lunedì 28 febbraio 2011

La Libia diventi una democrazia liberista

Voce Repubblicana 1 marzo 2011
Intervista a Sergio Divina
di Lanfranco Palazzolo

Il nostro auspicio è che la Libia diventi ben presto una democrazia liberista. Lo ha detto alla “Voce” il senatore della Lega Sergio Divina.
Senatore Divina, le opposizioni attaccano il governo italiano per il rapporto tra questo esecutivo e la Libia.
“E’ ingeneroso addossare delle colpe a chicchessia. Il governo italiano ha dovuto, come tutti gli altri governi vicini, intrattenere relazioni con questo paese. Sapevamo che la Libia non era un paese campione di democrazia. In qualche caso è utile fare di necessità virtù. E’ necessario relazionarsi con i paesi del Mediterraneo per questioni relative all’immigrazione. Siamo riusciti a frenare l’immigrazione grazie ad un accordo con la Libia, dove abbiamo messo a disposizione dei libici i nostri mezzi e abbiamo avuto il permesso di perlustrare le coste libiche grazie a questo accordo. Noi abbiamo bisogno di energia dalla Libia e da altri paesi. Credo che la Libia sia uno dei primi partner con i quali abbiamo rapporti per l’acquisto di petrolio e gas. Non si poteva prescindere di avere rapporti economici e commerciali con la Libia”.
Cosa pensate di quello che sta accadendo?
“Vediamo con preoccupazione l’evolversi della situazione. Diciamo che potrebbe essere una svolta democratica indolore per noi. Ma non per loro. Mi pare che i morti siano diverse migliaia con episodi di violenza di una gravità inaudita. Vedremo cosa faranno le nuove forze che governeranno il paese. Ho l’impressione che i consigli delle tribù e delle tribù di montagna hanno deciso di appoggiare la rivoluzione”.
Il cardinale Bagnasco ha fatto una dichiarazione nella quale ha detto di comprendere l’azione dei rivoltosi.
“Noi rispettiamo la Chiesa come Stato. Anche il Vaticano ha il diritto di dire quello che pensa della situazione in Libia”.
Cosa sta succedendo nei paesi arabi e in Libia?
“Secondo me, una svolta improntata al liberismo e alla democrazia è auspicabile per la Libia. Quello che non riesco a comprendere – e questa è una preoccupazione di tutti gli analisti - è il collegamento dei movimenti delle masse arabe. Non riusciamo a comprendere il comune denominatore che ha fatto scoppiare queste rivolte in gran parte del mondo arabo. La Tunisia, l’Egitto, la Libia sono paesi che erano governati stabilmente da autocrazie. E non da monarchie. Questa lettura è difficile. Non vorrei che dietro queste rivolte ci siano anche delle radici fondamentaliste. Se questi paesi fossero appannaggio di forze estremiste, tendenti ad un radicalismo fondamentalista, sarà tutta l’Europa a doversi preoccupare”.
La Libia ha messo lo zampino in molte società italiane. Cosa accadrà?
“Tripoli è entrata in molte società private e banche, ma come socio di minoranza. Ecco perché i fatti di questi giorni non incideranno su queste società”.

La Commissione Onu sullo status delle donne (22 febbraio - 4 marzo 2011)


Cari amici, in questi giorni si riunisce la Commissione sullo Status delle donne. Si tratta di un vertice importante che segue gli sviluppi mondiali della condizione della donna in tutto il mondo. Qui di seguito vi lascio tutte le informazioni relative su questo appuntamento, che è un utile spazio di conoscenza su quello che stanno facendo le organizzazioni internazionali e la politica italiana sul ruolo della donna. Buona lettura.

La Commissione sullo status delle donne (CSW) è stata istituita dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) con la risoluzione 11 del 21 giugno 1946, come organismo parallelo alla Commissione sui Diritti Umani. Il compito principale della Commissione, il cui mandato è stato esteso nel 1987 (risoluzione ECOSOC 1987/22), è quello di elaborare rapporti e fornire raccomandazioni all’ECOSOC sulla promozione dei diritti delle donne in campo politico, economico, sociale e dell’istruzione. La Commissione presenta, inoltre, raccomandazioni e proposte d’azione al Consiglio su problemi urgenti che richiedono l’immediata attenzione nel settore dei diritti umani.
Ogni anno, i rappresentanti degli Stati membri si riuniscono per fare il punto sui progressi riguardanti la parità di genere, per individuare le sfide future, per stabilire gli standard globali e per formulare politiche concrete di promozione della parità di genere e dell’avanzamento delle donne in generale.
La Commissione si riunisce annualmente per un periodo di dieci giorni di lavoro, alla fine di febbraio – inizio marzo. La riunione è in corso in questi giorni.
Si ricorda che particolare rilevanza ha avuto nel settembre del 1995 la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne a Pechino, che ebbe un grande successo nel determinare un nuovo impegno internazionale verso gli obiettivi dell'uguaglianza, dello sviluppo e della pace per tutte le donne del pianeta, facendo evolvere l'agenda globale verso il progresso delle donne nel ventunesimo secolo.
Al termine dei lavori, la Conferenza di Pechino adottò la: Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma di Azione di Pechino (Platform for Action). Questi due documentirappresentano tutt’oggi le disposizioni della comunità internazionale per la promozione di maggiori poteri e responsabilità delle donne e del principio di eguaglianza di genere.
Vale ricordare, per contiguità di materia, la Convenzione per la eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW). Tale Convenzione fu adottata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1979. Essa consta di un testo composto da un preambolo e da 30 articoli. Nel testo vengono fornite le definizioni di discriminazione contro le donne e vengono previste azioni nazionali per porre fine alle discriminazioni. La firma della Convenzione fu oggetto di una speciale cerimonia che avvenne a Copenhagen il 17 luglio 1980. La Convenzione entrò poi in vigore il 3 settembre 1981.
L’Italia ha ratificato la Convenzione con la legge 14 marzo 1985, n 132.
E’ stato aperto alla firma nel 1999 un Protocollo opzionale alla Convenzione. In esso viene tra l’altro prevista la possibilità per i privati e le loro associazioni di adire il Comitato ONU per la eliminazioni delle discriminazioni contro le donne, inviando specifici esposti e lamentele. Si specifica che tale Comitato è un organo diverso dalla CSW.
Il Protocollo opzionale è stato firmato dall’Italia il 10 dicembre 1999, ed è stato ratificato il 22 settembre 2000.
Si ricorda infine che la CEDAW sarà oggetto di celebrazione durante una specifica seduta dei lavori della CSW.
La Commissione sullo status delle donne ha ricevuto il compito dall’Assemblea Generale ONU di integrare nel suo programma il follow-up della Quarta conferenza Mondiale sulle Donne. A partire dal 1995, quindi, effettua la verifica della attuazione degli obiettivi fissati nella Conferenza di Pechino; ha quindi esaminato numerose delle aree critiche contenute nella Piattaforma stessa, allo scopo di verificare i progressi compiuti e di avanzare le raccomandazioni necessarie per accelerarne l'attuazione.

Nel 2000, l’Assemblea Generale – nel corso della 23a sessione speciale “Donne 2000: uguaglianza di genere, sviluppo e pace per il 21° secolo” - ha riesaminato i progressi compiuti nell’attuazione degli obiettivi contenuti nella Platform for Action e ha adottato due risoluzioni[4] contenenti, rispettivamente una Dichiarazione politica e Ulteriori Azioni e Iniziative per attuare la Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma di Azione.
Si ricorda altresì che compito della Commissione è anche quello di analizzare la situazione della condizione della donna alla luce degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Gli obiettivi di Sviluppo del Millennio sono otto obiettivi che le Nazioni Unite hanno deciso di istituire, nel 2000, per il miglioramento complessivo di molte condizioni di vita dell’umanità. Essi sono:

1. Sradicare la povertà estrema e la fame
2. Garantire l'educazione primaria universale
3. Promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne
4. Ridurre la mortalità infantile
5. Migliorare la salute materna
6. Combattere l'HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie
7. Garantire la sostenibilità ambientale
8. Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo

Appare evidente come gli otto obiettivi, in maniera più o meno marcata per ciascuno di essi, possano presentare profili riconducibili al tema della condizione della donna.

In questo contesto, la Commissione CSW ha deciso di inserire nel suo programma di lavoro 2010-2014 anche la verifica del raggiungimento degli Obiettivi del Millennio.

Evento parlamentare
A partire dalla sessione del 2005 è invalsa la pratica di organizzare, contestualmente alla sessione CSW, una giornata parlamentare (talvolta denominato evento parlamentare) organizzata dalla Unione Interparlamentare (UIP) in collaborazione con la Divisione per il progresso delle donne delle Nazioni Unite.
L’evento parlamentare ha avuto luogo il 23 febbraio 2011 ed ha avuto come tema: il ruolo dei Parlamenti nel promuovere l’accesso e la partecipazione delle donne e delle ragazze all’istruzione, alla formazione, alla scienza ed alla tecnologia (Room 6, UN Headquarters, New York, 10.00 -18.00) .
Si ricorda altresì che la UIP ha organizzato due side-event (evento parlamentare collaterale) il 25 febbraio 2011:
· Parlamenti e gli Obiettivi del Millennio (Conference Room A, 10.00-11:15)
· Violenza politica contro le donne (Conference Room A, 15.00-16.15)

Funzionamento
La Commissione si avvale per il suo funzionamento dell’ausilio della Divisione per il progresso delle donne delle Nazioni Unite, struttura che svolge anche le funzioni di Segretariato della Commissione e del suo Bureau.
Per contribuire ad una migliore comprensione del tema in discussione e per assistere la Commissione nelle sue deliberazioni, la Divisione per il progresso delle donne delle Nazioni Unite ha istituito altresì un Gruppo di esperti (Expert Group Meeting - EGM). Tale Gruppo ha licenziato, nel dicembre 2009, uno speciale Report che costituisce un supporto documentale per affrontare le tematiche oggetto dei lavori della Sessione 2010.

Composizione
La Commissione, inizialmente composta da 15 membri, è ora formata da 45 membri eletti dal Consiglio economico e sociale (ECOSOC) per un periodo di quattro anni. I membri, designati dai Governi, sono eletti sulla base dei seguenti criteri: tredici provenienti dagli Stati dell’Africa; undici dagli Stati dell’Asia; quattro dagli Stati dell’Europa dell’Est; nove dall’America Latina e dai Caraibi ed otto dall’Europa occidentale e dagli altri Stati.
Si ricorda che l’Italia fa parte della Commissione dal 2009 e che la sua partecipazione scadrà al termine al termine della sessione 2013.
Il Bureau della Commissione è invece un organo più ristretto che ha il compito di preparare la sessione annuale e assicurarne il buon andamento. I membri del Bureau sono eletti per due anni. Nel 2002, per migliorarne l’attività ed assicurare maggiore continuità, la Commissione ha stabilito di riunirsi subito dopo la chiusura della sessione annuale allo scopo di eleggere il nuovo Presidente e gli altri membri del Bureau.

Bureau
Il Bureau costituito per la 54.ma e 55.ma sessione è composto dai seguenti membri:
Signor Garen Nazarian(Armenia), per il Gruppo di Stati dell’Europa dell’est, Presidente.
Signora Leysa Sow (Senegal), per il Gruppo Africano, Vice Presidente.
Signor Filippo Cinti (Italia), per il Gruppo Europa occidentale e Altri Stati, Vice Presidente.
Signora Maria Luz Melon (Paraguay), per il Gruppo Latino Americano e Caraibi.
Nella sua prima riunione, il 22 febbraio 2011, la Commissione sarà chiamata ad eleggere Tetsuya Rimura (Giappone), che è stato nominato dal gruppo asiatico degli Staticomevicepresidente,nonché a designare unodeivicepresidenti quale relatoredi della Commissione.

