sabato 30 aprile 2011

E il 1 maggio i negozi riaprono

Voce Repubblicana 30 aprile 2011
Intervista a Giovanni Terzi
di Lanfranco Palazzolo

Non abbiamo obbligato i commercianti a tenere aperti i loro esercizi il 1 maggio, ma abbiamo voluto dare la facoltà di farlo perché ce lo hanno chiesto. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’assessore al Commercio del Comune di Milano Giovanni Terzi, candidato della Lista Milano al Centro in vista delle prossime elezioni amministrative del capoluogo lombardo.
Giovanni Terzi, i sindacati hanno attaccato pubblicamente la scelta del Comune di Milano di dare il permesso ai commercianti di tenere aperti gli esercizi commerciali il 1 maggio. Perché avete fatto questa scelta?
“La decisione di dare la facoltà ai commercianti di lasciare aperti gli esercizi il 1 maggio è nata nella maniera più semplice possibile e al di la di qualsiasi tipo di ideologia. Alcuni commercianti ed artigiani hanno messo in pratica alcune iniziative, presentando alcune istanze al mio assessorato, chiedendo loro stessi di tenere aperti i negozi nella giornata del 1 maggio. Hanno presentato questa domanda anche alcune associazioni di Via. E’ stata una richiesta che è nata dal basso in una giornata che viene considerata speciale a Milano non solo per la festività della festa dei lavoratori. Da queste istanze ho ritenuto di dare la facoltà ai commercianti di lasciare aperti i negozi”.
Negli anni precedenti avete messo in atto questa iniziativa. I sindacati sono intervenuti con una polemica strumentale?
“Secondo me si tratta di una polemica inutile più che strumentale. Io non ho detto che i negozi devono restare aperti il 1 maggio e che questo obbligo debba essere esteso sempre in questa ricorrenza. Io ho solo detto che quest’anno c’è l’opportunità di tenere aperti gli esercizi commerciali. In questo caso abbiamo voluto dare l’opportunità a tutti coloro che avevano richiesto di tenere aperto, che erano tanti. L’alzata di scudi dei sindacati e la minaccia di uno sciopero contro questa iniziativa è un sistema molto desueto. Con queste polemiche il 1 maggio diventa per Milano una giornata piena di fibrillazioni di cui la città non ha bisogno in questo momento. I sindacati si devono assumere la responsabilità e la paternità di queste polemiche”.
In altre città, governate dalle sinistre, quando si è presa una decisione simile, ci sono state le stesse polemiche?
“Io vedo che il segretario della Cisl Bonanni si è comportato con grande saggezza, lasciando al territorio le decisioni sulla scelta di restare aperti. Credo che a Milano si giochi una partita molto diversa. Lo sciopero è strumentale. Ecco perché questo atteggiamento non mi piace. Noi non abbiamo obbligato i commercianti a tenere aperto, ma abbiamo voluto dare un’opportunità ai commercianti e ai cittadini. Forse è proprio questo che ci divide da una parte del centrosinistra. La polemica di questi giorni lo dimostra”.

Se la sinistra perde non è colpa nostra

Intervista a Mattia Calise
Voce Repubblicana del 28 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Per mesi il centrosinistra ci ha definiti come il simbolo dell'antipolitica. Oggi vengono a chiederci il voto. Ma non hanno mai appoggiato le nostre battaglie. Lo ha detto alla “Voce” Mattia Calise, il giovanissimo candidato sindaco del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali di Milano.
Mattia Calise, come è nata l'idea della sua candidatura alle elezioni comunali di Milano?
“La mia candidatura è nata dalla mia passione per la politica evitando la dicotomia tra destra e sinistra. Sono innanzitutto un attivista del Movimento Cinque stelle sul territorio. E per questo ho accettato volentieri la proposta di fare il candidato sindaco per il Movimento 5 stelle. Come Movimento abbiamo fatto delle elezioni interne per eleggere un nostro portavoce. E sono piaciuto ai nostri sostenitori. Per quanto riguarda l'età ho visto che ci sono state delle critiche soprattutto all'inizio. Ma credo che si un bene amare la politica a 20 anni e volerla fare bene. In Italia sono davvero pochi i giovani che hanno posti responsabilità come eletti in enti e organi pubblici. Sappiamo perfettamente che il nostro Movimento non vincerà queste elezioni amministrative. Ma credo che anche come consiglieri comunali saremo in grado di svolgere un ruolo molto importante”.
La scelta del Movimento 5 Stelle di candidarsi da soli alle prossime elezioni amministrative ha attirato molte critiche dal parte di molti esponenti del centrosinistra.
“Noi siamo semplicemente un movimento. Non abbiamo l'ottica dell'alleanza a scopi elettorali. Questo non ci interessa. Voteremo a progetto. Non avremo problemi a votare per questo o quel progetto se lo riterremo a favore degli interessi dei cittadini milanesi. La scelta di fare dei compromessi non ci appartiene. Prima di scendere in campo come cittadini, il Movimento 5 stelle ha chiesto aiuto alle forze politiche tradizionali. Purtroppo non siamo stati ascoltati, soprattutto quando abbiamo avviato la nostra iniziativa su 'Parlamento pulito'. Il Pd non si è schierato. Il centrosinistra ci apre la porta perché vogliono i nostri voti e non perché sono interessati a fare con noi un percorso comune su alcune battaglie. Prima ci consideravano come l'antipolitica. Oggi ci vengono a chiedere il voto”.
In passato siete stati accusati di aver fatto perdere il centrosinistra alle elezioni regionali in Piemonte. E' un'accusa fondata?
“La sconfitta del centrosinistra in Piemonte non è colpa nostra, ma del centrosinistra. La coalizione di centrosinistra ha perso alle ultime elezioni regionali ben 200mila voti. Il nostro Movimento ne ha presi solo 100mila. La loro sconfitta, per poche migliaia di voti, non è imputabile alla nostra lista. Se hanno perso voti è perché non sono stati in grado di dare delle risposte sull'Alta velocità in Val di Susa”.

William & Kate


L'arrivo di Sua Tristezza Reale
 
Kete soddisfatta alla meta
Il principe William ha commesso un errore: non ha usato la brillantina Linetti

La famiglia reale schierata nella barriera a quattro

Il bacio con le mani bloccate








giovedì 28 aprile 2011

Quel regolamento è ingiusto

Voce Repubblicana del 28 aprile 2011
Intevista a Francesco Storace
di Lanfranco Palazzolo

Il Regolamento Rai sulla par condicio sulle amministrative è un’ingiustizia. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il segretario de “La Destra” Francesco Storace.
Senatore Storace, il suo partito ha duramente criticato il regolamento varato dalla Commissione di vigilanza sulla Rai tv in merito al voto per le elezioni amministrative.
“Questo è un regolamento che crea problemi all’informazione di questo paese in vista delle prossime elezioni amministrative. Il letargo in cui è immersa la Commissione di Vigilanza con il suo Presidente Sergio Zavoli è sorprendente. E a me indigna molto. Bisogna alzare il tono della voce per farsi ascoltare da tutte le forze politiche. Quello che accade è riassumibile in questi termini: il regolamento elaborato dalla Vigilanza permette di partecipare alle tribune solo alle forze politiche che hanno gruppi parlamentari rappresentanti in nelle Camere. Lo stesso diritto non è ammesso a chi non ha questa rappresentanza o a chi ce l’ha in forma ridotta. Ci sono gruppi parlamentari che si sono formati in Parlamento senza aver mai preso voti in nessuna competizione elettorale. Mi riferisco a Futuro e libertà, a Coesione nazionale e ai Responsabili. Con tutto il rispetto per questi soggetti, si arriva al riconoscimento per degli spazi televisivi solo per il semplice fatto di aver realizzato una scissione. Io rappresento una forza politica che alle ultime elezioni ha preso molti voti, ma non ha superato la soglia di sbarramento elettorale. Trovo che sia ingiusto dare spazi televisivi a chi non ha mai avuto nemmeno un voto dal corpo elettorale. Siamo di fronte alla classica ingiustizia”.
Il calcolo sugli spazi televisivi andava fatto sulla base della rappresentanza amministrativa invece di quella parlamentare?
“Con le elezioni amministrative le rappresentanze dei gruppi parlamentari c’entrano come i cavoli a merenda. Ho sorriso quando ho ricevuto una lettera delle tribune Rai per la partecipazione di una tribuna elettorale su Pomezia. Tra i partecipanti c’era anche Coesione nazionale. Pensavo che si trattasse di una lista civica. Poi mi hanno spiegato che è il nome di un gruppo parlamentare che si è formato al Senato da parlamentari che hanno abbandonato Gianfranco Fini. Si tratta di una scissione nella scissione. Personalmente sono contento che questi parlamentari siano rientrati nel centrodestra. Ma questo non è un motivo valido per farli partecipare ad una tribuna elettorale per le amministrative di Pomezia”.
Il Presidente della Vigilanza Zavoli si è detto dispiaciuto delle critiche che lei ha mosso al nuovo Regolamento sulle tribune.
“Zavoli ha risposto alle mie critiche su questo regolamento. Il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai ha perso due minuti per rispondermi. E poi ha ripreso a dormire”.

