domenica 30 ottobre 2011

Come viene gestito l'ente EUR s.p.a.?


Richiesta di autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni nei confronti dell'onorevole Saverio Romano

Dario Fo, il più amato nella DDR

Voce Repubblicana del 29 ottobre 2011
Intervista a Magda Martini
di Lanfranco Palazzolo

Dario Fo è stato forse considerato l’attore italiano più apprezzato dalla Repubblica democratica tedesca, al punto che veniva considerato un eroe della lotta contro il capitalismo in Italia. Lo ha detto alla “Voce” Madga Martini, autrice del saggio “La cultura all’ombra del muro. Relazioni culturali tra Italia e Ddr (1949-1989), edito da Il Mulino.
Magda Martini, come è nata l’idea di questo libro che ha indagato sulle difficili relazioni tra la cultura del nostro paese e quella della Germania socialista?
“L’idea di questo libro è nata a seguito di un periodo di studio nella città di Jena, città che faceva parte del territorio della ex-Ddr. Qui ho assistito ad un vivace confronto sul rapporto che si era creato tra intellettuali e autorità politiche nel periodo della dittatura comunista. Le analisi che sono state fatte in Italia di questa disputa sono state molto superficiali. Ecco perché ho deciso di scrivere questo libro per verificare quale sia stato il rapporto tra gli intellettuali italiani e quelli della Ddr. Questo studio è apparso più interessante di quanto si possa credere, al di la degli schematismi su questo paese”.
I rapporti della Ddr con il mondo intellettuale italiano furono buoni?
“Nel mio libro ho messo in luce le difficoltà tra questi due mondi. Per anni, l’Italia non ha riconosciuto la Ddr. Anzi, ha considerato questo paese solo come uno Stato satellite dell’Unione sovietica. Il rapporto fu costellato da critiche e difficoltà. La Sed, i comunisti della Ddr, e il Pci non ebbero sempre rapporti buonissimi. Tuttavia, gli intellettuali italiani di sinistra amavano molto di più la Ddr perché questo paese aveva rotto più decisamente il suo passato con il fascismo rispetto alla Germania federale”.
Chi fu il segretario del Pci che cercò di migliorare di più i rapporti con la Ddr?
“Diciamo che Togliatti mantenne delle relazioni formali corrette e di collaborazione con il governo di Pankow. Invece, Enrico Berlinguer si illuse che l’arrivo di Eric Honecker avrebbe migliorato la collaborazione, anche intellettuale, più fruttuosa. Invece, l’arrivo del successore di Ulbricht fece solo un’operazione di machillage che certo non portò nessuna innovazione concreta, se non finalizzata al rafforzamento del suo potere. Anche Togliatti non stimava Ulbricht, al punto che lo considerava un politico ignorante”.
Perché Dario Fo era così apprezzato dall’apparato comunista della Ddr?
“Dario Fo era molto apprezzato nella Repubblica democratica tedesca. Le autorità di quel paese lo consideravano come un eroe della lotta anticapitalistica in Italia da parte dei funzionari della Ddr. Dario Fo non ne sapeva nulla. Anche Michelangelo Buonarroti seguì la stessa sorte di Dario Fo. Quel regime considerava le opere di Fo molto funzionali all’ideologia della Ddr”.

A che punto è la legge per vietare il burqa e niqab?

Il 2 ottobre 2009, la I Commissione Affari costituzionali ha avviato l'esame della proposta di legge di iniziativa parlamentare (A.C. 2422), a prima firma dell'on. Sbai, che modifica il cd. reato di travisamento, prevedendo espressamente il divieto di utilizzo degli indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab. A questa iniziativa è stato successivamente abbinato l'esame di altre proposte di legge (A.C. 627, Binetti; A.C. 2769, Cota; A.C. 3018, Mantini; A.C. 3020, Amici; A.C. 3183, Lanzillotta; A.C. 3205, Vassallo; A.C. 3368, Vaccaro; A.C. 3715, Reguzzoni; A.C. 3719, Garagnani; A.C. 3760, Bertolini).

