sabato 2 luglio 2011

Gli ultimi sviluppi sulla crisi in Darfur

Il conflitto nel Darfur, che dal febbraio 2003 ha assunto proporzioni drammatiche, è riconducibile prevalentemente a rivalità tra etnie che vedono opposti da un lato arabi, pastori tradizionalmente nomadi, e, dall’altro, tribù di neri africani, sedentari, agricoltori o allevatori.
Contrariamente a quanto accade nel resto del paese, dove al Nord prevale la religione musulmana e al Sud quella cristiano-animista, nel Darfur la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana.
I principali gruppi etnici non arabi nel Darfur sono i Fur – i più numerosi, che danno il nome alla regione - tra i quali prevale l’agricoltura stanziale e forme di artigianato; gli Zagawa, allevatori di greggi e di cammelli ma anche agricoltori; i Masalit, in prevalenza agricoltori.
Mentre il governo sudanese - appoggiato dalle etnie arabe - sostiene che il conflitto nella regione del Darfur è unicamente centrato sulla competizione tra pastori e allevatori per il controllo del territorio, i leader delle tribù non arabe affermano che lo spopolamento dei villaggi e il conseguente passaggio di proprietà dei terreni sono parte di una precisa strategia governativa diretta ad “arabizzare” l’intera regione. Di origine e di lingua araba sono infatti anche i Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, responsabili di attacchi contro la popolazione civile, reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara.
Oltre alle brutali repressioni, le tribù lamentano di essere discriminate dal governo sudanese e di essere lasciate ai margini dell’economia e del processo di pace, e di non avere alcun margine di trattativa nella possibile negoziazione di accordi per l’autodeterminazione; per tali ragioni hanno dato vita ad organizzazioni per l’autodifesa, prima fra tutte il Darfur Liberation Front, divenuto nel 2003 il Sudan Liberation Movement e Sudan Liberation Army (SLM/SLA), e il Justice for Equality Movement (Jem).
I due gruppi (SLM/A e Jem) hanno origini e presupposti ideologici alquanto differenti.
La nascita dell’SLM/A affonda le radici nei tumulti che attraversarono il Darfur nel 1989. Nel 1987, dopo una carestia devastante, fu creata un’alleanza araba - che ricevette incoraggiamenti ufficiali – che aveva l’obiettivo di contrastare la presenza delle comunità di agricoltori africani formate da Fur, Zagawa e Masalit. In quell’occasione il governo sudanese cominciò a fornire armi agli arabi, ordinando al contempo il disarmo degli africani neri. L’SLA fece le sue prime reclute tra i gruppi che i Fur avevano creato per la propria autodifesa, mentre gli Zagawa entrarono a far parte della milizia solo più tardi.
In una Dichiarazione politica del 14 marzo 2003, firmata da Minni Arkou Minawi, segretario generale dell’SLM/A, il governo di Khartoum venne accusato di incoraggiare “la pulizia etnica e il genocidio” in Darfur e di strumentalizzare a tale scopo alcune tribù arabe, costringendo la popolazione ad organizzarsi politicamente e militarmente per garantirsi la sopravvivenza. Lungi dal proclamare propositi secessionisti (che erano invece alla base del Darfur Liberation Front), la Dichiarazione afferma la fondamentale importanza dell’unità del Sudan che dovrà però poggiarsi sul riconoscimento e l’accettazione delle diversità etniche, culturali, sociali e politiche. La lotta armata viene considerata uno dei mezzi a disposizione dell’SLM/A, che dichiarava di voler raggiungere accordi con le forze di opposizione (politiche o armate) per rovesciare il regime dittatoriale. L’SLM/A è sostenuto dall’Eritrea.
La diversa composizione etnica ha portato in seguito ad una divisione dell’organizzazione dalla quale sono emerse due componenti: la fazione Zagawa, oggi minoritaria, guidata da Minni Minawi, l’unica che ha firmato l’accordo di Abuja del 2006 (v. infra); e la fazione Fur, guidata da Abdel Wahid, che ha un largo consenso tra i rifugiati nei campi profughi della regioni delle montagne Jebel Marra. Wahid ha insistito sul punto che i colloqui di pace non potessero avere luogo prima del disarmo delle milizie Janjaweed.