Si segnala quindi la presenza di un italiano, il Primo Segretario Filippo Cinti, della Rappresentanza Permanente Italiana presso l’ONU, nella compagine del Bureau.
Di solito, al termine della riunione annuale la Commissione approva delle Conclusioni concordate, che contengono tra l’altro un insieme di temi prioritari per l’anno di lavoro. In genere, le conclusioni contengono un’analisi su temi di particolare interesse, nonché una serie di raccomandazioni concrete per i Governi, gli organi intergovernativi ed altre istituzioni della società civile, da attuare a livello internazionale, nazionale regionale e locale.

Nel caso della presente Sessione tale deliberazione si discosterà in parte dall’usuale prassi in ragione del particolare tema celebrativo del quindicennio dalla Dichiarazione di Pechino.
Oltre alle Conclusioni, la Commissioni adotta una serie di risoluzioni su varie questioni, tra cui la situazione e l’assistenza per le donne palestinesi, donne, bambine ed HIV, etc.
Il rapporto finale della Commissione è poi sottoposto, per l’adozione, all’ECOSOC.

La 55ma Sessione della CSW
La 55ma Sessione della Commissione si sta svolgendo a New York, nel quartiere generale delle Nazioni Unite (22 febbraio al 4 marzo 2011).
La delegazione italiana alla Conferenza di new York è guidata, come nelle sessioni precedenti, dal Ministro per le pari opportunità, Maria Rosaria Carfagna.

Ai lavori partecipa anche una delegazione parlamentare, composta, per la Camera dei deputati, dalla Presidente Lorena Milanato (PDL) e dall’on. Sesa Amici (PD), rispettivamente Presidente e componente del Comitato per le pari opportunità della Camera; mentre per il Senato parteciperanno le senatrici Mariapia Garavaglia (PD), della Commissione Istruzione, e Ada Spadoni Urbani (PDL), Segretario della Commissione Lavoro.

Partecipazione parlamentare alle Conferenze precedenti
La 54ma sessione della Commissione sullo status delle donne (CSW) ha avuto luogo a New York dal 1° al 12 marzo 2010. L'evento parlamentare, organizzato congiuntamente dalle Nazioni Unite e dall'Unione interparlamentare, si è svolto il 2 marzo 2010 ed è stato dedicato al tema "Il ruolo dei Parlamenti nel rafforzare i diritti delle donne 15 anni dopo Pechino". Hanno partecipato ai lavori della Sessione le onn. Lorena Milanato (PdL - Presidente del Comitato per la pari opportunità), Emilia Grazia De Biasi (PD - membro del Comitato per le pari opportunità) e la sen. Anna Maria Serafini (PD - Vice Presidente della Commissione per l'Infanzia del Senato). La delegazione italiana era guidata dal Ministro per le Pari Opportunità, on. Maria Rosaria Carfagna.
La 53ma sessione annuale della CSW si è tenuta a New York dal 2 al 13 marzo 2009 ed ha avuto per tema “l’equa condivisione delle responsabilità tra donne e uomini nelle prestazioni di cure ai malati di HIV/AIDS”. Una delegazione parlamentare composta dalle onorevoli Emilia De Biasi (PD), Segretario di Presidenza, e Paola Pelino (PDL), componenti la Commissione Pari Opportunità, per la Camera, e per il Senato dalle senatrici Vittoria Franco (PD), della Commissione Istruzione, e Maria Ida Germontani (PDL), della Commissione Finanze e della Commissione Politiche dell'Unione europea, ha partecipato alla sessione ministeriale nell’ambito della delegazione italiana, guidata dal Ministro per le Pari Opportunità, on. Maria Rosaria Carfagna. In occasione dell’evento, si è inoltre tenuta, il 4 marzo, una riunione dell’Unione Interparlamentare presso la sede delle Nazioni Unite a New York, nel corso della quale le onorevoli De Biasi e Pelino hanno svolto un intervento a nome del Parlamento italiano.
Per quanto riguarda le precedenti legislature, la partecipazione parlamentare alle Conferenze organizzate a partire dal 2005 è stata la seguente:

Nella XV legislatura:
- Nel 2008, il Presidente aveva dato indicazione che il rappresentante della Camera fosse scelto nell’ambito del Comitato Pari opportunità, ma nessuna delle componenti ha potuto partecipare ai lavori, a causa dello scioglimento anticipato delle Camere.
- Nel 2007 la delegazione italiana, guidata dal ministro Barbara Pollastrini, era composta dai senn. Maria Burani Procaccini (FI) e Marco Filippi (Ulivo), della Commissione infanzia, mentre nessuna delegazione in rappresentanza della Camera dei Deputati ha preso parte all’evento in ragione dell’intenso calendario dei lavori parlamentari.
Nella XIV legislatura:
- Nel 2006, ha partecipato alla 50ma Sessione annuale (28 febbraio - 2 marzo), nell’ambito della delegazione italiana, guidata dal Ministro per le Pari opportunità, on. Stefania Prestigiacomo, l’on. Monica Baldi (FI), Segretario della Commissione Affari esteri.
- Nel 2005, la delegazione italiana, guidata dal ministro Stefania Prestigiacomo, si componeva delle onn. Maria Burani Procaccini (FI), Presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia (FI) e Gabriella Pistone (Misto-Comunisti italiani), Segretario di Presidenza, nonché delle senn. Laura Bianconi (FI) ed Emanuela Baio Dossi (Margherita-DL-L’Ulivo).

domenica 27 febbraio 2011

Berlusconi parla al congresso del Pri


Questo è l'intervento integrale del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Congresso del Partito Repubblicano Italiano. E' stato un bell'intervento. Nessun leader politico di schieramento avrebbe mai riservato queste belle parole verso il Partito Repubblicano Italiano.