Si ricorda che il 14 settembre 2010 è stata approvata in Francia una legge che vieta l'occultamento del volto nei luoghi pubblici, prevedendo che «nul ne peut, dans l’espace public, porter une tenue destinée à dissimuler son visage». Anche in Belgio, il 23 luglio 2011, è stata approvata una legge che vieta la dissimulazione del volto.

Nel corso dell’esame in Commissione delle abbinate proposte di legge è stato adottato un testo base nella seduta del 13 luglio, successivamente emendato da ultimo nella seduta del 19 ottobre.

Più specificamente l’articolo 1 - fermo restando quanto attualmente previsto dall’art. 5 della L. n. 152/1975 (Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico), in ordine al divieto dell’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento in luogo pubblico o aperto al pubblico - prevede che, in tali casi, limitatamente all'uso di indumenti o accessori di qualsiasi tipo, compresi quelli di origine etnica e culturale, quali il burqa ed il niqab, qualora il fatto sia di lieve entità e non risulti commesso in occasione di manifestazioni pubbliche, si applichi la pena dell'ammenda da 1.000 a 2.000 euro.

Oltre a ciò è stabilito che, per le ipotesi di cui sopra, è facoltativo l'arresto in flagranza.

Con l’articolo 2 viene introdotto nel corpo del codice penale un nuovo articolo 612-bis (Costrizione all'occultamento del volto) che sanziona, con la reclusione da quattro a dodici mesi e con la multa da 10.000 a 30.000 euro, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque costringa taluno all’occultamento del volto con violenza, minaccia o abuso di autorità o in modo da cagionargli un perdurante e grave stato di ansia o di paura o da ingenerargli un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di minore o di persona disabile.

L’articolo 3, infine, impedisce l’acquisizione della cittadinanza italiana a coloro che hanno riportato la condanna definitiva per l’anzidetto reato di costrizione all’occultamento del volto.

Discussione e attività istruttoria in Commissione in sede referente

Nell'ambito dell'esame delle proposte di legge, la Commissione ha deliberato lo svolgimento di un'indagine conoscitiva tesa ad approfondire i delicati argomenti oggetto dell’intervento legislativo attraverso l’audizione di intellettuali, giornalisti e professori universitari; le audizioni si sono tenute nel corso delle due sedute del 10 novembre e del 1° dicembre 2009. Sulle proposte di legge in titolo si è inoltre pronunciato, con parere del 14 luglio 2010, il Comitato per l’Islam italiano, istituito presso il Ministero dell’interno.

L’esame del testo, iniziato in data 2 ottobre 2009, è proseguito, successivamente agli abbinamenti delle altre proposte di legge, sino all’adozione di un testo base nella seduta del 13 luglio 2011, a seguito della quale, nella seduta del 2 agosto, sono stati approvati tre emendamenti finalizzati a modificare l’articolo 1.

Con riferimento al contenuto dell’articolo 1, come detto, lo stesso è stato da ultimo corretto in seguito all’approvazione di un emendamento (1.50), presentato dalla relatrice, nella seduta del 19 ottobre, diretto a recepire la condizione posta dalla II Commissione (Giustizia) in sede consultiva (v. infra).

I pareri espressi dalle Commissioni in sede consultiva

La II Commissione (Giustizia) ha espresso parere favorevole con condizione e osservazione il 18 ottobre 2011. La condizione richiede l’introduzione nell'art. 1 della previsione dell’applicazione della pena dell'ammenda ai soli casi in cui il divieto - di celare o travisare il volto, o comunque di rendere difficoltoso il riconoscimento personale in luogo pubblico o aperto al pubblico, mediante indumenti o accessori compresi quelli di origine etnica e culturale, quali il burqa ed il niqab - sia violato in occasioni diverse da quelle previste dal secondo periodo del comma 1. E’ così rimessa alla valutazione del giudice la decisione di applicare una sanzione più lieve a chiunque violi il divieto al di fuori delle manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico e in circostanze tali che il fatto risulti di lieve entità.

