martedì 31 agosto 2010

Il giorno che Fini attaccò Raffaele Lombardo



La politica ci abitua sempre a cambi di linea politica. Lo testimonia questa vicenda che riguarda Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo.

Interrogazione a risposta scritta presentata dall'onorevole Gianfranco Fini il 10 settembre 1992
Testo dell'Atto
Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'interno e di grazia e giustizia. - Per sapere: 1) come intenda garantire la libera espressione del voto nelle prossime elezioni comunali di Catania, dove si voterà per la prima volta con il sistema dell'elezione diretta del sindaco; 2) quali misure intendano prendere per evitare inquinamenti mafiosi nella consultazione; 3) se intendano controllare l'operato dei numerosi esponenti politici regionali eletti all'ARS nella circoscrizione di Catania al centro di numerose inchieste su scambi di favore e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali, tra i quali Raffaele Lombardo (DC), Biagio Susinni (Movimento Repubblicano), Alfio Pulvirenti (PRI), Domenico Sudano (DC), Giuseppe D'Agostino (DC), Salvo Fleres (PRI), Salvatore Leanza (PSI) e quant'altri coinvolti in operazioni di dubbia liceità; 4) se, allo scopo suaccennato non ritengano di dover effettuare un monitoraggio dei rendimenti elettorali sospetti nelle zone di predominio dei deputati regionali suindicati con riferimento alle elezioni politiche del 1992, per verificare il dubbio che certi risultati siano dovuti a pressioni di mafia: basti pensare al caso di Mascali, comune di "influenza" del Susinni, sostenitore alle elezioni politiche dell'attuale ministro della difesa Andò, dove il PSI alla Camera è balzato dall'8 al 25 per cento e al Senato dall'8 al 35 per cento; 5) se non ritengano di dover invitare le forze politiche della città a rendere pubblici gli elenchi degli iscritti per un'operazione di trasparenza politica; 6) se non ritengano, i ministri interrogati, di dover rendere pubblici i nomi di quanti, tra ministri, politici, amministratori di enti locali e di enti di sottogoverno, siano attualmente indagati dalla magistratura per evitare un loro pesante e preoccupante intervento nelle elezioni amministrative. (4-04824).

Parigi, i ministri di sinistra stanno zitti....

Voce Repubblicana
1° settembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

In questi giorni di profonda crisi del Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, i ministri del governo Fillon si sono chiesti se sia giusto restare nel governo di fronte a certe scelte da parte dell’Eliseo. Ci riferiamo a quella che è apparsa come la “deportazione” in Romania dei rom. Tutti sanno che Bucarest è in un paese dell’Unione europea. Una delle dichiarazioni che sono state pronunciate in questi giorni è quella del ministro degli Esteri francese. Bernard Kouchner rivela di aver preso in considerazione l’ipotesi di dare le dimissioni. “Non sono contento di ciò che è accaduto, non sono contento di questa polemica”, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, commentando su RTL la vicenda del rimpatrio dei rom. Alla domanda su cosa lo avesse trattenuto, ha risposto: “L’efficacia. Cosa avrebbe comportato per i rom? Andarsene è disertare”. Ma venerdì, ricorda l’edizione di “Le Figaro” di lunedì scorso, Kouchner aveva difeso la politica di Nicolas Sarkozy nei confronti dei rom. “Sì alla critica, no alla caricatura”, aveva detto, rispondendo ad un rapporto dell’Onu che chiedeva di evitare “i rimpatri collettivi”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri francese sono poco credibili. Poiché contraddittorie. Un uomo politico ha (avrebbe) sempre il dovere di dire con chiarezza cosa pensa di un atto politicamente rilevante come quello che ha compiuto Sarkozy. E se lo fa, soprattutto se questo atto tocca le sue competenze di ministro degli Esteri, ha anche il dovere di dimettersi. Ma il fondatore di “Medici senza frontiere” non conosce la parola dimissioni. Lui e la sua consorte, Christine Ockrent, in fondo sono sempre stati abituati a pensare che il fine ultimo della politica e del giornalismo sia il potere. Ecco perché sarà difficile pensare ad un Kouchner dimissionario per questioni come quella relativa ai rom. Il ministro degli Esteri francese forse è stato abituato a pensare che la politica debba essere fatta attraverso la politica del doppio gioco. Ecco perché Kouchner è stato così bravo da fare la campagna elettorale del 2007 a favore di Segolene Royal proprio mentre strizzava l’occhio al candidato dell’Ump Nicolas Sarkozy. Ma quello che sorprende oltre il comportamento di Kouchner è il silenzio assordante degli altri esponenti di sinistra dell’attuale governo francese. Ci riferiamo anche ad esponenti politici come Frederic Mitterrand, che ricopre l’incarico di ministro della Cultura del Governo Fillon. Ebbene, in questi giorni nessuno di questi esponenti politici di sinistra - che siedono nelle poltrone più importanti del governo - ha sentito il dovere morale di dire: “me ne vado di fronte a questo scempio contro i rom”. Nessuno di loro ha sentito la necessità di pronunciare un atto di denuncia contro la politica di Sarkozy. Non certo “di sinistra”. E lo avrebbero fatto per timore di lasciare il loro posto di ministri prima della verifica di settembre. Siamo convinti che da questa verifica usciranno illesi tutti i ministri che appunto provengono dalla sinistra.

