giovedì 31 marzo 2011

Quel Mussolini era quasi democratico

Intervista a Stefano Fabei
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 1 aprile 2011

Negli ultimi mesi prima della sua fine, Benito Mussolini ha pensato di tornare alle sue origini di sinistra. Lo ha detto alla “Voce” il saggista Stefano Fabei, autore de “I neri e i rossi” (Mursia), libro che ricostruisce i legami di Benito Mussolini con le forze socialiste e rivoluzionarie nei mesi bui della Rsi. Una pagina poco conosciuta perché scomoda per la Resistenza italiana e per la sinistra socialista.
Stefano Fabei, come è nata l’idea di questo libro?
“Il libro nasce a seguito della consultazione di alcuni documenti dell’archivio del generale Niccolo Nicchiarelli, che nel 1944 era diventato vice comandante della Guardia Nazionale Repubblicana a Salò. Nel suo ricchissimo archivio c’è una documentazione ricchissima, riguardante il comandante della formazioni Matteotti Corrado Bonfantini, legato al Partito socialista italiano. Benito Mussolini volle liberare Bonfantini al fine di evitare la guerra civile e per garantire la continuazione dello Stato una volta che il fascismo fosse stato definitivamente sconfitto”.
Cosa ha scoperto da questi documenti?
“Nel 1944, Benito Mussolini, disgustato dai compromessi con le forze conservatrici e di destra, forse era ben deciso a tornare su posizioni di sinistra e socialiste. Quello che emerge dalla documentazione rinvenuta è come Mussolini fosse deluso dal comportamento del popolo italiano e di coloro che avevano sostenuto il regime fascista. Il primo fascismo era repubblicano, anticlericale. Il regime è antimassonico. Ma molti esponenti del regime fascista sono aderenti alla massoneria, che fu sciolta dal fascismo nel 1925. Dopo l’8 settembre del 1943 Mussolini era deluso di quanto era accaduto in quei mesi. Ed è probabile che Mussolini abbia sognato di tornare alle origini rivoluzionarie del fascismo, in polemica, appunto, con Casa Savoia e con gli industriali”.
Nella Rsi c’era qualcuno che pensava di far rinascere i partiti?
“Questa esigenza era emersa in certi ambienti fascisti, che auspicavano la nascita di altre formazioni politiche. Si trattò solo di tentativi perché vi erano degli esponenti del fascismo più intransigente come Pavolini che certo non vedevano di buon occhio questi tentativi. I tedeschi guardavano con sospetto l’idea che Mussolini potesse legittimare le opposizioni. Ma esisteva anche una sinistra fascista, aperturista. Inoltre, ci furono molti esponenti di sinistra, come i fratelli Bergamo, che certo non erano stati vicini al regime, che furono attratti da quella nuova esperienza. Loro, ed altri esponenti socialisti vedevano nel fascismo repubblichino la possibilit di tornare al fascismo sansepolcrista delle origine. Ma l’impresa di Mussolini fu difficilissima e portò a risultati politicamente modesti, che furono opportunamente occultati nel secondo dopoguerra”.

mercoledì 30 marzo 2011

Aiuto, il blog non mi separa più le domande dalle risposte

Il codice HTML di questo blog sta facendo dei capricci. Da alcuni giorni non riesco più ad allineare le domante e le risposte delle interviste che realizzo. Il risultato lo vedete qui sotto. Un autentico disastro. Cosa sta accadendo? E come posso fare per salvarmi da questo disastro?

Quel furto è il simbolo del degrado napoletano

Intervista ad Amedeo Laboccetta
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 31 marzo 2011

Il furto del quadro di Luca Giordano nell’ufficio del sindaco di Napoli Iervolino è il simbolo del degrado amministrativo della città. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole. Amedeo Laboccetta del Pdl.
Onorevole Laboccetta, la Iervolino resta ancora in carica come sindaco di Napoli. In questi mesi il centrodestra ha fatto un’opposizione efficace?
“La Iervolino è stato il peggior sindaco che ha avuto Napoli dal dopoguerra. I napoletani hanno dovuto scontare sulle proprie spalle la presenza e l’incapacità della Iervolino. Il Parlamento aveva anche approvato una mozione di sfiducia politica nei confronti della Iervolino. Il sindaco di Napoli non ha voluto sentir ragioni ed è rimasta al suo posto come se nulla fosse. L’opposizione ha fatto il possibile per limitare i danni della Iervolino. Probabilmente potevamo fare di più nei confronti della Iervolino. Credo che il centrodestra abbia tutte le carte in regola per porsi come alternativa di governo all’ormai ex maggioranza”.
Come mai l’iniziativa delle dimissioni di alcuni consiglieri comunali, i quali intendevano far cadere il sindaco, è fallita?
“Il tentativo non è riuscito solo per una questione di forma, ma non di sostanza. C’è stata qualche sbavatura burocratica da qualche parte del notaio che ha seguito l’iter procedurale delle dimissioni del consiglieri comunali. Anche se la Iervolino resta in carica, ormai è da tempo che il sindaco di Napoli non ha più una sua maggioranza politica. Basta confrontare i numeri con i quali la Iervolino è entrata in Consiglio comunale e con quale maggioranza resta in carica alla fine del suo mandato”.
Alla fine del suo mandato la Iervolino ha dichiarato che è necessario controllare le spese dei partiti di centrodestra in vista delle prossime comunali. Cosa voleva dire?
“Con tutto il rispetto, ma quello che dice la Iervolino non ha una grande importanza. Tra qualche giorno la Iervolino farà la pensionata”.
Come ha trovato la vicenda del quadro rubato in uno degli uffici del sindaco di Napoli?
“E’ una vicenda incredibile. Trovo assurdo che il sindaco si sia fatta derubare di un quadro di quella importanza storica. La scomparsa dell’opera di Luca Giordano la rappresentazione del degrado a cui è giunto il Comune di Napoli oggi. Non voglio criminalizzare la Iervolino. Ma attaccare per questo furto la Iervolino mi sembra come sparare sulla Croce Rossa”.
Quanto pesa la criminalità organizzata sulla politica in Campania e a Napoli?
“La camorra fa affari con chi sta al potere. Non ha interesse a farlo con chi è all’opposizione. Come componente della Commissione Antimafia non mi sono mai fatto scrupoli non ho mai fatto sconti a nessuno come nel caso del commissariamento del comune di San Giuseppe Vesuviano (Na), governato da una lista civica di centrodestra”.

La guerra dell'OPA

L’ampio dibattito relativo al recepimento della direttiva 2004/25/CE, nota come direttiva sulle OPA, ruota intorno al meccanismo con il quale gli Stati membri possono recepire due tra le più rilevanti disposizioni recate dalla direttiva: la c.d. passivity rule (art.9) e la regola della “neutralizzazione” (breaktrough rule art.11). La prima (passivity rule) prevede che gli amministratori di una società oggetto di un’offerta pubblica d’acquisto possano adottare misure difensive successive rispetto all’offerta, solo se autorizzati dagli azionisti; la seconda (breaktrough rule) legittima la neutralizzazione di quelle previsioni contenute negli statuti o nei patti parasociali della società “bersaglio” che, imponendo limiti alla circolazione delle azioni o al diritto di voto multiplo, potrebbero rendere più difficoltoso il successo dell’offerta, se non vanificarla del tutto. L’articolo 12 della direttiva introduce tuttavia un regime opzionale, che consente ai legislatori nazionali di rendere obbligatoria nell’ordinamento interno l’adozione di una regola (opting-in) ma non dell’altra oppure di decidere di non applicare né la prima, né la seconda disposizione (opting-out). I Paesi che si avvalgono di tale esclusione, hanno l’obbligo di lasciare alle società interessate la facoltà di adottare comunque a livello statutario i principi comunitari, tuttavia possono consentire alle società di non applicarli quando sono oggetto di offerte lanciate da società che non sono sottoposte a norme equivalenti. Tale compromesso, dovuto alla necessità di conciliare due visioni finanziarie contrapposte: quella inglese contraria a qualsiasi ipotesi di azione difensiva nei confronti di OPA ostili e quella tedesca ed olandese favorevole ad accordare un apparato piuttosto ampio di strumenti di difesa a disposizione degli amministratori delle società “bersaglio”, ha comportato l’adozione di leggi di recepimento alquanto diversificate. Ecco perchè sotto troverete alcune schede su come si regolano i singoli paesi dell'Unione europea sulle cosiddette OPA.

Come funziona l'Opa in Gran Bretagna

Nel Regno Unito la direttiva 2004/25/CE è stata recepita nell’ambito di un’ampia riforma del diritto societario operata dal Companies Act 2006, promulgato l’8 novembre 2006. Vanno innanzitutto evidenziate alcune peculiarità dell’ordinamento inglese in materia di offerte pubbliche d’acquisto. Nel Regno Unito la disciplina delle offerte pubbliche d’acquisto è contenuta nel City Code on Takeovers and Mergers (disponibile in lingua inglese all’indirizzo: http://www.thetakeoverpanel.org.uk/new/codesars/DATA/code.pdf), costituito da regole particolarmente analitiche alle quali gli operatori finanziari si conformano su base volontaria. Il Takeover Panel è l’organo di autoregolamentazione, che vigila sulla corretta applicazione del City Code e che attraverso la sua composizione rappresenta gli interessi di tutti i soggetti coinvolti: gli offerenti e la società “bersaglio”. A seguito del recepimento della direttiva comunitaria il Takeover Panel ha provveduto a modificare la disciplina recata dalla Rule 21 del City Code, che poneva limiti alle azioni difensive degli amministratori (frustrating action). Attraverso tale norma, infatti, il meccanismo della passivity rule trovava già applicazione nel Regno Unito, tuttavia sussistevano alcune differenze tra la versione originaria della Rule 21, cheprevedeva un elenco preciso di misure considerate difensive e il contenuto dell’art.9 della direttiva. La portata della norma è stata, quindi, ampliata rendendo il concetto di misura difensiva coerente con quello della norma comunitaria. Inoltre, è stata soppressa la facoltà del Takeover Panel di accordare alla società “bersaglio” una deroga alla regola dell’approvazione preventiva dell’assemblea dei soci, nell’ipotesi in cui la società stessa fosse parte di un rapporto obbligatorio e fosse chiamata ad eseguirlo. Per quanto concerne la regola di neutralizzazione o breaktrough rule, va premesso che il diritto societario inglese, basato sul principio della c.d. “freedom of contract”, non ha imposto alcuna restrizione alle modalità con cui articolare la struttura finanziaria delle società, in termini di emissione di categorie speciali di azioni, di limiti alla loro circolazione o di vincoli ai titoli azionari relativi all’esercizio del diritto di voto. Pertanto il legislatore inglese, pur dichiarandosi a favore di strutture societarie fondate sul principio “one share one vote”, non ha ritenuto opportuno introdurre nell’ordinamento interno la regola della neutralizzazione, avvalendosi della facoltà di opting-out. La legge di recepimento lascia alle singole società la facoltà di opting-in per il regime previsto dalla disciplina comunitaria, precisando che essa potrà essere esercitata o al momento della costituzione della società o per effetto di una deliberazione successiva. Per quanto concerne, in particolare, l’acquisizione di società britanniche da parte di investitori stranieri, il Takeover Panel non ha adottato posizioni preclusive, ma ha annunciato interventi diretti a rendere più stringenti le procedure previste per le Opa. Tali misure, ispirate dall’intento di scoraggiare le manovre speculative che frequentemente si verificano in alcune fasi nelle operazioni di acquisizione, sono stati definite ad esito di una consultazione promossa in materia dal Panel (Review of certain aspects of the regulation of takeover bids, pubblicata il 21 marzo 2011: http://www.thetakeoverpanel.org.uk/wp-content/uploads/2008/11/PCP201101.pdf) e sono destinate a tradursi in modifiche del City Code rivolte, in particolar modo, ad introdurre ulteriori obblighi di comunicazione per l’offerente (in relazione anche agli interessi dei lavoratori della società soggetta all’Opa), nonché ad abbreviare il periodo intercorrente tra la manifestazione di interesse e la formalizzazione dell’offerta.

