venerdì 8 ottobre 2010

Ma chi comprerà la tv di Stato?

Voce Repubblicana dell'8 ottobre 2010
Intervista a Vincenzo Vita
di Lanfranco Palazzolo

Fini non ha seguito il dibattito sul futuro della Rai. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore del Partito democratico Vincenzo Vita.
Senatore Vita, è rimasto sorpreso dalla proposta di Gianfranco Fini che è giunto alla conclusione che la Rai deve essere privatizzata?
“Mi sembra che quella di Gianfranco Fini sia la proposta di una persona che non ha seguito il dibattito in corso. Il tema è stato approfondito, ma non se ne fece assolutamente nulla quando vi fu una forte pressione, che io non condividevo, in questo senso. Ricordo che non si fece nulla per la privatizzazione della Rai perché nel nostro paese non c’è un capitalismo editoriale interessato davvero alla privatizzazione della Rai. Non voglio entrare nel merito se questo sia giusto o sbagliato. Anche se io fossi d’accordo con la privatizzazione della Rai mi rendo conto che non esiste un capitalismo privato interessato ad investire su un’azienda come la Rai”.
Visto che lei non è favorevole alla privatizzazione della Rai, come ritiene che debba essere riformata questa azienda? E che ruolo deve essere dato ai partiti?
“C’è un progetto di legge depositato sia alla Camera dei deputati sia al Senato. I primi firmatari sono Bersani e Finocchiaro. Proponiamo di rivedere profondamente la governance della Rai introducendo la figura dell’amministratore delegato. Proponendo la figura di una persona che è al di fuori delle cosiddette logiche di partito. Si tratta di un vero e proprio capo-azienda, che risponde al Parlamento, il quale ha poteri di indirizzo e di vigilanza. E non certo di accanita gestione quotidiana”.
Il ruolo di questo Ad deve essere di un manager che agisce secondo criteri privatistici come viene fatto per Mediaset?
“Mediaset è un’azienda che fa parte di un capitalismo molto tutelato politicamente. Detto questo, la Rai deve essere un servizio pubblico, ma deve adattarsi alle logiche di mercato. Questo è necessario”.
Cosa pensa dell’esperimento francese di togliere pubblicità alla televisione pubblica?
“Mi sembra una risposta sbagliata ad un problema reale, che è quello di togliere pubblicità alla televisione. Ma tagliare la pubblicità alla televisione pubblica significherebbe aiutare obiettivamente Mediaset”.
In Francia però le televisioni private contribuiscono economicamente al sostentamento di quella pubblica. Cosa ne pensa?
“Sono vent’anni che sto provando ad introdurre l’idea che i media più forti dovrebbero farsi carico di quelli più deboli”.
Chi potrebbe essere l’amministratore delegato in grado di gestire bene un’azienda così grande come la Rai secondo il vostro progetto?
“Non abbiamo un nome. Ci vuole una figura che sappia ‘navigare in rete’, consideri l’universo digitale come il suo, ami la tv e la radio. L’importante è che non sia un burocrate”.

Separati alla nascita: Emma Marcegaglia & Mariangela, la figlia di Fantozzi

Emma Marcegaglia Mariangela Fantozzi



Gli eredi del Pci.....e del Pd

Voce Repubblicana dell'8 ottobre 2010
Intervista a Davide Lombardi
di Lanfranco Palazzolo