Quella bestemmia dietro il 25 aprile

Voce Repubblicana del 26 aprile 2011
Intervista a Giancarlo Lehner
di Lanfranco Palazzolo

La dicotomia tra fascismo e antifascismo è una bestemmia. Ecco perché dobbiamo fare davvero i conti con la storia della nostra Resistenza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle libertà Giancarlo Lehner.
Onorevole Lehner, anche quest’anno il 25 aprile è stato caratterizzato da un aspro scontro politico. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa è stato duramente contestato.
“In queste critiche non c’è alcun contenuto ideale. Siamo davanti ad una guerra civile continua. Questo conflitto va avanti dal 1945 perché fa comodo alla sinistra. Queste polemiche, che in qualche modo fanno credere all’utilità di questa ‘guerra civile’ tra fascisti e antifascisti, nasce da un grande errore e da una grande viltà: questo paese non ha mai avuto il coraggio di fare i conti con la sua storia”.
A cosa allude?
“Al fatto che non si riesce a fare una riflessione serena e sincera anche sull’antifascismo, che certo non è stato tutto oro. La verità storica è stata cancellata. Infatti, gran parte degli antifascisti provengono pari, pari dal fascismo. A ben vedere, il 90 per cento dell’Intellighezia del Pci nasce dalle colonne della rivista fascista “Primato”. Il critico d’arte Giulio Carlo Argan scriveva su “Primato”, anche Renato Guttuso era fascista. Lo stesso dicasi per Pietro Ingrao. I veri antifascisti come Ugo La Malfa erano in carcere o si nascondevano. Lo stesso Giorgio Bocca, che è stato nella Resistenza, fino al 1942 è stato un antisemita”.
Qual è stato il peggior stereotipo che si è formato sull’antifascismo?
“Lo scontro tra fascisti e antifascisti è una bestemmia culturale. Ecco perché esorterei tutti a fare i conti con la storia. Basta ricordare l’esempio del partigiano Rocca, che comandava una formazione partigiana garibaldina (comunista). Questo personaggio aveva il compito di uccidere personalmente i prigionieri squartandoli a colpi di vanga. Questa storia è raccontata dal partigiano azionista Giorgio Bocca che scrive al comando di Giustizia e libertà per denunciare queste violenze”.
Ci sono altri esempi?
“L’Italia è stata liberata dagli alleati e non dai partigiani. Basta fare l’esempio della liberazione della città di Bologna. Questa città viene liberata con il sangue dell’armata polacca e degli ebrei polacchi. Non c’è un comunista che libera Bologna. Tra il 1945 e il 1947 i partigiani comunisti continuano a combattere la loro guerra. Il loro obiettivo non era la liberazione dal nazifascismo, ma la rivoluzione bolscevica in Italia. E per questo arrivano ad ammazzare 150 preti per la sola colpa di essere stati preti. E fanno stragi nel triangolo della morte. E di questa mancata evoluzione sono vittime anche i fascisti che il 25 aprile hanno affisso quei manifesti che inneggiano al regime”.

lunedì 25 aprile 2011

La disciplina della libera impresa economica in Germania


In Germania, la libertà di impresa (Gewerbefreiheit) è disciplinata dall’articolo 12, comma 1,della Legge fondamentale (Grundgesetz), in base al quale “tutti i tedeschi hanno il diritto di scegliere liberamente la professione, il posto di lavoro e la sede di formazione professionale”. La norma costituzionale dispone altresì che “l’esercizio della professione può essere disciplinato con legge o in base ad una legge”.
A livello federale, il § 1, comma 1, della Legge sui mestieri e le professioni (Gewerbeordnung – GewO) stabilisce che la gestione di un’attività commerciale o industriale è consentita ad ognuno, nel rispetto delle disposizioni contenute nella presente legge.
I rimandi redazionali al § 1 GewO sono i seguenti:
Codice commerciale (Handelsgesetzbuch - HGB), § 1 II e § 7 (commercianti);
Legge che regola il settore alberghiero e della ristorazione (Gaststättengesetz -GastG), § 31(applicabilità della Gewerbeordnung);
· Legge regionale sulla stampa (Landespressegesetz - LPresseG), § 2(libertà di accesso).
La Gewerbeordnung contiene alcune limitazioni alla pratica di una determinata professione. Infatti, per l’esercizio di determinate professioni occorrono appositi permessi che legalizzino l’attività (gewerberechtliche Erlaubnis) e che, lungi dal rappresentare una forma di dirigismo economico, sono volti essenzialmente a tutelare la collettività ed in particolare i lavoratori del settore industriale e commerciale contro gli effetti negativi che potrebbero sortire da una deregulation troppo spinta (per le restrizioni, si veda, in particolare, il catalogo contenuto ai §§33-34e della Gewerbeordnung). Altre limitazioni alla libertà d’impresa derivano dalle seguenti leggi speciali adottate nel corso degli anni:
legge di regolazione del settore alberghiero e della ristorazione, che stabilisce le condizioni per la concessione e la revoca dei permessi, gli obblighi da adempiere e le motivazioni del diniego (Gaststättengesetz -GastG);
codice dell’artigianato (Gesetz zur Ordnung des Handwerks);
· legge federale sulla protezione dell’ambiente(Bundes-Immissionsschutzgesetz).
La libertà d’impresa è garantita, infine, non solo dalla Legge fondamentale, ma anche dalle pronunce del Tribunale costituzionale federale (Bundesverfassungsgericht - BVerfG), tra le quali si segnala la recente Decisione del 30 novembre 2010.

Documentazione
Germany: Free Enterprise (Unternehmerfreiheit).
Gewerbefreiheit (libertà di impresa) (voce di Wikipedia).

Gewerbegesetzgebung (Gewerbefreiheit und -Unfreiheit) (Legislazione sulla libertà di impresa) (documento in lingua tedesca tratto da “Meyers Konversations-Lexikon”, 4. Auflage. Band 7, Bibliographisches Institut, Leipzig 1885–1892, S. 290).

Institute for Free Enterprise (Das Institut für unternehmerische Freiheit - IUF)(sito ufficiale dell’Istituto per la libera impresa in Germania).

domenica 24 aprile 2011

La libera iniziativa economica in Francia

In Francia la Costituzione non contiene un articolo specificamente dedicato alla libertà d’impresa (c.d. liberté d’entreprendre).

Una proclamazione esplicita della libertà d’impresa si trova invece più volte nel diritto positivo, a partire da testi legislativi ancora in vigore che risalgono all’epoca della Rivoluzione. Il principio inteso come «libertà del commercio e dell’industria» viene istituito per la prima volta dall’art. 7 della Legge del 2-17 marzo 1791 (c.d. Décret d’Allarde), un testo con disposizioni fiscali, che crea la licenza (patente) necessaria per l’esercizio di attività commerciali, artigianali o industriali: “A compter du 1er avril prochain, il sera libre à toute personne de faire tel négoce ou d’exercer telle profession, art ou métier qu’elle trouvera bon, mais elle sera tenue de se pourvoir auparavant d’une patente, d’en acquitter le prix d’après les taux ci-après déterminés et de se conformer aux règlements de police qui sont ou pourront être faits”.

Il primo riconoscimento di un fondamento costituzionale del principio della liberté d’entreprendre è avvenuto nel 1982 grazie alla giurisprudenza del Conseil Constitutionnel, il quale con la Decisione n. 81-132 del 16 gennaio 1982 ha riconosciuto alla liberté d’entreprendre un valore superiore a quello della legge ordinaria e alle restrizioni arbitrarie o abusive che possono esservi apportate dalla legge ordinaria. In quella storica decisione il Conseil ha affermato infatti: "...; que la liberté qui, aux termes de l'article 4 de la Déclaration, consiste à pouvoir faire tout ce qui ne nuit pas à autrui, ne saurait elle-même être préservée si des restrictions arbitraires ou abusives étaient apportées à la liberté d'entreprendre (...)".

Secondo la giurisprudenza del Conseil constitutionnel, la libertà d’impresa deriva pertanto a livello costituzionale dall’articolo 4 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, inserita nel Preambolo alla Costituzione del 1958, che recita: “La liberté consiste à pouvoir faire tout ce qui ne nuit pas à autrui: ainsi, l’exercice des droits naturels de chaque homme n’a de bornes que celles qui assurent aux autres Membres de la Société, la jouissance de ces mêmes droits. Ces bornes ne peuvent être déterminées que par la Loi”.