Il Justice and Equality Movement (Jem) è stato fondato da musulmani del Darfur sostenitori del leader integralista Hassan al-Turabi. Al-Turabi, protagonista insieme al presidente al-Bashir del golpe del 1989 che rovesciò il governo di Sadeq al-Mahdi (regolarmente eletto), nel 1999 venne imprigionato con il sospetto di avere cospirato proprio contro al-Bashir.
Il leader di Jem, Khalil Ibrahim Muhammad, è uno dei seguaci di al-Turabi ed è anche noto per aver pubblicato nel 2000 un libro intitolato “The Black Book” nel quale accusa le tribù nilotiche arabe di avere una rappresentanza sproporzionata in tutte le posizioni-chiave del potere governativo e nell’amministrazione del paese.
Il 23 febbraio 2010, a Doha, è stato siglato un accordo di cessate il fuoco tra il governo di Khartum e il Jem, che potrebbe aprire la strada a negoziati per la conclusione di un vero e proprio accordo di pace.
Dall’acuirsi del conflitto agli accordi di Abuja
Per molti anni il Darfur è stato teatro di un conflitto sotto traccia, caratterizzato da scontri occasionali tra gruppi tribali e raid nei villaggi.
All’inizio del 2003 l’SLM/A ha iniziato una serie di attacchi contro obiettivi governativi per protestare contro la passività del governo nel proteggere gli agricoltori che con le loro famiglie popolavano i villaggi del Darfur. Ben presto anche il Jem si è unito alla lotta armata.
Falliti gli iniziali tentativi di risolvere la situazione attraverso il dialogo, il governo sudanese decise, già a partire dal mese di marzo 2003 di rispondere alla ribellione con l’uso della forza, anche attraverso bombardamenti aerei su città e villaggi. Contestualmente cominciarono ad operare le milizie locali dei Janjaweed, che si resero responsabili di feroci attacchi contro la popolazione civile.
Secondo Amnesty International la maggiore responsabilità delle atrocità nei confronti dei civili ricade proprio sui Janjaweed, anche se nessuno dei contendenti ha saputo garantire le misure minime di protezione nei confronti della popolazione.
Con la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU 1564 del 14 settembre 2004 è stata decisa la creazione di una Commissione di inchiesta, presieduta da Antonio Cassese, con il compito di indagare sulle denunce di violazione di diritti umani e di determinare se fosse o meno ravvisabile l’ipotesi di genocidio, identificando eventualmente i responsabili di tali crimini.
Nel suo primo rapporto (1° febbraio 2005) la Commissione stimava l’esistenza di 1,65 milioni di sfollati interni e di 200.000 rifugiati in Ciad, e testimoniava della distruzione su vasta scala di villaggi in tutti e tre gli Stati che compongono il Darfur.
La Commissione concludeva inoltre che il Governo del Sudan non stava perseguendo una politica di genocidio, nonostante la violazione di diritti umani perpetrata dalle sue truppe e dalle milizie sotto il suo controllo.
Nonostante la firma dell’accordo di cessate-il-fuoco di N’djamena (aprile 2004) e il dispiegamento della missione di peacekeeping dell’Unione Africana, AMIS, gli attacchi e le violenze sui civili (uccisioni, distruzione di case e villaggi, stupri di massa, torture - come riferito da numerose ONG quali, ad esempio, Human Rights Watch -, sono continuate a lungo. Nel marzo 2005 il Consiglio di sicurezza dell’ONU decise di deferire la situazione del Darfur alla Corte Penale Internazionale che, in seguito, ha emesso i mandati di arresto per il ministro Ahmed Harun e il comandante Janjaweed Ali Kushayb, dei quali il governo del Sudan ha sempre rifiutato la consegna.
Nonostante la disponibilità più volte manifestata dalle Nazioni Unite, il governo del Sudan ha inizialmente opposto un diniego all’accoglimento nel Darfur di una missione di pace condotta dall’ONU, così come ha a lungo vietato l’ingresso ad organizzazioni umanitarie nella regione.