Bersani non rappresenta il punto d'unione del centrosinistra

Intervista a Magda Negri
Voce Repubblicana del 1° settembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

Pierluigi Bersani o Nichi Vendola non possono rappresentare il punto unitario del Centrosinistra. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” la senatrice del Partito democratico Magda Negri.
Senatrice Negri, cosa pensa dell’attacco del sindaco di Firenze Matteo Renzi contro la dirigenza dell’Ulivo. Pensa che i leader di questa coalizione siano da rottamare?
“Ho l’impressione che quelle di Matteo Renzi siano delle dichiarazioni molto superficiali. Ma credo che le parole del primo cittadino di Firenze contengano un nucleo di verità. Si tratta di parole superficiali in quanto attaccano il quartier generale e criticano una dirigenza definita come ‘noiosa’. Il nucleo di verità che dovevano manifestare queste parole è che il nuovo Ulivo, così come proposto da Bersani, non è altro che l’Unione. E quindi si tratta di un progetto politico che ha rivelato tutta la sua fragilità. Lo abbiamo visto dopo le elezioni politiche del 2006. Renzi avrebbe dovuto dire questo invece di confondersi in sciocchezze e polemiche collaterali”.
Renzi ha anche ricordato che il sindaco di Torino Chiamparino potrebbe essere l’uomo nuovo del Partito democratico. Cosa ne pensa di questa alternativa?
“Su questo sono perfettamente d’accordo con Renzi. Io sosterrei una candidatura di Chiamparino. Ma noi abbiamo questo vincolo statutario. Ecco perché noi dobbiamo passare prima attraverso un congresso o un’assemblea chiarificatrice delle posizioni di tutti”.
Cosa pensa del dualismo tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola sulle primarie? Vede un dualismo preoccupante?
“Non mi pare che ci sia un dualismo tra questi due uomini politici. Mi pare che si dovranno fare delle primarie per chiarirlo. E si tratterà di primarie di coalizione. Non credo che Nichi Vendola possa rappresentare il punto unitario del centrosinistra. Credo che non lo possa rappresentare nemmeno Bersani”.
Qualcuno ha detto che il candidato naturale del Pd come presidente del consiglio in caso di elezioni anticipate è Bersani.
“Lo è dal punto di vista statutario. Se vincerà le prossime elezioni primarie sarò felice di questo”.
Bersani ha fatto bene a restarse in ferie nel corso del mese di agosto senza intervenire nel dibattito politico?
“Ma queste sono sciocchezze. Il problema della politica di Bersani è che il segretario del Partito democratico non ha fatto chiarezza sulla legge elettorale che vorrebbe. Il segretario del Pd è molto ambiguo su questo punto”.
Lei che riforma elettorale vorrebbe? E’ favorevole al maggioritario o al proporzionale?
“Personalmente propendo per il collegio uninominale maggioritario. Ho aderito all’appello di Pietro Ichino. Ma ho l’impressione che si vada a votare presto e che non ci sarà il tempo per fare alcuna riforma elettorale se non ci sono almeno tre anni di legislatura davanti”.