sabato 26 febbraio 2011

Le pari opportunità e il ruolo della donna in Italia e nell'Unione europea

Le pari opportunità nell’Unione europea
L'uguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei princìpi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. Gli obiettivi dell'Unione europea (UE) in materia di uguaglianza tra le donne e gli uomini hanno lo scopo di assicurare le pari opportunità e l'uguaglianza di trattamento tra donne e uomini, nonché di lottare contro ogni discriminazione basata sul sesso. In questo settore, l'UE ha seguito un duplice approccio, associando azioni specifiche e azioni di sistema (gender mainstreaming). Questo tema presenta parimenti una forte dimensione internazionale in termini di lotta contro la povertà, di accesso all'istruzione e ai servizi sanitari, di partecipazione all'economia e al processo decisionale, nonché di diritti delle donne in quanto diritti umani.
L’intervento dell’Unione europea: base giuridica
Il Trattato di Lisbona ha riaffermato il principio di uguaglianza tra donne e uomini (già enunciato agli articoli 2, 3 e 13 del previgente Trattato CE), inserendolo tra i valori (art. 2 TUE) e tra gli obiettivi (art. 3, par. 3 TUE) dell’Unione. Inoltre il nuovo articolo 10 introdotto dal Trattato di Lisbona nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea prevede che nell’attuazione delle sue politiche ed azioni, l’Unione miri a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.
Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, le disposizioni relative alla parità fra uomini e donne già previste agli articoli 137 e 141 del Trattato CE sono confluite, in base al Trattato di Lisbona, negli articoli 153 e 157 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riafferma il divieto di qualsiasi forma di discriminazione, in particolare quella fondata sul sesso, e il dovere di garantire la parità fra uomini e donne in tutti i campi, prevedendo, inoltre, che il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti fondamentali ha assunto carattere giuridicamente vincolante attraverso un apposito articolo di rinvio (art. 6 TUE).
Il Consiglio europeo del 18-19 giugno 2009 ha adottato una dichiarazione solenne sui diritti dei lavoratori e sulla politica sociale nella quale ribadisce l’importanza del rispetto integrale del quadro e delle disposizioni dei trattati UE, sottolineando, tra le altre cose, che i trattati modificati dal trattato di Lisbona si prefiggono di combattere l’esclusione sociale e le discriminazioni e di promuovere la giustizia e la protezione sociali, la parità tra uomini e donne, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.
La nuova strategia UE per la parità di genere (2010-2015)
Il 21 settembre 2010 la Commissione europea ha presentato la nuova strategia 2010-2015 per la promozione della parità fra uomini e donne nell’Unione europea (COM(2010)491). La strategia prevede azioni basate su cinque priorità: pari indipendenza economica; pari retribuzione per lo stesso lavoro e lavoro di pari valore; parità nel processo decisionale; dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne; parità tra donne e uomini nelle azioni esterne.
Tra l’altro la Commissione ritiene necessario:
· adottare misure volte ad aumentare la presenza delle donne nel mercato del lavoro, in linea con gli obiettivi della strategia Europa 2020, e nei posti di responsabilità nel settore economico;
· promuovere l'imprenditorialità femminile e il lavoro autonomo;
· istituire una Giornata europea per la parità salariale per sensibilizzare l'opinione pubblica sul fatto che in Europa le donne continuano a guadagnare in media circa il 18% in meno degli uomini;
· collaborare con tutti gli Stati membri per combattere la violenza contro le donne, e specialmente per sradicare le pratiche di mutilazione genitale femminile in Europa e nel mondo.
Per quanto riguarda in particolare la parità nel processo decisionale, la Commissione rileva che nella maggior parte degli Stati membri le donne continuano ad essere sottorappresentate nei processi e nelle posizioni decisionali, in particolare ai livelli più alti, nonostante costituiscano quasi la metà della forza lavoro e più della metà dei nuovi diplomati universitari dell'UE.
Nonostante i progressi compiuti per raggiungere un equilibrio fra donne e uomini in campo politico, rimane ancora molto da fare, poiché in media solo uno su quattro deputati dei Parlamenti nazionali e ministri dei governi nazionali è una donna.
In campo economico la percentuale delle donne è inferiore a quella degli uomini a tutti i livelli direttivi e decisionali. Nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate in borsa dell'UE solo il 10% dei membri e il 3% dei dirigenti sono donne. Studi dimostrano che la diversità di genere presenta vantaggi ed esiste una correlazione positiva tra le donne in posizioni dirigenti e i risultati economici.
Nonostante l'obiettivo fissato dall'UE nel 2005 del 25% di donne nelle funzioni direttive nel settore pubblico della ricerca, questa meta è ancora piuttosto lontana, dato che solo il 19% dei docenti universitari di ruolo dell'UE sono donne. Lo squilibrio tra donne e uomini prevalente nel campo scientifico e della ricerca costituisce ancora un grave ostacolo all'obiettivo europeo di aumentare la competitività e di sfruttare al massimo il potenziale innovativo.
Su tali basi, la Commissione intende:
· esaminare iniziative mirate al miglioramento della parità di genere nei processi decisionali;
· monitorare l'obiettivo del 25% di donne in posizioni direttive di alto livello nella ricerca;
· monitorare i progressi verso l'obiettivo del 40% di membri di uno stesso sesso nei comitati e gruppi di esperti istituiti dalla Commissione;
· sostenere gli sforzi per promuovere una maggiore partecipazione delle donne alle elezioni al Parlamento europeo, anche come candidate.
La Strategia 2010-2015 subentra alla tabella di marcia per la parità tra donne e uomini 2006-2010 (COM(2006)92) presentata dalla Commissione europea il 1° marzo 2006 e tiene conto della dichiarazione politica (cd. “ Carta per le donne”), (COM(2010)78), adottata dalla Commissione europea il 5 marzo 2010, in occasione della celebrazione dei 15 anni dalla piattaforma d'azione di Pechino.
I dati UE
Il 18 dicembre 2009 la Commissione europea ha presentato la relazione sulla parità tra donne e uomini – 2010 (COM(2009)694), nella quale illustra i progressi raggiunti in materia di parità tra uomini e donne nonché le sfide e le priorità per il futuro.
Per quanto riguarda le donne nel processo decisionale, la Commissione rileva che, nonostante il fatto che sempre più numerose siano le donne altamente qualificate e che la partecipazione al mercato del lavoro delle donne sia in aumento, esse sono tuttora minoritarie rispetto agli uomini in posti di responsabilità nella politica e nelle imprese, specialmente ai più alti livelli. I dati raccolti nel documento di lavoro (SEC(2009)1706) che accompagna la relazione, mostrano che: il numero di donne con funzioni direttive (direttori, amministratori delegati e dirigenti di piccole imprese) nell'UE è rimasto stabile negli ultimi anni, con una media del 30%, e meno ancora nella maggioranza degli Stati membri (tra il 30% e il 25% in Germania, Repubblica ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Olanda, Romania, Slovenia, Slovacchia; al di sotto del 25% in Lussemburgo, Irlanda, Finlandia, Svezia, Malta e Cipro, ma sopra al 35% in Italia, Spagna, Polonia e Francia); solo l’11% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali imprese (le “blue-chip” dei listini di borsa) è costituito da donne (la percentuale supera il 20% in Finlandia e Svezia, ma scende al 5% in Italia, Lussemburgo, Portogallo e a Malta e Cipro); non vi sono donne tra i governatori delle Banche centrali dell'Unione europea ed le donne rappresentano soltanto il 16% negli organi decisionali più elevati di tali istituzioni. La Commissione ritiene tale situazione tanto più paradossale, in considerazione del fatto che le studentesse superano in numero gli studenti nei settori del commercio, della gestione e del diritto.
Si segnala che dati analoghi erano già contenuti nella relazione “Donne e uomini nel processo decisionale 2007 – Analisi della situazione e tendenza”, presentata dalla Commissione in occasione della Giornata internazionale della donna 2008. In riferimento alla sottorappresentazione delle donne nei posti di alta dirigenza delle grandi imprese in Europa, la relazione sottolineava che una notevole eccezione è costituita dalla Norvegia, dove è stata attuata un’azione positiva per correggere il disequilibrio imponendo per legge una rappresentanza femminile di almeno il 40% in seno ai consigli di amministrazione delle imprese pubbliche e private. La Commissione europea osservava in proposito, che, prevedendo sanzioni in caso di non conformità, tale intervento legislativo - approvato nel dicembre 2003 - aveva effettivamente prodotto un innalzamento del livello di partecipazione femminile nei consigli di amministrazione norvegesi fino al 34% (al 2007).
Per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita politica, la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini – 2009 osserva inoltre che la maggior parte dei paesi dell'Unione europea ha fatto registrare progressi in questi ultimi dieci anni, progressi però lenti con cifre nel complesso basse. Analoghe considerazioni sono svolte nello studio dal titolo “Women in European politics – time for action” realizzato da Alphametrisc Ldt., UK e Applica Sprl., Belgium, per conto della Direzione generale per l’occupazione, affari sociali e pari opportunità, pubblicato dalla Commissione europea nel marzo 2009.
In base ai dati raccolti, la percentuale media di donne tra i deputati dei parlamenti nazionali è passata dal 16% nel 1997 al 24% nel 2009, percentuale che varia dal 9% al 46% a seconda dei paesi. Soltanto in undici Stati membri tale percentuale è superiore al 30%, soglia ritenuta minima perché le donne possano esercitare un'effettiva influenza sulle questioni politiche. In Italia la rappresentanza femminile in Parlamento è pari al 21,3%. Nei governi nazionali la percentuale media di donne ministro è del 25%, mentre la percentuale tra Stati membri varia dallo zero al 60%. Le istituzioni europee hanno fatto registrare alcuni progressi, ma le donne sono tuttora sottorappresentate ai più alti livelli. Un certo progresso si è riscontrato dopo le elezioni europee del 2009, in seguito alle quali la percentuale delle donne nel Parlamento europeo è cresciuta dal 31% al 35%.
Si segnala in proposito che il 9 giugno 2008 il Consiglio ha adottato conclusioni sulle donne e la presa di decisioni politiche nelle quali sottolinea che la partecipazione paritaria delle donne e degli uomini ai processi decisionali è una condizione preliminare alla promozione della donna alla realizzazione di una vera parità tra donne e uomini nonché un fondamento necessario della democrazia.
Una Carta per le donne
Il 5 marzo 2010, in vista della Giornata internazionale della donna 2010 e del 15º anniversario della Conferenza mondiale dell'ONU sulle donne, la Commissione ha adottato una Carta per le donne, in cui ribadisce l'impegno a favore della parità tra donne e uomini nell'Unione europea e nel resto del mondo e sottolinea la necessità di tenere in considerazione la parità fra i generi in tutte le politiche dell’UE.
La Carta propone cinque campi d'azione specifici:
· l’indipendenza economica va raggiunta lottando in particolare contro la discriminazione, gli stereotipi nell'educazione, la segregazione del mercato del lavoro, la precarietà delle condizioni di occupazione, il lavoro part-time involontario e lo squilibrio nella suddivisione dei compiti di assistenza tra donne e uomini. La Commissione s'impegna a garantire la completa realizzazione delle potenzialità delle donne ed il pieno impiego delle loro capacità. La sua azione dovrà facilitare una migliore distribuzione dei generi sul mercato del lavoro e permettere più lavori di qualità per le donne;
· nell'Unione europea non esiste ancora una pari retribuzione tra donne e uomini (per lo stesso lavoro o lavoro di pari valore). La Commissione si impegna a colmare le differenze di retribuzione mobilitando tutti gli strumenti disponibili, compresi quelli legislativi;
· nei processi decisionali e nelle posizioni di potere le donne continuano ad essere sottorappresentate rispetto agli uomini, tanto nel settore pubblico tanto in quello privato. La Commissione si impegna ad agire per una più equa rappresentanza delle donne, in particolare attraverso l’adozione di incentivi;
· è necessario promuovere il rispetto della dignità e dell’integrità delle donne, ma anche la fine della violenza basata sul genere, comprese le prassi nocive dettate dalle consuetudini o dalle tradizioni. Infatti, la Carta ribadisce l'impegno della Commissione a favore dei diritti fondamentali. La sua azione è volta in particolare a eliminare le disparità nell'accesso all'assistenza sanitaria e a eradicare qualsiasi forma di violenza basata sul genere, ricorrendo anche alle disposizioni del diritto penale, entro i limiti dei suoi poteri;
· l’azione oltre i confini dell’UE in materia di parità tra donne e uomini permetterà di sostenere lo sviluppo di società sostenibili e democratiche. La Commissione si impegna a difendere la parità tra donne e uomini nel quadro delle relazioni con i paesi terzi. Essa condurrà delle azioni di sensibilizzazione, di cooperazione con le organizzazioni internazionali e regionali competenti, nonché di sostegno agli organismi statali e non statali.
Il sostegno finanziario
Le iniziative UE a sostegno della parità di genere si avvalgono attualmente del sostegno finanziario dei seguenti programmi:
· Programma comunitario per l’occupazione e la solidarietà - PROGRESS (2007-2013)
Il programma PROGRESS si prefigge di fornire un aiuto finanziario all’attuazione degli obiettivi dell’Unione europea nel settore dell’occupazione e degli affari sociali.
Il programma, con dotazione finanziaria complessiva pari a pari a 657.590.000 euro per il periodo 2007-2013, si articola in cinque sezioni distinte corrispondenti ai cinque grandi settori di attività, secondo la seguente ripartizione:
- occupazione 23%,
- protezione sociale e integrazione 30%,
- condizioni di lavoro 10%,
- diversità e lotta contro la discriminazione 23%,
- parità fra uomini e donne 12%.
Il restante 2% della dotazione è destinato alla copertura delle spese di gestione del programma.
Per quanto riguarda la parità tra donne e uomini, il programma PROGRESSpromuove l’integrazione della dimensione di genere in tutte le politiche comunitarie:
- migliorando la comprensione della situazione relativa alle questioni di genere e all’integrazione della dimensione di genere, in particolare mediante analisi e studi e l’elaborazione di statistiche e indicatori, nonché valutando l’impatto della legislazione, delle politiche e delle prassi in vigore;
- sostenendo l’applicazione della legislazione comunitaria in tema di parità fra uomini e donne mediante un monitoraggio efficace, l’organizzazione di seminari destinati a coloro che sono attivi nel settore e lo sviluppo di reti fra organismi specializzati nelle questioni relative alla parità;