Il 5 maggio 2006 ad Abuja (Nigeria) è stato raggiunto un accordo (Darfur Peace Agreement - DPA), con la mediazione dell’Unione africana, tra il Governo sudanese e la fazione dell’SLM/A di Minni Minawi. Il punto debole dell’accordo, che ne ha in seguito rivelato tutta la fragilità, stava però proprio nella mancanza di assenso degli altri due movimenti della guerriglia: Abdel Wahid chiedeva una maggiore partecipazione dell’SLM/A nell’attuazione degli accordi sulla sicurezza, oltre a mostrare insoddisfazione per le previsioni del DPA circa la rappresentanza politica e il fondo per le ricompense alle vittime; il Jem sosteneva che i protocolli sulla ripartizione del potere e della ricchezza avrebbero mantenuto la situazione di sostanziale iniquità che aveva dato origine alle ribellioni del 2003.

L’intervento delle Nazioni Unite
Il 31 agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato la risoluzione 1706, che prevedeva l’espansione della consistenza e del mandato della UNMIS, inizialmente (marzo 2005) insediata per il monitoraggio sul rispetto dell’Accordo di pace globale tra il governo sudanese e il movimento di liberazione del sud del Paese guidato da John Garang. L’espansione del mandato della UNMIS aveva lo scopo di assicurare anche nel Darfur una presenza internazionale quanto mai necessaria. La risoluzione precisava tuttavia che le truppe (fino a 22.500 uomini) non sarebbero state dislocate senza un esplicito assenso da parte del governo di Khartoum (il mandato di UNMIS è stato da ultimo esteso al 9 luglio 2011 dalla risoluzione del CdS n. 1978 del 27 aprile 2011).
Un peggioramento della situazione si è verificato verso la fine del 2006 quando, nella corsa all’accaparramento delle terre, si sono moltiplicati gli attacchi ai civili e ai cooperanti. Il 2006 segna peraltro anche l’inizio di sanguinose incursioni dei Janjaweed nel confinante Ciad a danno non solo dei rifugiati, ma anche di cittadini ciadiani appartenenti alle medesime etnie.
Dopo mesi di violenze (tra truppe governative e ribelli, ma anche tra diversi gruppi di ribelli) il governo di Khartum ha accettato il dispiegamento in Darfur di una forza ibrida AU/UN (UNAMID), autorizzata dal CdS con la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007. UNAMID ha dunque preso il posto della missione dell’Unione africana dal gennaio 2008. Le resistenze del governo sudanese non sembrano però ancora del tutto superate: l’ONU accusa infatti il Sudan di continuare a boicottare la missione di peacekeeping che in molte occasioni si è vista impedire operazioni sul campo.
A prescindere dal governo sudanese, occorre tuttavia considerare che il contingente di UNAMID – che prevedeva una forza di 26.000 uomini – non è mai stato interamente schierato, a causa dell’indisponibilità di alcuni dei paesi contributori.

Le posizioni della Comunità internazionale
Diverse ed articolate le posizioni all’interno della comunità internazionale con riguardo alla possibilità di aggravare le sanzioni nei confronti del Sudan e al mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del presidente al-Bashir - nel mese di luglio 2008, il Procuratore generale della Corte penale internazionale, Luis Moreno Ocampo, aveva infatti fatto richiesta di arresto del Presidente sudanese Bashir con le accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Il 4 marzo dell’anno successivo la Corte penale internazionale ha accolto la richiesta di mandato d'arresto per crimini di guerra nel Darfur, escludendo però l'accusa di genocidio.
Il 3 febbraio 2010 la Camera d'appello della Corte ha tuttavia accolto l'appello del procuratore Luis Moreno Ocampo contro la sentenza del 4 marzo 2009, cosicché la Corte dovrà riesaminare le prove portate dalla procura per sostenere l'accusa di genocidio.