Come funziona l'OPA in Francia & Germania

La Francia aveva già disciplinato fin dal 1966 gli acquisti di azioni volti ad ottenere il controllo di società quotate in borsa con modalità in gran parte conformi alla direttiva 2004/25/CE. La direttiva sulle OPA è stata recepita con la legge n. 2006-387 (Loi n. 2006-387. du 31 mars 2006 relative aux offres publiques d’acquisition), conciliando la dimensione internazionale delle imprese francesi, la capacità di attrarre capitali sulla piazza finanziaria di Parigi e la capacità per le imprese di disporre di tecniche difensive eque di fronte alle eventuali offerte giudicate non amichevoli. Il legislatore francese ha scelto soluzioni che prevedono l’applicazione obbligatoria della passivity rule (art. 9 della direttiva) a condizione di reciprocità, mentre non ha ritenuto di rendere obbligatoria la regola della neutralizzazione (art. 11). La legge del 2006 ha in realtà confermato il principio della neutralità del board già vigente nell’ordinamento francese, che subordina all’approvazione dell’assemblea generale degli azionisti il potere dell’organo amministrativo di adottare misure difensive contro il successo dell’OPA, ad eccezione della ricerca di offerte alternative (Code du Commerce art. L233-32). Tuttavia la stessa legge prevede un meccanismo di reciprocità in base al quale tali limitazioni sono applicate solo nei casi in cui la società titolare dell’offerta sia originaria di un Paese straniero, che applichi disposizioni equivalenti (Code du Commerce art. L233-33). In mancanza di tale reciprocità è sufficiente un’approvazione dell’assemblea generale precedente all’offerta, per mettere in atto operazioni difensive da parte degli amministratori della società “bersaglio” dell’OPA. Per quanto riguarda invece la “regola della neutralizzazione” (breakthrough rule) l’ordinamento francese la recepisce ma solo in parte, prevedendo che il successo di un’offerta pubblica d’acquisto determini l’inefficacia delle sole limitazioni statutarie alla circolazione delle azioni o delle soglie quantitative all’esercizio di diritti di voto (Code du Commerce art. L233-34), mentre ha adottato la soluzione dell’opting out per le altre operazioni difensive preventive. Le singole società avranno la facoltà di applicare o meno, sulla base di una loro scelta discrezionale, la breakthrough rule alle altre clausole statutarie riguardanti il diritto di voto e agli accordi parasociali che possono paralizzare i poteri del nuovo socio di controllo (Code du Commerce art. L233-35 e ss). Nel caso una società decida di applicare o interrompere l’applicazione delle disposizioni concernenti tali tecniche di difesa preventive è tenuta a informarne l’autorità di mercato (Autorité des Marchés Financiers – AMF) per le relative operazioni di pubblicità. Le imprese potranno disporre, sotto il controllo dei loro azionisti e dell’autorità di mercato, di misure difensive comparabili a quelle di cui dispone l’autore di un’offerta di acquisto, in applicazione del principio di reciprocità. Una società francese potrà così eventualmente attuare operazioni difensive se fatta oggetto di un’OPA da parte di un’impresa i cui dirigenti possono adottare a loro volta misure difensive al di fuori dell‘approvazione della loro assemblea generale e non sarà penalizzata in contesti nazionali, che non abbiano attuato un sistema di passivity. La legge consente d’altra parte ad una società francese di non vedersi opporre da un’impresa europea misure difensive se prende l’iniziativa di una sua OPA nei confronti di un’altra impresa, che applica un regime identico a quello previsto per le imprese francesi. Pochi mesi prima del varo definitivo della legge, il Governo francese aveva approvato un decreto (Décret n. 2005-1739 du 30 décembre 2005)che ha previsto, distinguendo tra imprese di Stati membri dell’Unione europea e imprese di paesi extracomunitari, l’obbligo di chiedere un’apposita autorizzazione al Ministro dell’Economia per l’acquisizione di aziende, o parti di esse, operanti in una serie di settori ritenuti delicati per l’interesse nazionale. Per quel che riguarda le imprese di paesi UE, il decreto individua i seguenti sette settori: 1) case da gioco; 2) sicurezza privata; 3) lotta alle frodi sanitarie e all’impiego delle armi chimiche; 4) intercettazioni; 5) tecnologia dell’informazione; 6) sicurezza dei sistemi d’informazione; 7) esportazioni di prodotti e tecnologie a duplice uso (elencati nell’Allegato IV del Regolamento CE 1334/2000). Per ciò che concerne, invece, le imprese di paesi extracomunitari, sono undici i settori elencati nel decreto: 1) case da gioco; 2) sicurezza privata; 3) lotta alle frodi sanitarie; 4) intercettazioni; 5) tecnologia dell’informazione; 6) sicurezza dei sistemi d’informazione; 7) esportazioni di prodotti e tecnologie a duplice uso (elencati nell’Allegato IV del Regolamento CE 1334/2000); 8) crittografia; 9) difesa nazionale; 10) produzione e commercio di armi e di sostanze esplosive; 11) fornitura di beni al Ministero della difesa.

In Germania la direttiva comunitaria è stata attuata con la legge dell’8 luglio 2006 (Übernahmerichtlinie-Umsetzungsgesetz - ÜbernRUmsG), in vigore dal 14 luglio 2006, che ha modificato in particolare la legge sull’acquisto di azioni e di società del 20 dicembre 2001 (Wertpapiererwerbs- und Übernahmegesetz – WpÜG). Le modifiche introdotte consentono alle società oggetto di un’offerta pubblica di acquisto di optare per le regole comunitarie sulle restrizioni alle misure difensive e sulle restrizioni alle misure di neutralizzazione, recepite nell’ordinamento tedesco dalla citata legge del 2006. Tali vincoli non sono obbligatori nell’ordinamento tedesco, in quanto la Germania si è avvalsa della facoltà di opting- out per entrambe le disposizioni. Tuttavia il legislatore, conformandosi a quanto disposto dalla direttiva stessa, ha riconosciuto alle società la facoltà di optare su base volontaria per queste due norme, previa modifica dello statuto votata dall’assemblea degli azionisti con maggioranza del 75% del capitale sociale. In caso di opting-in il consiglio di amministrazione della società deve informare l’autorità di vigilanza tedesca e, se del caso, le autorità di vigilanza degli Stati appartenenti allo Spazio Economico Europeo nei quali i titoli della società sono ammessi alla negoziazione su un mercato regolato. Le azioni consentite al consiglio di amministrazione sono: quelle approvate dall’assemblea degli azionisti dopo il lancio dell’OPA; iniziative che ricadono nell’ambito dell’attività ordinaria (Geschäftsbetrieb) e la ricerca di altre offerte. Una parte della dottrina ha tuttavia osservato, che l’attuazione posta in essere dalla Germania in caso di opting-in, sembrerebbe particolarmente estensiva, in quanto la definizione di attività ordinaria (Geschäftsbetrieb) è più ampia rispetto all’espressione “corso normale delle attività della società” (Geschäftsverlauf), utilizzata dalla direttiva. Per quanto riguarda in particolare le restrizioni alle misure difensive, se una società decide di non effettuare un opting-in, continuano ad applicarsi le regole della WpÜG, meno restrittive di quelle previste dall’art. 9 della direttiva medesima. Tali regole previgenti, che si applicano in caso di opting-out, possono essere così riassunte. Dopo la pubblicazione della decisione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto e fino al momento in cui viene reso pubblico l’esito dell’offerta, il consiglio di amministrazione e il consiglio di sorveglianza della società non possono decidere alcuna azione, che possa pregiudicare il successo dell’offerta, con le seguenti eccezioni: · azioni che avrebbe deciso un amministratore prudente e coscienzioso di una società non soggetta ad offerta pubblica; · ricerca di un’offerta alternativa; · azioni approvate dal consiglio di sorveglianza della società; · azioni soggette all’approvazione degli azionisti, che il consiglio di amministrazione della società abbia deciso su autorizzazione dell’assemblea degli azionisti, approvate inoltre dal consiglio di sorveglianza, volte ad ostacolare l’offerta. La predetta autorizzazione dell’assemblea è valida per un periodo massimo di 18 mesi.

Il Consiglio europeo del 24-25 marzo (Giappone)

Il Consiglio europeo ha manifestato l’impegno dell’UE a sostenere il Giappone dopo il terremoto e lo tsunami che l'hanno colpito con conseguenze così drammatiche e, più in generale, a sviluppare la cooperazione con il Giappone in materia di soccorsi in situazioni di calamità. L'Unione europea – che plaude all'intervento rapido e decisivo delle autorità giapponesi in risposta alle perturbazioni sui mercati finanziari – è pronta a cooperare pienamente con il Giappone per affrontare le conseguenze economiche e finanziarie degli eventi di questi giorni, anche nell'ambito del G8 e del G20. Guardando al futuro, il Consiglio europeo ribadisce l'importanza strategica delle relazioni UE-Giappone che potrebbero essere intensificate già in occasione del prossimo vertice. A tale proposito il Consiglio europeo prospetta il possibile avvio di negoziati per un accordo di libero scambio sulla base della disponibilità del Giappone ad affrontare, tra l'altro, la questione delle barriere non tariffarie e delle restrizioni agli appalti pubblici. Sul tema della sicurezza dell’energia nucleare, pur ricordando che il mix energetico è di competenza degli Stati membri, il Consiglio europeo ritiene prioritario: · riesaminare la sicurezza di tutte le centrali nucleari dell'UE sulla scorta di una valutazione esauriente e trasparente dei rischi e della sicurezza ("prove di stress"), coinvolgendo pienamente gli Stati membri e rendendo pubblici i risultati. Il Consiglio europeo valuterà le prime conclusioni entro la fine del 2011 sulla base di una relazione della Commissione; · richiedere "prove di stress" analoghe nei paesi limitrofi e nel mondo, sia per le centrali esistenti sia per quelle in fase di progetto; · rispettare e migliorare costantemente nell'UE i più elevati parametri di sicurezza nucleare, che vanno promossi sul piano internazionale; · da parte della Commissione, riesaminare il quadro normativo e regolamentare vigente per quanto riguarda la sicurezza degli impianti nucleari, proponendo, entro la fine del 2011, gli eventuali miglioramenti. Gli Stati membri dovranno dare piena attuazione alla direttiva sulla sicurezza degli impianti nucleari. La proposta di direttiva sulla gestione del combustibile esaurito e dei residui radioattivi dovrà essere adottata quanto prima possibile. Si invita la Commissione a riflettere sul modo di promuovere la sicurezza nucleare nei paesi limitrofi; · seguire da vicino le conseguenze a livello mondiale e nell'UE, prestando particolare attenzione alla volatilità dei prezzi dell'energia e delle materie prime, in particolare nel contesto del G20.