- sensibilizzando, diffondendo informazioni e promuovendo il dibattito sulle principali sfide e questioni politiche relative alla parità fra uomini e donne e all’integrazione di genere, anche tra le parti sociali, le ONG e gli altri soggetti interessati;
- sviluppando la capacità delle principali reti di livello europeo di sostenere e sviluppare ulteriormente gli obiettivi politici comunitari e le strategie in materia di parità fra uomini e donne.
- Programma DAPHNE III: Combattere la violenza contro i bambini, gli adolescenti e le donne (2007-2013)
Il programma Daphne III mira a prevenire e a combattere qualsiasi forma di violenza, in particolare di natura fisica, sessuale o psicologica, contro i bambini, i giovani e le donne. È altresì inteso a proteggere le vittime e i gruppi a rischio al fine di raggiungere un livello elevato di tutela della salute mentale, benessere e coesione sociale nell’Unione europea. Si tratta della terza fase del programma Daphne e copre il periodo 2007-2013, per il quale è stato stanziato un bilancio di 116,85 milioni di euro.
La Commissione presenterà entro il 31 marzo 2011 al Parlamento e al Consiglio una relazione di valutazione intermedia sull’attuazione e sui risultati dei progetti ed entro il 31 dicembre 2014 una relazione di valutazione ex post sull’attuazione e sui risultati del programma. Entro il 31 maggio 2012 presenterà anche una comunicazione sulla continuazione del programma in questione.
Equa ripartizione delle posizioni di responsabilità
Promuovere l'equa partecipazione di donne e uomini al processo decisionale costituisce una delle priorità della Commissione. Nonostante i progressi finora compiuti, nella maggior parte degli Stati membri dell'UE le donne continuano ad essere sottorappresentate a tutti i livelli del processo decisionale.
Nei parlamenti nazionali, meno di un deputato su quattro è donna. Nelle imprese la situazione è ancora peggiore: le donne rappresentano meno di un decimo dei membri nel consiglio d'amministrazione delle principali aziende europee quotate in borsa. Nel mondo della scienza e della tecnologia restano poche le donne che occupano posizioni di alto livello.
L'UE riconosce da tempo l'esigenza di promuovere la parità uomo-donna nel processo decisionale e si adopera in tal senso in vari modi. Nel 1996 il Consiglio dell'UE ha rivolto agli Stati membri la raccomandazione formale di introdurre misure legislative, regolamentari e di incentivazione a tal fine. Le iniziative promosse dalla Commissione in questo campo includono una maggiore conoscenza della materia da parte di tutti i soggetti interessati, l'analisi delle tendenze e la diffusione di informazioni, la promozione della messa in rete, lo scambio di buone pratiche e la raccolta di dati.
Nel giugno 2008 la Commissione ha varato la rete europea delle donne che occupano posizioni di responsabilità nel mondo politico ed economico per fornire una piattaforma europea che consenta di favorire il dibattito, facilitare lo scambio di informazioni e buone pratiche e individuare le migliori strategie per compiere passi avanti in questo campo.
Il database su uomini e donne nel processo decisionale
Come parte dell’impegno nella promozione della parità di genere nel processo decisionale, la Commissione ha creato un database che registra il numero di uomini e donne in posizioni di responsabilità nell’UE con l’obiettivo di fornire statistiche attendibili da utilizzare per verificare la situazione attuale e le tendenze nel tempo.
Il database considera le posizioni di potere in politica, nella pubblica amministrazione, nel sistema giudiziario e in varie aree prioritarie dell’economia per 34 paesi: oltre ai 27 Stati membri, i 3 paesi dello Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), i tre paesi candidati (Croazia, Turchia ed ex Repubblica iugoslava di Macedonia) e uno dei potenziali candidati (la Serbia). I dati vengono aggiornati trimestralmente per l’area politica e annualmente per le altre aree.
A dicembre 2010 è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento: i dati sono stati raccolti tra metà settembre e metà ottobre 2010 per i livelli politici europeo e nazionale (se si sono tenuti elezioni) e ad agosto 2010 per quanto riguarda il livello regionale; i dati su banche centrali, tribunali e corti, amministrazioni pubbliche e imprese sono stati collazionati tra maggio ed ottobre 2010.
Nell’arena politica la Commissione rileva i seguenti sviluppi:
· le elezioni parlamentari si sono tenuti in Svezia e in Lettonia durante i mesi di settembre ed ottobre 2010 ma hanno avuto un impatto minimo per quanto riguarda la parità di genere: in Svezia la percentuale di donne è ancora pari al 46 percento, ma in Lettonia le donne restano il genere sottorappresentato (19 percento);
· diversi cambiamenti di governo si sono verificati in Europa durante l’estate scorsa. In Romania e in Slovenia i governi hanno guadagnato ciascuno una donna, in compagini comunque prevalentemente maschili con percentuali di donne rispettivamente del 12 e del 26 percento. Per contrasto il rimpasto in Grecia ha visto una diminuzione in termini di parità di genere, passando dal 31 al 17 percento di donne, benché la situazione sia migliorata tra i ministri junior (da 15 a 23 percento);
· a livello regionale si sono verificati pochi cambiamenti rispetto all’anno precedente: gli uomini guidano ancora la stragrande maggioranza delle assemblee regionali (86 percento) e ne costituiscono i due terzi dei membri, mentre le donne guidano soltanto sette assemblee. Anche il potere esecutivo nelle autorità regionali rimane prerogativa degli uomini, ma la percentuale di donne ha raggiunto le due cifre per la prima volta, passando da 8 a 10 percento;
· nell’ambito degli organi decisionali delle associazioni sociali europee che rappresentano i lavoratori vi è una donna ogni tre uomini. Tale situazione è migliore rispetto alle associazioni che rappresentano gli impiegati (sei uomini ogni donna). In ogni caso pochi i cambiamenti registrati rispetto al 2009.
Per quanto riguarda le altre aree:
· i governatori di tutte le banche centrali europee sono uomini e la percentuale di esponenti maschili negli organismi decisionali è pari all’82 percento. Vi sono stati isolati miglioramenti nella rappresentanza femminile nel corso del 2010, nelle banche nazionali polacca (in cui la rappresentanza femminile negli organismi decisionali è passata dal 6 al 24 percento) e slovena (una donna su cinque, in luogo di nessuna donna);
· pochi cambiamenti nei livelli più alti del sistema giudiziario. Nell’ambito delle corti europee il solo cambiamento riguarda la sostituzione di un uomo con una donna nella Corte europea di giustizia, in modo che la rappresentanza femminile è ora di uno a cinque. Migliore la situazione della Corte europea dei diritti umani ( che ha la giurisdizione su 47 paesi del Consiglio d’Europa) dove più di un terzo dei giudici sono donne;
· a livello nazionale i cambiamenti nella leadership delle Corti supreme svedese e slovena hanno portato a sette i paesi dell’UE in cui il giudice più alto in grado è una donna, cui si aggiungono due paesi non UE (Serbia e Islanda). In generale in Europa la rappresentanza femminile nelle corti supreme è aumentata dal 31 al 32 percento;
· praticamente nessun cambiamento per quanto riguarda la presenza femminile a capo delle principali società europee quotate in borsa. Si registra come per l’anno precedente che in Europa solo il 3 percento dei presidenti sono donne (per quanto riguarda l’Italia la percentuale è del 5) e che ammonta all’11 percento la presenza femminile negli organismi decisori (soltanto il 4 percento per l’Italia).
L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE)
L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere è stato creato il 20 dicembre 2006 (Regolamento (CE) n. 1922/2006). Dotato di personalità giuridica, l’Istituto è formato da un consiglio di amministrazione, un direttore e dal suo personale, nonché da un forum di esperti. La sede dell’Istituto è a Vilnius (Lituania). Virginija Langbakk ha assunto l’incarico di direttore nell’aprile 2009.
I principali obiettivi dell’Istituto sono:
· la promozione e il rafforzamento dell’uguaglianza fra donne e uomini;
· l’integrazione delle questioni di uguaglianza fra donne e uomini in tutte le politiche comunitarie e nelle relative politiche nazionali;
· la lotta contro la discriminazione fondata sul sesso;
· la sensibilizzazione dei cittadini europei.
Secondo il regolamento che istituisce l’EIGE, questo contributo si tradurrà essenzialmente in un’assistenza tecnica apportata alle istituzioni comunitarie, in particolare alla Commissione, nonché alle autorità degli Stati membri.
Le principali attività dell’Istituto per l’uguaglianza di genere saranno:
- la raccolta, la registrazione, l’analisi e la diffusione di informazioni relative all’uguaglianza tra uomini e donne a livello comunitario. In base a criteri rigidi, l’Istituto elaborerà metodi volti ad aumentare l’obiettività, la comparabilità e l’affidabilità dei dati a livello europeo. Sulla base dei dati obiettivi, affidabili e comparabili che avrà riunito, elaborerà strumenti metodologici destinati ad integrare meglio la parità fra uomini e donne in tutte le politiche comunitarie.
- l’organizzazione di attività volte a promuovere gli scambi di esperienze e lo sviluppo del dialogo a livello europeo con tutte le parti interessate, in particolare le istituzioni della Comunità e degli Stati membri, le parti sociali, le organizzazioni non governative, i centri di ricerca . Più specificatamente, l’Istituto: creerà e coordinerà una rete europea sull’uguaglianza tra uomini e donne; organizzerà riunioni ad hoc di esperti; incoraggerà lo scambio di informazioni tra ricercatori e favorirà l’integrazione della prospettiva di genere nella loro ricerca; svilupperà un dialogo e una cooperazione con organizzazioni non governative, enti operanti nel settore delle pari opportunità, università, esperti, centri di ricerca e parti sociali.
- la collaborazione all’organizzazione di conferenze, campagne e riunioni a livello europeo al fine di sensibilizzare i cittadini dell’Unione europea riguardo alla parità tra gli uomini e le donne.
I risultati e la valutazione dell’Anno europeo per le pari opportunità (2007)
Il 19 giugno 2009 la Commissione ha adottato una comunicazione relativa ai risultati e alla valutazione globale dell’Anno europeo per le pari opportunità (2007) (COM(2009)269), che ha inteso diffondere tra i cittadini europei la consapevolezza dei loro diritti, con riferimento anche alla tutela offerta dalle direttive adottate a partire dal 2000 sulla base dell’articolo 13 TCE (direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica; direttiva 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro; direttiva 2004/113/CE, che attua il principio della parità` di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura). La Commissione sottolinea che l'AEPO non ha solo centrato il proprio obiettivo globale, ovvero sensibilizzare riguardo ai diritti e agli obblighi previsti dal quadro giuridico attualmente in vigore, ma è anche riuscito a innescare un dibattito sull'abbattimento delle barriere nella percezione dei 6 motivi di discriminazione (sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali). Il dibattito è sfociato nella decisione della Commissione di adottare una nuova proposta di direttiva basata sull'articolo 13 (COM (2008) 426), al fine di armonizzare la protezione garantita nei confronti dei diversi motivi di discriminazione; inoltre ha fatto nascere un dialogo permanente tra gli Stati membri ed i principali soggetti in causa. Secondo la Commissione questi traguardi contribuiranno al superamento dei timori e pregiudizi potenzialmente insiti nell'attuale crisi finanziaria ed economica, contrastando la nascita di nuove forme di discriminazione e impedendo così che un rafforzamento dell'emarginazione ostacoli il rilancio economico.
La proposta di direttiva, che segue la procedura di consultazione, è stata esaminata dal Parlamento europeo nell’aprile 2009 ed è tuttora all’esame del Consiglio.
Il Parlamento europeo
Il 10 febbraio 2010, con 381 voti favorevoli, 253 contrari e 31 astensioni, il Parlamento europeo ha adottato la relazione di Marc Tarabella (S&D, BE) sulla parità tra donne e uomini nell'Unione europea che sottolinea l'importanza di "rafforzare le politiche di parità tra i sessi", rilevando la necessità di "un maggior numero di azioni concrete e di nuove politiche".
Il Parlamento europeo chiede agli Stati membri e alle parti sociali di promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese, dell'amministrazione e degli organi politici". Sollecitando pertanto "la definizione di obiettivi vincolanti per garantire la pari rappresentanza di donne e uomini", il PE sottolinea "gli effetti positivi dell'uso delle quote elettorali sulla rappresentanza delle donne"; in proposito, si compiace della decisione del governo norvegese di aumentare ad almeno il 40% dei membri il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche, e invita la Commissione e gli Stati membri "a considerare l'iniziativa norvegese come un esempio positivo e a progredire nella stessa direzione".
D'altro canto, i deputati sottolineano con favore che la quota di deputate al Parlamento europeo è passata dal 32,1% al 35% rispetto alla scorsa legislatura, la quota delle presidenti di commissioni parlamentari è passata dal 25% al 41% e che la proporzione delle Vicepresidenti del Parlamento europeo è passata dal 28,5% al 42,8%. Sostengono poi che la percentuale di donne tra i commissari designati (pari al 33% del totale), "raggiunta con grandi difficoltà", rappresenti "il minimo assoluto". Rilevando quindi che la composizione della Commissione "dovrebbe rispecchiare meglio la diversità della popolazione europea, anche sotto il profilo uomo-donna", invitano gli Stati membri, in occasione delle future nomine, a proporre due candidati – un uomo e una donna – in modo da agevolare la formazione di una Commissione più rappresentativa.
Un’altra risoluzione del Parlamento europeo, approvata il 17 giugno 2010, valuta i risultati della tabella di marcia per la parità tra donne e uomini 2006-2010 e formula raccomandazioni future. Tra l’altro il Parlamento europeo:
· propone la convocazione ogni anno di una riunione tripartita tra Consiglio, Commissione e Parlamento europeo sui progressi della strategia per la parità di genere nell'Unione europea;
· sottolinea l'importanza di realizzare una conferenza annuale sulla parità di genere, con la partecipazione di organizzazioni di donne, di organizzazioni che operano a favore dell'eguaglianza di genere, di organizzazioni sindacali di diversi Stati membri, di membri del Parlamento europeo, della Commissione e del Consiglio, nonché di deputati nazionali, dedicando in ogni edizione annuale un'attenzione particolare e una tematica definita previamente;
