domenica 17 luglio 2011

La violenza come metodo politico

Intervista ad Antonio Carioti
Voce Repubblicana del 16 luglio 2011
di Lanfranco Palazzolo

I giovani della destra neofascista consideravano la violenza come uno dei metodi della lotta politica. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Antonio Carioti, autore de “I ragazzi della fiamma” (Mursia), un libro che racconta la storia dei giovani neofascisti e del progetto della grande destra voluto da Arturo Michelini.
Antonio Carioti, come è nata l’idea di fare questo libro che riguarda il percorso dei giovani della destra neofascista degli anni ’50?
“Il libro si colloca in piena continuità con il mio precedente saggio dal titolo ‘Gli orfani di Salò’ (Mursia). Ma mentre nel precedente si parlava di un Movimento sociale che era agli albori, che doveva lottare per affermarsi nell’Italia post-bellica. In questo caso parliamo di un partito che, in qualche modo, aveva già preso piede, che alle elezioni del 1953 ottenendo un discreto successo elettorale. Il Msi passò dal 2 per cento delle elezioni del 1948 al 6 per cento delle elezioni del 1953. Questo partito, di fronte all’equilibrio politico centrista, fondato da una maggioranza della Democrazia cristiana, tentò di inserirsi nel gioco politico democratico per svolgere un ruolo che alterasse gli equilibri politici. Questa politica provocò delle polemiche interne perché il Msi era nato per perpetuare la memoria del fascismo. I giovani della destra dimostrarono di essere i fascisti più intransigenti e non vollero accettare la sfida ‘democratica’ del segretario Arturo Michelini”.
Quale fu il fattore che determinò il successo del Msi alle elezioni politiche del 1953?
“Il Msi aveva ottenuto delle importanti affermazioni elettorali alle elezioni amministrative del 1951 e del 1952. I missini riuscirono ad andare al governo in molte città del Sud, prima fra tutte Napoli dove venne eletto sindaco Achille Lauro. Le ragioni di questa affermazione fu la convinzione che la riforma agraria voluta dalla Dc fosse stata un errore. Quella riforma non fu apprezzata dai grandi proprietari terrieri. E poi c’era il problema di Trieste, città che ancora non è stata restituita all’Italia. E la posizione dei governi centristi su Trieste venne considerata debole, anche perché c’era stata la rottura tra Tito e Stalin. E per questa ragione gli americani non erano più disposti ad accettare le rivendicazioni italiane. I giovani neofascisti scesero in piazza per rivendicare quella battaglia”.
All’epoca esisteva un destra “eversiva”?
“L’Msi considerava la violenza come un metodo di lotta politica che si poteva usare per combattere la minaccia comunista. Le manifestazioni di piazza dei missini erano aggressive. E si manifestavano in assalti, come quello realizzato nel marzo del 1955 alla sede del Pci in via delle Botteghe oscure. A quell’assaltò partecipò Vittorio Sbardella, che poi passò alla Democrazia cristiana”.

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