Secondo la dottrina, la libertà d’impresa è contenuta implicitamente anche nell’art. 2 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, secondo la quale “le but de toute association politique est la conservation des droits naturels et imprescriptibles de l’homme. Ces droits sont la liberté, la propriété…”, ed inoltre negli artt. 4 e 5 che affermano un principio generale di libertà, seppur necessariamente accompagnata da alcune limitazioni.

Dopo la prima decisione del 1982 che ne ha riconosciuto la tutela costituzionale, la giurisprudenza del Conseil Constitutionnel sulla libertà d’impresa ha avuto una sua evoluzione negli ultimi vent’anni, nel tentativo di delineare l’ampiezza della protezione assicurata a tale libertà.

Il Conseil, dopo aver affermato inizialmente una tendenza a contenere la libertà d’impresa, riconoscendole una protezione temperata dai limiti imposti dal legislatore per motivi di interesse generale con la Decisione n. 89-254 del 4 luglio 1989 per la quale “…la liberté d'entreprendre n'est ni générale, ni absolue; …il est loisible au législateur d'y apporter des limitations exigées par l'intérêt général à la condition que celles-ci n'aient pas pour conséquence d'en dénaturer la portée; ...", ha invertito tale impostazione a partire dal 1997 con la Decisione n. 97-388 del 20 marzo 1997, secondo la quale “la liberté d'entreprendre, qui n'est ni générale ni absolue, s'exerce dans le cadre des règles instituées par la loi… les contraintes établies par le législateur ne portent pas à cette liberté des atteintes excessives propres à en dénaturer la portée “, affermando in tale occasione che i limiti imposti dal legislatore non debbano comunque attentare eccessivamente alla libertà d’impresa e non menzionando più i limiti imposti per motivi di interesse generale.
Il Conseil ha successivamente reintrodotto con la Decisione n. 98-401 del 10 giugno 1998 la necessità di giustificare un’eventuale limitazione della “liberté d’entreprendre” con esigenze costituzionali o motivi di interesse generale, precisando in modo ancor più compiuto la sua posizione con la Decisione n. 2000-439 del 16 gennaio 2001 nella quale ha affermato che “la liberté d'entreprendre découle de l'article 4 de la Déclaration des droits de l'homme et du citoyen de 1789; qu'il est toutefois loisible au législateur d'apporter à cette liberté des limitations liées à des exigences constitutionnelles ou justifiées par l'intérêt général, à la condition qu'il n'en résulte pas d'atteintes disproportionnées au regard de l'objectif poursuivi;…”. Tale formulazione giurisprudenziale risulta costante fino ad oggi ed é ripresa anche dalle più recenti decisioni sul tema (Decisione n. 2010-89 del 21 gennaio 2011 e Decisione n. 2010-55 del 18 ottobre 2010).

A margine dei lavori relativi alla riforma costituzionale del 2008, il Comitato di riflessione sul Preambolo della Costituzione, presieduto da Simone Veil, ha esaminato l’eventualità di una “via costituzionale” per l’inserimento esplicito, tra gli altri temi meritevoli, della libertà d’impresa e dell’economia di mercato nel Preambolo della Costituzione. Il Rapporto finale è stato presentato al Presidente della Repubblica nel dicembre 2008.

Documentazione
Comité de réflexionsur le Préambule de la Constitution, Redécouvrir le Préambule de la Constitution: Rapport au Président de la République, dicembre 2008 (si segnalano in particolare le pp. 160 e 202-203 del rapporto).

Conseil Constitutionnel, La liberté d’entreprendre (scheda di sintesi, ottobre 2001).
FraissinierV., La liberté d’entreprendre. Etude de droit privé (tesi di dottorato - giugno 2006) (si segnalano in particolare le sezioni del capitolo preliminare su “L’existence de la liberté d’entreprendre”).

Kalogeropoulos L., Manifeste en faveur de l’inscription dans la Constitution et dans les Déclarations des droit fondamentaux de la liberté d’entreprendre (gennaio 2006).

Les limites du principe de la liberté du commerce et de l’industrie (scheda di sintesi, gennaio 2003).

Pini J., La liberté d’entreprendre et la Constitution (in “Nouvelle lettre”, 5 febbraio 2005, n. 823).

Zylberbogen C., Jean A., Le CE et la liberté du commerce et de l’industrie (scheda di sintesi, marzo 2004).

L'accordo di Partenariato tra Iraq e Unione europea

Il Contesto politico dell'accordo

Il 5 novembre 2010 la Commissione ha presentato la proposta di decisione relativa alla conclusione dell'accordo di partenariato e cooperazione tra l'Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica dell'Iraq, dall'altra. Nella stessa occasione la Commissione ha presentato la proposta di decisione che autorizza la firma e l'applicazione provvisoria dell’accordo.
Gli articoli 207, 209 e 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea fissano le disposizioni relative alla negoziazione e alla conclusione degli accordi dell’Unione europea con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali. Tali disposizioni prevedono che l’avvio dei negoziati sia autorizzato dal Consiglio, sulla base di una proposta presentata dalla Commissione o dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza quando l’accordo previsto riguarda esclusivamente o principalmente la politica estera e di sicurezza comune. Il Consiglio adotta la decisione di avvio dei negoziati, definisce le direttive e designa, in funzione dell’accordo previsto, il negoziatore o il capo della squadra di negoziato dell’Unione. Nell’ambito della politica commerciale (articolo 207), i negoziati sono condotti dalla Commissione, in consultazione con un comitato speciale designato dal Consiglio per assisterla in questo compito. Spetta al Consiglio e alla Commissione adoperarsi affinché gli accordi negoziati siano compatibili con le politiche e le norme interne dell’Unione. A conclusione dei negoziati, su proposta del negoziatore, il Consiglio autorizza la firma dell’accordo e, se del caso, la sua applicazione provvisoria. Sempre su proposta del negoziatore, il Consiglio adotta a maggioranza qualificata la decisione di conclusione dell’accordo. E’ richiesta la previa approvazione da parte del Parlamento europeo nei casi di: accordi di associazione; accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; accordi che creano un quadro istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione; accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli per l'Unione; accordi che riguardano settori ai quali si applica la procedura legislativa ordinaria oppure la procedura legislativa speciale qualora sia necessaria l'approvazione del Parlamento europeo.
Sulla base di tale procedura, i negoziati con la Repubblica dell’Iraq sono stati avviati nel novembre 2006, dopo che il Consiglio il 23 marzo 2006 aveva approvato il mandato negoziale, autorizzando la Commissione a negoziare un accordo sugli scambi e la cooperazione. In occasione del settimo ciclo di negoziati UE-Iraq, le parti hanno convenuto di elevare lo status del progetto ad “accordo di partenariato e cooperazione” mediante l’istituzione di un Consiglio di cooperazione che si riunisca regolarmente a livello ministeriale. Le suddette modifiche hanno richiesto la modifica delle direttive di negoziato, successivamente approvate dal Consiglio.
I negoziati si sono conclusi a novembre 2009 dopo nove cicli negoziali. Successivamente, come anticipato, la Commissione ha presentato la proposta di conclusione dell’accordo, su cui deciderà il Consiglio, dopo aver acquisito l’approvazione del Parlamento europeo. Per quanto riguarda quest’ultimo, la proposta è stata assegnata alla commissione Affari esteri. Il relatore - l’onorevole Mario Mauro - ha presentato un progetto di raccomandazione per l’Assemblea plenaria, che la commissione deve ancora approvare, in cui propone l’approvazione del Parlamento europeo alla conclusione dell’accordo.
Dopo l’adozione della decisione, l’accordo dovrà essere ratificato dai singoli Stati membri dell'UE, sulla base della legislazione nazionale, e dalla Repubblica dell’Iraq.

Il contenuto dell'accordo con l'Iraq

Una volta concluso, l’accordo – che rappresenta in assoluto la prima relazione contrattuale mai istituita tra le parti – fornirà il quadro generale della cooperazione reciproca e costituirà una solida base per rinsaldare i legami tra l’Iraq e l’UE. Per mezzo di tale accordo, l’UE si prefigge di:


· facilitare l’impegno dell’Iraq nei confronti della comunità internazionale e dell’UE in particolare, a beneficio del processo di stabilizzazione interno e regionale;

· stimolare e consolidare le riforme istituzionali e socio-economiche in corso;

· contribuire allo sviluppo socio-economico dell’Iraq e al miglioramento delle condizioni di vita;

· promuovere gli scambi bilaterali in conformità alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC);
· assicurare un livello minimo di prevedibilità, trasparenza e certezza legale per le operazioni economiche;

· migliorare la gestione delle controversie commerciali tra Iraq e UE.

Come stabilito dall’articolo 2 dell’accordo, il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani, enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite e negli altri strumenti internazionali in materia di diritti umani, e del principio dello Stato di diritto è alla base delle politiche interna e estera di entrambe le Parti e costituisce un elemento essenziale dell’accordo.