Il sistema politico della Libia


Il sistema politico libico fondato sulla Giamahiria (Stato delle masse) costituisce un unicum; avviato nel 1977, secondo una concezione populista-autoritaria del potere, si basa sulla filosofia politica contenuta nel “Libro Verde” del Colonnello Gheddafi, dove sono fuse insieme teorie di impronta socialista e Islam (la religione musulmana è religione di Stato). Il sistema istituzionale prevede la partecipazione diretta del popolo alla vita politica e alla gestione del potere, attraverso la partecipazione ad assemblee locali, i Congressi popolari di base, per le quali però non sono previste elezioni: i partiti politici sono stati infatti aboliti.
Ciascun Congresso Locale sceglie una Segreteria (i cui componenti sono scelti o nominati) che rappresenta l’assemblea presso il Congresso Generale del Popolo (il Parlamento nazionale). A sua volta l’insieme dei Congressi popolari di base sceglie i Comitati popolari e amministrativi che costituiscono l’amministrazione governativa a livello locale, mentre a livello nazionale opera il Comitato Generale del Popolo.
Tuttavia la partecipazione dei cittadini alla Giamahiria appare limitata e la stessa agenda legislativa è per lo più posta in essere dal Comitato Generale del popolo.
La Libia ha ottenuto l’indipendenza nel 1951.
Leader Supremo della Rivoluzione
Tale ruolo si pone al di fuori del sistema delle istituzioni e si configura come un ruolo superiore di “guida” della rivoluzione, in base al quale Gheddafi si afferma come personaggio centrale del regime e vero motore di ogni trasformazione del paese.
Governo
La funzione esecutiva è esercitata dal Comitato Generale del Popolo; ufficialmente i termini “ministeri” e “governo” non sono in uso, e quelli che in precedenza erano ministri sono oggi appellati Segretari. Le responsabilità dei diversi ministeri sono scarsamente definite a causa anche di continui rimpasti. Nel 2000 Gheddafi ha avviato una politica di decentralizzazione che ha portato all’abolizione di alcuni ministeri centrali, le cui funzioni sono passate alle assemblee popolari territoriali.
In Libia è in vigore la pena di morte.
POLITICA INTERNA
Il sistema politico-istituzionale vigente in Libia è formalmente fondato sul principio della “democrazia diretta”. Il Libro Verde del Colonnello Gheddafi prevede infatti che si riuniscano annualmente gli organi che, secondo il sistema della “Giamahiria”, realizzerebbero il principio della “democrazia delle masse”: i Congressi Popolari di Base (una sorta di Consigli di Circoscrizione), nel cui ambito si discutono tutte le principali questioni di politica interna ed estera, i Congressi Popolari delle Shaabie (le municipalità) e il Congresso Generale del Popolo (il Parlamento), che formalizza le raccomandazioni emerse dalla volontà popolare. Tali raccomandazioni rappresentano le linee guida cui deve ispirarsi l’azione di Governo, realizzata dagli organi esecutivi, i Comitati Popolari (i Ministeri). In realtà, la Libia è tuttora saldamente controllata dal Colonnello Gheddafi, Leader (o Guida) della Rivoluzione, dalla sua famiglia e da una cerchia ristretta di personalità ad egli vicine (in particolare, i compagni storici della Rivoluzione del Primo Settembre). L’opposizione al regime, rappresentata dai dissidenti che si trovano per la maggior parte all’estero, non appare in grado, almeno per il momento, di incidere realmente nella vita politica del Paese.
A marzo 2009 vi è stato un ampio rimpasto della compagine governativa e dell’assetto politico-amministrativo libico. In particolare, Abdelrahman Shalgam, nominato nuovo Rappresentante Permamente alle Nazioni Unite, è stato sostituito agli Esteri da Musa Mohamed Kusa, capo dell’intelligence esterna dal 1994 e, dopo l’11 settembre 2001, il principale artefice, insieme al Vice Ministro degli Esteri, Al-Obeidi, della normalizzazione delle relazioni della Libia con i Paesi occidentali. Mediante accorpamento sono stati inoltre creati alcuni “super Ministeri”: Economia, Commercio e Industria, Finanze e Pianificazione, Istruzione e Ricerca. Infine, è stata eliminata la figura del Vice Primo Ministro (il precedente titolare, Embarak El Shamakh, è diventato Segretario del Congresso Generale del Popolo – Presidente del Parlamento).
Numerose innovazioni legislative sono state annunciate da Tripoli negli ultimi due anni (riforma del codice penale e di procedura penale, restituzione dei beni espropriati dopo la Rivoluzione, abolizione della pena di morte); alcune di esse sono state oggetto di discussione ma poche sono state ad oggi adottate.
In materia di diritti umani, mentre permangono motivi di preoccupazione, si registrano alcuni sviluppi positivi, in particolare per quanto riguarda l’abolizione dei tribunali “speciali”. La presenza in Libia dell’UNHCR e dell’OIM (le cui attività hanno consentito operazioni di identificazione e riconoscimento dello status di rifugiato a cittadini eritrei irregolarmente presenti in territorio libico e il loro successivo ristabilimento in diversi Paesi europei, fra cui l’Italia) testimonia inoltre della crescente sensibilità delle Autorità libiche nei confronti della problematica dei rifugiati e della volontà di Tripoli di collaborare con le competenti organizzazioni internazionali a una migliore gestione del fenomeno.