Il Consiglio europeo del 24 e 25 marzo (la Libia)

In merito alla situazione libica, il Consiglio europeo ha espresso soddisfazione per l'adozione della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, che intende contribuire ad attuare, e per i risultati del vertice di Parigi. Secondo il Consiglio europeo, le azioni intraprese in conformità al mandato del Consiglio di sicurezza hanno contribuito in maniera significativa a proteggere la popolazione civile libica; quando essa sarà al sicuro e gli obiettivi della citata risoluzione saranno stati raggiunti, le operazioni militari cesseranno. Di concerto con la Lega degli Stati arabi – il cui ruolo chiave è stato sottolineato dal Consiglio europeo -, le Nazioni Unite e l'Unione africana, l’UE intensificherà gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi che risponda alle legittime richieste del popolo libico. Il Consiglio europeo ha ribadito l'invito al colonnello Gheddafi ad abbandonare il potere immediatamente per consentire una transizione politica gestita dagli stessi libici e basata su un ampio dialogo politico, tenendo altresì conto della necessità di garantire la sovranità e l'integrità territoriale della Libia. Nel ricordare le misure già assunte, l’Unione europea si è detta pronta ad adottare ulteriori sanzioni, ivi incluse misure volte ad assicurare che gli introiti generati dal petrolio e dal gas non vadano al regime di Gaddafi. Per quanto riguarda la situazione umanitaria in Libia e lungo i suoi confini, che rimane motivo di grave preoccupazione, l'UE continuerà a fornire assistenza a tutte le persone colpite, in stretta cooperazione con tutte le agenzie umanitarie e ONG coinvolte, proseguendo la sua attività di pianificazione a sostegno delle operazioni di assistenza umanitaria/protezione civile, anche con mezzi navali. In merito agli altri Paesi della regione, il Consiglio europeo ha espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione in Siria, Yemen e Bahrein, condannando l’escalation di violenza e l’uso della forza contro i manifestanti. In linea con le conclusioni dell’11 marzo scorso, è necessario portare avanti un nuovo partenariato con la regione, fondato su una più intensa integrazione economica, un più ampio accesso ai mercati e una più stretta cooperazione politica. A tale proposito, anche sulla base delle proposte avanzate dalla Commissione e dall’Alto rappresentante nella comunicazione dell’8 marzo, il Consiglio europeo chiede progressi rapidi secondo le linee seguenti: · l'UE e gli Stati membri intensificheranno l'assistenza umanitaria; · i programmi di aiuto in corso nei paesi del Mediterraneo meridionale saranno oggetto di attento esame e ridefinizione, se possibile in dialogo con i paesi interessati; · occorre innalzare a 1 miliardo di euro il massimale per le operazioni della Banca europea per gli investimenti a favore dei paesi del Mediterraneo che intraprendono riforme politiche, senza per questo ridurre le operazioni nei paesi vicini a est dell'UE; · gli azionisti della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo dovranno vagliare l'ipotesi di estendere le attività della banca ai paesi del vicinato meridionale; · occorre adottare al più presto le proposte in materia di norme di origine paneuromediterranee e la Commissione è invitata a presentare proposte su ulteriori strumenti per aumentare gli scambi e gli investimenti esteri diretti nella regione a breve, medio e lungo termine. La Commissione è stata inoltre invitata a presentare – con largo anticipo rispetto al Consiglio europeo di giugno- le proposte sull'approccio globale in materia di migrazione tra il vicinato meridionale e l’Unione europea e sul partenariato per la mobilità, nonché il piano per lo sviluppo delle capacità di gestione della migrazione e dei flussi di profughi. A quest’ultimo proposito, l’obiettivo è quello giungere entro giugno 2011 ad un accordo sul regolamento che rafforza le capacità di Frontex; nel frattempo la Commissione libererà risorse aggiuntive a sostegno delle operazioni Hermes e Poseidon, e gli Stati membri sono invitati a fornire risorse umane e tecniche supplementari. Come dichiarato dal Consiglio europeo, l'UE e i suoi Stati membri sono pronti a dimostrare concreta solidarietà agli Stati membri esposti più direttamente ai flussi migratorie a fornire il necessario sostegno a seconda dell'evolversi della situazione.

"I neri e i rossi", intervista a Stefano Fabei


Durante la Repubblica sociale italiana Benito Mussolini aprì un canale di dialogo con il mondo politico socialista e rivoluzionario. Il risultato di questo confronto fu la nascita del "Movimento di indipendenza nazionale, libertà e giustizia sociale" a cui seguì la formazione del "Raggruppamento nazionale repubblicano socialista". Incredibilmente, nacque anche una "Lega dei consigli rivoluzionari". Come fu possibile tutto questo? E che ruolo ebbe Mussolini? Questa storia è stata totalmente cancellata nel secondo dopoguerra. Stefano Fabei ha pensato di tirarla di nuovo fuori aprendo un dibattito sul "terzo tempo" della politica socialista del Duce e sulle ambiguità del CLNAI.

"Silvio forever", intervista con Roberto Faenza




Roberto Faenza è un regista coraggioso. In questi giorni esce nelle sale cinematografiche "Silvio forever", documentario sulla figura di Silvio Berlusconi, realizzato insieme a Filippo Macelloni. Si tratta di un'opera inedita sul premier, che utilizza le parole dello stesso leader del Pdl per raccontare i limiti e la capacità di Berlusconi di essere protagonista nel palcoscenico della politica. Faenza evita di utilizzare l'arma della demonizzazione e dell'insulto contro Berlusconi, tentando un esperimento diverso dagli altri registi che si sono schierati apertamente contro il premier. Nel 1978, Faenza aveva realizzato "Forza Italia", documentario sulla Democrazia cristiana, opera duramente censurata dal Pci e della Dc. E che costò al regista 15 anni di esilio forzato dal cinema italiano. Pochi giorni prima di morire prigioniero delle Brigate Rosse, Aldo Moro lodò il documentario realizzato da Faenza nel 1977. L'ho intervistato ieri per Radio Radicale. Ecco cosa ci siamo detti in questa conversazione di circa 30 minuti. Se avete tempo ascoltatela.

martedì 29 marzo 2011

L'Agcom sia il garante del nostro lavoro

Intervista a Nicola Piepoli
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 30 marzo 2011

L’Agcom deve essere il garante del nostro lavoro. Oggi non sentiamo questo intervento. Lo attendiamo. Lo ha detto alla “Voce” Nicola Piepoli, Presidente dell’Istituto Piepoli.
Presidente Piepoli, cosa era necessario cambiare nel regolamento dell’AGCOM sui sondaggi realizzati nel nostro Paese e quale tipo di distorsioni si andava incontro?
“Noi abbiamo bisogno dell’intervento dell’Agcom come garante per il nostro lavoro. Questo intervento ci manca. Il nostro paese è esattamente come tutti gli altri paesi in cui si fanno sondaggi. Non ci sono distorsioni, salvo quelle che dipendono dal valore dei singoli ricercatori. Gli istituti che fanno sondaggi non sono molti. Le fornisco un panorama: noi, come istituti di ricerca, facciamo di ricerca di marketing circa 500 milioni di fatturato l’anno in Italia. Di questi 500 milioni di fatturato, appena 5 milioni di fatturato sono ricavati dai sondaggi pubblicati. Si tratta appena dell’1%. Si tratta di una cifra assolutamente ridicola e marginale. Il paese del bengodi per i sondaggi è la Francia, dove si arriva a 50 milioni di ricavo per i sondaggi pubblicati. Gli altri paesi oscillano tra i 5 milioni dell’Italia e i 50 milioni della Francia”.
Lei si preoccupa di questo rapporto tra pubblico e segreto nei sondaggi? I leader politici sanno molte cose sull’orientamento degli elettori e si comportano di conseguenza. Molti dei loro comportamenti sono dettati dall’esito dei vostri sondaggi. Lei sa meglio di me che questo comportamento ha determinato le fortune di De Gaulle in Francia.
“E’ stato proprio l’atteggiamento di De Gaulle a fare della Francia il paese di Bengodi dei sondaggi. Lui diceva che aveva due istituti di sondaggi ai quali si affidava: il primo gli dava i risultati dei sondaggi il lunedì e l’altro gli consegnava il risultato dei sondaggi il venerdì. De Gaulle aveva il senso dell’interesse del Paese. E decideva sempre in funzione dell’interesse nazionale per il bene della Francia. Ecco perché ci teneva sempre a sapere cosa volevano i francesi per il loro bene. Con questo metodo i sondaggi sono diventati grandi in Francia”.
Anche i sondaggi segreti?
“Ma non ci sono dei sondaggi segreti. Il cliente ha tutto l’interesse a diffondere i sondaggi, soprattutto se questi gli sono favorevoli”.
Il governo ha il diritto di tenere un sondaggio segreto?
“E’ un suo diritto. Lo fanno anche molti privati. Non c’è nulla di male”.
Cosa pensa quando vede il televoto di Skytg24?
“Penso che non sono sondaggi”.
Perché li presentano come sondaggi?
“Per un errore semantico. Il termine sondaggio suona meglio di televoto. Ma una domanda che non si rivolge ad un campione rappresentativo è un altro animale. Solo nel 90% dei casi la tendenza del televoto è simile a quella dei sondaggi. Ma l’esito non è mai lo stesso”.

