venerdì 3 settembre 2010

Il leader del New Labour? Un opportunista

Intervista a Furio Colombo
Voce Repubblicana del 4 settembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

Toni Blair è stato un grande opportunista. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Furio Colombo, deputato del Partito democratico e saggista.
Onorevole Colombo, quali sono le sue impressioni sul contenuto del libro di Tony Blair, “A Journey”?
“Questo libro ci aiuta a capire il personaggio, a scoprirne i percorsi tortuosi, le angosce interiori, la vita che cambia. Tutto questo fa parte dell’avventura di esistere. Per le parti di questo libro che ho potuto vedere, posso dire: è scritto bene, con quell’enfasi che sta in luogo della passione. Toni Blair è stato un grande attore. E continua ad essere un grande attore anche in questo libro, dove il termine ‘grande’ si riferisce all’attore Blair. E non si riferisce all’uomo. Blair è stato un grande opportunista come uomo. Ed è stato un grande fallito. Come politico. Blair ha portato il partito laburista a non contare niente dopo averlo portato ad essere moltissimo. Quello di Blair non è un libro delusione, ma è un saggio rivelazione nel modo in cui certi romanzi sono libri rivelazione. In ‘A Journey’ si apprende molto di lui. Il mio giudizio su di lui è pessimo dall’Iraq in poi”.
Lei aveva visto l’avvento del new labour come la fine della sinistra inglese?
“Questa è una mania, un’ossessione di quelli che vengono dalla sinistra, e dedicano tanto tempo a ridefinire la sinistra. Io che ho vissuto tanti anni negli Stati Uniti sono abituato a vedere il buon governo dal cattivo governo. Nel primo laburismo di Blair ho visto un partito moderno, che si rendeva conto delle cose importanti per i cittadini. Il suo governo aveva il senso del lavoro, della scuola e della modernizzazione. Ma della modernizzazione non come mito astratto, ma come realizzazione delle cose progettate. Tutto questo è andato avanti fino a quando non si è fatto avanti lo spettro dell’Iraq. A quel punto c’è stata un’inversione a U. Blair ha truccato le carte, la mentito al suo governo e al suo partito, ha fatto dimettere il direttore generale della Bbc che si ostinava a dire la verità. Blair ha portato al suicidio uno scienziato che diceva la verità sulle presunte armi di distruzione di massa in Iraq. Quella guerra in Iraq non si sarebbe potuta fare senza di Blair”.
Pensa che la Gran Bretagna affronterà una lunga stagione con i conservatori al comando?
“Direi di no. I conservatori al governo hanno un’idea realistica di quello che si può fare e di quello che non si può fare. I conservatori pensano alla stabilità finanziaria e non al welfare. Ma non vedo all’orizzonte un nuovo thatcherismo”.
E’ stato giusto attaccare nel libro così duramente il suo successore come premier Gordon Brown?
“Sono beghe interpartitiche. Blair e Brown stanno all’Inghilterra come D’Alema e Veltroni stanno all’Italia: fatti loro”.

Se Fini rompe con Berlusconi dovrebbe correre da solo

Intervista a Stefano Ceccanti
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 3 settembre 2010

Se Fini rompesse con il Berlusconi dovrebbe presentarsi da solo. E non alleato con il Pd. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Partito democratico Stefano Ceccanti.
Senatore Ceccanti, lei è intervenuto nello scontro in atto nel Pd spiegando che il dibattito non deve svolgersi tra veltroni e dalema. Cosa intendeva dire?
“Il confronto non è tra due personalità politiche, ma tra due concezioni diverse della politica. Nello schema di Walter Veltroni il Pd progetto compiuto nell’ambito del quale è possibile costruire una coalizione per un progetto politico di governo. Però ci troviamo in un ambito nel quale il partito più grande, il Pd a vocazione maggioritaria, è il perno dell’alleanza. Viceversa, la proposta di D’Alema di un’alleanza tra la sinistra e un centro forte ha dato l’impressione di un ritorno allo schema delle due gambe: Ds-Margherita. In questo progetto il partito più forte si fa portare al Governo da una propaggine politica centrista. Su questo dobbiamo chiarirci perché rischiamo una regressione dal punto di vista politico”.
D’Alema è intervenuto per chiarire un concetto politico che Bersani non era in grado di spiegare?
“Penso che D’Alema sia piuttosto pessimista sulle possibilità espansive del partito di cui fa parte. E ragiona in un ottica che lui definisce realistica. Cosa pensi Bersani di tutto questo non lo so. Dopo la crisi del berlusconismo dobbiamo rispondere all’interrogativo se è possibile scongelare una parte dell’elettorato verso di noi. Ecco perché dobbiamo osare”.
Lei “rottamerebbe” qualche prima linea del Pd?
“Il problema non è quello di una linea di rottura politica generazionale. Il nostro compito è quello di interpretare la crisi del berlusconismo. E capire se dopo Berlusconi ci può ancora essere il bipolarismo. Ecco perché dobbiamo evitare di ragionare in un’ottica pessimistica come fa D’Alema. La scelta delle persone viene di conseguenza. Ed è legata a questo o quel progetto”.
Ha capito che legge elettorale vuole Bersani?
“Non lo so. Da questo punto di vista, l’intervista di Rosi Bindi è chiarificatrice. La Bindi dice: ‘siamo favorevoli al collegio uninominale e al doppio turno. Dopodichè trattiamo. Ma il punto di arrivo di questo confronto non deve contraddire questa scelta iniziale’. E’ giusto”.
Se si andasse al voto con questa legge lo schema del 2008 (Pd-Idv) potrebbe andare bene?
“Quello era un progetto minimale. Quel progetto potrebbe allargarsi, ma senza diventare come quello de l’Unione del 2006. Oggi dobbiamo creare un’alleanza che ci permetta di drenare voti dal centrodestra”.
In un nuovo schema con il Pd vedrebbe i finiani?
“Dipende da come si arriva al voto. Oggi non possiamo dirlo. Direi di no. Mi sembrerebbe più logico che Fini s presentasse da solo in caso di rottura con il Pdl”.