Intervista alla “Voce Repubblicana” di Davide Lombardi, uno dei tre autori del documentario sull’avanzata della Lega in Emilia-Romagna dal titolo “Occupiamo l’Emilia”, insieme a Stefano Aurighi e Paolo Tomassone. Questo documentario ha suscitato l’interesse delle autorità diplomatiche americane. Al punto che il console degli Stati Uniti a Milano, Benjamin Wahlauer, ha chiesto di vedere questa inchiesta insieme ad alcuni analisti politici americani per comprendere cosa stia accadendo nella regione più rossa d’Italia.
Davide Lombardi, come è nato “Occupiamo l’Emilia”?
“Il titolo nasce da un’espressione utilizzata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti dopo una festa della Lega a Pegorara in provincia di Piacenza. Alcuni militanti della Lega chiesero al ministro di guardare alla Lombardia perché in quella Regione c’era il governo del Carroccio e non governava la sinistra, come in Emilia. Ma il ministro rispose: “No ‘occupiamo l’Emilia’”. L’idea del documentario è nata il giorno del funerale del noto intellettuale Edmondo Berselli. In quella occasione non molto felice abbiamo pensato di fare questo documentario. Noi non avevamo mai fatto giornalismo attraverso una telecamera. Abbiamo messo nero su bianco le nostre idee e abbiamo cominciato a contattare le persone per realizzare delle interviste. Il documentario è uscito a settembre”.
Nessuno di voi è leghista?
“No, nessuno”.
Pensate che la Lega abbia un metodo politico simile a quello del vecchio Pci?
“La Lega sta raccogliendo l’eredità del vecchio Pci sul territorio. Ma il discorso è molto più profondo. La Lega raccoglie in Emilia percentuali che vanno dal 10 al 15 per cento. Ricordiamo che è il caso di tenere d’occhio i numeri. L’avanzata c’è stata, ma l’85 per cento degli emiliani non la pensa come la Lega”.
La borghesia media guarda ancora con fiducia al Pd?
“Credo che questo riferimento ci sia. Ma il modello emiliano, la saldatura tra il modello cooperativo e quello politico, sta cambiando. Le grandi cooperative emiliane stanno cominciando a guardare oltre il Pd. Questa saldatura tra gli eredi del Pci e le cooperative sta certamente cambiando. Di questo siamo certi”.
E’ stato il consolato americano a cercarvi?
“Ci hanno cercato loro dopo la pubblicazione del trailer. Ai primi di settembre ci hanno contattato con una e-mail per discutere di questo fenomeno. Loro pensavano che dal nostro film si potesse partire per fare una discussione sulla crescita del fenomeno leghista in Emilia. I loro funzionari ci hanno fatto delle domande su quello che sta accadendo in Emilia. Costoro non hanno espresso delle opinioni, ma erano interessati a formarsene una per comprendere il cambiamento della società emiliana. Ma non ho visto nessuna preoccupazione nel loro interesse”.

HENRY PIOGGIA DI INCHIESTE

Il Tempo, 8 ottobre 2010
di Lanfranco Palazzolo


Henry pioggia di inchieste. Ormai lo sanno tutti che le iniziative giudiziarie del Pm Henry John Woodcock non approdano a molto. Secondo solo a Baltazar Garzon, il pubblico ministero spagnolo che si era messo in testa di processare il mondo intero, il nostrano Woodcock non gli è da meno. Appena quattro anni fa, il Presidente della Camera Gianfranco Fini gli consigliò di cambiare lavoro: “Woodcock – disse l'allora leader di An - è un signore che in un paese serio avrebbe cambiato già mestiere. Il Pm di Potenza ha una certa fantasia investigativa. Già da tempo si sarebbero dovuti prendere provvedimenti nei suoi confronti” (Dichiarazione del 18 giugno del 2006). Ma il Csm si è sempre guardato bene dal farlo. Come ha ricordato qualche giorno fa Giancarlo Perna su “Il Giornale”, sono ben 210 le persone che il pubblico ministero Woodcock ha tirato dentro le sue indagini e che poi si sono dimostrate innocenti. La posizione di Flavio Briatore è stata archiviata di fronte alle presunte irregolarità per il “Billionaire”; archiviazione anche per Francesco Storace in merito all'assegnazione di un immobile dello Iacp; la stessa misura viene presa anche nei confronti di Maurizio Gasparri, ingiustamente accusato di favoreggiamento. L'ultimo buco nell'acqua di Woodcock riguarda Vittorio Emanuele di Savoia, che viene arrestato il 16 giugno del 2006, per 7 giorni, con la grave accusa di associazione per delinquere. L'inchiesta approda a Roma dopo che il tribunale di Potenza si spogliò del caso invocando la propria incompetenza territoriale. Assolto perché il fatto non sussiste: con questa formula, il gup del tribunale di Roma, Marina Finiti, al termine del giudizio con rito abbreviato, lo scorso 22 settembre ha scagionato da ogni accusa Vittorio Emanuele di Savoia e altre cinque persone coinvolte nel filone di indagine denominato “Savoiagate”. Ma Woodcock è riuscito anche a far prosciogliere Fabrizio Corona nell'ambito dell'inchiesta infinita su Vallettopoli. Il proscioglimento di Corona è giunto dopo che il procacciatore di scoop si è fatto ben 80 giorni in carcere. Lo scorso 20 gennaio il gup del Tribunale di Potenza, Luigi Barrella, ha prosciolto Fabrizio Corona dall'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione nell'ambito dell'inchiesta “Vallettopoli”. Per il giudice, esiste “il non luogo a procedere per l'associazione a delinquere”. Anche l'inchiesta che coinvolge alcuni esponenti politici della Basilicata, denominata “Iena 2”, finisce nel nulla. Però sul campo restano 51 arrestati che, alla prova del tribunale del riesame, vengono rimessi tutti in libertà. Ad essere rinviato a giudizio è il parlamentare del Partito democratico Antonio Luongo. Ma l'aspetto grottesco di tutte queste inchieste fallite o terminate di fronte al Giudice delle indagini preliminari, è che Woodcock si è dichiarato contro la logica di sbattere “il mostro” in prima pagina. Infatti, il Pm ha scritto la prefazione del libro di Federica Sciarelli “Il mostro innocente” (Rizzoli), che racconta la storia di Gino Girolimoni. L'uomo che fu accusato ingiustamente di essere “Il mostro di Roma”.