Quel regolamento è positivo

Intervista a Nando Pagnoncelli Voce Repubblicana del 29 marzo 2011
di Lanfranco Palazzolo


Il varo di un nuovo regolamento sui sondaggi è un fatto molto positivo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos Italia.
Nando Pagnoncelli, cosa dovrebbe cambiare nella presentazione dei sondaggi nel nostro paese? L’Agcom ha elaborato un nuovo regolamento per evitare che in questo settore possano esserci delle manipolazioni da parte di chi non realizza dei veri e propri sondaggi. L’opinione pubblica deve salvarsi dagli stregoni del sondaggio?
“Il varo di un regolamento da parte dell’Autorità garante per le Comunicazioni è molto positivo. Questo regolamento è stato recentemente aggiornato, tenendo conto delle dinamiche più recenti e delle difficoltà che incontrava il precedente regolamento. Quello che oggi deve cambiare è la mentalità sui sondaggi. Il cambiamento più vistoso a cui abbiamo assistito nell’ambito dei sondaggi è il cambiamento della destinazione d’uso. Il sondaggio è uno strumento di conoscenza, che ci aiuta a capire la realtà sociale. In realtà, il sondaggio si è trasformato in uno strumento di propaganda e in uno strumento di previsione. Rispetto alla comunicazione dei sondaggi, ritengo che ci siano dei problemi molto seri di responsabilità sociale. L’utilizzo del sondaggio per accreditare tesi per i successi virtuali di se stessi, per gli insuccessi virtuali dei propri avversari distorce ogni tipo di applicazione. E si va molto al di la di quelle che sono le modalità tecnico-metodologiche per realizzare i sondaggi”.
Che rapporto c’è tra il sondaggio pubblico e quello segreto nel nostro paese? Nel corso di una trasmissione televisiva, lei aveva obiettato ad un esponente della maggioranza di aver citato un sondaggio che non era apparso nel sito sondaggipoliticoelettorali.com. E’ giusto che ci siano molti più sondaggi segreti?
“Sicuramente c’è un problema di questo genere, ma non riguarda il rapporto tra pubblico e segreto. La stragrande maggioranza di sondaggi sono di tipo riservato. Sono degli strumenti strategici che aiutano i committenti a prendere delle decisioni. E’ chiaro che quando cambia la destinazione d’uso del sondaggio questo viene utilizzato a seconda delle convenienze. E quindi i sondaggi tendono ad essere accettati o denigrati a secondo delle convenienze. Ecco perché in quella occasione chiesi a chi aveva citato quel sondaggio di rendere trasparente il metodo con il quale era stato realizzato secondo le regole stabilite dal Garante. Non tutti sono in grado di fare buoni sondaggi seguendo le regole del settore. Ecco perché è necessario conoscere la metodologia del sondaggio”.
Chi è il padre politico dei sondaggi segreti?
“I sondaggi segreti c’erano anche durante il fascismo. Il dittatore spagnolo Franco faceva lo stesso. In Cina si fanno sondaggi, ma nessuno li pubblica”.

lunedì 28 marzo 2011

Pierluigi Bersani con la mano in saccoccia


Ci sono dei manifesti politici che sono creati proprio per far scappare gli elettori. Guardate questo manifesto con il tristissimo Pierluigi Bersani. Oltre ad essere presi da un attacco di depressione ansiosa, questo manifesto è incoerente. Il messaggio del manifesto propagandistico del Pd è totalmente scisso dall'immagine del personaggio che si intende promuovere come leader. Il testo del manifesto è questo: "Oltre l'egoismo c'è una mano tesa". Siamo tutti d'accordo sulla mano tesa. Ma chi la tende? Certo, una mano non si nega a nessuno. Nemmeno a Bersani. Però il segretario del Pd dovrebbe almeno avere la buona creanza di tirare una mano fuori dalle tasche. La mano resta tesa solo a parole. Ci risiamo: la logica della politica sui manifesti è sempre quella di dire, ma non fare. Quelli del Partito democratico sono molto bravi a parlare, ma quando si tratta di trasformare le parole in fatti l'immagine li tradisce. Segno dei tempi. La politica non è più in grado di mentire a se stessa e ai poveri passanti.....

sabato 26 marzo 2011

Il Governo italiano si è comportato bene

Intervista a Enrico Pianetta
Voce Repubblicana del 26 marzo 2011
di Lanfranco Palazzolo

Sulla crisi libica il governo italiano si è comportato benissimo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Enrico Pianetta deputato del Pdl e membro della Commissione Esteri della Camera dei deputati.
Onorevole Pianetta, come è andato il dibattito alla Camera sulle mozioni che hanno riguardato la missione della Nato in Libia? E cosa pensa degli attacchi delle opposizioni contro Berlusconi, che non ha partecipato al dibattito?
“La presenza di Silvio Berlusconi non era assolutamente necessaria. Come al solito le forze politiche caratterizzate dall’antiberlusconismo cercano sempre la polemica contro il Presidente del Consiglio. In aula c’erano il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il ministro degli Esteri Franco Frattini, che hanno svolto una relazione molto ampia per quanto riguarda la politica estera e il nostro sistema di Difesa. La polemica delle opposizioni è del tutto ingiustificata”.
Qual è stato l’aspetto più sgradevole del dibattito alla Camera?
“L’intervento di Antonio Di Pietro. I suoi metodi sgradevoli non si addicono all’autorevolezza del Parlamento. Questa forma di antiberlusconismo dovrebbe lasciare il passo ad atteggiamenti molto più costruttivi da parte delle opposizioni”.
Come ha trovato il comportamento parlamentare della Lega Nord?
“L’ho trovato molto corretto e coerente. La Lega ha manifestato la sua coesione in ragione della posizione assunta dall’Italia in questo momento delicato per la crisi in Libia. La situazione nel Mediterraneo resta molto complessa. La maggioranza si è comportata molto bene in una situazione difficile come questa. Il Governo e i suoi ministri stanno gestendo molto bene la situazione internazionale”.
Qualcuno ha detto che la maggioranza è stata salvata dalle numerose assenze nelle file dell’opposizione.
“La maggioranza non ha problemi di numeri. In aula non si è avvertita nessuna tensione. Eravamo tutti tranquilli e sereni. Quindi non ci sono stati problemi. Mi dispiace deludere le opposizioni, ma noi non ci siamo sentiti mai in difficoltà nel corso di questo confronto parlamentare. Il fatto stesso che la maggioranza abbia anche votato la mozione Franceschini significa che abbiamo in tutti i modi tentato di rendere unitaria la posizione del Parlamento italiano su un tema delicato, sul quale il Presidente della Repubblica ha chiesto il massimo della coesione politica. In questo caso è in gioco la capacità dell’Italia di esprimersi adeguatamente. La maggioranza ha dato testimonianza di questo atteggiamento”.
Fonti americane hanno parlato di contatti tra gli ambienti di Gheddafi e il Governo americano per uscire dalla guerra con un accordo. Ci crede?
“Se si tratta di evitare inutili bagni di sangue e trovare una soluzione diplomatica al conflitto, questi contatti sono auspicabili”.

venerdì 25 marzo 2011

Due perle dell'ANSA


Per la gioia dei vostri occhi ecco due titoli di agenzia dell'Ansa sbagliati. Buon divertimento con l'Ansa.

Meglio soli che con l'Udc e il Fli

Voce Repubblicana del 25 marzo 2011
Intervista a Massimiliano Fedriga
di Lanfranco Palazzolo

A Trieste non vogliamo andare con Udc e Fli. Lo ha spiegato alla “Voce” il deputato della Lega Nord Massimiliano Fedriga, candidato della Lega Nord alle prossime elezioni comunali di Venezia.
Onorevole Fedriga, perché la Lega ha deciso di presentarsi da sola alle prossime elezioni amministrative di Trieste?
“Noi siamo stati molto chiari con il Popolo delle libertà. Abbiamo subito detto che non vogliamo far parte di coalizioni dove siano presenti anche Udc e Fli. La situazione attuale vede il Pdl alleato di queste due forze che contrastano la politica della maggioranza a livello nazionale. Queste forze politiche sono a favore della concessione rapida della cittadinanza italiana agli immigrati, contro la nostra battaglia per una maggiore sicurezza dei cittadini. Inoltre, queste due forze politiche sono nettamente contrarie al federalismo. Con queste premesse noi non potevamo pensare di portare avanti un progetto politico condiviso che porti anche ad una buona amministrazione. Naturalmente siamo disponibili ad un ripensamento nel caso in cui il Pdl decida di essere coerente con la battaglia politica che stiamo portando avanti in tutti i territori. Non ne vogliamo sapere di forze politiche che a Roma dicono una cosa e che altrove ne fanno un’altra. Ritengo che sia necessario avere rispetto per gli elettori e per i cittadini”.
Qual è la consistenza politica della Lega Nord a Trieste?
“Nel nostro territorio la Lega ha avuto una crescita molto forte. Ricordo che nel 2006 era un piccolo partito con l’1,4 per cento. Adesso, in base alle proiezioni che abbiamo a disposizione, ci attestiamo intorno all’1 per cento”.
Perché la Lega ha sempre stentato a crescere nelle Regioni del Nord con uno Statuto speciale?
“Io posso parlare per il mio territorio. Quando la Lega si è affermata – mi riferisco agli anni ’90 – era il primo partito cittadino di maggioranza relativa. La crescita di Forza Italia e alcune situazioni particolarmente sfortunate ci hanno penalizzato molto. La nostra è una regione dove sono presenti anche molti cittadini stranieri che provengono dall’Istria e che hanno un attaccamento particolare alla propria nazione d’origine (Slovenia e Croazia). Questo sentimento non era molto favorevole alla politica fortemente autonomista della Lega Nord. In un secondo tempo, queste persone hanno compreso che la Lega vuole lo sviluppo delle peculiarità del territorio giuliano e che portiamo avanti una politica di reale cambiamento presentando volti e persone nuove”.
Il centrosinistra cercherà di sfruttare le divisioni del centrodestra?
“Le forze politiche di centrosinistra non godono di una grande credibilità a Trieste. Il centrosinistra ha messo insieme a Trieste una coalizione dove c’è di tutto. E’ impossibile che riescano a governare la città”.

giovedì 24 marzo 2011

Il bicameralismo funziona?