In relazione all'articolo 2 si è, inoltre, osservato che il nuovo reato ivi previsto difficilmente potrebbe trovare applicazione, considerata la sua natura meno grave rispetto ai reati in apparenza concorrenti e che, pertanto, la Commissione di merito dovesse valutare l'opportunità di meglio definire le sanzioni previste dallo stesso articolo 612-ter.

La IX Commissione (Trasporti), la XII Commissione (Affari sociali) e la VII Commissione (Cultura) hanno espresso parere favorevole, rispettivamente, il 13 settembre, il 27 settembre e il 28 settembre 2011.

La XI Commissione (Lavoro) in data 15 settembre, esprimendo parere favorevole ha invitato la Commissione di merito a valutare l'opportunità di delineare in modo più dettagliato l'ambito concreto dei «motivi professionali» che consentivano la deroga al divieto di celare o travisare il volto, eventualmente elencando le singole attività lavorative e professionali interessate ovvero rinviando, per la loro puntuale individuazione, ad un apposito atto di natura regolamentare.

sabato 29 ottobre 2011

Relazioni del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica Relazione 2011

La nomina dei membri del Centro sperimentale di cinematografia

Con lettera del 1° settembre 2011 il Ministro per i beni e le attività culturali aveva trasmesso le proposte di nomina a componenti del Cda della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia di Paolo Tenna e Alberto Contri. La Commissione 7° Istruzione del Senato ha espresso parere favorevole sulle proposte, mentre la Commissione VII Cultura della Camera non ha espresso il parere. La richiesta era stata trasmessa alle Camere ai sensi dell'articolo 1 della legge 14 del 1978 e dell’articolo 6, comma 1 del decreto legislativo 18 novembre 1997, n. 426, come modificato e integrato dal D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 32, secondo cui: il consiglio di amministrazione è nominato con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, ed è composto dal presidente, indicato dal medesimo Ministro, e da quattro componenti, designati, rispettivamente, tre dal Ministro per i beni e le attività culturali ed uno dal Ministro dell'economia e delle finanze. I componenti del consiglio di amministrazione sono individuati tra personalità di elevato profilo culturale, con particolare riguardo al campo cinematografico ed audiovisivo, e con comprovate capacità organizzative. Possono far parte del consiglio di amministrazione due ulteriori rappresentanti di soggetti pubblici o privati che partecipino alle attività della Fondazione con un contributo annuo di almeno un milione di euro. Essi restano in carica per l'anno cui si riferisce il contributo. Il contributo annuo può essere erogato anche per più anni, in tal caso i consiglieri in questione possono restare in carica per periodi più lunghi. Tenna e Contri sono stati proposti appunto come i due rappresentanti di cui al secondo capoverso del comma 1, in particolare come rappresentante delle regioni, rispettivamente, Piemonte e Lombardia in seno al consiglio. Il presidente e gli altri componenti del Cda di competenza del Ministero per i beni e attività culturali furono invece nominati per quattro anni lo scorso 23 luglio 2008, conformemente ai pareri favorevoli espressi dalle Commissioni competenti di Camera e Senato alla metà del mese di luglio 2008. Si trattava di Francesco Alberoni (già nominato presidente per due precedenti mandati il 5 marzo 2002 e il 17 giugno 2004) e dei consiglieri di amministrazione Giuseppe (Pupi) Avati, Dario Edoardo Viganò e Giancarlo Giannini (anche quest’ultimo, come il presidente, è al terzo mandato, mentre gli altri due sono stati nominati per la prima volta); il 13 ottobre 2009 è stato nominato anche il consigliere di competenza del Ministro dell’economia e delle finanze, Giorgio Tino.
Il Centro, nato nel 1935, trasformato in fondazione con il citato D.Lgs. n. 426/1997 e riordinato con il D.Lgs. n. 32/2004, si occupa di alta formazione, conservazione e ricerca nel campo della cultura cinematografica.