Il testo dell’accordo si articola in cinque titoli.
Il primo, di carattere politico, stabilisce l’instaurazione di un dialogo annuale a livello ministeriale e di alti funzionari afferente alle questioni di sicurezza e di politica estera. Sono oggetto del dialogo politico temi di interesse comune, nello specifico la pace, la politica estera e di sicurezza, il dialogo e la riconciliazione nazionali, la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il buon governo, la stabilità e l'integrazione regionali. Si stabiliscono inoltre impegni in materia di lotta al terrorismo, alla proliferazione delle armi di distruzione di massa nonché alle armi leggere e di piccolo calibro. Per quanto riguarda la Corte penale internazionale, l'Iraq si impegna ad adottare le misure miranti all'adesione, alla ratifica e all'attuazione dello Statuto di Roma e dei relativi strumenti.

Sul piano commerciale e degli investimenti (titolo II), l’accordo, non preferenziale[1], integra le regole fondamentali dell’OMC, benché l’Iraq non ne sia membro. In particolare, le parti si riservano reciprocamente il trattamento della nazione più favorita (NPF) a norma dell'articolo I, paragrafo 1, dell’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT) del 1994 e delle relative note e disposizioni aggiuntive[2]. L’accordo stabilisce infatti che ai prodotti originari dell'Iraq e importati nell'Unione non si applicano dazi doganali che eccedano quelli applicati alle importazioni provenienti dai membri dell'Organizzazione mondiale del commercio. Per quanto riguarda i prodotti originari dell'Unione, al momento dell'importazione in Iraq, essi non sono gravati da dazi doganali che eccedano l'imposta del 5% per la ricostruzione, cui sono attualmente soggette le importazioni. Con l'entrata in vigore dell’accordo, l'Unione e l'Iraq aboliscono e si astengono dall'adottare o dal mantenere in vigore negli scambi tra di loro restrizioni quantitative alle importazioni o alle esportazioni o altre misure unilaterali atte a produrre effetti equivalenti; nessuna delle Parti mantiene in vigore o introduce dazi, tasse o altri diritti e oneri doganali sulle esportazioni di merci dell'altra Parte o in connessione a queste, ovvero tasse, diritti e oneri interni sulle merci esportate verso l'altra Parte superiori a quelli che gravano su prodotti simili destinati alla vendita sul mercato interno.

L’accordo contiene inoltre elementi preferenziali non trascurabili riguardanti segnatamente gli appalti pubblici, i servizi e gli investimenti e stabilisce le disposizioni necessarie alla progressiva liberalizzazione tra le parti degli scambi di servizi e dello stabilimento nonché ad un'apertura effettiva, reciproca e graduale dei rispettivi mercati degli appalti.

Entro cinque anni dall'entrata in vigore dell'accordo, l'Iraq si impegna inoltre ad adottare la normativa atta a garantire una protezione adeguata ed effettiva dei diritti di proprietà intellettuale, industriale e commerciale.

Il titolo II contiene anche disposizioni volte a prevenire e risolvere le controversie tra le Parti per pervenire, ove possibile, a soluzioni concordate.

Il titolo III dell’accordo riguarda le attività di cooperazione programmate che mirano a lottare contro la povertà, a soddisfare i bisogni vitali in materia di sanità, istruzione ed occupazione che il governo iracheno considera prioritari. In linea generale, la Repubblica dell'Iraq beneficia dell'assistenza finanziaria e tecnica dell'Unione, che si esplica nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, sotto forma di sovvenzioni intese ad accelerare le trasformazioni economiche e politiche in Iraq. Tra i settori di cooperazione figurano:

· istruzione, formazione e giovani, per incoraggiare in particolare lo scambio di informazioni, know-how e risorse tecniche, la mobilità di studenti, studiosi, giovani e giovani lavoratori nonché il potenziamento delle capacità, sfruttando i dispositivi esistenti nell'ambito dei programmi di cooperazione e avvalendosi dell'esperienza maturata da entrambe in questo ambito. Le Parti hanno concordato inoltre di intensificare la cooperazione tra istituti di istruzione superiore tramite dispositivi quale il programma Erasmus Mundus, nell'intento di favorire l'eccellenza e l'internalizzazione dei rispettivi sistemi educativi;
· occupazione e sviluppo sociale, al fine di garantire a tutti un'occupazione piena e produttiva e condizioni di lavoro dignitose quali fattori essenziali per lo sviluppo sostenibile e la riduzione della povertà. Tra le forme di cooperazione figurano, tra l’altro: programmi e progetti specifici definiti di comune accordo, il dialogo, il potenziamento delle capacità, iniziative su temi d'interesse comune a livello bilaterale o multilaterale;
· società civile, per promuovere un dialogo costruttivo con la società civile organizzata e favorire la sua partecipazione concreta al processo di riforma del paese;
· cooperazione sulle politiche industriali e a favore delle piccole e medie imprese, per facilitare la ristrutturazione e la modernizzazione del comparto industriale iracheno, favorendone la competitività e la crescita, e creare condizioni favorevoli ad una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra i settori industriali dell'Iraq e dell'Unione;
· sviluppo agricolo, forestale e rurale. L'obiettivo è promuovere la cooperazione nei settori agricolo, forestale e rurale per favorire la diversificazione, sane pratiche ambientali, uno sviluppo economico e sociale sostenibile e garantire la sicurezza alimentare;

· energia. Le Parti si impegnano ad intensificare la cooperazione nel settore energetico, nel rispetto dei principi di libertà, competitività e apertura dei mercati dell'energia e al fine di: potenziare la sicurezza energetica garantendo al tempo stesso la sostenibilità ambientale e stimolando la crescita economica; elaborare un quadro istituzionale, legislativo e regolamentare del settore energetico che assicuri l'efficiente funzionamento del mercato dell'energia e promuova gli investimenti; sviluppare e promuovere partenariati tra imprese dell'Unione e imprese irachene nel campo dell'esplorazione, della produzione, della trasformazione, del trasporto, della distribuzione e dei servizi nel settore energetico; intessere un dialogo regolare e effettivo in materia energetica tra le Parti e in ambito regionale, anche attraverso il progetto del mercato del gas UE-Mashrek arabo e altre pertinenti iniziative regionali;
· trasporti. Relativamente allo sviluppo di un sistema di trasporto sostenibile e efficiente, le Parti si impegnano ad intensificare la cooperazione nel settore al fine di: sviluppare ulteriormente i trasporti e le interconnessioni, garantendo al tempo stesso la sostenibilità energetica e stimolando la crescita economica; assicurare l'efficiente funzionamento del mercato e la promozione degli investimenti; sviluppare e promuovere partenariati tra imprese dell'Unione e imprese irachene in materia di esplorazione, potenziamento della capacità, sviluppo infrastrutturale, sicurezza dei trasporti e servizi nel settore dei trasporti; intessere un dialogo regolare e effettivo in materia di trasporti tra le Parti e in ambito regionale, anche attraverso la cooperazione euromediterranea nel settore dei trasporti e altre pertinenti iniziative regionali.

Il titolo IV dell’accordo è dedicato alla cooperazione in materia di giustizia, libertà e sicurezza, accordando particolare importanza al principio dello Stato di diritto, anche per quanto riguarda l'indipendenza della magistratura, l'accesso alla giustizia e il diritto a un processo equo. Si fissano anche gli ambiti della cooperazione in materia giudiziaria, di migrazione e asilo, lotta alla corruzione, alla criminalità organizzata e al riciclaggio di denaro.

Il titolo V contiene infine disposizioni istituzionali per l'attuazione dell'accordo, tra le quali l'istituzione di un consiglio di cooperazione, riunito annualmente a livello ministeriale e di un comitato di cooperazione che lo coadiuvi. È istituito inoltre un comitato parlamentare di cooperazione, che riunisce e consente scambi di opinioni tra membri del Parlamento iracheno e del Parlamento europeo.

Il ruolo del Parlamento europeo
Come anticipato, il progetto di raccomandazione predisposto dal relatore Mauro, tuttora all’esame della commissione affari esteri del Parlamento europeo, si esprime in senso favorevole alla conclusione dell’accordo.
Nella motivazione che accompagna la proposta si sottolinea l’importanza storica dell’accordo tra l’UE e l’Iraq che interviene in un momento decisivo per accompagnare, nei prossimi anni, la transizione democratica irachena, le sfide della ricostruzione e dello sviluppo e il ritorno dell’Iraq alla sua sovranità e alla normalizzazione in seno alla comunità internazionale. Secondo il relatore l’UE deve essere pienamente impegnata a fianco del popolo iracheno e delle sue autorità, che dovranno far fronte a numerose sfide nel momento in cui, alla fine di quest’anno, sarà concluso il ritiro delle forze americane di combattimento. A tale proposito nella motivazione si sottolinea come la sicurezza e la stabilità del paese restino la prima sfida e si evidenziano alcuni degli aspetti ancora problematici: le forze di sicurezza irachene hanno acquisito competenze sul campo, ma soffrono di una mancanza di coesione interna e dell'assenza d'inquadramento giuridico e di controllo democratico; inoltre, benché in calo, la violenza resta una realtà minacciosa; rischi di degenerazione e di ripresa della guerra civile non possono essere esclusi; le minoranze religiose, in particolare quelle cristiane, sono particolarmente esposte ai pericoli.