La Cina si è invece ripetutamente dichiarata contraria alla richiesta di sanzioni contro il Sudan, pur asserendo di aver esercitato ripetute pressioni su Khartoum per un approccio più flessibile alla crisi in Darfur. Nonostante le insistenze delle diplomazie USA e britannica, anche la Russia, il Sudafrica e l’Egitto si sono dichiarate contrarie a un regime sanzionatorio contro il Sudan.
Va registrato un cambiamento, intervenuto nello scorso mese di ottobre, nella strategia dell’Amministrazione americana verso il Sudan: se da un lato la Casa Bianca ha rinnovato per un anno le sanzioni contro il governo di Khartum, dall’altro il presidente Obama ha offerto una serie di incentivi se il Sudan darà prove concrete di collaborazione per la soluzione del problema del Darfur.
La richiesta di arresto del presidente sudanese ha suscitato la generale contrarietà del mondo arabo, che non accetterebbe di buon grado una svolta in direzione della politicizzazione della giustizia internazionale: contrarie dunque l’OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica) e la Lega Araba. Le diplomazie arabe non hanno mancato di ricordare il contributo dato da Bashir per la sconfitta dei movimenti integralisti islamici in Sudan e l’allontanamento di Bin Laden dal Paese, che ne era divenuto negli Anni Novanta la principale base. Anche la Cina e l’Unione Africana – che ha promesso un’inchiesta indipendente sulla questione - hanno criticato con durezza l’iniziativa della CPI.
Da rilevare la posizione della Turchia che, alle suddette motivazioni contro l’arresto di al-Bashir, aggiunge anche la denuncia del mancato supporto di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Turchia, inoltre, nonostante le pressioni dell’Unione europea, non ha mai sottoscritto lo Statuto di Roma, che disciplina le funzioni e definisce le competenze della Corte penale internazionale.

La crisi umanitaria
E’ difficile calcolare esattamente le conseguenze della crisi: secondo alcune fonti (Nazioni Unite) avrebbe prodotto circa 2,7 milioni di sfollati e rifugiati (in particolare nel Ciad, dove si contano circa mezzo milione di rifugiati), nonché tra le 180.000 e le 300.000 vittime; la maggior parte delle ONG stima invece un numero totale di morti vicino ai 400.000, su una popolazione di circa 6 milioni di persone. Secondo il governo sudanese, invece, il conflitto del Darfur sarebbe terminato e avrebbe prodotto “solo” 10.000 morti.Il coordinamento degli aiuti umanitari è affidato all’OCHA (United Nations Office for the coordination of humanitarian affairs).
L’espulsione di 13 organizzazioni umanitarie (tra cui Oxfam, Save the Children e due sezioni di Medici senza frontiere) seguita al mandato d’arresto emesso dalla Corte Internazionale Penale nei confronti di al-Bashir sta gravemente mettendo a rischio la possibilità di far giungere alla popolazione gli aiuti essenziali.
Human Rights Watch e UNAMID riferiscono di arresti indiscriminati di persone ritenute favorevoli al mandato di arresto contro al-Bashir o sospettate di aver fornito informazioni ad interlocutori internazionali. Inoltre, sospetti ribelli sarebbero stati condannati a morte a seguito di processi condotti da tribunali speciali non ritenuti in grado di offrire il minimo delle garanzie previste dagli standard internazionali.
La situazione continua ad essere pericolosa sotto molteplici aspetti: scarsità di acqua e di cibo, strutture igienico sanitarie quasi inesistenti e controlli per la sicurezza inefficaci. Come riferisce il rapporto 2009/10 di Italians for Darfur il ruolo della missione UNAMID si sta rivelando inadeguato “esponendo lo stesso personale ONU ad elevati rischi”; dall'inizio della missione, come è indicato nel sito di UNAMID, sono morti 59 peacekeepers.

L’evoluzione più recente
Come si è detto più sopra, il governo sudanese ha siglato il 23 febbraio 2010 un accordo di cessate-il-fuoco con il più importante gruppo di ribelli, il Jem. L’accordo prevedeva fra l’altro che il Jem deponesse le armi e si trasformasse in un partito politico, al quale sarebbero state offerte posizioni all’interno del governo.