Ecco come sono andate le elezioni in Tunisia

Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni dell’Assemblea costituente in Tunisia. Mentre lo spoglio continua a procedere con lentezza, secondo Al Jazeera-Arabic le proiezioni prevedono che il partito islamista moderato Ennahdha (guidato da Hamada Jebali, e dal leader storico Rached Ghannouchi) si attesti intorno al 45%, seguito dai movimenti laici progressisti del Congresso della Repubblica (guidato da Moched Marzouki)con il 15% dei voti e dal Forum democratico per la libertà e il lavoro (Ettakatol; guidato da Mustafa Ben Jafaar)con il 10%. A sorpresa il risultato del nuovo movimento Petizione popolare, fondato lo scorso marzo dall’uomo di affari e imprenditore televisivo Mohamed Hamdi, con il 10%. Un risultato più basso avrebbe invece conseguito il partito democratico del progresso (fondato da Ahmed Najib Chebbi e ora guidato da Maya Jribi), accreditato prima delle elezioni come principale forza laica del Paese. In base a queste proiezioni, Ennahda potrebbe raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea costituente, mentre stime precedenti dello stesso partito, basate su exit-poll, indicavano che il partito si sarebbe potuto attestare su un terzo dei seggi. I primi risultati definitivi relativi a 159 dei 218 seggi confermano la netta prevalenza di Ennahda con il 41% (65 seggi); i principali partiti laici (Congresso per la Repubblica; Forum democratico; partito democratico del progresso e il partito ex-comunista Ettajdid) otterrebbero il 28% (45 seggi) e petizione popolare il 14% (22 seggi) (per una descrizione dei partiti politici tunisini cfr. infra il relativo paragrafo).
In base a fonti giornalistiche il Forum democratico per il Lavoro e le Libertà avrebbe già iniziato consultazioni con il partito islamista per la costituzione di un esecutivo di unità nazionale.
A seguito della dimissioni del presidente Ben Alì nel gennaio 2011, la Tunisia ha avviato un processo di transizione costituzionale. In particolare, il 9 febbraio il Parlamento tunisino ha approvato una legge che consente al presidente ad interim (in base alla Costituzione previgente il presidente della Camera bassa) di emanare, su proposta del governo provvisorio, decreti con forza di legge in materia quali i diritti dell’uomo come definiti dalle convenzioni internazionali; l’organizzazione dei partiti politici; la riforma del sistema elettorale; l’amnistia. Su queste materie il governo riceve i pareri dell’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, costituita il 18 febbraio e composta di rappresentanti di partiti politici, organizzazioni e associazioni di carattere nazionale, esponenti della società civile. Il 3 marzo è stata annunciata la decisione di convocare un’Assemblea costituente, le cui elezioni, previste inizialmente per il 24 luglio, sono state poi differite al 23 ottobre. L’Assemblea costituente sarà composta da 218 membri eletti in 33 circoscrizioni plurinominali (delle quali 6 estere). Il sistema elettorale adottato è di tipo proporzionale con metodo del quoziente e i più alti resti e liste chiuse che vedano la presenza paritaria ed alternata di un candidato di sesso maschile e di un candidato di sesso femminile. L’assemblea avrà il compito di redigere un nuovo testo costituzionale e scegliere un nuovo capo dello Stato e un nuovo Primo ministro, il quale a sua volta formerà un governo ad interim fino alle prossime elezioni. Un accordo tra i principali partiti del Paese ha sancito che la durata dell’Assemblea non possa superare un anno, al termine del quale si terranno le elezioni presidenziali e per il nuovo Parlamento.
Da segnalare la alta partecipazione elettorale alle elezioni: il dato supererebbe il 90% degli elettori registrati (4 milioni dei 7 milioni di tunisini; il processo di registrazione degli elettori si è svolto durante l’estate ed è risultato lungo e complesso). E’ quindi possibile ipotizzare che il dato di partecipazione si attesterà intorno al 70% dei cittadini maggiorenni tunisini.