Secondo il relatore, la riconciliazione nazionale deve pertanto essere una priorità sia per i responsabili politici iracheni che per la comunità internazionale che deve sostenere in pieno il consolidamento di una governance politica ed istituzionale inclusiva nel quadro di uno Stato democratico, federale, pluralista, fondato sul rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto.

Sempre nella motivazione si evidenzia inoltre che gli anni a venire saranno segnati anche dalla sfida dello sviluppo per uno dei paesi più poveri del pianeta, in cui la grande maggioranza della popolazione non ha accesso ai servizi di base (acqua potabile, elettricità, infrastrutture sanitarie). Un Iraq democratico, stabile, pluralista, impegnato nello sviluppo socio-economico dei suoi cittadini, svolgerà infatti un ruolo di primo piano ai fini della stabilità di una regione cruciale per la sicurezza internazionale.
Questa è – secondo il relatore - la visione strategica di lungo termine che nei prossimi anni dovrà informare la politica dell’Unione nei confronti dell’Iraq. In tale prospettiva, l’accordo di partenariato e di cooperazione testimonia la determinazione dell’UE a svolgere un ruolo importante nella transizione dell'Iraq; gli impegni dell’Unione devono tuttavia tradursi nella mobilitazione di risorse umane e finanziarie corrispondenti alle ambizioni politiche manifestate e alla posta in gioco sul piano strategico.
Per quanto riguarda questioni specifiche:

· si raccomanda di insistere nelle discussioni bilaterali sull’attenzione particolare che l’UE riserva al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali individuali anche verso le minoranze religiose ed etniche e le popolazioni vulnerabili quali i rifugiati e i profughi;

· si chiede all’UE di appoggiare l’Iraq nella ratifica degli strumenti giuridici internazionali su lotta contro il terrorismo, armi leggere e di piccolo calibro e Corte penale internazionale;

· si ritiene opportuno vegliare a che la conduzione delle attività di cooperazione previste dall’accordo s'inscrivano nel quadro di un rafforzamento delle capacità e delle istituzioni, tenendo conto dei principi di inclusione, trasparenza e governance.

venerdì 22 aprile 2011

Ecco come si è organizzata l'Italia per le missioni sulla Libia


I potenti mezzi dell'esercito italiano in azione
L’Aeronautica Militare ha fornito il proprio contributo nell’ambito dell’operazione “Odyssey Dawn” e sta ora contribuendo all’operazione “Unified Protector” della NATO. E’ stato rafforzato il sistema di sorveglianza e difesa dello spazio aereo nazionale che già normalmente l’Aeronautica Militare assicura in maniera continuativa attraverso un sistema integrato di radar e velivoli intercettori. In tutti i giorni dell’anno, infatti, in caso di allarme dato dai centri di sorveglianza aerea, i caccia intercettori delle basi di Difesa Aerea, costantemente pronti ad intervenire, decollano in pochi minuti per intercettare il velivolo “sospetto” e contrastare l’eventuale minaccia portata al territorio italiano. Tale dispositivo è stato potenziato con un maggior numero di velivoli in prontezza operativa.
Inoltre, sulla base di decisioni politiche, l’Aeronautica Militare ha svolto, con i propri velivoli, missioni a supporto della coalizione dei volenterosi e partecipa attualmente alle attività nell’ambito della missione NATO.

L’Italia ha reso immediatamente disponibili (dal 20 marzo 2011) sette basi aeree: Amendola, Gioia Del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani-Birgi, Decimomannu e Pantelleria.

Sono stati messi a disposizione della coalizione dei volenterosi, per l'attuazione della "No Fly Zone“ nell’ambito dell’operazione Odyssey Dawn, i seguenti assetti aeronavali:

Ø 4 velivoli Tornado ECR (Electronic Combat Reconnaissance) che possono svolgere missioni di soppressione delle difese aeree nemiche sul terreno (in gergo tecnico dette SEAD - Suppression of Enemy Air Defense) mediante l’impiego di missili aria-superficie AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile);

Ø 4 caccia F-16, che possono essere impiegati per garantire la difesa degli altri velivoli impiegati nella missione contro eventuali aerei ostili e per mantenere così una superiorità aerea per portare a termine la missione assegnata.

A supporto delle operazioni svolte dagli otto aerei sono utilizzati anche 2 velivoli Tornado IDS “tanker”, con compiti di rifornimento in volo.

L’Aeronautica Militare assicura inoltre il supporto tecnico e logistico nelle basi aeree che l’Italia ha messo a disposizione della coalizione. Infatti, sia per gli aerei italiani sia per quelli di altri Paesi che sono stati rischierati sul nostro territorio, occorre fornire una serie di servizi e attività, che includono l’assistenza tecnica, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, il servizio meteorologico, il servizio antincendio e l’assistenza sanitaria, oltre ovviamente all’alloggiamento del personale. In proposito, l’Aeronautica Militare riferisce sul proprio sito che per ogni aeroplano opera un consistente numero di militari e civili della Difesa, fra piloti, tecnici, specialisti e personale di supporto e che, complessivamente, sono circa 5.000 i militari dell’Aeronautica impegnati nelle attività in corso.

Le missioni SEAD, di “accecamento” dei siti radar libici, condotte dai velivoli Tornado ECR dell'Aeronautica militare italiana rientrano nella tipologia di missione che ha come obiettivo quello di rendere inefficaci le installazioni di difesa aerea nemica. Il positivo esito di una missione SEAD può essere di fatto conseguito anche in funzione di deterrenza, quando nell'ambito di un'operazione aerea complessa non viene rilevata la necessità di utilizzare l'armamento in dotazione al velivolo in quanto i sistemi radar presenti sul territorio ostile vengono appositamente spenti per non essere localizzati e poi colpiti.

I caccia Tornado ECR sono infatti in grado di rilevare le radiazioni emesse dai radar della contraerea e pertanto la loro missione può considerarsi conclusa positivamente anche senza sparare quando, a causa del loro sorvolo, le forze libiche sono costrette a spegnere i siti radar per evitare che vengano individuati e colpiti. In questo modo si ottiene comunque una efficace azione di deterrenza perchè i sistemi di difesa aerea libici vengono comunque resi di fatto inoffensivi (accecati) e non possono colpire eventuali aerei della coalizione in volo.

La Marina Militare ha mobilitato, nell’ambito dell’operazione Odyssey Dawn (dal 20 al 26 marzo) la portaerei Garibaldi (con a bordo i caccia AV8 Harrier), il cacciatorpediniere Andrea Doria, con compiti di difesa aerea, e due unità attualmente inserite nella SNMG1, la forza marittima della NATO: la fregata Euro e il rifornitore Etna.
Dal 30 marzo, nell’ambito dell’operazione Unified Protector della NATO, l’Italia ha messo a disposizione dell’Alleanza, per il rispetto della "No Fly Zone Plus", i seguenti velivoli dell’Aeronautica militare: i velivoli italiani messi a disposizione sono:

Ø 4 velivoli Eurofigher dell'Aeronautica Militare;
Ø 4 velivoli Tornado dell'Aeronautica Militare.

I 4 caccia F16 precedentemente messi a disposizione per l'operazione "Odyssey Dawn" sono rientrati sotto controllo nazionale.
Ai velivoli dell’Aeronautica militare si aggiungono 4 velivoli AV8-B plus della Marina Militare a bordo della portaelicotteri Garibaldi;
La Marina Militare è attualmente impegnata nell'Operazione Unified Protector (dal 27 marzo) con le seguenti unità navali:
Ø •Unità di supporto logistico Etna, sede del Comando della Forza Nato SNMG1 (Standing NATO Marittime Group 1), in questo periodo assegnato all’Italia (Contrammiraglio Gualtiero Mattesi), con un elicottero AB 212 imbarcato;

Ø •Portaerei Giuseppe Garibaldi, con otto aerei a decollo corto ed atterraggio verticale AV 8B II plus e 4 elicotteri da pattugliamento marittimo EH 101 imbarcati;

Ø •Fregata Libeccio, con due elicotteri AB 212 imbarcati

Ø •Pattugliatore d’Altura Comandante Bettica, con un elicottero AB212 imbarcato.
Tutte le unità imbarcano un team del Reggimento San Marco, particolarmente addestrato alle operazioni di controllo del traffico marittimo.
Tra le misure emanate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in seguito all'aggravarsi della crisi in Libia particolare importanza riveste la risoluzione n.1973 che prevede il blocco del traffico d'armi via mare mediante operazioni di interdizione navale. L'Ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri, alla guida della Componente Marittima della NATO (Allied Maritime Command Naples), ha assunto il comando di una Forza Navale internazionale, costituita da 16 navi (10 fregate, 3 sottomarini, 2 navi ausiliare e la nave sede del comando) dedicata al rispetto dell'embargo sulle armi contro la Libia.