La sottoscrizione di tale accordo sarebbe stata possibile grazie ad una ripresa di colloqui tra Sudan e Ciad, il quale è sospettato di avere massicciamente aiutato il Jem nel corso degli ultimi anni. Tale intesa non solo escludeva l’altro maggiore gruppo di ribelli - l’SLM/A di Abdel Wahid – ma suscitava il risentimento dell’SLM/A di Minni Minawi, firmatario dell’Accordo di Abuja del 2006 non altrettanto favorevole al gruppo di ribelli. In ogni caso, l'intesa del governo sudanese con il Jem non è stata successivamente perfezionata, come invece era previsto per il mese di marzo del 2010 - al contrario, si aveva una ripresa dell'attività di guerriglia da parte del Jem, giustificata con le violazioni del cessate il fuoco da parte dell'esercito sudanese.
Secondo alcuni analisti, la mossa di al-Bashir nei confronti del Jem era parte di una strategia di riduzione delle ostilità sia interne sia internazionali, in vista delle elezioni legislative e presidenziali del mese di aprile, le prime in 24 anni, nelle quali al-Bashir ha successivamente registrato un ampio consenso ed è stato rieletto. Sempre per quanto concerne il piano istituzionale, va inoltre ricordato che l'attenzione interna e internazionale si è spostata progressivamente, nel corso del 2010, verso la prospettiva di referendum del Sudan meridionale, poi effettivamente svoltosi all'inizio del 2011, ufficializzando la divisione del paese.
In questo contesto la situazione del Darfur scivolava progressivamente sullo sfondo, anche se, come riferito dal comandante dell'UNAMID Ibrahim Gambari al Consiglio di sicurezza dell'ONU, nella prima metà del 2010 la situazione regionale rimaneva altamente critica e con numerosi episodi cruenti - nel solo mese di maggio si registravano 600 vittime -, mentre la missione UNAMID continuava ad accusare il mancato completamento dell'organico (circa 22.000 unità, a fronte delle 26.000 previste) e degli strumenti operativi (in particolare degli elicotteri per perlustrazioni a lungo raggio). Gambari evidenziava anche la necessità di favorire un rapido rientro degli sfollati e dei rifugiati, individuando negli oltre 2 milioni di persone tuttora costrette a vivere in campi profughi una spada di Damocle di enorme pericolosità per il Darfur.
Nel frattempo, pur avendo trionfato nelle elezioni presidenziali e legislative del mese di aprile, il presidente Bashir alla fine di giugno non aveva ancora potuto dar vita a una compagine governativa, mentre emergevano segnali di imbarazzo o di vera propria e propria ostilità nei suoi confronti da parte dei vertici politici di diversi paesi africani.
Un ulteriore aggravamento della situazione umanitaria nel Darfur si è avuto all'inizio di novembre del 2010, quando almeno duemila persone hanno lasciato le proprie abitazioni in seguito ai bombardamenti dell'aviazione sudanese al confine tra il Darfur e il Sudan meridionale. Subito dopo si è avuto un rilancio della iniziativa di mediazione del Qatar, la cui delegazione all'inizio di dicembre ha incontrato più volte le parti in lotta, soprattutto con l'obiettivo di convincere i due principali gruppi di ribelli a sedersi nuovamente al tavolo negoziale con le autorità di Khartum.
Le ambizioni dei mediatori del Qatar sono state però frustrate, e anzi l'unico leader dei ribelli che aveva firmato l'accordo di pace del 2006, Minnawi, è stato estromesso dal relativo organo di attuazione, con l'accusa di aver agito al di là della sfera d'influenza che l'accordo medesimo gli riconosceva. L'esercito sudanese ha addirittura assediato la roccaforte della fazione ribelle di Minnawi nel Darfur meridionale. Per tutta risposta Minnawi ha annunciato una ripresa di colloqui con l'altra fazione dell'Esercito di liberazione del Sudan (SLA), mentre anche a Londra il fronte dei ribelli è sembrato ricompattarsi in un'alleanza di otto differenti sigle, tra le quali il Jem, alcune fazioni del movimento di liberazione sudanese (SLM) e il Movimento per la giustizia e la liberazione (LJM).