La regolarità delle elezioni è stata sottolineata dalle missioni di osservazione dell’Unione europea, del Consiglio d’Europa e dell’Assemblea parlamentare dell’Osce (guidata quest’ultima dal Vicepresidente On. Riccardo Migliori).
In particolare, nelle sue conclusioni preliminari del 25 ottobre la missione di osservazione elettorale dell’Unione europea ha rilevato che:
la legislazione elettorale elaborata nel corso della transizione ha previsto un quadro adeguato per l’organizzazione delle elezioni conformemente alle norme internazionali in materia;
la regolamentazione del finanziamento dei partiti è risultata dettagliata, ma i relativi meccanismi di controllo risultano complessi e di difficile applicazione per gli organi amministrativi e giurisdizionali; in questo contesto il termine dato all’Alta Autorità di controllo delle elezioni per annullare eventualmente i risultati di liste elettorali per violazioni delle disposizioni sul finanziamento appare troppo ristretto, spirando al momento della proclamazione dei risultati elettorali;
si sono registrate difformità da parte degli organi amministrativi e giurisdizionali a livello locale in ordine ai criteri di accettazione e registrazione delle candidature;
la campagna elettorale si è svolta regolarmente e la stampa ha svolto un ruolo positivo;
l’obbligo di alternare nelle liste candidature femminili e maschili ha premesso la candidatura di circa 5.000 donne; tuttavia solo nel 7% dei casi donne sono risultate capolista;
La missione di osservazione internazionale dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, consistente in più di 80 osservatori provenienti da 21 Stati, è stata coordinata dall’onorevole Riccardo Migliori, Presidente della Delegazione italiana e Vicepresidente dell’Assemblea OSCE. Gli osservatori hanno giudicato “libere e corrette” le elezioni, apprezzando la partecipazione di massa al processo elettorale del popolo tunisino, da considerare alla stregua di una prima solida pietra miliare per il processo di costruzione istituzionale che il Paese deve affrontare. La campagna elettorale ha assicurato un’equilibrata copertura mediatica che ha dato agli elettori la possibilità di scegliere liberamente e le elezioni si sono svolte in modo calmo ed ordinato, sebbene si siano registrate lunghe file presso i seggi. Gli osservatori dell’Assemblea OSCE hanno segnalato alcune misure restrittive sulla campagna elettorale, l’esclusione di alcune candidature, il sistema di registrazione degli aventi diritto, altri aspetti tecnici, come meritevoli di riflessione per un ulteriore miglioramento del sistema elettorale, e tuttavia non tali da pregiudicare il giudizio positivo sull’andamento delle elezioni.
Hanno partecipato alla missione di osservazione internazionale i seguenti componenti della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’OSCE: i deputati Riccardo Migliori; Emerenzio Barbieri (PdL); Pierluigi Mantini (UDCpTP) e Matteo Mecacci (PD); i senatori: Antonio Battaglia (PdL); Giuseppe Caforio (IdV); Luigi Compagna (PdL); Mauro Del Vecchio (PD) e Nino Randazzo (PD).
L’onorevole Riccardo Migliori, in qualità di coordinatore della missione di osservazione internazionale dell’Assemblea OSCE, ha effettuato due visite pre-elettorali nel Paese: la prima dal 6 al 9 settembre 2011 e la seconda dal 28 settembre al 1° ottobre. Nel corso della prima missione il Presidente Migliori ha incontrato Taieb Baccouche, Ministro dell’Istruzione e Portavoce del Governo; Kemal Jendoubi, Presidente dell’Alta Commissione indipendente per le elezioni in Tunisia (ISIE); Yadh Ben Achour, Presidente dell’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica; Mohamed Mouldi Kefi, Ministro degli Affari esteri; esponenti dei partiti politici, delle ONG e della società civile. Nel corso della seconda visita, il Presidente Migliori, secondo le indicazioni della stessa Alta Commissione indipendente per le elezioni in Tunisia (ISIE), ha visitato il Sud del Paese per avere una diretta impressione del grado di preparazione delle elezioni e per valutare