Quegli istruttori non sono una missione militare

Voce Repubblicana del 23 aprile 2011
Intervista a Mauro Del Vecchio
di Lanfranco Palazzolo

L’invio di istruttori italiani in Cirenaica non deve essere considerato come l’invio di una presenza militare terrestre in forze da parte del nostro paese. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Pd Mauro Del Vecchio, generale di Corpo d’Armata dell’esercito italiano.
Generale del Vecchio, in questi giorni il presidente del CNT libico Jalil ha svolto una visita a Roma per rafforzare i legami con l’Italia e per confermare gli impegni economici con Roma. In questi giorni si è parlato della possibilità di inviare degli istruttori militari italiani in Libia. Come giudica questi annunci fatti dagli italiani, ma anche dai francesi e dagli inglesi?
“Per parlare della Libia è necessario fare sempre riferimento alla Risoluzione 1973 dell’Onu, che ha permesso a questa coalizione di operare in difesa della popolazione della Libia. Come tutti sappiamo, in quella risoluzione Onu erano previste alcune misure coercitive abbastanza severe. Mentre veniva escluso qualsiasi impiego di forze terrestri per l’occupazione della Libia. Credo che tutte le nazioni debbano attenersi a quanto stabilito dall’Onu”.
Come inquadra questo aiuto italiano?
“Ritengo che questa fornitura di istruttori si possa inquadrare in un sostegno delle forze che sono insorte contro Gheddafi. Ma naturalmente non vanno considerate – a mio modo di vedere – come una presenza militare terrestre in forze da parte del nostro paese perché quel tipo di decisione è chiaramente esclusa dalla Risoluzione Onu. Ritengo che questa presenza italiana sia utile perché è ormai evidente che la campagna aerea non può conseguire dei risultati definitivi. Anche per il fatto che questa campagna è sempre subordinata alla necessità di evitare danni collaterali. E siccome si sta combattendo nelle aree abitate, l’intervento degli aerei non può essere efficace come in altre circostanze. Credo che questa sia una misura appropriata. Questa presenza consentirà alle forze del Cnt di acquisire una capacità operativa maggiore”.
Sull’invio di istruttori o consiglieri militari c’è un precedente molto importante da valutare: quello relativo alla presenza delle truppe americane in Vietnam. Alla fine del 1961 la Casa Bianca ne invio centinaia per poi far arrivare truppe di terra.
“Senza dubbio c’è il precedente del Vietnam. Ma qui ci troviamo di fronte ad un quadro molto diverso come quello della Risoluzione Onu, che è molto chiara e non ammette ambiguità. Credo che quello che è avvenuto in Vietman, con il dispiegamento di forze terrestri americane non possa avvenire in questa circostanza se non ci sarà una nuova risoluzione Onu. Trovo che sia difficile che avvenga questo perché sappiamo quali sono state le resistenze di alcuni paesi anche agli interventi in corso. Mi riferisco alla Germania, alla Cina e alla Russia”.

Il Governo Berlusconi dice addio al nucleare

Intervista a Guido Possa
Voce Repubblicana del 22 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Questo Governo ha smesso di progettare la ripresa del nucleare. Prima dobbiamo sapere quello che è successo a Fukushima. Lo ha detto alla “Voce” il Senatore Guido Possa (Pdl), Presidente della Commissione Istruzione di Palazzo Madama.
Senatore Possa, il Senato ha approvato il decreto Omnibus che contiene una norma che blocca il processo di ripresa per la costruzione delle centrali nucleari. E’ d’accordo?
“La decisione che è stata presa dal Governo è stata saggia ed ispirata dal buon senso e dal principio di responsabilità dello Stato. Quando un grave incidente si inserisce nella storia del nucleare c’è un ripensamento sulla sicurezza. Questa riflessione riguarda tutte le autorità di sicurezza e che comporta sicuramente una serie di considerazioni che vanno avanti per anni. Innanzitutto non è così semplice sapere quello che è successo a Fukushima. Prima di tutto dobbiamo essere in grado di conoscere quello che sta accadendo Giappone e che tipo di impatto ha avuto questo incidente sulla popolazione, quando la popolazione potrà tornare e che tipo di contaminazione dell’aria e dell’acqua c’è stata. Dopodiché occorre assolutamente realizzare delle strutture che siano in grado di impedire una ripetizione di questo tipo di incidente. Così è successo nel grande incidente che avvenne a Three Mile Island nei pressi di Harrisburg (capitale dello Stato americano della Pennsylvania), nel lontano 1979. Dopo questo incidente c’è stato un ripensamento generale della progettazione dei reattori nucleari. Questo ha comportato qualche anno di arresto per l’installazione di nuovi impianti. Ma gli impianti che sono stati costruiti in seguito hanno avuto regole severe per la loro sicurezza. E credo che accadrà anche in questo caso. L’energia nucleare è una grande energia. Tuttavia, per questo governo e per questa legislatura l’impegno verso la ripresa del nucleare è finito”.
Ritiene che il Governo abbia agito nella necessità politica di aggirare il referendum?
“Credo che in queste settimane sia subentrato un clima di sconcerto e di frastornazione. Penso che gli italiani debbano prendere una decisione sul nucleare. Ma gli elettori devono essere informati con serenità. Le decisioni importanti si prendono quando si è sufficientemente sereni. Mi sembra che questo elemento, da solo, giustifichi la decisione del Governo sullo stop al nucleare”.
Crede che gli italiani avrebbero preso una decisione sull’onda delle emozioni?
Dobbiamo anche osservare la tempistica dei fatti. Lo tsunami è avvenuto l’11 marzo. Il dramma si è verificato nei giorni successivi. Il decreto omnibus è datato 30 marzo. La moratoria sul nucleare è stata progettata prima del decreto. Oggi è giusto che ci sia un ripensamento sul nucleare. Per questo il Governo ha fatto bene a chiudere”.

Quel decreto e la programmazione lirica

Intervista a Franco Asciutti
Voce Repubblicana del 21 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Con il decreto omnibus abbiamo dato una risposta alle emergenze delle fondazioni liriche che potranno programmare meglio le loro attività. Altrettanto abbiamo fatto per il settore dello spettacolo. Lo ha detto alla “Voce” il relatore del decreto Omnibus, il senatore Franco Asciutti del Pdl.
Senatore Asciutti, il decreto Omnibus sostiene il settore dello spettacolo e quello dei Beni culturali con nuovi finanziamenti. Come definisce questa scelta?
“E’ stata una scelta lungimirante. Da ormai molti anni si chiedeva al Governo, non solo al nostro, da parte delle fondazioni degli enti lirici di avere la possibilità di una programmazione almeno triennale dei fondi a loro destinati. Per la prima volta, in un decreto, questo si avvera. In questo modo le fondazioni liriche avranno la possibilità di fare scelte nel lungo periodo. Le stagioni liriche non si programmano in sei mesi, ma nel tempo. Grazie ad un aumento irrisorio dell’accisa sul petrolio il settore dello spettacolo nuovi fondi per la programmazione delle sue iniziative. Questa misura è stata vista positivamente da tutti. Inoltre, nel provvedimento ci sono circa 80 milioni destinati alle sovraintendenze dei Beni Culturali. Altri sette milioni sono destinati ad altre fondazioni culturali. Anche in quel caso abbiamo trovato una risposta. In aggiunta a questo abbiamo tolto la tassa sul biglietto del cinema. Anche questa è stata una scelta giusta per impedire il calo degli spettatori”.
I 149 milioni destinati al Fus saranno ripartiti dal ministero dei Beni culturali?
“La ripartizione per le tre voci generali sulle quali siamo intervenuti: 149 milioni (incremento del fondo), 80 milioni (Conservazione dei Beni culturali) e 7 milioni (Istituzioni culturali). Sarà il ministero dei Beni culturali a ripartire questi fondi in base ai criteri che ha sempre seguito il ministero dei Beni Culturali. Niente è cambiato per il metodo seguito per la ripartizione dei fondi. Almeno per il momento. Le fondazioni a carattere speciale sono in itinere. Questo lo vedremo. Non ci sono fondazioni a carattere speciale che possano attingere a fondi maggiori rispetto ad altre fondazioni”.
Cosa cambia al ministero dei Beni culturali nell’impostazione seguita da Sandro Bondi con quella del nuovo ministro Giancarlo Galan?
“Devo dare atto all’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi che è staot un buon ministro. Ritengo che il suo lavoro non sia stato compreso fino in fondo da tutti. Alludo all’opposizione, ma anche ad alcuni settori della maggioranza. Bondi si è trovato in difficoltà per alcune scelte di politica economica e finanziaria. Questi problemi sono stati risolti con l’arrivo di Galan al ministero dei Beni culturali. Penso che queste risorse avrebbero potuto essere trovate fin dall’ultima legislatura”.