L’Unione Interparlamentare, organizzazione internazionale che riunisce i rappresentanti dei parlamenti degli stati sovrani del mondo, presenta, all’interno del suo database sulla struttura dei parlamenti nel mondo, un censimento delle assemblee legislative in base alla struttura monocamerale o bicamerale dell’organo.
Il dato complessivo presentato, in particolare, evidenzia l’esistenza di 77 parlamenti bicamerali, pari al 40,31% del totale, e di 114 parlamenti monocamerali, pari al 59,69 del totale dei paesi considerati.
Nonostante tale dato e nonostante, a partire dalla Rivoluzione francese, molti autori abbiano dato un fondamento teorico e storico alla corrispondenza tra il principio della sovranità popolare e l’esistenza di un’unica camera, identificata come espressione migliore dell’idea democratica, la maggioranza degli stati democratici e liberali del mondo ha una struttura parlamentare bicamerale.
Numerose sono le ragioni della prevalenza del bicameralismo, anch’esse di natura teorica, storica ed istituzionale, riconducibili all’influenza del modello bicamerale inglese sul costituzionalismo degli Stati liberali nel XIX secolo, alle quali si affiancano altre motivazioni politiche, collegabili originariamente alla funzione moderatrice della Camera alta nei confronti della Camera bassa, eletta a suffragio allargato e poi universale.
L’evoluzione successiva del modello bicamerale attesta inoltre un’importante relazione con la forma di Stato del paese, mostrando una forte corrispondenza tra sistemi federali ed adozione del bicameralismo. L’esistenza di una seconda camera con funzioni di rappresentanza delle diverse istanze territoriali subnazionali (statali, regionali e locali) costituisce quindi un tratto distintivo del modello bicamerale attuale.
In tale prospettiva, gli elementi fondamentali, considerati dalla letteratura esistente sui modelli di bicameralismo, sono generalmente riferiti a due aspetti: la modalità di composizione delle Camere alte e la distribuzione dei poteri e delle competenze tra le due camere.
Per quanto riguarda la composizione delle Camere alte, stante l’universale formazione di tutte le Camere basse mediante il suffragio universale e diretto, sono generalmente adottate le seguenti suddivisioni, le quali prendono come termine di riferimento il diverso grado di rappresentatività delle autonomie territoriali nelle seconde camere, al di là delle modalità di elezione adottate (elezione diretta dal corpo elettorale, elezione indiretta da parte dei parlamenti degli stati della federazione o delle regioni, nomina, sistema misto, …):
· rappresentanza paritaria delle istanze territoriali;
· rappresentanza proporzionale rispetto alla popolazione;
· rappresentanza mista.
La rappresentanza paritaria, o tendenzialmente paritaria, delle autonomie territoriali tende a sovrarappresentare le unità più piccole di una federazione.
Sono abitualmente inseriti in tale ambito, come esempi particolarmente significativi, paesi come gli Stati Uniti d’America, dove i 100 senatori sono eletti nel numero di 2 per ciascuno dei 50 stati della federazione, prescindendo dalla popolazione degli stati, e la Svizzera, dove i 46 membri della seconda camera sono formati da 2 rappresentanti per ognuno dei 20 cantoni principali e da 1 rappresentante per ciascuno dei 6 cantoni nati dalla divisione di due cantoni originali (“mezzi cantoni”). Ad essi vengono aggiunti, tra gli altri, l’Argentina, l’Australia, il Brasile, la Russia, il Sudafrica e il Venezuela.
La rappresentanza proporzionale, anche se non identica a quella delle camere basse, mira a favorire invece una composizione tendenzialmente proporzionale alla popolazione interna alle diverse entità territoriali.
Diversi gradi di proporzionalità sono stati individuati, su tale versante, dalla dottrina, che considera generalmente l’Austria tra gli esempi di maggior proporzionalismo (elezione dei membri del Bundesrat da parte dei parlamenti dei Laender, con numero dei seggi variabile in proporzione alla popolazione), seguita dall’India, mentre la Germania (elezione dei membri del Bundesrat da parte dei governi dei Laender secondo un criterio ponderato e crescente, ma in modo inversamente proporzionale alla popolazione) e la Francia, come esempio di Camera alta “non federale”, sono collocate tra i casi di minore proporzionalità.
Criteri misti, con forme di rappresentanza territoriale assieme ad altre modalità di scelta, sono infine adottati in altri paesi federali.
Esperienze europee di rilievo, a tale proposito, sono considerate quelle del Belgio (una parte dei senatori è eletta a suffragio universale, un’altra parte è designata dai consigli delle Comunità ed una terza quota è cooptata dai senatori stessi) e della Spagna (una parte dei senatori è eletta direttamente all’interno delle province, mentre un’altra parte è designata dalle assemblee delle Comunità autonome).
Con riguardo alla distribuzione dei poteri e delle competenze tra le due camere, il modello assolutamente prevalente è quello che dota i due rami del Parlamento di funzioni differenziate (bicameralismo asimmetrico), in cui si verifica che le competenze della Camera alta sono recessive rispetto a quelle della Camera bassa. Tra i pochi esempi di bicameralismo completamente paritario o perfetto, oltre all’Italia, è annoverato il caso della Romania. Prendendo in esame l’aspetto maggiormente qualificante le assemblee parlamentari, la funzione legislativa, il principio della pari partecipazione delle camere è presente anche in qualche altra esperienza.
Le stesse competenze in materia legislativa sono assegnate alle due camere dalla Costituzione della Svizzera (in un sistema connotato dall’ampio ricorso allo strumento del referendum) così come, con limitate eccezioni, dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America (in un sistema presidenziale dove un ruolo decisivo appartiene al Presidente, dotato del potere di veto sui progetti approvati dal Congresso). Modelli tendenzialmente paritari, con qualche eccezione, sono rinvenibili nelle costituzioni di altri paesi a struttura federale come Argentina,, Australia, Brasile, Canada e Messico.
La maggioranza delle costituzioni prevede invece procedure di partecipazione non paritaria all’attività legislativa.
Oltre alle significative esperienze di poteri asimmetrici tra le due camere dei parlamenti di Francia e Gran Bretagna, anche nei paesi a struttura federale la partecipazione differenziata all’attività legislativa è ampiamente rappresentata. Di particolare rilievo i casi della Germania dove, anche a seguito delle recenti riforme costituzionali, il potere di codecisione del Bundesratè stato ridotto, del Belgio (con indicazione di alcune materie per le quali il Senato partecipa su un piano di uguaglianza, mentre nelle restanti l’iter si conclude con il voto prevalente della Camera dei Rappresentanti), della Spagna (con il Senato che interviene in seconda lettura ed il Congresso dei Deputati che, anche in caso di apposizione di veto sospensivo, approva sempre, in via definitiva, i progetti di legge in terza lettura) e dell’Austria (dove i poteri di veto sospensivo del Bundesrat sono scarsamente esercitati). Al di fuori dell’Europa, egualmente asimmetrici sono i poteri delle camere in Giappone, India, Russia e Sudafrica.
Nel dibattito degli studiosi è sovente considerata, in relazione al profilo dell’attività legislativa, anche la questione della qualità della legislazione, con i fautori del bicameralismo i quali sostengono che l’esame dei progetti di legge in due camere, con partecipazione incisiva di entrambi i rami del Parlamento, produca una legislazione più ragionata, equilibrata e, quindi, di livello qualitativo migliore; all’opposto i sostenitori dell’unicameralismo o, in ogni caso, di un bicameralismo differenziato con riguardo all’attività legislativa, pongono l’accento sulla maggiore lentezza del processo decisionale e sulla necessità di dover tener conto di diverse istanze rappresentate, raggiungendo posizioni di compromesso che determinano spesso esiti contraddittori nella legislazione. Infine, vi è anche chi assume una posizione terza, asserendo che la qualità della legislazione deriva ormai da altri fattori di natura tecnica (esistenza di direttive sul drafting, valutazione sulla fattibilità delle leggi, analisi preventiva di impatto della regolazione, …).
In conclusione, al di fuori dell’attività legislativa, la dottrina evidenzia, in genere, il ruolo di controllo e di garanzia che assumono le seconde camere, come tratto distintivo che caratterizza maggiormente gli esempi di bicameralismo forte. Tale ruolo non implica necessariamente il rapporto di fiducia, che anzi è più spesso riservato esclusivamente alla Camera bassa e che, assieme al ruolo prevalente di questa nel procedimento legislativo ordinario, tende ad assicurare la governabilità e la capacità del Parlamento di assumere decisioni certe entro tempi definiti.
La camera rappresentativa delle autonomie territoriali o di altri interessi non riconducibili direttamente alla maggioranza di governo, è chiamata a svolgere compiti di garanzia del sistema costituzionale e di tutela degli interessi generali, partecipando soprattutto, in posizione di parità con l’altra camera, alla definizione delle regole attuata mediante il procedimento di revisione costituzionale. Un’altra fondamentale funzione di garanzia delle seconde camere consisterebbe nella elezione dei giudici costituzionali o supremi e di quegli altri soggetti collocati in posizione indipendente rispetto agli organi di governo.
Tale vocazione della Camera alta è garantita spesso attraverso la differenziazione dei termini di mandato delle due camere, che prevede una maggiore durata della seconda camera oppure, al fine di rimarcarne il ruolo di garante della continuità e della tenuta del sistema, mediante la previsione di elezioni a rotazione con rinnovi parziali dell’organo, senza scioglimento dello stesso.
Un’ultima annotazione, presente nella letteratura sul bicameralismo, non manca infine di prendere in esame un’altra variabile costituita dalla forma di governo esistente nel paese e dai complessi rapporti che si stabiliscono tra il potere esecutivo ed il potere legislativo, inquadrando il diverso ruolo di contrappeso che possono assumere le camere alte in relazione, tra l’altro, alle diverse funzioni svolte dal Capo dello Stato in un regime presidenziale o parlamentare.

mercoledì 23 marzo 2011

Quella sentenza non parla chiaro

Voce Repubblicana del 24 marzo 2011
Intervista a Gian Enrico Rusconi
di Lanfranco Palazzolo

La sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso è contraddittoria. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” lo storico Gian Enrico Rusconi, docente di Scienze politiche all’università di Torino.
Professor Rusconi, cosa pensa della sentenza della Grande Camera della Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo sul Crocifisso, che legittima l’uso di questo simbolo nelle scuole italiane?
“Ho letto il testo della sentenza sul crocifisso. Leggendo questo testo ho avuto una strana sensazione. Con questa sentenza, i giudici europei si sono nascosti dietro ad un dito. Con l’uso del crocifisso l’Italia è stata accusata di aver colpito i diritti dell’Uomo. Credo che nella sentenza ci sia una frase che dovrebbe scandalizzare i clericali. I giudici sostengono che il crocifisso ‘è una cosa innocua’, che non influenza le coscienze. E’ un paradosso di cui i clericali non si rendono conto. I giudici europei hanno utilizzato la banalizzazione del crocifisso per dimostrare che questo simbolo non lede la libertà di coscienza religiosa. Forse è il peggior affronto possibile per la Chiesa. Questa è la mia valutazione da uomo che ammette di avere delle radici cristiane”.
E’ d’accordo che il crocifisso non influenza la formazione dei giovani studenti?
“Questo non è vero. Non ci sono delle ricerche specifiche su questo aspetto della questione relativa al crocifisso. Negli anni ’90, questo problema è stato affrontato nella Germania che si avviava alla riunificazione. In quel periodo ci fu un conflitto durissimo tra la corte federale del Land della Bavaria e la Corte federale tedesca. Quest’ultima aveva ammesso che la presenza del crocifisso poteva avere un’influenza sui ragazzi. E quindi doveva essere presa in considerazione”.
Quali sono le altre contraddizioni emerse da questa sentenza?
“Tra le altre cose che ho letto sulla sentenza di Strasburgo, i giudici sostengono di non voler entrare nel merito del concetto della laicità dello Stato stabilito dal diritto italiano. Questo significa scaricare ogni responsabilità per questa sentenza sull’Italia. Proprio sul crocifisso la giurisprudenza italiana è molto contraddittoria. Considero la sentenza di Strasburgo come una banalizzazione. Questo significa che il problema non è stato affrontato sul serio dalla Corte costituzionale. Prima, la Corte costituzionale afferma che il crocifisso non fa male a nessuno, dopo ammette di volersi attenere alla contraddittoria giurisprudenza italiana. Queste sono le ragioni che mi portano a giudicare questa come un pronunciamento di basso livello, anche se non sono un giurista”.
Lei cosa pensa del crocifisso?
“Io lo prendo molto sul serio e lo rispetto. Trovo che sia un errore, come ha fatto la Corte di Strasburgo, nel definirlo come un semplice marcatore di identità”.