· insiste sulla necessità di un dialogo strutturato con la società civile al fine di garantire il principio della parità tra donne e uomini;
· suggerisce di non limitare la cooperazione istituzionale in questo settore alle sole associazioni femminili, ma di cercare attivamente la collaborazione con le associazioni che rappresentano gli uomini e le donne e che si adoperano a favore dell'uguaglianza di genere;
· chiede l'avvio immediato e con prerogative piene delle attività dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere e l'elaborazione di tutti gli indicatori di genere necessari per monitorare le problematiche legate alla parità in tutti i settori; insiste su un aggiornamento regolare di tali indicatori per consentire un allineamento degli obiettivi stabiliti e dei risultati effettivamente ottenuti;
· invita l'Ufficio di presidenza del Parlamento europeo e la Commissione a intensificare gli sforzi per incrementare il numero di donne con incarichi dirigenziali nell'organico; invita la Commissione a studiare un meccanismo volto ad assicurare la parità in seno al Collegio dei Commissari nella prossima legislatura.
Le pari opportunità nell’ordinamento italiano
Le pari opportunità come principio dell’ordinamento italiano
Il principio della parità tra i sessi è fissato dall’articolo 3, primo comma, della Costituzione che sancisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni di sesso, oltre che di razza, lingua, religione, di opinioni politiche e di condizioni sociali ed economiche.
Il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione stabilisce un principio di uguaglianza sostanziale che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e ne impediscono la piena partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese. Sulla base di tale principio, sono state adottate disposizioni di legge che configurano “azioni positive” nei confronti delle donne.
Una specificazione del principio di uguaglianza si ritrova nell’articolo 51, primo comma, della Costituzione che stabilisce la parità dei sessi nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. La legge costituzionale n. 1 del 2003 ha integrato tale disposizione prevedendo l’adozione di appositi provvedimenti per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini.
Ulteriori statuizioni si rinvengono nell’articolo 37 Cost., che dispone che la donna lavoratrice abbia gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Vi si stabilisce, inoltre, che le condizioni di lavoro devono essere tali da consentire alla donna l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
Si ricorda, inoltre, l’articolo 117, settimo comma, Cost., come modificato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, ai sensi del quale le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.
Successivamente è stato adottato il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198), volto a raccogliere e semplificare tutta la normativa statale sull’uguaglianza dei sessi vigente nei settori della vita politica, sociale ed economica.
Il Codice raccoglie anche le norme relative alle consigliere e ai consiglieri di parità nominati a livello nazionale, regionale e provinciale e quelle concernenti le pari opportunità nel lavoro, nell’attività di impresa e nell’accesso alle cariche elettive. È composto di 58 articoli e si divide in quattro libri: il primo contiene disposizioni generali per la promozione delle pari opportunità tra uomo e donna, mentre nei libri successivi trovano spazio le disposizioni volte alla promozione delle pari opportunità nei rapporti etico-sociali, nei rapporti economici e nei rapporti civili e politici.
Le pari opportunità nella vita politica
L’ordinamento italiano, sia a livello nazionale sia a livello regionale, prevede disposizioni di carattere generale finalizzate alla promozione dell’accesso delle donne alle cariche elettive.
A livello nazionale, oltre alle disposizioni di rango costituzionale sopra richiamate, si segnala innanzitutto, tra la legislazione ordinaria, il testo unico delle leggi per l’elezione del Senato nel quale si prevede che il sistema elettorale debba favorire “l’equilibrio della rappresentanza tra donne e uomini”.
L’articolo 56 del citato Codice delle pari opportunità, reca una norma, di attuazione dell’art. 51 Cost., volta a promuovere l’accesso delle donne alla carica di membro del Parlamento europeo, allo scopo di incrementare il tasso di partecipazione femminile alla vita politica e istituzionale del Paese.
A tal fine, la norma stabilisce che, nelle liste di candidati presentate per dette elezioni, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati presenti nella lista.
Il computo è effettuato a livello nazionale, sull’insieme delle liste presentate con un medesimo contrassegno nelle diverse circoscrizioni (è quindi possibile una compensazione tra le diverse aree geografiche). Nel computo si tiene conto una sola volta delle candidature plurime (un candidato o una candidata può infatti presentarsi in più circoscrizioni); la cifra risultante è arrotondata all’unità prossima.
Per i movimenti e i partiti politici che non abbiano rispettato questa proporzione, viene ridotto il contributo a titolo di rimborso per le spese elettorali, spettante ai sensi della L. 157/1999.
Dalla modifica costituzionale dell’articolo 51 discendono anche le norme inserite nella L. 244/2007 (Legge finanziaria 2008) ai commi 376 e 377 dell’art. 1 i quali, disponendo in tema di organizzazione del Governo, stabiliscono che la sua composizione deve essere coerente con il principio costituzionale delle pari opportunità nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
Tra le disposizioni intese a promuovere la partecipazione attiva delle donne alla politica, va inoltre segnalata la legge n. 157 del 1999, che, in materia di rimborsi delle spese per le consultazioni elettorali, prevede l’obbligo a carico dei partiti di destinare almeno un importo pari al 5% del totale dei rimborsi elettorali ricevuti ad iniziative connesse alle predette finalità.
Anche a livello regionale, a seguito della modifica degli articoli 122 e 123 della Costituzione che ha dato avvio al processo di elaborazione di nuovi statuti regionali e di leggi per l’elezione dei consigli nelle regioni a statuto ordinario, si registrano disposizioni volte a favorire l’accesso femminile alle candidature.
Tutte le regioni che hanno adottato norme in materia elettorale hanno introdotto disposizioni specifiche per favorire la parità di accesso alle candidature.
In particolare, le regioni Lazio (L.R. 2/2005, art. 3), Puglia (L.R. 2/2005, art. 3, co. 3), Toscana (L.R. 25/2004, art. 8, co. 4), Marche (L.r. 27/2004, art. 9, comma 6), Campania (L.R. 4/2009, art. 10) e da ultimo la regione Umbria (L.R. 2/2010, art. 3 comma 3) pongono il limite di due terzi alla presenza di candidati di ciascun sesso in ogni lista provinciale. Nelle liste regionali (tra le regioni citate, presenti solo nella regione Lazio) i candidati di entrambi i sessi devono essere invece in numero pari. Per la regione Abruzzo (L.R. 1/2002, art. 1-bis), invece, il limite è il 70%; nella regione Toscana, inoltre, in relazione alle candidature regionali, quando le liste indicano più candidati, ciascun genere deve essere rappresentato (art. 10, co. 2). Meno cogente la prescrizione della regione Calabria (L.R. 1/2005, art. unico, co. 6) per la quale nelle liste elettorali (provinciali e regionali) devono essere presenti candidati di entrambi i sessi.
Nella maggioranza dei casi l’inosservanza del limite è causa di inammissibilità; nelle regioni Lazio, Puglia e Umbria, invece, è causa di sanzione pecuniaria per le liste provinciali.
La legge della regione Campania, infine, contiene disposizioni anche in relazione alla campagna elettorale, in quanto dispone che i soggetti politici devono assicurare la presenza paritaria di candidati di entrambi i generi nei programmi di comunicazione politica e nei messaggi autogestiti (art. 10, comma 4, L.r. 4/2009).
Per quanto concerne le regioni a statuto speciale, la regione Friuli-Venezia Giulia, la regione Valle d’Aosta, la Regione siciliana e la Provincia autonoma di Trento hanno adottato norme in materia elettorale, tra cui disposizioni per favorire l’accesso alle cariche elettive di entrambi i sessi, come disposto dalla legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, relativa all’elezione diretta dei Presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.
Le disposizioni sono diversificate, tutte contengono obblighi nella presentazione delle liste:
§ per la regione Valle d’Aosta, in ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale ogni genere non può essere rappresentato in misura inferiore al 20 per cento, arrotondato all'unità superiore (art. 3-bis, LR 3/1993 come modificato da ultimo dalla L.R. 22/2007); in sede di esame e ammissione delle liste, l’Ufficio elettorale regionale riduce al limite prescritto quelle contenenti un numero di candidati superiore al numero massimo prescritto, cancellando gli ultimi nomi; dichiara non valide le liste che non corrispondano alle predette condizioni (art. 9, comma 1, LR 3/1993 come modificato da ultimo dalla L.R. 22/2007);
§ per la regione Friuli-Venezia Giulia ogni lista circoscrizionale deve contenere, a pena di esclusione, non più del 60 per cento di candidati dello stesso genere; nelle liste i nomi dei candidati sono alternati per genere fino all'esaurimento del genere meno rappresentato; al fine di promuovere le pari opportunità, la legge statutaria prevede inoltre forme di incentivazione o penalizzazione nel riparto delle risorse spettanti ai gruppi consiliari (è considerato ‘sottorappresentato’ quello dei due generi che, in Consiglio, è rappresentato da meno di un terzo dei componenti) e disposizioni sulla campagna elettorale. I soggetti politici devono assicurare la presenza paritaria di candidati di entrambi i generi nei programmi di comunicazione politica offerti dalle emittenti radiotelevisive pubbliche e private e, per quanto riguarda i messaggi autogestiti previsti dalla vigente normativa sulle campagne elettorali, devono mettere in risalto con pari evidenza la presenza dei candidati di entrambi i generi nelle liste presentate dal soggetto politico che realizza il messaggio. (artt. 23, comma 2 e 32 L.R. 17/2007);
§ nella Regione siciliana, tutti i candidati di ogni lista regionale dopo il capolista devono essere inseriti secondo un criterio di alternanza tra uomini e donne; una lista provinciale non può includere un numero di candidati dello stesso sesso superiore a due terzi del numero dei candidati da eleggere nel collegio (art. 14, comma 1, L.R. 29/1951, come modificato dalla L.R. 7/2005);
§ nella Provincia autonoma di Trento, in ciascuna lista di candidati – a pena di inammissibilità - nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore a due terzi del numero dei candidati della lista, con eventuale arrotondamento all'unità superiore (art. 25 co. 6-bis e art. 30 co. 1 L.P. 2/2003 come modificata dalla L.P. 8/2008).
Il principio di pari opportunità è affermato anche dal testo unico sugli enti locali, laddove prevede che gli statuti comunali e provinciali stabiliscono norme per assicurare condizioni di pari opportunità tra uomo e donna e per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia, nonché degli enti, aziende ed istituzioni da essi dipendenti (art. 6).
Le pari opportunità nella pubblica amministrazione
Il testo unico sul pubblico impiego prevede che tutte le amministrazioni pubbliche debbano garantire la parità di trattamento e le pari opportunità tra gli uomini e le donne per l’accesso al lavoro e per il trattamento sul lavoro. A tal fine le pubbliche amministrazioni:
§ riservano alle donne, salva motivata impossibilità, almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso;
§ adottano atti regolamentari per assicurare pari opportunità fra uomini e donne sul lavoro;
§ garantiscono la partecipazione delle proprie dipendenti ai corsi di formazione e di aggiornamento professionale, adottando modalità organizzative atte a favorirne la partecipazione, consentendo la conciliazione fra vita professionale e vita familiare;
§ possono finanziare programmi di azioni positive e l'attività dei Comitati pari opportunità nell'ambito delle disponibilità di bilancio.
Nel 2002, la legge di riordino della dirigenza statale ha precisato che la tutela della parità dei sessi nella pubblica amministrazione si applica anche alla dirigenza.
Più recentemente, in seguito alla modifica apportata nel 2003 all’art. 51, primo comma, della Costituzione, il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione ed il Ministro per i diritti e le pari opportunità hanno adottato la direttiva sulle Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche, che sollecita la piena attuazione delle disposizioni vigenti in materia di parità nel pubblico impiego, e l’applicazione delle misure esistenti a tutela delle donne.
Il provvedimento, destinato ai vertici delle amministrazioni e in particolare ai responsabili del personale, intende “promuovere e diffondere la piena attuazione delle disposizioni vigenti, aumentare la presenza delle donne in posizioni apicali, sviluppare politiche per il lavoro pubblico, pratiche lavorative e, di conseguenza, culture organizzative di qualità tese a valorizzare l’apporto delle lavoratrici e dei lavoratori delle amministrazioni pubbliche”. Il provvedimento introduce a carico delle amministrazioni il compito di monitorare le aree critiche individuando al contempo le possibili azioni positive. Le amministrazioni sono dunque tenute a garantire ed esigere l’osservanza delle norme che vietano qualsiasi forma di discriminazione diretta o indiretta in riferimento ad ogni fase ed aspetto della vita lavorativa, e al tal proposito si ricordano le misure sanzionatorie vigenti, quali la nullità degli atti, l’applicazione di sanzioni amministrative, l’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro, nonché le conseguenze risarcitorie nel caso di danno.
Le pari opportunità nel lavoro
Il legislatore ha provveduto, nel corso degli anni, a creare una serie di strumenti per garantire le pari opportunità sul luogo di lavoro, contrastare le discriminazioni e promuovere l’occupazione femminile.
Oltre alla normativa degli anni ’70, con la quale si è vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso nell’accesso al lavoro, si ricorda la legge n. 125 del 1991 che ha disciplinato le cosiddette “azioni positive”, ovvero quelle misure che, prevedendo situazioni di favore per le donne, realizzano lo scopo di rimuovere le disuguaglianze che si frappongono al raggiungimento di una condizione di parità in ambito lavorativo. Con il decreto legislativo n. 196 del 2000 si sono poi rafforzate le funzioni e i poteri dei Consiglieri di parità nazionali, regionali e provinciali, organi istituiti per la promozione e il controllo dell’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione nel mondo del lavoro.