La situazione tra il 23 e il 25 dicembre 2010 è sfociata in violenti scontri tra le forze governative sudanesi ed una coalizione di ribelli formata dal Jem e dall'ala del SLA guidata da Minnawi: anche in questo caso la battaglia ha avuto gravissime conseguenze per la popolazione civile, spingendo migliaia di persone ad abbandonare le loro case. Nonostante questi gravi sviluppi, il 27 dicembre sono riprese le trattative tra il governo di Khartum e i ribelli del Jem, con un incontro nella capitale del Qatar per ulteriori discussioni sulla bozza di accordo loro sottoposta dai mediatori il 16 dicembre.
Tuttavia, nel marzo 2011 si è registrata una nuova impasse, quando il governo sudanese ha formulato la proposta dello svolgimento di un referendum per stabilire lo status amministrativo del Darfur, anche in vista della possibile unificazione dei tre Stati regionali in un'unica entità. Secondo la prospettazione governativa, il referendum avrebbe dovuto svolgersi entro tre mesi. La mossa delle autorità di Khartum è apparsa non del tutto strumentale, poiché in passato le medesime avevano a lungo respinto l'idea di unificazione del Darfur, temendone sbocchi separatisti; va inoltre ricordato che le più importanti etnie del Darfur avevano più volte espresso dal canto loro contrarietà alla frammentazione della regione, che avrebbe favorito solamente i propositi di dominazione del governo centrale. Cionondimeno i movimenti armati del Darfur hanno respinto con forza la prospettiva del referendum, giacché a loro dire proprio questo strumento non permetterebbe poi al Darfur di optare per una secessione. Si tratterebbe dunque di un mero espediente del governo sudanese per rallentare e fuorviare il progresso dei negoziati introducendovi surrettiziamente nuovi argomenti, a detrimento di quelli effettivamente in discussione, quali la gestione del potere statale e l'eventuale concessione della vicepresidenza sudanese a un esponente del Darfur. Inoltre, sempre secondo i movimenti ribelli, il referendum sarebbe viziato da gravi irregolarità, poiché ancora oggi nel Darfur gran parte degli aventi diritto non potrebbe votare, in quanto si trova alloggiata in campi profughi assai lontani dai luoghi di origine.
A queste obiezioni il governo ha risposto evidenziando le divisioni nello schieramento di ribelli, e insistendo sull'assoluta necessità di svolgere il referendum entro l'inizio di luglio.
Alla fine di maggio 2011 si è avuta notizia del raggiungimento di un accordo di tutte le parti sull'ennesima bozza proposta dai mediatori del Qatar in una Conferenza di cinque giorni che ha visto per la prima volta la partecipazione di rappresentanti della numerosa popolazione darfuriana ospitata tuttora nei campi profughi. L’accordo dovrebbe peraltro essere solo il primo passo verso un definitivo cessate il fuoco: tuttavia le ambizioni dei mediatori vedono il documento come base di partenza per un accordo globale inclusivo e per una pace sostenibile nel Darfur.
Le principali fazioni dei ribelli mostrano tuttavia ancora una certa diffidenza verso il governo di Khartum chem se nel negoziato ha presentato una facciata di disponibilità, sul terreno della martoriata regione sudanese ha continuato a effettuare bombardamenti e a impedire agli esponenti delle Nazioni Unite di visitare i villaggi colpiti, ostacolando anche la libertà di movimento dei cooperanti internazionali, e quindi l'afflusso di aiuti umanitari alla popolazione. L'unico gruppo di ribelli che sembra maggiormente compromesso nelle trattative con il governo e il LJM. Sul tappeto rimane inoltre la questione del referendum sullo status amministrativo del Darfur, del quale i ribelli chiedono il rinvio - i mediatori del Qatar hanno al proposito prospettato la possibilità dello svolgimento del referendum un anno prima delle prossime elezioni, e quindi di un notevole differimento della consultazione.

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