Non fate pagare le rinnovabili ai consumatori

Intervista a Pietro Giordano
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 23 marzo 2011

Gli incentivi per le energie rinnovabili non devono ricadere sui consumatori. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il segretario dell’Associazione difesa consumatori e ambiente (Adiconsum) Pietro Giordano. Ecco cosa ci ha detto.
Segretario Giordano, l’Adiconsum ha espresso più di una preoccupazione su come vengono utilizzati gli incentivi per le rinnovabili. Cosa pensa della decisione del governo di sospendere gli incentivi all’energie di questo genere, con riferimento al settore dell’energia solare?
“Noi siamo sempre stati d’accordo sull’utilizzo delle cosiddette energie rinnovabili. Non vogliamo che il settore entri in crisi. Noi chiediamo al Governo che gli incentivi alle rinnovabili non ricadano sulle spalle dei consumatori. Forse non lo sanno tutti, ma l’intero carico economico per l’incentivazione alle rinnovabili si scarica sulle bollette dei consumatori. Inoltre, i miliardi di euro che sono stati riversati in questi anni sulle energie rinnovabili non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati: dare una mano all’approvvigionamento energetico del Paese. Le associazioni degli agricoltori ci hanno segnalato che le fonti rinnovabili deprimono lo sviluppo delle colture agricole. Siamo convinti che le energie rinnovabili possono andare avanti senza penalizzare gli agricoltori e senza colpire le bollette degli italiani”.
Dove avete riscontrato i guadagni delle cosiddette ecomafie?
“Prendiamo l’utilizzo dell’energia eolica. Il sistema di incentivi per realizzare gli impianti di questo tipo di energia non ha impedito che le pale eoliche fossero situate in luoghi dove non è permesso metterle. L’eolico porta dei danni gravissimi al turismo e all’agricoltura e alla stessa convivenza civile nelle comunità dove si trovano questi impianti. Le polemiche più grosse ci sono state in regioni del Sud come la Calabria. Tuttavia, questi impianti e lo sviluppo di queste energie non si sono rivelate ancora delle valide alternative al gas e agli idrocarburi”.
Cosa pensano i grandi produttori di energia del settore delle rinnovabili? Ci sono state delle pressioni sul governo per frenare gli incentivi alle rinnovabili?
“Secondo me questi produttori hanno svolto delle pressioni molto forti perché temono di perdere fette di mercato”.
Qual è l’esperienza degli altri paesi dell’Unione europea sulle energie rinnovabili?
“In altri paesi si fanno molti investimenti e c’è attenzione su questioni importanti sulle quali in Italia ci siamo impegnati troppo poco. Mi riferisco alla dispersione dell’energia nelle abitazioni. Nelle case italiane manca totalmente l’isolamento termico, che porterebbe un notevole risparmio di energia. In Germania e nei paesi nordici gli investimenti sono reali. E lo Stato non si comporta come un esattore, come avviene in Italia”.

martedì 22 marzo 2011

Le regioni devono convincersi

Voce Repubblicana del 22 marzo 2011
Intervista a Massimo Polledri
di Lanfranco Palazzolo

Le Regioni devono essere convinte dei benefici dell’energia nucleare e le forze politiche devono prendersi le proprie responsabilità di fronte agli elettori. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato della Lega Nord Massimo Polledri.
Onorevole Polledri, cosa sta accadendo sulla ripresa dell’energia nucleare in Italia? Il Senato deve decidere il metodo con il quale proseguire il rilancio dell’energia nucleare. Cosa accadrà? Le scelte delle Regioni saranno rispettate?
“Il Parlamento italiano ha osservato con attenzione e preoccupazione quello che sta accadendo in Giappone. Vedo che c’è ancora molta confusione. Alcuni esperti parlano di un raggio di sicurezza di 20 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Altri parlano di 80 chilometri. Le uniche cose di cui siamo certi è che il Giappone sta correndo un pericolo al quale sta rispondendo in modo molto compassato e che il vero pericolo è da noi, che siamo molto preoccupati per quello che sta accadendo in quel paese. L’impianto della centrale nucleare di Fukushima risale al 1971. Si tratta quindi di una centrale di seconda generazione”.
Quale ruolo dovranno avere le regioni nella scelta dei siti nucleari?
“Da federalista ed esponente della Lega Nord non posso far altro che concordare con questa scelta di autodeterminazione delle regioni sulla scelta della nascita di siti per nuove centrali nucleari. La procedura della legge che individua le nuove centrali nucleari mira a convincere le regioni per la costruzione di nuove centrali nucleari. Anche la Conferenza Stato Regioni deve esprimersi su questo. E’ chiaro che nessuno vuole una centrale nucleare sotto casa. Nessun politico vorrebbe mai prendersi una responsabilità del genere. Io sono molto più sereno perché vivo a 20 chilometri dalla ex centrale nucleare di Caorso. E’ chiaro che le comunità locali hanno il diritto ad esprimersi, anche con un referendum, sulle centrali nucleari. Anche chi non vuole le centrali dovrà prendersi le sue responsabilità visto quello che sta accadendo in queste settimane con la crisi nel Maghreb”.
Ha mai avuto modo di confrontarsi con le istituzioni locali sulle centrali nucleari.
“Le istituzioni locali non dicono ‘no’ a priori. Ma devono essere convinte. I partiti devono prendersi le loro responsabilità su queste scelte. Servono proprio a questo. In altri paesi si è svolto un dibattito diverso. In Francia e in Gran Bretagna hanno fatto a gara per assicurarsi i benefici del nucleare. E in quei paesi la sicurezza non era affatto in discussione”.
Perché il Governo ha detto stop agli incentivi del fotovoltaico?
“Mi auguro che l’epoca degli incentivi non sia finita. E’ stata una scelta repentina visto che il settore funzionava e che l’energia solare si è dimostrata più efficace dell’energia eolica”.

Halie Selassie I 1930-1973 discorsi scelti

Oggi ho realizzato un'intervista molto interessante per Radio Radicale. Mi riferisco ad un saggio curato da Lorenzo Mazzoni su Halie Selassie I. Ho reputato interessante questo libro perchè difficilmente si parla di politici africani e di statisti di questo continente. Nell'introduzione alla mia intervista ricordo una dichiarazione di Nicolas Sarkozy che, qualche anno fa, aveva dichiarato la sua sfiducia storica nei confronti dell'uomo africano. A questo punto ho rotto gli indugi e ho intervistato Lorenzo Mazzoni. Qui sotto trovate la mia conversazione con Mazzoni. Ah, dimenticavo, viva l'Africa......

sabato 19 marzo 2011

Ultime notizie sulle inquietudini del mondo arabo

EGITTO
In Egitto il 3 marzo il Consiglio supremo delle forze armate ha licenziato il premier che era stato nominato ancora da Mubarak, designando al suo posto Essam Sharaf, già titolare del dicastero dei trasporti qualche anno prima, ingegnere e professore universitario, che aveva partecipato sin dall'inizio alle proteste contro Mubarak.
La designazione di Sharaf, considerata un’altra vittoria dei manifestanti di Piazza Tahrir, è stata salutata con favore da el Baradei, ma con freddezza dai Fratelli musulmani. Lo stesso Consiglio supremo delle forze armate ha indetto per il 19 marzo un referendum sulle modifiche costituzionali, con l'obiettivo prioritario di limitare il mandato presidenziale. Il 5 marzo si è poi aperto il processo contro l'ex ministro dell'interno, con accuse di riciclaggio di danaro e malversazioni: il procedimento appare simbolico nei confronti dell'intero regime di Mubarak e della corruzione di cui è stato accusato dai manifestanti. Nella stessa giornata sono iniziati in diverse località del paese assalti contro sedi del corpo della Sicurezza di Stato, al quale fanno capo la polizia investigativa e quella segreta, certamente invise alla popolazione. Il 6 marzo vi sono stati scontri tra manifestanti ed esercito, intervenuto a protezione di una delle sedi della Sicurezza di Stato.
Il 7 marzo si è avuto il giuramento del nuovo governo, la cui principale novità è stata la sostituzione del ministro degli esteri, con la designazione di un ex giudice della Corte internazionale di giustizia vicino al movimento di el Baradei. Inoltre anche il Dicastero della giustizia ha visto l'arrivo di un nuovo Ministro, impegnatosi nella lotta alla corruzione e nell'assicurazione di procedure e controlli elettorali imparziali. Essam Sharaf ha tenuto a precisare che il nuovo governo si ritiene vincolato ai trattati internazionali vigenti, con evidente allusione distensiva nei confronti di Israele.
Oltre alla questione dell'apparato della Sicurezza di Stato, investito dall'ira dei manifestanti e che vede 47 ufficiali accusati di manomissione e distruzione di documenti, il nuovo governo si è trovato subito di fronte a rinnovate tensioni religiose, dopo l'incendio di una chiesa cristiana copta per una faida familiare tra copti e musulmani. L'8 marzo, dopo tre giorni di proteste seguite all’incendio della chiesa, si è avuta l'uccisione di una donna cristiana in violenti scontri con manifestanti musulmani. Nella notte successiva nuove violenze in tre diversi quartieri della capitale a maggioranza cristiana hanno provocato 13 morti e oltre un centinaio di feriti. Il 10 marzo el Baradei ha finalmente rotto gli indugi annunciando la sua candidatura alle elezioni presidenziali previste nell'anno in corso: el Baradei, tra l'altro, si è detto contrario al referendum del 19 marzo, poiché a suo dire è necessaria una nuova Costituzione, e non semplici emendamenti a quella vigente.

TUNISIA
In Tunisia dopo le dimissioni di Ghannouci, che aveva assunto la responsabilità del governo dopo la caduta di Ben Ali, ma che proprio per lo storico legame con il passato regime era stato sempre contestato dalla piazza, per essere infine sostituito dall'anziano Caid Essebsi, già collaboratore del padre della Patria Bourghiba; il 1º marzo è entrato in crisi anche il secondo governo di transizione dalla caduta di Ben Ali, con le dimissioni dei ministri provenienti dall'opposizione al vecchio regime. Il 3 marzo il Presidente ad interim della Repubblica Mebazaa ha rivolto un discorso televisivo al paese, nel quale ha fissato il calendario per la transizione democratica: il 24 luglio si avrà il primo atto, con le elezioni dell'Assemblea costituente. Lo stesso Mebazaa ha anticipato che rimarrà in carica oltre la scadenza del suo mandato, quale garante della transizione democratica.
Il 7 marzo il premier Essebsi ha ufficialmente presentato la nuova compagine governativa, nella quale sono stati cambiati solo cinque ministri, ma si tratta di esponenti di precedenti governi sotto il regime di Ben Ali. Nel nuovo governo non è sembrata invece recepita la richiesta di un massiccio ingresso di tecnici, avanzata dal potente sindacato di sinistra Ugtt. Altro segnale di cambiamento è stato fornito da Essebsi con l'annuncio dello scioglimento della polizia politica, comprensibilmente odiata dal popolo tunisino. Due giorni dopo, il 9 marzo, il tribunale civile di primo grado di Tunisi ha ufficialmente dichiarato lo scioglimento del RCD, partito politico dominante del vecchio regime, del quale è stato anche deciso di liquidare fondi e beni, certamente di cospicua entità.