il clima socio-politico nel corso della campagna elettorale, anche nelle zone rurali della Tunisia. Ha quindi incontrato, nei dipartimenti di Sousse, Sfax, Gabes e Medenine, i funzionari delle autorità elettorali locali, i leader e i candidati dei maggiori partiti e i rappresentanti degli osservatori internazionali attivi sul territorio. Ha altresì incontrato il Presidente dell’Autorità nazionale indipendente per l’Informazione e le Comunicazioni ed i coordinatori delle missioni di osservazione internazionale dell’Unione Europea e del Carter center, per discutere sulle possibili forme di coordinamento e condivisione delle informazioni nella fase preelettorale. Ha infine visitato due campi profughi presso il confine con la Libia, a Ras Ajdir, gestiti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per I rifugiati (ACNUR) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).
Anche la Delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, coordinata dall’on. Andreas Gross (Svizzera), di cui faceva parte il senatore Pietro Marcenaro (PD), ha espresso un giudizio positivo sullo svolgimento delle elezioni, congratulandosi con i cittadini tunisini per non aver mancato un importante appuntamento con la storia del loro Paese.
Fonti giornalistiche segnalano tuttavia alcune proteste ed accuse nei confronti di esponenti del partito Ennahda di aver operato compravendita dei voti, potendo contare su significativi finanziamenti esteri, in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar. In proposito, merita ricordare che Ennahda si era opposta, nel corso dei lavori dell’Alta Autorità, allo schema di decreto legge che limitava significativamente la possibilità di finanziamento estero. Secondo le medesime fonti, peraltro, tale provvedimento avrebbe avuto solo un’attuazione parziale (tale aspetto appare in parte confermato dalle conclusioni preliminari della missione elettorale dell’Unione europea).
Il carattere che dovrà assumere l’assetto costituzionale tunisino sarà al centro dell’agenda politica del Paese per i prossimi mesi e, ovviamente, dei lavori dell’Assemblea Costituente. A tale proposito Ennahda ha più volte indicato come proprio modello l’AKP di Erdogan, nonché la propria volontà di conciliare ispirazione religiosa e laicità dello Stato. Anche il comportamento del partito nel corso della campagna elettorale è apparso orientato in senso moderato. Da segnalare, tuttavia, il rifiuto, nell’ambito dei lavori dell’Alta Autorità, della sottoscrizione del “patto repubblicano”, una sorta di dichiarazione di intenti firmata dai principali partiti tunisini e volta a delineare una società pluralista, libera ed egualitaria, nonché l’abbandono dei lavori dell’Alta Autorità per protesta contro le limitazioni al finanziamento estero contenute nello schema di decreto-legge sui partiti politici (suscettibile di pregiudicare i significativi finanziamenti che Ennahda riceverebbe da altri paesi arabi, come Arabia Saudita e Qatar).
Merita rilevare che un questionario sottoposto ai rappresentanti dei principali partiti tunisini da Human Rights Watch mostra una sostanziale convergenza di tutti i partiti sulla protezione delle libertà pubbliche, compresa la libertà di espressione e la libertà di stampa, mentre appaiono delle divergenze sui limiti da individuare per la libertà di espressione in casi che coinvolgano il diritto alla privacy, alla protezione delle minoranze contro incitazioni all’odio e alla diffamazione in materia religiosa. L’organizzazione internazionale segnala che Ennahda non ha risposto, nonostante numerosi inviti, al questionario. Al riguardo, Human Rights Watch segnala come il programma ufficiale del partito affermi il riconoscimento e la protezione dei diritti civili e politici cercando di radicarli nella storia e nei valori islamici e sostenga che il “pensiero islamico necessita di un rinnovamento al fine di renderlo pronto per le sfide della modernità e necessita di essere interpretato in conformità con le dichiarazioni internazionali sui diritti umani che