Gianfranco e Raffaele amici per la pelle

Il quotidiano "Live Sicilia" ha ripreso il mio articolo pubblicato su "Il Tempo" del 15 settembre scorso. Li ringrazio per questo. Buona lettura.

La nota ufficiale, prima di tutto: “Il Presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, riceverà insieme agli assessori della sua giunta domani, 8 ottobre, alle ore 16, a palazzo d’Orleans, il Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, in visita ufficiale”. Ufficiale la visita, informale, ma dichiarata, la simpatia. L’uomo di Mirabello e l’uomo alla Presidenza si piacciono. Lo stesso Lombardo dichiarò al Corriere lo scorso 17 settembre, cospargendo le parole di zucchero e miele: “Sono pronto ad aderire a qualunque governo che riformi la legge elettorale. Con gli uomini di Fini abbiamo avviato un percorso di leale consultazione e condivisione”. Pare che ci sia di più sul piano umano. Se Lombardo e Miccichè non potevano andare d’accordo – previsione che abbiamo azzeccato – per formidabili divergenze caratteriali, ci sembra di cogliere tra il Bolognese e il Catanese un idem sentire, una percezione, a torto o a ragione, di comunanza. Si piacciono perché sono entrambi trasversali a tutto tranne che a se stessi. In nome della fedeltà all’io Raffaele e Gianfranco – in contesti diversi – hanno spaccato tutto lo spaccabile e acceso una moltitudine di pire funerarie (altrui).
Fini era il pupillo di un fascista galantuomo, Giorgio Almirante. Coraggiosamente liquidò quella ingombrante tradizione e cambò perfino montatura degli occhiali. Poi l’approdo nell’universo berlusconiano, lo scarto da cavallo nervoso, il salto oltre la staccionata verso l’ennesimo orizzonte. Lombardo indossa casacche e governi come orologini da polso. Tutti e due, sicuramente, agiranno per altissimo senso dell’ideale e per il mutamento riformista della bruttura in bellezza. Tuttavia, questa naturale e magnifica irrequietezza non li rende compagni scelti di processione. Insomma, si piacciono, almeno così pare. E se son rose, saranno spine per gli altri. Si sono sempre piaciuti? Forse no, ma mettiamo il punto di domanda perché la storia non ci risulta personalmente.
Ripeschiamo un articolo de “Il Tempo” del 15 settembre scorso. Giovane il pezzo, vecchio l’episodio riferito. Titolo: “Quando Fini accusava Lombardo di collusione con le cosche”. Scrive Lanfranco Palazzolo: “Nel corso del suo comizio a Catania, l’8 settembre del 1992, Gianfranco Fini sferrò un durissimo attacco alla Dc siciliana. All’indomani, il quotidiano La Sicilia riportò l’intervento di Gianfranco Fini affermando che il Governo in carica, si trattava dell’esecutivo guidato da Giuliano Amato, avrebbe dovuto «mettere in condizione di non nuocere: politici collusi con le cosche mafiose».
Lo stesso Fini affermava che vi erano uomini politici «da sorvegliare». Ma chi erano questi uomini politici? Fini li elencava ai militanti del Msi: «Si tratta di esponenti politici regionali al centro di inchieste su scambi di favori e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali». Nel suo intervento Fini elencò questi nomi: Raffaele Lombardo, Domenico Sodano, Biagio Sisinni, Giuseppe D’Agostino, Salvatore Lenza, Alfio Pulvirenti e Salvo Fleres. Il 10 settembre del 1992, Gianfranco Fini presentò, come primo firmatario, un’interrogazione parlamentare a risposta scritta contro Raffaele Lombardo e gli altri esponenti politici «da sorvegliare»”.
Una ricostruzione esatta al millesimo? Non lo sappiamo. Solo una domanda ci resta adesso: chi dei due sorveglierà l’altro?