YEMEN
Nello Yemen non sembra trovare soluzione il contrasto tra il movimento di protesta e il presidente Saleh: decine di migliaia di manifestanti sono tornati in piazza pacificamente nelle strade della capitale il 1º marzo per chiederne le dimissioni, respingendo l'invito del presidente a formare un governo di unità nazionale. Tra l'altro negli ultimi giorni ai giovani universitari si erano uniti esponenti di importanti clan tribali yemeniti e rappresentanti di opposizioni politiche. Il contrasto è proseguito il 4 marzo con grandi manifestazioni nella capitale e sanguinosi scontri tra l'esercito e manifestanti sciiti nel nord del paese: ancora una volta il presidente Saleh ha respinto l'indicazione delle opposizioni di trasferire i suoi poteri entro la fine dell'anno.
La situazione è complicata da rivendicazioni secessioniste degli sciiti nelle province settentrionali e, nel meridione, dai secessionisti di Aden - non a caso il 1º marzo Saleh aveva rimosso i governatori di cinque province meridionali dello Yemen. A tale situazione il presidente in carica ha cercato di reagire nei giorni successivi proponendo il varo di una nuova Costituzione che conceda anche un'ampia decentralizzazione: tutte queste proposte sono state però respinte dal movimento di protesta. Il 12 marzo nuovi scontri in diverse città, con l'uccisione di tre persone, tra le quali un bambino di 12 anni, e un centinaio di feriti, hanno insanguinato nuovamente il paese. Il 13 marzo un manifestante ha perso la vita ad Aden durante l’assalto a un commissariato, mentre gruppi lealisti hanno duramente colpito dimostranti antigovernativi a Sanaa. Il 14 marzo vi sono stati altri 40 feriti in scontri con la polizia, che ha aperto il fuoco in due località a nord-est e ad est della capitale Sanaa.

ALGERIA
In Algeria vi sono state il 3 marzo nuove manifestazioni studentesche contro il Ministero dell’istruzione.

MAROCCO
In Marocco dopo le manifestazioni del 20 febbraio vi è stata una forte iniziativa della monarchia: il 9 marzo il re Mohammed VI ha annunciato una riforma costituzionale globale con in vista l'espansione delle libertà individuali e collettive. La riforma, il cui articolato sarà presentato al sovrano da un'apposita commissione entro il prossimo mese di giugno, avrà come elementi qualificanti il rafforzamento dello status politico del primo ministro - che sarà scelto nei ranghi del partito politico vincente nelle elezioni per la Camera bassa -, nonché il raggiungimento di uno status indipendente per la magistratura. E’ inoltre prevista l'introduzione di una dimensione regionale per il Regno del Marocco, con particolare riguardo alle province, da decenni contese con il Fronte Polisario, del Sahara occidentale. Nonostante queste aperture, gravi scontri si sono verificati il 13 marzo a Casablanca.

GIORDANIA
In Giordania, a fronte delle resistenze della monarchia ad avviare un processo di costituzionalizzazione, migliaia di persone hanno dato seguito all’invito degli islamisti a manifestare per riforme politiche.
Nel Bahrein il movimento di protesta guidato dagli sciiti ha presentato al governo la richiesta di dar vita a un’Assemblea per le riforme costituzionali. Dopo scontri tra giovani sciiti e sunniti (questi ultimi pro monarchia) sono stati formulati appelli alla distensione. Presidi di manifestanti hanno costantemente occupato parte della centrale Piazza della Perla. Il 13 marzo decine di persone sono state ferite nel tentativo di occupare il centro finanziario della capitale Manama, mentre il re si è detto disposto a un dialogo sulle principali questioni sollevate dai manifestanti. Intanto però il 14 marzo la forza militare stanziata in Bahrein dal Consiglio di cooperazione del Golfo è stata integrata da un migliaio di soldati sauditi, allo scopo di proteggere infrastrutture strategiche del paese.

ARABIA SAUDITA
In Arabia Saudita hanno preso vita alcuni fermenti di protesta, e un più deciso movimento di piazza da parte della minoranza sciita della parte orientale del paese. In particolare, duemila imprenditori, professori universitari, e liberi professionisti sono stati firmatari di differenti appelli al re Abdullah per una profonda riforma costituzionale del Regno. Gli sciiti della provincia di Qatif sono tornati a più riprese a chiedere la fine delle discriminazioni confessionali e una maggiore rappresentatività nelle istituzioni.
Le autorità saudite hanno comunque predisposto notevoli contromisure di sicurezza per far fronte a ogni evenienza: parallelamente, tuttavia, si è incaricato un centro studi di aprire il dialogo con i sudditi e, con un gesto davvero inedito, il re Abdullah ha deciso di ricevere esponenti sciiti della regione del Qatif. Subito dopo il rientro in patria di due settimane fa, il sovrano aveva inoltre promesso regalie e sussidi ai sudditi per un totale di circa 36 miliardi di dollari, oltre a massicci investimenti in borsa a sostegno del mercato interno in flessione. L’11 marzo la prevista “giornata della collera” è andata praticamente deserta.

ALTRI PAESI
Inquietudini hanno percorso anche l’emirato del Qatar e il sultanato dell'Oman, nel quale è stato intrapreso un consistente rimpasto di governo. Perfino nel Kuwait l’8 marzo vi sono state piccole dimostrazioni contro il governo, e per ottenere alcune riforme.

IRAQ
Anche in Iraq il diffuso malcontento nella capitale ha indotto alle dimissioni il sindaco di Baghdad. Tuttavia il giorno successivo (4 marzo) migliaia di manifestanti sono tornati a protestare contro corruzione, disoccupazione e incompetenza degli amministratori.