sono, in generale, compatibili con i valori e gli obiettivi dell’Islam”. In tal senso, il programma sposa il modello dello “Stato civile” come opposto allo “Stato islamico”. Il programma riafferma i diritti delle donne all’eguaglianza, all’educazione, al lavoro, alla partecipazione nella vita pubblica, mentre non fa riferimento al diritto all’eguale eredità. In una intervista il leader del partito Jebali ha minimizzato i contrasti tra la Sharia e i principi internazionali in materia di diritti umani, affermando allo stesso tempo che “Ennahda non autorizzerà ciò che è espressamente ritenuto illecito da Dio e non proiberà ciò che è espressamente autorizzato da Dio. Altrimenti non saremmo un movimento islamista”. Richiesto sulla previsione della Sharia in merito alle punizioni corporali in caso di furto, Jebali ha risposto che “in una società giusta nessuno sarà costretto al furto, ciò non esclude in via di principio il ricorso alle punizioni corporali, ma invita piuttosto a concentrarsi sullo sviluppo sociale che renderà il furto non necessario”. Con riferimento ai recenti attacchi contro il canale TV Nessma per la trasmissione del film Persepolis, che contiene una scena nel quale Dio è rappresentato antropomorficamente (in contrasto con i precetti islamici), Ennahda ha ufficialmente condannato le violenze, ma ha anche condannato gli attacchi alle credenze religiose del popolo ed ha invitato a distinguere tra libertà di espressione e attacchi alla fede e ai simboli sacri. Un leader eminente del Partito, Sadok Chourou ha dichiarato che il suo partito richiederà l’inserimento nella Costituzione della previsione di sanzioni penali per la diffamazione, l’insulto o l’aggressione contro le credenze dei Musulmani e contro la santità religiosa.
In proposito, si segnala che attualmente la Costituzione tunisina prevede l’Islam come religione di Stato, mentre non contiene alcun riferimento alla Sharia.
Da punto di vista economico, le previsioni dell’Economist Intelligence Unit indicano una contrazione del PIL dello 0,7% nel 2011, a causa del calo del turismo e dell’instabilità politica e sociale, ma con prospettive di un ritorno ad una crescita, in caso di buon esito nella transizione alla democrazia e di conseguimento della stabilità politica, per il quadriennio 2012-2016 (con una crescita del 4,2% del PIL).
I principali partiti politici tunisini
I partiti registratisi nella competizione elettorale sono 81 ed offrono un ampio spettro di orientamenti ideologici e programmatici. Sono indicati di seguito i principali movimenti:
Ennahda (Rinascita), vincitore netto delle elezioni, è un movimento islamista moderato legato ai fratelli musulmani fondato nel 1981, fondato da Rached Ghannouchi (solo omonimo del primo capo di governo post-Ben Alì Ghannouchi), e messo al bando nel 1989. A febbraio Ghannouchi ha affidato la leadership attiva del movimento al portavoce Hamadi Jebali. Sulla base delle dichiarazioni dei principali esponenti del partito, la piattaforma politica del partito appare “flessibile” (o, secondo i critici, ambigua): il movimento ha espresso il proprio sostegno non solo ai valori democratici ed ai diritti umani, ma anche al codice personale e di famiglia come definito dalla legislazione laica tunisina, che rifiuta la poligamia e prevede la piena uguaglianza tra uomo e donna. I due esponenti politici hanno altresì definito l’indossare l’hijab come scelta personale; al tempo stesso però viene confermata l’adesione del partito alla Sharia e il rifiuto della separazione tra Stato e religione, puntando piuttosto ad una conciliazione tra ispirazione religiosa e laicità dello Stato e richiamando il modello del partito del primo ministro turco Erdogan, AKP. Il movimento appare poi subire la pressione di movimenti giovanili “salafiti” più estremisti, come Hizb al-Tahrir che invocano la costituzione di un califfato islamico e la messa al bando dei partiti politici. Movimenti salafiti si sono resi protagonisti negli ultimi mesi di episodi di antisemitismo e di attacchi a negozi di alcolici