Quell'università è controllata dal Pd

Intervista a Gabriele Corradi
Voce Repubblicana del 20 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

L’università di Siena è servita al Partito democratico come ammortizzatore sociale. Lo ha detto alla “Voce” Gabriele Corradi, candidato del Nuovo Polo e delle liste civiche di centro alle elezioni amministrative del Comune di Siena.
Gabriele Corradi, perché ha scelto di candidarsi come sindaco di Siena e come pensa di risolvere i problemi della città che la giunta del Pd non è riuscita a risolvere?“Io sono un candidato espressione delle liste civiche, alle quali mi sono avvicinato un paio di anni fa quando, dopo aver lasciato il mio lavoro, ho cominciato a seguire con maggiore attenzione le vicende della città. L’unica forza politica che in città tentava di fare una seria opposizione erano le liste civiche. Mi sono avvicinato alle liste civiche quando, in prossimità delle elezioni le liste civiche si sono avvicinate alle forze politiche del Terzo Polo. Tutti gli esponenti del Terzo Polo erano concordi nel ritenere che questa esperienza del centrosinistra era giunta al capolinea”.
Cosa vi ha spinto a questa conclusione?
“Negli ultimi dieci anni, il Comune di Siena è stato l’unico a ricevere dalle casse della banca Mps 300 milioni di euro, oltre alle entrate ordinarie. Con l’aiuto della Fondazione Mps ha sponsorizzato tutte le iniziative e manifestazioni. Con tutte queste risorse aggiuntive ci aspettavamo che la città fosse governata meglio. Queste risorse aggiuntive non ci saranno in futuro. Ecco perché ritengo che la città avrebbe dovuto essere amministrata meglio”.
Perché l’università di Siena è in grave crisi economica?
“Il Pd controlla l’università e la Banca Mps. Nel corso degli ultimi cinque anni l’università di Siena ha perso circa 5mila studenti. Noi abbiamo circa – mi permetta un margine di errore sui numeri - 800 professori e 1200 dipendenti. Due anni fa hanno alzato il coperchio a questa pentola e si sono accorti di avere un deficit di 250 milioni di euro. Si sono accorti di non avere nemmeno pagato i contributi ai dipendenti. Per sanare questo debito, l’università ha dovuto vendere l’ospedale alla Regione Toscana. E poi hanno dovuto vendere altri ‘gioielli’. Nonostante queste misure, l’università resta con un deficit di cassa di oltre 20 milioni di euro. L’università di Siena è servita al Partito democratico come ammortizzatore sociale. Hanno creato un postificio a discapito della didattica. Ecco perché l’università non ha più quell’appeal che aveva una volta. Una volta venivano da ogni parte d’Italia per studiare scienze bancarie all’università di Siena. Oggi questo non succede più”.
Che ruolo svolge il Pd a Siena?
“E’ onnipresente. Non ne possiamo veramente più”.
Che ruolo svolge la curia a Siena?
“Io sono cattolico. Ma la Curia nomina un membro della fondazione del Mps. La curia è molto schierata a sinistra”.

Quei beni sequestati sono ipotecati

Intervista a Donatella Poretti
Voce Repubblicana del 19 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Molti dei beni sequestrati alla mafia sono gravati da ipoteche bancarie. Questa situazione non permette ai comuni di utilizzare le risorse tolte alle associazioni criminali. Lo ha spiegato alla “Voce” la senatrice radicale, eletta nelle liste del Partito democratico, Donatella Poretti.
Senatrice Poretti, perché ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno e delle Finanze per chiedere dei chiarimenti sul riutilizzo dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Che tipo di problema avete riscontrato?
“Tutto risale ad una legge del 1996, che ha permesso di utilizzare i beni sequestrati alla mafia come patrimonio pubblico. La legge italiana prevede che siano i comuni a farsi carico di questi beni per destinarli al proprio territorio. Il problema che abbiamo voluto sottolineare con questa interrogazione è il riscatto dei beni in questione. In alcuni casi questi beni tolti alla criminalità organizzata sono gravati da ipoteche. Tutti sanno perfettamente che la mafia ha un grosso interesse per il riciclo del denaro sporco. Una delle modalità più semplici per lavare il denaro è quello di accedere ad un mutuo bancario e acquistare un bene. Quando scatta il sequestro di un bene su cui è accesa un’ipoteca bancaria. Il mafioso, quando scatta il sequestro di questo bene, non paga più il suo mutuo. Il riscatto dell’ipoteca passa dal mafioso ai comuni che ne hanno preso possesso. Molti comuni italiani si trovano in difficoltà di fronte a questa situazione perché non hanno i soldi per pagare questi debiti contratti dai mafiosi”.
Come finisce questo contenzioso?
“Con una situazione assurda. I debiti residui, che passano ai comuni, pesano per circa 70 milioni di euro. Questi enti non riescono a farsi carico degli oneri dovuti alle banche. Infatti, devono pagare affitti considerevoli all'Agenzia del demanio per beni di cui non possono entrare in possesso, mentre è il sistema bancario l'unico a ricevere un sostanzioso ritorno economico dal contratto di mutuo stipulato su un bene di un mafioso. Quindi c’è qualcosa che non torna in questa legge, visto che le banche sono le uniche a trovarsi in una situazione di vantaggio”.
Qualche comune si è trovato in grave difficoltà per questa situazione?
“Direi di sì. Ricordo che il 51 per cento di questi beni, secondo i dati forniti dal demanio, resta totalmente inutilizzato perché è bloccato dalle ipoteche. La cifra di questo spreco è di 203mila milioni di euro: divisi tra ipoteche giudiziarie, volontarie e debiti residui di 73 mila euro”.
Cosa chiedete al Governo?
“Quali iniziative il Governo ha adottato o intenda adottare al fine di rendere tali beni fruttuosi e disponibili in tempi rapidi superando le diverse criticità che il sistema vigente in materia presenta. Il problema è questo”.

domenica 17 aprile 2011

Un buon dibattito al Senato

Voce Repubblicana del 16 aprile 2011
Intervista a Pietro Grasso
di Lanfranco Palazzolo

Sul ddl sulla sicurezza ho svolto un buon dibattito con i senatori. Lo ha detto alla “Voce” il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso dopo essere stato ascoltato dalla Commissioni Affari costituzionali e Giustizia al Senato sull'esame del ddl n. 2494 e connessi in materia di sicurezza.
Procuratore Grasso, quali sono state le sue valutazioni al termine dell’audizione relativa a questo provvedimento relativo alla Sicurezza?
“L’audizione ha impegnato molto tempo il comitato ristretto delle due commissioni parlamentari. Sono stato ascoltato per oltre un’ora. C’è stata una buona interazione con i parlamentari, che mi hanno posto molte domande. Gli stessi senatori sono stati molto soddisfatti dell’audizione”.
Quali temi avete trattato nell’ambito del ddl 2494?
“Nel corso dell’audizione abbiamo parlato dei casi di un’omessa denuncia per una richiesta estorsiva, ci siamo occupati del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e del voto di scambio politico-mafioso. Inoltre, nel corso dell’audizione, ci siamo occupati delle norme sui collaboratori di giustizia: sia della proroga del termine dei 180 giorni concessi dall’inizio della collaborazione che per rendere dichiarazioni utili ai fini delle indagini”.
Avete trattato i temi relativi ai reati che vengono commessi attraverso la rete?
“Nel corso dell’audizione abbiamo parlato dell’abrogazione della legge sulla disciplina relativa alle comunicazioni wi-fi. Ho ritenuto che sia interesse dei cittadini non essere coinvolti in indagini che possono comprendere un numero elevato di persone. Ritengo che non sia giusto incidere sulla privacy dei cittadini. Se un cittadino realizza un collegamento da un bar e nello stesso momento c’è, da parte di un’altra persona, un tentativo on-line di un reato di pedofilia sarebbe opportuno che ogni singola comunicazione wi-fi fosse identificabile. Altrimenti si rischia di coinvolgere troppe persone che certo non hanno alcuna responsabilità. Ecco perché sarebbe necessario trovare un criterio di identificabilità anche attraverso una password in queste reti. Chi ha un wi-fi aperto deve controllare che in questo spazio non si inseriscano altre persone che commettono reati gravi”.
In queste settimane le forze politiche sono impegnate in una tornata amministrativa molto importante. Ha da fare qualche valutazione sulle difficoltà che ha incontrato la Commissione Antimafia nel ricevere le informazioni dai prefetti sui politici collusi con la mafia?
“Su questo tema farò un’audizione in Parlamento. Non voglio anticipare temi e argomenti che dovrò trattare prossimamente. Quando ci sarà la prossima audizione potrò esprimere le mie valutazioni su questo”.
E’ preoccupato?
“Per natura sono ottimista e sereno pur avendo una precisa valutazione di quella che è la realtà”.