Il divieto di discriminazione fondata sul sesso per quanto concerne l’accesso al lavoro, con specifico riferimento allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza, è stato ulteriormente ribadito nell’articolo 3 del D.Lgs. 151 del 2001, che interviene a tutela e sostegno della maternità e della paternità. Nello stesso provvedimento è vietata, inoltre, qualsiasi discriminazione fondata sul sesso in materia di orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento professionale, con riguardo sia ai profili dell’accesso sia agli aspetti legati alla retribuzione, alla classificazione professionale e alla progressione nella carriera.
Nell’ambito della disciplina del lavoro molte fonti normative costituiscono recepimento di direttive comunitarie come quelle sulla parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, sulla parità di trattamento e l’assenza di discriminazioni per quanto concerne l'accesso all'occupazione, alla formazione e alla promozione professionale.
Gli organismi pubblici a tutela delle pari opportunità
Nel 1996 all’atto della formazione del Governo è stato nominato per la prima volta un Ministro senza portafoglio per le pari opportunità, poi confermato in tutti i Governi successivi, al quale sono stati conferiti compiti di proposta, coordinamento e attuazione delle politiche governative in materia.
Nel 1997 è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento per le pari opportunità: sorto come struttura di supporto per l’attività del Ministro e con compiti di promozione e coordinamento delle politiche di parità, ha ampliato progressivamente le proprie competenze anche nel campo della lotta alla discriminazione razziale.
Presso il Dipartimento opera la segreteria della Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, organo consultivo e di proposta del Presidente del Consiglio dei ministri con compiti di elaborazione e promozione di iniziative, anche di tipo legislativo, per assicurare l’uguaglianza tra i sessi.
Per la promozione delle pari opportunità nel mondo del lavoro svolge un ruolo centrale il Ministero del lavoro, in cui dal 1991 opera il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici, organo consultivo del Ministro del lavoro con compiti di studio e di promozione in materia di parità nel settore della formazione professionale e del lavoro.
Presso il Ministero dello sviluppo economico opera il Comitato per l’imprenditoria femminile, istituito nel 1992 con compiti di promozione delle attività di ricerca e formazione sull’imprenditorialità femminile.
Infine, occorre segnalare l’attività dei Comitati per le pari opportunità nella pubblica amministrazione. Previsti dagli accordi nazionali di lavoro dei comparti del pubblico impiego a partire dal 1987, sono composti in misura paritetica da rappresentanti dell’amministrazione e delle organizzazioni sindacali. Essi hanno prevalentemente compiti di raccolta dati, promozione di iniziative, formulazione di proposte al fine di favorire effettive pari opportunità tra donne e uomini.
Tra le iniziative più recenti si ricordano:
§ il Forum permanente contro le molestie gravi e la violenza alle donne, per orientamento sessuale e identità di genere, istituito con decreto del 13 dicembre 2007, quale sede di dialogo e confronto fra istituzioni e società, nonché di sostegno e inclusione delle vittime;
§ l’Osservatorio nazionale contro la violenza sessuale e di genere, previsto dal comma 1261, art. 1, della L. 296/2006 (Legge finanziaria 2007), avente compiti di analisi e ricerca scientifica e di supporto alla progettazione ed implementazione delle politiche di prevenzione, sensibilizzazione e contrasto alla violenza di genere, contro le donne e contro le persone di diverso orientamento sessuale;
§ la Commissione per la prevenzione e il contrasto delle pratiche di mutilazione genitale femminile, istituita il 16 novembre 2006, con compiti informativi e di promozione di iniziative di sensibilizzazione ed operante presso il Dipartimento.
Le donne nelle istituzioni
Secondo l’analisi annuale del World economic forum sulla presenza delle donne nei livelli più alti delle istituzioni (Governo, Parlamento ed altre assemblee legislative, alta dirigenza ecc.) l’Italia si colloca al 74° posto su 134 Paesi nella classifica del 2010 (era al 72° nel 2009, al 67° posto nel 2008 ed all’84° nel 2007.
I dati relativi alla presenza femminile negli organi costituzionali italiani mostrano, infatti, una presenza contenuta nei numeri e molto limitata quanto alle posizioni apicali. Nessuna donna ha mai rivestito la carica di Capo dello Stato o di Presidente del Consiglio e la carica di Presidente della Camera è stata declinata al femminile nelle legislature VIII, IX, X , con l’elezione dell’on. Nilde Iotti e XII con l’elezione dell’on. Irene Pivetti.
Quanto alla presenza parlamentare nella XVI legislatura sono state elette alla Camera dei deputati 133 donne, al Senato 58; tra i senatori a vita è stata nominata, il 1° agosto 2001, la prof.ssa Rita Levi Montalcini.
Nell'attuale Governo, le donne Ministro sono 5 (on. Stefania Prestigiacomo, Ministro dell’ambiente, tutela del territorio e del mare, on. Mariastella Gelmini, Ministro dell’istruzione, università e ricerca, on. Giorgia Meloni, Ministro senza portafoglio per le politiche per i giovani, on. Maria Rosaria Carfagna, Ministro senza portafoglio per le pari opportunità, on. Michela Vittoria Brambilla, Ministro senza portafoglio del turismo) su 22 ministri.
Le donne Sottosegretario di Stato sono 7 (on. Stefania Craxi, Affari esteri; sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati, Giustizia; on. Francesca Martini e on. Eugenia Maria Roccella, Salute; Laura Ravetto, Rapporti con il Parlamento; Daniela Santanchè, Attuazione del programma di governo; Sonia Viale, Economia e finanze) su 31 Sottosegretari.
Nelle elezioni per il rinnovo al Parlamento europeo del 2004, le prime con la nuova legge, sono state elette 15 donne su 78 seggi spettanti all’Italia. Nelle elezioni precedenti (1999) le donne erano 8 su 87 seggi italiani. Nelle elezioni del 2009, le donne elette al Parlamento europeo risultano 16 su 72 seggi spettanti all’Italia.
Il 4 novembre 1996, il Presidente della Repubblica ha nominato per la prima volta una donna alla carica di giudice della Corte costituzionale: si tratta di Fernanda Contri, avvocato, (cessata dalla carica nel 2005) che aveva ricoperto in precedenza anche la carica di ministro degli Affari sociali e di componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Un secondo giudice costituzionale di sesso femminile è stato nominato dal Presidente della Repubblica il 4 novembre 2005: si tratta di Maria Rita Saulle, professore ordinario universitario.
Per quanto riguarda gli organi di governo delle regioni, la presenza delle donne si attesta nel 2010 al 22,1% del totale nelle giunte e all’11,4% nei consigli regionali. Nei comuni italiani, la media della presenza femminile è pari all’11,8% nei consigli e al 17,9% nelle giunte comunali. Nelle province, i dati salgono al 12,9% del totale nei consigli provinciali, mentre gli assessori provinciali donne rappresentano il 17,2% del totale.
Le donne nella dirigenza pubblica
Anche se la presenza delle donne nella pubblica amministrazione è fortemente radicata, c’è un problema di sottorappresentazione delle stesse nelle posizioni di vertice.
Secondo i dati del Dipartimento della funzione pubblica, più del 55% del totale dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato nella p.a. è costituito da donne.
Tuttavia, nella dirigenza emerge una netta situazione di squilibrio tra i generi. Nel 2009 sono state conteggiate 467 posizioni tra tutti i dirigenti appartenenti ai ruoli dello Stato, i dirigenti provenienti da altre amministrazioni pubbliche, le persone di particolare e comprovata qualificazione professionale cui è stato affidato un incarico dirigenziale di livello generale. La ripartizione per genere evidenzia che, tra gli incarichi di livello generale apicale (segretari generali di ministeri ed incarichi di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali) si registra solo l’1,93% di posizioni assegnate alle donne in rapporto all’8,78% di posizioni assegnate agli uomini.
Si registra un miglioramento per quanto riguarda le posizioni di livello generale non apicali dove le donne si attestano al 25,05% e gli uomini al 64,24%.
Le donne nella magistratura
L’ingresso delle donne in magistratura risale in Italia al 1963, quando la legge n. 66 regolamentò “l’ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni”.
Il primo concorso aperto alle candidate donne fu indetto nel maggio dello stesso anno, e risultarono idonee al posto di uditore giudiziario 8 candidate su 187. Per fare un utile raffronto, nel concorso per l’accesso in magistratura del 2004, oltre il 60% dei 382 vincitori sono state donne.
Oggi, la presenza femminile in magistratura risulta in costante crescita: i magistrati ordinari in servizio sono 8.937 e di questi 4.056 sono donne (circa il 45%).
Sono però tuttora molto più ridotte le percentuali di presenza femminile man mano che si salgono i gradini della carriera in magistratura (si ricorda che ogni promozione “interna”, ovvero assegnazione di posti direttivi, avviene per titoli e per meriti, senza applicazione di c.d. “quote”).
In base a dati del 2007, ai vertici amministrativi (posti direttivi, p.es. presidenti di Tribunali o di Corte d’Appello, Procuratori o P.G., presidenti di sezione della Cassazione) troviamo solo il 4% di donne (22, contro 440 uomini).
I posti semidirettivi (giudici di Cassazione, di tribunale o di Corte d’Appello, sostituti procuratori) occupati da donne sono circa l’11% del totale (per l’esattezza 77 su 645).
Questi dati possono essere in parte spiegati anche con il relativamente recente ingresso delle donne nell’ordine giudiziario: la carriera del magistrato si sviluppa di norma fra i 35 e i 55 anni, dunque, oggi, riguarda prevalentemente coloro che hanno indossato la toga negli anni settanta del ‘900. Una presenza massiccia di donne in Magistratura si comincia invece ad avvertire solo più tardi (le donne erano meno del 3% nel 1971, oltre il 10% dieci anni dopo).
Le donne nella formazione
Secondo gli ultimi dati disponibili relativi ai risultati scolastici, le ragazze si dimostrano più studiose dei ragazzi.
In relazione all’anno scolastico 2007-2008, nella scuola secondaria di I grado, la distribuzione del giudizio di licenza tra ragazzi e ragazze conferma che queste ultime ottengono i migliori risultati. In particolare, alle studentesse è stato attribuito il 61,8% dei giudizi di “ottimo” ed il 55,3% dei giudizi di “distinto”. Nella scuola secondaria di II grado, su un totale di 4.013 diplomati con lode, 2.372 (pari al 59,1%) sono state studentesse.
Anche il tasso di passaggio dalla scuola secondariasuperiore all’università, pari nel complesso al 65,8% nell’anno accademico 2007/2008, è più elevato per le donne (71,0%) rispetto agli uomini (60,0%).
Parimenti, il numero di donne che conseguono la laurea è maggiore di quello degli uomini e raggiunge il 58% del totale. Con riferimento al rapporto con la popolazione di pari età, la quota di giovani donne (25 anni) che consegue il diploma di laurea è pari al 51,7%, a fronte del 36,6% dei ragazzi.
Questi dati si riflettono anche in quelli relativi alla formazione post-lauream: infatti, il 67,7% degli iscritti alle scuole di specializzazione sono donne. Per quanto riguarda i corsi di dottorato, le donne rappresentano il 51,7% tra gli ammessi ed il 52,8% tra i dottori di ricerca.
Le donne nel mondo del lavoro
Secondo gli ultimi dati disponibili, nel terzo trimestre del 2010 il numero di occupati risulta pari a 22.811.000 unità, segnalando un calo rispetto al trimestre precedente pari allo 0,1%. Per quanto riguarda i dati di genere, risultano 9.179.000 donne occupate a fronte di 13.610.000 uomini.
In particolare, in base ai dati non destagionalizzati, l’Istituto registra un modesto decremento dell’occupazione femminile rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (-0,1%, pari a -11.000 unità), mentre la componente maschile registra un decremento maggiore (-1,5%, pari a -211.000 unità). La ri-duzione del numero degli occupati sintetizza un’ulteriore sostenuta flessione della componente italiana (-342.000 uomini, pari al –2,7%; –80.000 donne, pari al -1,0%) e una crescita di quella straniera (+131.000 uomini e +69.000 donne).
Per quanto attiene al tasso di occupazione, esso risulta pari al 56,7%, con una flessione di otto decimi di punto percentuale rispetto al terzo trimestre 2009. L’indicatore scende al 67,6% (-1,2%i su base annua) per gli uomini e al 45,8% (-0,3%) per le donne. Dopo la discesa intervenuta dal primo trimestre del 2009 al secondo trimestre 2010, il tasso di occupazione degli stranieri rimane pressoché stabile su base annua, posizionandosi al 63,7% (63,8% nel terzo trimestre 2009). Il risultato sintetizza un accrescimento dell’indicatore tra gli uomini (dal 77,7% al 78,3% per cento) e una persistente flessione tra le donne (dal 51,0% al 50,2%).
In base ai dati non destagionalizzati, nel terzo trimestre del 2010 la crescita della disoccupazione, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, continua ad interessare in misura più significativa gli uomini (+38.000 unità) in confronto alle donne (+12.000 unità). Rispetto al recente passato, l’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda pressoché esclusivamente la componente italiana. Alla crescita della disoccupazione femminile straniera (+17.000 unità) ha corrisposto la flessione di quella maschile (-13.000 unità).
Per quanto concerne il tasso di disoccupazione, si registra un aumento, su dati non destagionalizzati III trimestre 2009 e stesso periodo 2010, dello 0,3% per la componente maschile e dello 0,1% per quella femminile. Nel Nord la sostanziale stabilità dell’indicatore (dal 5,1 al 5,2%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso aumenta al 7,0% per cento (6,5% nell’anno precedente), per una crescita dovuta ad entrambe le componenti di genere. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione risulta pari al 12,1% (rispetto all’11,7% dell’anno precedente), con una punta del 13,9% per le donne.
Infine, riguardo al tasso di inattività, nel III trimestre 2010 si ha una percentuale pari al 38,6% (sei decimi di punto in più rispetto al 2009), con un incremento maggiore della componente maschile rispetto a quella femminile. Nel Nord l’indicatore raggiunge il 31,6% (31,0% nel III trimestre 2009). Nel Centro il tasso di inattività si posiziona al 34,1% (33,9% nel III trimestre 2009), scontando la crescita della componente maschile e il calo di quella femminile. Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività registra un aumento tendenziale di un punto percentuale attestandosi al 50,0%. Il risultato riflette il significativo incremento della componente maschile e la moderata crescita di quella femminile, per la quale il tasso di inattività rimane comunque particolarmente elevato e pari al 64,5%.
Considerando la media nei paesi OCSE, il tasso di occupazione femminile in Italia resta ad un livello basso. Secondo quanto riportato nel Rapporto OCSE sull’occupazione nel 2010, infatti, per quanto attiene all’occupazione femminile, l’Italia si è attestata nel 2008 al 46,4%, a fronte del 56,5% della media OCSE.

