensa della fina di “Annozero” deciso da Michele Santoro dopo un accordo con l’azienda? Si parla di 10 milioni di buonuscita.
“Vorrei essere sicuro sulla cifra del compenso di Santoro visto che si parla molto della trasparenza dei compensi di chi lavora in Rai. E poi vorrei sapere cosa pensa Santoro della decisione che è stata presa dall’azienda. Queste due informazioni sono determinanti per dare una valutazione completa. Se fosse chiaramente così ci troveremmo di fronte ad una decisione direi sbagliata dell’azienda. Proprio in un momento in cui l’azienda è consapevole di andare incontro ad un bilancio in forte difficoltà. Bisogna anche riconoscere che Santoro, una volta di più, dimostra di essere un uomo di rara abilità”.
Si riferisce al fatto che ha tenuto all’oscuro tutta la redazione di Annozero della sua trattativa?
“Sì, questa scelta è proprio la conferma dell’abilità del personaggio. Certo, se dovessimo utilizzare il metro di giudizio che comunemente utilizza questo giornalista dovremmo dire che è stato scorretto. Ma io, a differenza di Santoro, non mi sono mai atteggiato a moralista, posso solo dire che la sua scelta è stata di rara abilità. Penso che i suoi collaboratori, che hanno seguito il capo ovunque e in ogni vicissitudine, forse dovevano essere avvertiti prima. Ma anche questa è una valutazione che non spetta a me. Sarei curioso di sapere quello che pensa Santoro di stesso. E come viene applicato il suo moralismo giornalistico su se stesso”.
Alcuni parlamentari, come ha fatto ad esempio Massimo Donadi dell’Idv, hanno fatto notare la scelleratezza della posizione della Rai, salvando dalle critiche Santoro.
“E’ una vicenda misteriosa. Al di la di tutto, vorrei ascoltare le valutazioni dei Consiglieri di amministrazione della Rai e del Direttore generale dell’azienda. Però, capisco anche la posizione degli esponenti dell’Italia dei Valori su Santoro. Se il giornalista ha avuto un effetto benefico per qualche partito politico, la posizione dell’Idv non deve sorprendere”.
La Rai può sopportare economicamente questa collaborazione? A quel punto non era meglio tenersi Annozero per sempre?
“Perché Santoro per sempre!? Prima o poi dovrà anche andare in pensione! Se la maggioranza o quelli che temono Annozero devono fare ponti di platino per Santoro pur di liberarsene, sarebbe comunque stato meglio tenersi quella trasmissione ad un prezzo accettabile”.
Adesso cosa penseranno gli operai delle piazza di Santoro dopo aver appreso questa notizia?
“Non ho mai fatto il demagogo come Santoro. Ma la storia ci insegna che i demagoghi vengono massacrati dai loro stessi seguaci”.