Le ultime due settimane della crisi libica

La prima metà del mese di marzo, in riferimento alla situazione dei combattimenti in Libia, ha visto progressivamente sfumare le aspettative di una rapida vittoria della ribellione a Gheddafi, mentre si assiste a una controffensiva delle forze a lui fedeli che appare al momento prevalere. Seppure a prezzo di furiosi bombardamenti aerei e combattimenti sul terreno, le forze filo-governative sono riuscite infatti a spezzare completamente l'assedio che progressivamente pareva stringere la capitale Tripoli, riconquistando posizioni ad ovest e soprattutto ad est, dove è stato completato l'accerchiamento della città di Misurata, respinto l'attacco contro Sirte – città natale di Gheddafi -, e, a quanto sembra, riconquistata la città di Marsa Brega, che dista poco più di 300 km dalla roccaforte dei ribelli, la città di Bengasi.
Tra l’altro il 13 marzo per la prima volta un intervento di un leader di Al Qaida ha spronato gli insorti a proseguire la lotta, dando così in parte ragione agli spettri agitati da Gheddafi all’inizio della rivolta, accusando i ribelli di essere terroristi privi di orizzonte politico e miranti solo a destabilizzare il Paese.
A fronte dei successi che sembra riportare sul campo, il leader libico ha dovuto però registrare il 14 marzo la messa al bando sua e del suo entourage da parte della Russia, paese in cui sarà loro interdetta anche qualsiasi operazione finanziaria.
Per quanto concerne le iniziative della Comunità internazionale, dopo una prima fase in cui è stato demandato all'iniziativa dei governi nazionali il blocco dei beni e delle partecipazioni azionarie riconducibili a Gheddafi e alla sua cerchia di potere - si parla di investimenti pari a 100 miliardi di euro in immobili, fondi e una sessantina di società straniere -, il 3 marzo è entrato in vigore un regolamento dell'Unione europea che prevede una serie misure di congelamento dei beni di persone fisiche riconducibili al colonnello libico. Il 4 marzo, poi, l'Interpol ha diramato un ordine di allerta globale volto a impedire a Gheddafi ed altri 15 membri della sua cerchia, tra i quali alcuni familiari, di lasciare il paese, in relazione alla pericolosità dei loro spostamenti, che include la necessità di bloccarne i beni.
Il 5 marzo si è riunito in Italia il Comitato di sicurezza finanziaria, per verificare il livello di applicazione delle misure già decise a livello europeo, in particolare per chiarire al sistema finanziario italiano la portata delle misure già deliberate. Nei giorni successivi è apparso chiaro che l’Unione europea muoveva verso l'estensione – poi entrata in vigore l’11 marzo - a tutti gli effetti delle misure già adottate ad altre tre entità libiche le quali, pur figurando formalmente come entità istituzionali del paese africano, sono da ricondurre all'entourage di Gheddafi - e in particolare la LIA (Libyan Investment Authority), ovvero il fondo sovrano d'investimento libico, detentore di quote in Unicredit, Finmeccanica ed ENI.
Nel periodo di riferimento è proseguito il dibattito sull'ipotesi di istituire sui cieli libici una no fly zone, richiesta ben presto con forza anche dai combattenti contro il regime di Gheddafi, preoccupati della ripresa delle truppe a lui fedeli. Tuttavia, prevedendo in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l'opposizione cinese e la possibile opposizione russa, sia la NATO e l'Unione europea, sia gli Stati Uniti, non hanno dato seguito a tale ipotesi: a tale proposito, il 7 marzo il ministro degli affari esteri Frattini ha dichiarato la disponibilità italiana a consentire l'uso delle basi aeree di Sigonella e Gioia del Colle, beninteso, sempre secondo Frattini, per operazioni con il consenso dell'ONU, della Lega araba e dell'Unione africana.
Nonostante le pressioni francesi - Parigi ha riconosciuto ufficialmente il Consiglio nazionale libico di Bengasi e ha caldeggiato per bocca del presidente Sarkozy l'effettuazione di bombardamenti mirati sulla Libia -, il segretario generale della NATO Rasmussen ha ribadito l'indispensabilità di un mandato ONU e di un appoggio a livello regionale per l'attuazione di qualsiasi operazione militare in Libia.
Va rilevato tuttavia che dalla riunione dei Ministri degli esteri della Lega araba del 12 marzo è venuto l'esplicito invito alle Nazioni Unite a decidere immediatamente l’istituzione di una no fly zone sulla Libia. La posizione della Lega araba è collegata al giudizio sui crimini e le gravi violazioni commesse da Gheddafi contro il popolo libico, che lo privano di qualsiasi legittimità. La Lega araba ha invece demandato agli Stati membri la decisione circa la partecipazione ad eventuali azioni militari decise dalle Nazioni Unite, se da queste richiesta. Infine, con quello che è sembrato un riconoscimento di fatto, la Lega araba ha deciso di avviare canali per un contatto con il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, anche a scopo umanitario.
Il 10 ed 11 marzo vi è stata un vero e proprio tour de force politico-diplomatico a Bruxelles, con la riunione presso la NATO dei Ministri della difesa dei paesi membri, con una sessione del Consiglio affari esteri dell'Unione Europea e con il Consiglio europeo straordinario dedicato alla crisi nordafricana.
I Ministri della difesa della NATO hanno raggiunto un'intesa per accrescere la presenza di forze navali dell'Alleanza nel Mediterraneo centrale, per far fronte a ogni evenienza nelle circostanze correnti e accrescere la capacità di monitoraggio, anche in riferimento all'embargo sulle armi deliberato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1970. Inoltre i Ministri della difesa hanno deciso di delegare alle autorità militari lo sviluppo di un piano dettagliato per l'assistenza umanitaria.
Il Consiglio dei Ministri degli esteri dei Paesi membri dell'Unione europea ha dal canto suo proceduto ad estendere la portata delle sanzioni nei confronti di attività finanziarie ed investimenti della Libia (V. supra).
Per quanto infine riguarda il Consiglio europeo straordinario dei Capi di Stato e di governo, esso ha ribadito la perdita di qualunque legittimità da parte del regime di Gheddafi, che ha cessato di essere un interlocutore per la UE. Ciò non significa peraltro un riconoscimento politico del Consiglio nazionale provvisorio di Bengasi, considerato meramente uno degli interlocutori dell'Unione europea.
In riferimento ad eventuali azioni militari la propensione francese e britannica è stata invece frenata dalla Germania, con il sostegno dell'Italia e della Spagna. Il Consiglio europeo ha piuttosto insistito sulla necessità di tenere al più presto un summit tra l'Unione europea, l'Unione africana e la Lega araba, per raggiungere posizioni comuni, senza le quali ogni azione militare è impensabile. Per la prima volta, con soddisfazione del Governo italiano, è stata riconosciuta la necessità di una solidarietà nei confronti degli Stati dell'Europa meridionale più direttamente esposti ai movimenti migratori conseguenti alla vasta crisi in atto nel Nordafrica.
Per quanto concerne la situazione umanitaria, all'inizio di marzo è sembrata aggravarsi per le migliaia di profughi già entrati in Tunisia dalla frontiera libica, mentre numerosi altri premevano per passare. La maggior parte di questi profughi risultavano essere di nazionalità egiziana, impiegati con varie mansioni in Libia. La polizia tunisina si è trovata a gestire con difficoltà l'emergenza, talvolta anche con mano pesante.
L'Italia ha prontamente deciso di far fronte alla difficile situazione, affiancando al personale delle Nazioni Unite già presente in loco una missione umanitaria, decisa dal Governo in un vertice serale del 1º marzo, con l'obiettivo di partire dall’Italia entro due giorni. Lo scopo della missione è stato sin dall'inizio esplicitamente, al tempo stesso, quello di fornire aiuti umanitari ai profughi già passati in Tunisia, ma anche di operare un controllo che ne prevenisse l'esodo verso l'Italia.
Nei confronti del nostro Paese Gheddafi ha replicato con durezza al presidente del Consiglio Berlusconi - che aveva detto che il leader libico non gestiva più il paese - ricordandogli l'identificazione tra la Libia e la famiglia Gheddafi. Le iniziative del Governo italiano sono state poi estese anche alla fornitura di aiuti umanitari a Bengasi, e, su richiesta del governo egiziano, l'Italia si è assunta il compito, tramite il Ministero della difesa, di rimpatriare con navi ed aerei militari parte dei profughi ammassati nell'area di prossimo dispiegamento della missione umanitaria italiana.
Le criticità per l’Italia della situazione libica e le linee-guida del Governo per la gestione dell'emergenza umanitaria prodottasi nell'area mediterranea sono state al centro dell’intervento del Ministro dell’interno, Roberto Maroni, presso le Commissioni congiunte Affari costituzionali ed Affari esteri dei due rami del Parlamento il 2 marzo 2011. Il Ministro ha dapprima sottolineato l’entità e il carattere nuovo della prima ondata di immigrazione dal Nord Africa, ponendo in rilievo il rischio che, essendo venuta meno la collaborazione con le autorità libiche per prevenire le partenze da quel paese, un’attenuarsi degli scontri ora in atto potrebbe vedere una seconda e ben più massiccia fase di partenza di immigrati. La maggiore preoccupazione, tuttavia, è rappresentata secondo l’On. Maroni dall’emergenza umanitaria già in atto a cavallo del confine libico-tunisino, con oltre centomila persone in fuga dagli scontri in atto in Libia. Di fronte alla lentezza della risposta internazionale, l’Italia farà partire con effetto immediato una missione umanitaria, realizzando anche, in territorio tunisino, un campo profughi, misura indispensabile per evitare il possibile prossimo riversarsi di questa marea umana sulle nostre coste. Infine il Ministro, segnalando i pericoli che la situazione libica possa evolvere verso uno scenario di tipo somalo, con pericolose infiltrazioni del terrorismo rappresentato nell’area da Al Qaida nel Maghreb, ha ricordato le richieste che i Paesi meridionali della UE, su iniziativa proprio dell’Italia, hanno rivolto all’Unione europea, tra le quali quella di ampliare le competenze dell’Agenzia Frontex, facendo il soggetto gestore delle crisi migratorie, e quella di render possibile una ridistribuzione equa dei richiedenti asilo nell’intero territorio europeo.
Una più ampia e recente illustrazione delle posizioni italiane sulla questione libica è stata resa in occasione delle comunicazioni del Governo alle Commissioni riunite Affari esteri e Politiche dell'Unione europea dei due rami del Parlamento, in ordine al Consiglio europeo straordinario dell'11 marzo, dedicato essenzialmente alla questione libica.
Nella seduta del 9 marzo 2011 il Ministro degli Affari esteri Frattini ha delineato anzitutto i compiti dell'Unione europea e dell'Italia. L'Europa dovrà assumere una forte responsabilità politica per mettere di nuovo in primo piano la questione del partenariato euromediterraneo: il nostro Paese dovrà esercitare un’influenza determinante in tal senso, contribuendo a far superare visioni ormai anacronistiche ed errate per le quali l'elemento della stabilità ha fatto premio in passato sull'elemento della promozione della democrazia. Quanto alla situazione in Libia, il Ministro l'ha definita come una vera propria guerra civile in atto, mettendo in luce l'impossibilità che la Comunità internazionale consideri per l'avvenire il regime di Gheddafi come proprio interlocutore. L'isolamento del regime libico vede ormai la convergenza dell'Occidente e del mondo arabo. Alla luce di quanto esposto, il Ministro ha fornito un elenco delle questioni da affrontare al Consiglio europeo, ovvero anzitutto la conferma della scelta multilaterale per qualsiasi tipo di decisione, poi l'azione umanitaria, collegata all'impatto migratorio potenziale dei rivolgimenti nordafricani, proseguendo con le iniziative per proteggere la popolazione civile libica dalle violenze, per finire con una discussione sulle sanzioni e la loro efficacia. Il Ministro Frattini ha riconosciuto che, seppure con tutta la discrezione del caso, l’Italia ha intrapreso contatti anche con il Consiglio nazionale temporaneo proclamato dai ribelli a Bengasi, con il quale il nostro Paese ha concordato sull'assoluta necessità di mantenere l'integrità territoriale della Libia, senza di che si potrebbe assistere a una situazione di tipo somalo alle nostre frontiere mediterranee. Lo stesso Consiglio nazionale temporaneo ha peraltro espresso con nettezza la propria contrarietà all'ipotesi di una presenza militare straniera, il che aumenta la necessità di considerare seriamente la possibilità dell'imposizione di una no fly zone, per impedire ulteriori e forse più pesanti bombardamenti dell'aviazione di Gheddafi. Per quanto concerne l'azione umanitaria il Ministro ha posto in luce la tempestività dell'azione unilaterale dell'Italia in presenza di un forte ritardo europeo, illustrandone i diversi aspetti. L'Italia è tuttavia consapevole di non poter continuare da sola in tale compito, nel quale deve essere affiancata, oltre che dall'ONU - del resto già presente sul campo - anche dall'Unione europea, per affrontare anche la condizione potenziale di migliaia e migliaia di migranti o richiedenti asilo. Posto in luce che la possibilità dell'imposizione della no fly zone registra ancora numerosi dissensi nella Comunità internazionale, il Ministro ha anticipato che l'Italia sottoporrà alla discussione, al Consiglio europeo, un'iniziativa navale mediterranea congiunta dell'Unione europea e della NATO per assicurare il rispetto delle sanzioni internazionali già deliberate, tra le quali figura quella dell'embargo sulle armi. Le Nazioni Unite dovranno poi rapidamente predisporre una missione in Libia per una constatazione dello stato dei luoghi, dalla quale emerga l’entità dei bombardamenti effettuati su postazioni civili dall'aviazione di Gheddafi. Sull'apparato sanzionatorio, il Ministro ha riferito dell'approvazione di un ulteriore livello di sanzioni economiche da parte dell'Unione europea, concernente la Banca centrale libica, nonché gli investimenti e le partecipazioni azionarie detenute da altre entità finanziarie della Libia, incluso il fondo sovrano di investimento. Il Ministro ha poi accennato all'opportunità di un nuovo Piano Marshall per il Mediterraneo, sottolineando come finalmente la Commissione europea abbia deciso lo stanziamento di una somma fino a 10 miliardi di euro per i paesi della sponda sud del Mediterraneo, nel quadro della già annunciata trasformazione dello strumento finanziario euromediterraneo gestito dalla Banca europea degli investimenti in una vera e propria Banca per il Mediterraneo. In questo quadro sarà possibile affiancare agli sforzi di promozione dello sviluppo socio-economico e del settore privato le questioni della collaborazione politica e di sicurezza e quelle relative alla cultura e alla società civile, per imprimere una svolta decisiva in direzione della democrazia. Infine, il Ministro Frattini, in analogia a quello che fu alla fine degli Anni Settanta la Conferenza di Helsinki, ha tratteggiato il progetto di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, capace di coinvolgere gli Stati Uniti, l'Europa, i paesi arabi della regione e la Turchia, tentando di superare finalmente l'opposizione di blocchi ideologici, religiosi e di altro genere che hanno finora pregiudicato il dialogo euromediterraneo: in quest'ottica il Ministro ha auspicato che l'Europa politica riesca a giocare un ruolo stavolta di avanguardia rispetto agli stessi Stati Uniti, e in ciò l'Italia si pone quale fattore propulsore.