venerdì 25 febbraio 2011

Cosa succede in Albania?

In base alla nuova costituzione albanese del 1998 (adottata dopo la crisi del 1997, per dettagli cfr. infra), l’Albania è, dal punto di vista della forma di governo, una repubblica parlamentare; il Parlamento monocamerale, l’Assemblea della Repubblica di Albania, è composto da 140 deputati eletti per quattro anni con un sistema elettorale proporzionale basato su circoscrizioni regionali. In base alla legge elettorale approvata nel dicembre 2008, i seggi sono ripartiti in primo luogo tra le coalizioni di partiti formate precedentemente alle elezioni, utilizzando la formula D’Hondt, e quindi tra i partiti che compongono le coalizioni utilizzando la formula Saint-League. Esiste una soglia di sbarramento del 5 per cento per le coalizioni e del 3 per cento per i singoli partiti.
Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento con un mandato di cinque anni. Il Presidente della Repubblica nomina il primo ministro sulla base dell’indicazione della coalizione di partiti che detiene la maggioranza parlamentare. Il primo ministro designato si deve presentare con il governo al Parlamento per ottenere la conferma entro dieci giorni; nel caso in cui il primo ministro designato non ottenga la conferma del Parlamento, il Presidente della Repubblica nomina un nuovo primo ministro; se anche in questo caso, il Parlamento non conferma la nomina, un nuovo primo ministro può essere eletto direttamente dal Parlamento nei dieci giorni successivi; in caso contrario il Presidente della Repubblica scioglie l’Assemblea (art. 96 della Costituzione).
Secondo Freedom House, l’Albania, pur essendo una “democrazia elettorale”, è uno “Stato parzialmente libero”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit la definisce “regime ibrido”. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa[5], che ha fornito assistenza all’Albania nel processo di approvazione della Costituzione del 1998, rileva che comunque tale Costituzione risulta in linea con gli standard del Consiglio d’Europa per quel che concerne la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto. Anche la legge elettorale approvata nel 2008 è stata ritenuta dalla Commissione di Venezia e dall’OSCE un significativo passo in avanti anche se veniva indicata la necessità di alcune modifiche per garantire una piena adesione agli standard internazionali (in particolare si sosteneva la necessità di intervenire, tra le altre cose, sui requisiti per la raccolta delle firme ai fini della presentazione delle liste da parte dei partiti non già presenti in Parlamento; sui requisiti giudicati ambigui per le candidature femminili; sulla disciplina per l’accesso ai media e ai finanziamenti elettorali che potrebbero svantaggiare i partiti non già presenti in Parlamento). Nel parere della Commissione europea del novembre 2010 sulla domanda di adesione dell’Albania all’Unione europea viene posto come condizione per l’avvio dei negoziati di adesione il necessario livello di conformità ai criteri di Copenhagen necessari a garantire la democrazia e lo stato di diritto. In proposito, vengono indicati tra gli obiettivi prioritari il buon funzionamento del parlamento sulla base di un dialogo costante e costruttivo fra tutti i partiti politici; la modifica delle norme elettorali in conformità con le raccomandazioni OSCE e la garanzia dello svolgimento di elezioni secondo gli standard internazionali.
Secondo l’OSCE, le ultime elezioni legislative del 28 giugno 2009 si sono caratterizzate per progressi significativi con riferimento ai processi di registrazione e di identificazione degli elettori, alla legislazione in materia elettorale, adottata in maniera consensuale dai due maggiori partiti, allo svolgimento delle elezioni stesse e al contenzioso elettorale. Ciononostante, le elezioni “non hanno realizzato pienamente la potenziale capacità dell’Albania di aderire ai più alti standard internazionali in materia di elezioni”. In particolare, sono denunciate la “politicizzazione” di aspetti tecnici del processo elettorale, quali lo scrutinio e il conteggio dei voti, che hanno rallentato le operazioni di voto in alcune zone, e alcune violazioni delle norme elettorali durante la campagna elettorale. Secondo Freedom House, se la Costituzione riconosce la piena libertà di espressione, le interferenze del potere economico e politico pongono limiti allo sviluppo di una stampa completamente indipendente ed i giornalisti risultano significativamente esposti a rischi di azioni legali e anche ad intimidazioni fisiche. La libertà di riunione e di associazione è invece effettivamente garantita e le organizzazioni non governative, anche se sottofinanziate, appaiono esercitare una crescente influenza sulla vita pubblica albanese.
La situazione politica interna
Presidente della Repubblica albanese è, dal 2007, Bamir Topi (n. 1957).
Primo ministro è, dal 2005, Sali Berisha (n. 1944), leader del partito democratico.
Protagonista della vita politica dell’Albania post-comunista, Sali Berisha venne eletto presidente della Repubblica albanese nel 1992; costretto alle dimissioni nel 1997, quando, a seguito delle rivolte seguite al crollo delle “piramidi finanziarie”, il partito socialista vinse le elezioni parlamentari (in quell’anno si colloca anche la missione militare internazionale di assistenza all’Albania guidata dall’Italia denominata “Alba”), Berisha guidò l’opposizione del partito democratico, abbandonando i lavori parlamentari tra il 1998 e il 2002. Berisha è stato nominato primo ministro nel 2005, a seguito della vittoria del partito democratico nelle elezioni parlamentari di quell’anno.
La coalizione di governo è composta dalla Coalizione alleanza del cambiamento (composta dal partito democratico, dal partito repubblicano albanese, dal partito per la giustizia e l’integrazione) e dal movimento socialista per l’integrazione, guidato da Ilir Meta e costituito nel 2005 da una scissione del partito socialista.
I risultati elettorali del 2009 (cfr. tabella sotto) non sono stati riconosciuti dalla principale forza di opposizione, il partito socialista, guidato dal sindaco di Tirana Edi Rama. In particolare, il partito socialista ha denunciato numerose irregolarità elettorali, mai accertate: il collegio elettorale della Corte d’appello ha stabilito che lo svolgimento delle elezioni era stato regolare e che la decisione su un eventuale riconteggio dei voti sarebbe spettata alla Corte costituzionale, la quale tuttavia non avrebbe mai ricevuto alcun ricorso in merito. Per circa otto mesi l’opposizione ha boicottato i lavori parlamentari, rifiutandosi di prendere parte alle sedute. Solo nel febbraio 2010, per evitare la decadenza dal mandato parlamentare, i deputati socialisti hanno iniziato a riprendere parte ai lavori parlamentari.
Questa situazione, oltre alla crisi economica internazionale che ha provocato il rincaro dei generi di prima necessità, si pone sullo sfondo delle tensioni che stanno caratterizzando il paese dal gennaio 2011. Di seguito si fornisce una sintetica cronologia degli ultimi eventi:
13 gennaio: si dimette il vicepremier Ilir Meta, leader del movimento socialista per l’integrazione, a seguito della diffusione di un video che lo ritrarrebbe nel marzo 2010 nell’atto di esercitare pressioni sull’allora ministro dell’economia per l’assegnazione di un appalto governativo; il primo ministro Berisha, nell’accettare le dimissioni, rinnova comunque la sua fiducia in Meta;
21 gennaio: nella manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Tirana, convocata dal partito socialista, che vede la partecipazione di circa 20 mila persone, tre persone rimangono uccise (una quarta persona morirà in seguito alle ferite riportate il 3 febbraio) in scontri con la polizia (secondo la BBC, nel corso della manifestazione, alcuni manifestanti avrebbero lanciato pietre contro i poliziotti);
25 gennaio: in una conferenza stampa, il procuratore capo di Tirana, Ina Rama (solo omonima del leader socialista) difende la scelta di emettere alcuni mandati di arresto nei confronti di appartenenti alla guardia repubblicana, la forza incaricata di proteggere le massime cariche dello Stato, in seguito alla diffusione di un video che dimostrerebbe che colpi d’arma da fuoco sono stati sparati dal palazzo del governo; il primo ministro Berisha ha invece contestato la decisione della procura, richiedendo un’indagine separata da parte di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’accaduto, che costituirebbe, a suo giudizio, un tentativo di colpo di stato ai danni del suo governo, del quale farebbero parte anche le decisioni della procura di Tirana;
28 gennaio: una nuova manifestazione di protesta organizzata dal partito socialista si svolge a Tirana. Il partito socialista richiede le elezioni anticipate
29 gennaio: la Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del 21 gennaio delibera, con i voti della sola maggioranza, l’acquisizione dei tabulati telefonici del 21 gennaio di una quarantina di utenze: tra queste quelle riconducibili al presidente della Repubblica Topi, al primo ministro Berisha, al leader socialista Rama, al procuratore di Tirana Ina Rama e al capo dei servizi segreti Bahri Shaqiri;
31 gennaio: con un appello televisivo, il presidente della Repubblica Topi invita i partiti a collaborare per superare la crisi;
4 febbraio: nuove manifestazioni di protesta si svolgono nelle quattro principali città dell’Albania; 16 febbraio: il Parlamento albanese revoca l’immunità all’ex vice-primo ministro Meta.
Si ricorda che l’Albania è dal 2009 membro della NATO e, nello stesso anno, ha presentato domanda per l’adesione all’Unione europea, anche se i relativi negoziati non sono ancora stati avviati.
Indicatori internazionali sul paese:
· Libertà politiche e civili: Stato “parzialmente libero” (Freedom House); regime “ibrido” (Economist)
· Indice della libertà di stampa: 80 su 178
· Libertà religiosa: assenza di eventi significativi (ACS); situazione di rispetto concreto (USA)
· Corruzione percepita: 87 su 178
· Variazione PIL 2009: + 3,3 per cento

giovedì 24 febbraio 2011

Crisi libica, cosa leggere per saperne di più


§ Unrest and Libya’s Energy Industry, in: http://www.stratfor.com/ , 22 febbraio 2011 17