Il nuovo sistema politico iracheno (approfondimenti)


§ F. Mini, Uno scomodo sofa, in: Limes n. 1/2009 11
§ L. Striuli, Le nuove Forze Armate irachene e loro capacità operative in vista del disimpegno americano, Centro militare di Studi strategici - Osservatorio Strategico, supplemento al n. 4 - aprile 2009 11
§ A. Beccaro, La pacificazione in Iraq tra elezioni e attentati, in: ISPI Policy Brief n. 165, novembre 2009 11
§ Resolving Iraqi Displacement: Humanitarian and Development Perspectives, in: www.brokings.edu, 16 febbraio 2010 11
§ Chatham House, Conference Summary: Post-American Iraq, 24 marzo 2010 11
§ K.M. Pollack, Five Myths About the Iraq Troop Wthdrawal, in: www.brookings.edu, 22 agosto 2010 11
§ ISPI Dossier, Quale Iraq dopo il ritiro statunitense? - Background, settembre 2010 11
§ F. Gaub, Iraq: Which Age is Downing?, ISPI Commentary, 9 settembre 2010 11
§ S. A. Hussain, Iraq: patience and time, ISPI Commentary, 9 settembre 2010 11
§ G. Giungi, Siria-Iraq: la cooperazione economica preludio alla distensione politica, in: www.equilibri.net, 8 novembre 2010 11
§ I. Di Bella, Stati Uniti: l’operazione New Dawn e il ritiro delle truppe dal fronte iracheno, in: www.equilibri.net, 1° dicembre 2010 11
§ S. Stoppa, Kurdistan iracheno: il dilemma dei territori contesi, in: www.equilibri.net, 20 dicembre 2010 11
§ A. Caruso, L’Iraq al bivio, in: LIMES n. 1/2011 11
§ K.B. Carroll, Tribal Law and Reconciliation in the New Iraq, in: Middle East Journal, vol. 65, n. 1/2011 11
§ Center for Strategic & International Studies, Iraq’s Coming National Challenges: Transition Amid Uncertainty, 5 gennaio 2011 12
§ M. Arpino, Il cocktail esplosivo dell’Iraq, in: www.affarinternazionali.it, 28 gennaio 2011 12
§ A. Dai Pra, Il nuovo petrolio dell’Iraq: equilibri regionali e futuro dell’OPEC, in: Aspenia online, 1° febbraio 2011 12
§ L. Anderson e G. Stansfield, The Implications of Elections for Federalism in Iraq: Toward a Five-Region Model, in: publius.oxfordjournals.org, 31 marzo 2011 12
§ E. Sky, Iraq, From Surge to Sovereignty: Winding Down the War in Iraq, in: Foreign Affairs, marzo/aprile 2011 12
§ F. La Bella, Iraq: caratteristiche del nuovo corso politico ed economico, in: www.equilibri.net, 8 aprile 2011 12

venerdì 15 aprile 2011

La rete fissa da sviluppare


L'amministratore delegato di Vodafone Italia Paolo Bertoluzzo
Voce Repubblicana del 15 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Paolo Bertoluzzo

La politica segue con attenzione lo sviluppo della banda larga, ma la concorrenza deve fare passi avanti nella rete fissa. Lo ha detto alla “Voce” l’AD di Vodafone Italia Paolo Bertoluzzo.
Paolo Bertoluzzo, il Senato ha ascoltato Vodafone nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla banda larga. La politica segue con attenzione lo sviluppo di questa tecnologia?
“La politica è sensibile a questi temi. La situazione italiana deve essere analizzata sotto due profili: quello della telefonia fissa e quello della telefonia mobile. Nel caso della telefonia mobile, quello italiano è un caso che possiamo definire di eccellenza. Nel tempo, la politica e le autorità competenti hanno fatto delle scelte lungimiranti. Credo che la sfida più grossa per l’Italia sia quella di trovare una formula per trovare lo sviluppo delle reti di una generazione in fibra per la telefonia fissa. In Italia, a differenza di altri paesi, manca una concorrenza infrastrutturale per il cavo televisivo. All’estero, oltre alle infrastrutture in rame dei vecchi monopolisti, c’è un’infrastruttura televisiva attraverso la quale è arrivata anche la banda larga. Questa situazione rende il caso italiano più difficile da affrontare. Esiste il cosiddetto ‘Tavolo Romani’, che sta cercando delle soluzioni per coniugare lo sviluppo del mercato in un’ottica competitiva con l’accelerazione degli investimenti”.
E’ opportuna una mappatura completa della banda larga in Italia?
“Credo che di mappature ne siano state fatte diverse. Rispetto a qualche anno fa c’è una base di conoscenza più ampia a livello nazionale e regionale. E’ importante fare in modo che la competizione continui a funzionare bene come accade nel campo della telefonia mobile. Ed è bene che si facciano investimenti nel lato della cosiddetta rete fissa per accelerare lo sviluppo delle reti in fibra”.
Ci sono degli aiuti pubblici per lo sviluppo della banda larga? L’ex ministro Scajola li aveva congelati.
“Ogni forma di aiuto pubblico nella rete fissa, come in quella mobile, è fondamentale che sia finalizzato allo sviluppo della competizione per tutti gli operatori del settore. Ritengo che questo sia un principio fondamentale per avviare ogni ragionamento. All’epoca di parlava di fondi 800 milioni di fondi per il digital divide (Il divario tra chi ha accesso alle tecnologia di informazione e chi ne è escluso), che sono stati spesi solo in parte. Per quanto riguarda il digital divide, la competizione sulle strutture di rete mobile porterà alla soluzione. Vodafone si è impegnata ad investire 1 miliardo ½ in tre anni per il potenziamento della banda larga via Radio a tutto il territorio nazionale. Infatti, nei prossimi tre anni copriremo 1000 comuni che finora non hanno avuto la possibilità di utilizzare questa tecnologia”.

I cattolici e l'Unità d'Italia


La storica Emma Fattorini
Intervista ad Emma Fattorini
Voce Repubblicana del 14 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

I cattolici difendono il valore dell’Unità d’Italia. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana”, al termine del Convegno promosso dal Senato dal titolo “La Questione cattolica”, Emma Fattorini, docente di Storia contemporanea all’università di Roma La Sapienza.
Professoressa Fattorini, perché nel corso di queste celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia la cosiddetta “Questione cattolica” ha assunto questa grande importanza, che certo non ebbe nell’anniversario del 1961?
“C’è una ragione storica per le difficoltà che ci sono state nel processo risorgimentale. La questione cattolica nasce lì. C’è soprattutto una sensibilità oggi perché c’è una sensibilità dei cattolici nel difendere l’unità nazionale e nel difenderla. C’è anche una reazione ad una storiografia revisionista, che vede i cattolici contro le minacce contro lo stato unitario. Si è parlato di opposizione organizzata dei cattolici all’unità d’Italia. Penso che sia stata una visione del tutto esagerata rispetto al dato storico reale. Rispetto a queste polemiche la Chiesa, tramite Benedetto XVI, ha rivendicato. Nel 1962, Paolo VI pronunciò una frase molto bella: quando definì la fine del potere temporale della Chiesa come un fatto provvidenziale. Per la Chiesa, quel cambiamento aveva aperto un grande ‘portone universale’ di dialogo spirituale”.
La Chiesa ha cercato di impadronirsi di questo anniversario e di esserne protagonista al di la dei suoi meriti reali nel compimento del processo unitario?
“Credo che ci sia ancora un certo pregiudizio nei confronti della Chiesa cattolica. Detto questo, non bisogna assolutamente negare che ci fu un’opposizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’Unità d’Italia. Ma questa opposizione fu molto complicata, fatta di tanti chiari-scuri. Intanto ci furono tanti personaggi come Rosmini, Gioberti, Manzoni, che teorizzavano la centralità della Chiesa nel processo unitario. La Chiesa ufficiale li condanno. Su questo avete ragione. Però ritengo che queste polemiche vadano smussate. Le classi liberali dell’epoca non erano affatto illiberali, capivano l’importanza che i cattolici potevano avere nella storia d’Italia per mantenere il consenso. La Chiesa rifiutava il metodo dell’Unità d’Italia, simile a come si era configurato il processo che aveva portato alla Rivoluzione francese”.
Nel corso del dibattito al quale ha partecipato a Palazzo Giustiniani si è cercato di separare la Questione cattolica da quella Romana? E’ giusto?
“Altri paesi hanno vissuto una loro questione romana. In Germania, negli anni della Breccia di Porta Pia, c’è stato il Kultukampf. La questione romana si ritiene risolta con i Patti Lateranensi del 1929. Mentre la Questione cattolica è ancora aperta nel conflitto che esiste tra laici e cattolici nel nostro paese”.