§ F. Halliday, Libya’s Regime at 40: A State of Kleptocracy, in: www.isn.ethz.ch/isn , 21 febbraio 2011 21

§ E. Fassi, Democratizzazione nel mondo arabo? Il ruolo degli attori esterni, in: ISPI Commentary, 15 febbraio 2011 25

§ Un modello turco per il mondo arabo?, ISPI dossier, febbraio 2011 27

§ L. Gambardella, Libia: gli scenari a breve termine del regime di Gheddafi, in: http://www.equilibri.net/nuovo , 3 febbraio 2011 33

§ E. Remondino, Mediterraneo in fiamme: l’Europa e l’esportazione della democrazia, ISPI Commentary, 2 febbraio 2011 39

§ A. Varvelli, Sponda sud: i colpevoli ritardi dell’Europa, ISPI Commentary, 2 febbraio 2011 41

§ S. Hamid, In the Middle East: Two Models for Democratic Change, in: www.brookings.edu , 2 febbraio 2011 43

§ P. McCrum, Libya - Succession and Reform, in: www.isn.ethz.ch/isn , 26 gennaio 2011 45

§ S. Dennison, To engage or not to engage?, in: http://ecfr.eu/ , 26 novembre 2010 49

§ N. Ronzitti, Dopo il voto della Camera – Lo scontro sui respingimenti e il trattato Italia-Libia, in: http://www.affarinternazionali.it/ , 15 novembre 2010 51

§ R. Cortinovis, Italia: pro e contro dell’amicizia speciale con Tripoli, in: http://www.equilibri.net/nuovo , 14 settembre 2010 55

§ U. Profazio, Libia: una presunta normalizzazione, in: http://www.equilibri.net/nuovo , 30 agosto 2010 59

§ V. Talbot, La crisi dell’UpM e il futuro della cooperazione euro-mediterranea, ISPI Commentary, 7 luglio 2010 63

§ A. Varvelli, Libia: vere riforme oltre la retorica?, ISPI Analysis, n. 17 – luglio 2010 65

§ Istituto Universitario Europeo – CARIM – Consortium for Applied Research on International Migration – Libya - The Migration Scene - Which implications for migrants and refugees?, Carim Policy Brief, n. 1 – giugno 2010 73

§ A. Pargeter, Reform in Libya: Chimera or reality?, IAI - Mediterranean Paper Series 2010 79

§ V. Delicato, The Fight Against the Smuggling of Migrants in the Mediterranean, IAI – Mediterranean Paper Series 2010 79

§ N. Ronzitti, Politica estera italiana - Luci e ombre del Trattato tra Italia e Libia, in: www.affarinternazionali.it, 8 febbraio 2009 79

§ N. Ronzitti, Il trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione, Dossier n. 108, a cura del Servizio Studi del Senato della Repubblica, gennaio 2009 79

§ D. Perrin, Aspects juridiques de la migration circulaire dans l’espace Euro-Méditerranéen. Le cas de la Libye, CARIM notes d’analyse et de synthèse 2008/23 79

L'accordo culturare e scientifico con Panama

Contenuto dell’accordo
L’Accordo, sottoscritto tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica di Panama il 2 maggio 2007 reca disposizioni analoghe a quelle contenute in intese simili concluse con altri Stati in materia culturale, rientrando nelle attività internazionali finalizzate a rafforzare i legami di amicizia tra Paesi, in una concezione della collaborazione culturale quale strumento di politica estera. L'Accordo in esame si compone di un breve preambolo e di 21 articoli.
L'articolo 1 impegna le Parti a promuovere la cooperazione nei settori della cultura, della scienza e della tecnologia – come anche nel campo linguistico e delle rispettive tradizioni -, in conformità con le rispettive legislazioni nazionali. Il successivo articolo 4 precisa che le Parti potranno di comune accordo richiedere la partecipazione di Organismi internazionali al finanziamento o alla messa in atto di progetti collegati alle forme di cooperazione contemplate nell'Accordo in esame o in accordi complementari da esso scaturiti.
L’articolo 2 prevede la cooperazione interuniversitaria attraverso la realizzazione di progetti, ricerche e scambio di docenti, come anche l’insegnamento delle rispettive lingue e letterature, mediante l’istituzione di cattedre e lettorati; l’articolo 3, d’altronde,impegna le Parti a favorire la cooperazione in ambito archivistico, museale e bibliotecario, anche attraverso lo scambio di materiali ed esperti.
In materia di istruzione, gli articoli 5 e 6 prevedono che le Parti si attivino per promuovere l’insediamento e l’operatività di istituzioni culturali e scolastiche dell’altra Parte e la conoscenza dei rispettivi sistemi di istruzione. In base all’articolo 7, inoltre, verranno concesse borse di studio a studenti, specialisti e laureati dell’altra Parte che condurranno ricerche nei settori umanistico, artistico, scientifico e tecnologico. Gli studenti verranno anche favoriti dalla disposizione che prevede, previo approfondito scambio di informazioni sui rispettivi istituti di istruzione superiore, un’equa valutazione dei titoli di studio da essi rilasciati, onde consentirne l’utilizzazione per la prosecuzione degli studi nel territorio dell’altra Parte contraente (articolo 8). Al fine di allargare la conoscenza delle reciproche opere di letteratura, narrativa e saggistica, è prevista, dall’articolo 9, la collaborazione in campo editoriale che comporterà la traduzione e la pubblicazione di tali opere.
E’ altresì promossa la collaborazione nei settori della musica, della danza, delle arti visive, del teatro e del cinema (articolo 10) attraverso lo scambio di artisti, nonché l’organizzazione di mostre e la partecipazione a festival e altre consimili manifestazioni.
L’Accordo favorisce altresì la reciproca conoscenza della vita politica, economica, culturale e sociale – con particolare riguardo alla tutela dei diritti umani e delle minoranze, nonché delle libertà civili e politiche -, lo scambio di informazioni nei settori dello sport e della gioventù e la collaborazione fra i rispettivi organismi radiotelevisivi (rispettivamente articoli 14, 13 e 11).
La collaborazione tra le Parti si svolgerà anche nel campo archeologico e degli studi antropologici, con particolare attenzione alle attività volte alla valorizzazione, conservazione e restauro del patrimonio culturale, facilitando l’ingresso delle missioni di studiosi a ciò preposte (articolo 16), e più in generale delle persone e dei materiali rientranti nei settori di cooperazione previsti nell’Accordo in esame (articolo 17).
Sono inoltre contemplate misure volte ad impedire traffici illeciti di beni culturali, mezzi audiovisivi e documenti soggetti a protezione (articolo 12).
La cooperazione scientifica e tecnologica avverrà, in base all’articolo 15, attraverso accordi e progetti fra istituzioni pubbliche e private, con particolare riguardo ai campi dell’ambiente e della tutela della salute. In particolare, è previsto in tale quadro lo scambio di esperti e ricercatori, l’ organizzazione di seminari e conferenze in ambito scientifico-tecnologico, l’effettuazione di ricerche comuni, la partecipazione congiunta a programmi-quadro dell’Unione europea nel settore scientifico-tecnologico, la stipula di specifici accordi tra università ed enti di ricerca dei due paesi.
Assai importante è quanto previsto dall’articolo 18, con il quale le Parti si impegnano alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale derivanti dall’attuazione dell’Accordo in esame, con prevalenza delle disposizioni di accordi internazionali vigenti per entrambe le Parti. È altresì previsto che le informazioni scientifico-tecnologiche soggette a diritti di proprietà intellettuale e che siano derivate dall’attività di collaborazione nel quadro dell’Accordo in esame non possano essere divulgate a terzi se non con il consenso scritto di entrambe le Parti.
Viene istituita, dall’articolo 19, una Commissione Mista, con il compito di monitorare lo stato della collaborazione culturale fra le Parti e di redigere programmi esecutivi pluriennali.
Gli articolo 20 e 21, infine, recano le clausole di rito relative alla ratifica, all’entrata in vigore, alla durata dell’Accordo, che si prevede sia illimitata, salvo denuncia, che avrà effetto sei mesi dopo la notifica all’altra Parte contraente - con esclusione dell'esecuzione dei programmi in corso, se entrambe le Parti non decidono diversamente. È contemplata la possibilità di modifica consensuale dell’Accordo tramite le vie diplomatiche. Infine, una volta entrato in vigore l’Accordo in esame determinerà la decadenza dell’Accordo di cooperazione culturale italo-panamense firmato il 20 maggio 1980, anche in questo caso senza pregiudizio dell’esecuzione dei programmi eventualmente in corso.

Contenuto del disegno di legge di ratifica
Il disegno di legge in esame si compone di quattro articoli. I primi due recano, rispettivamente, l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione dell’Accordo di cooperazione culturale e scientifica tra Italia e Panama del 2 maggio 2007.
L’articolo 3 quantifica gli oneri derivanti dall’applicazione dell’Accordo, che sono valutati in 331.200 euro per ciascuno degli anni 2011 e 2012, e in 335.840 euro annui a decorrere dal 2013. La copertura di tali oneri è reperita nello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2011-2013, nell’ambito dei fondi speciali di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
La relazione tecnica allegata al disegno di legge di ratifica fornisce una dettagliata previsione degli oneri derivanti da alcuni articoli dell’Accordo, riconducibili a contributi per la diffusione dell’insegnamento della lingua italiana a Panama (art. 1 dell’Accordo), allo scambio di docenti e ricercatori (art. 2), alla collaborazione tra i rispettivi Archivi e Biblioteche (art. 3),alla concessione di borse di studio (art. 7), al sostegno alle manifestazioni nei settori artistico, dello spettacolo e della musica (art. 10), agli scambi giovanili (art. 13), alla realizzazione di progetti scientifico-tecnologici congiunti (art. 15), alle riunioni della Commissione mista di cui all’art. 19.
L’articolo 4, infine, dispone l’entrata in vigore della legge per il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Oltre alla relazione tecnica, il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica è corredato di un’ Analisi tecnico-normativa (ATN) e di un’Analisi dell’impatto della regolamentazione (AIR). Nell’Analisi tecnico-normativa si sottolinea in particolare che il nuovo Accordo di collaborazione culturale italo-panamense necessiti di ratifica legislativa: la sussistenza, infatti, di oneri previsti dall’Accordo a carico del bilancio dello Stato riconduce l’autorizzazione alla ratifica del medesimo alle fattispecie di cui all’articolo 80 Cost.