e a donne prive del velo.Da segnalare anche la differenziazione operata da Ennahda rispetto agli altri partiti impegnati nella transizione con il rifiuto di sottoscrivere, la scorsa estate, il ”patto repubblicano”, un insieme di disposizioni di riferimento discusse ed approvate dall’Alta Istanza allo scopo di guidare i futuri membri della Costituente e che propone una società pluralista, libera ed egualitaria. D’altro canto Ennahda aveva abbandonato altresì l’Alta istanza in segno di protesta contro la volontà di adottare un progetto di decreto legge-quadro sui partiti politici che limitava significativamente la possibilità di finanziamenti esteri.
Il secondo vincitore delle elezioni è il Partito del Congresso per la Repubblica (PDR), partito di centro sinistra fondato dal professore universitario e attivista per i diritti umani Moncef Marzouki nel 2001. Illegale dal 2002 e riconosciuto solo nel marzo di questo anno dopo le dimissioni di Ben Alì, il partito guidato da Moncef Marzouki, di impostazione laica, chiede l’instaurazione di un regime democratico, rispettoso dei diritti umani e civili. Ha caratterizzato la sua campagna elettorale per la polemica contro i finanziamenti privati ai partiti politici.
Il Forum Democratico per il Lavoro e la Libertà (FDLL), fondato nel 1994 dal medico tunisino Mustafa Ben Jafaar, di impostazione laica, radicato tra gli intellettuali, gli attivisti per i diritti umani e i professionisti; il partito è stato legalizzato nel 2002 ma il suo programma ha continuato a richiedere libere elezioni, amnistia per i prigionieri politici e eliminazione del ruolo egemone nella vita politica tunisina dell’RCD
Il Partito Democratico Progressista (PDP), partito laico di centro sinistra fondato nel 1983 dall’avvocato Ahmed Najib Chebbi, è stato uno dei pochi partiti legali durante il regime di Ben Ali, pur subendo persecuzioni per l’assunzione di posizioni critiche contro il regime e di denuncia dell’autoritarismo. Evolutosi da posizioni inizialmente di ispirazione marxista verso una piattaforma liberaldemocratica, con un accento comunque sulla tutela delle fasce più deboli della popolazione, è guidato dal 2006 da Maya Jribi, prima donna leader di partito in Tunisia e da tempo impegnata nella tutela dei diritti delle donne e nella parità di genere.
Ettajdid: “Rinnovamento”, nato nel 1994 dalla trasformazione del partito comunista, riconosciuto legalmente, guidato da Ahmed Ibrahim con posizioni di centro-sinistra.
Petizione popolare, nuovo movimento fondato nel marzo 2011 dall’uomo di affari e imprenditore televisivo tunisino Mohamed Hamdi, dall’identità politica non nettamente definita, ha preso posizioni ostili sia ad Ennahda sia ai sostenitori del precedente regime di Ben Alì. Tra i punti del programma vi è la richiesta dell’assistenza sanitaria gratuita per gli anziani.

venerdì 28 ottobre 2011

Qui ci vuole un T-Party, ma senza attaccare Bersani

Intervista a Marco Lioni
Voce Repubblicana del 28 ottobre
di Lanfranco Palazzolo

Il manifesto dei T-Party chiede al Partito democratico una svolta sulla politica economica. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Gianluca Lioni, responsabile dell'Innovazione radiotelevisiva del Pd.
Gianluca Lioni, come trentenne del Partito democratico lei ha firmato un manifesto nel quale, insieme ad altre decine di esponenti del Pd, un profondo rinnovamento nelle scelte politiche del Pd. Cosa avete proposto?
“Non vogliamo alimentare nessuna contrapposizione all'interno del Partito democratico. Il nostro è un approccio costruttivo. Il nostro non è stato un manifesto contro il segretario del Partito democratico Pierluigi, ma un approccio costruttivo che chiede con coraggio di tornare allo spirito con cui è nato il Pd. Il Partito democratico era nato per sfidare i conservatorismi, per innovare, per mettere in discussione caste e corporazioni, per liberare le energie di questo paese. Noi trentenni abbiamo il diritto di chiedere delle riforme”.
Qual è il limite più grosso della segretaria politica di Pierluigi Bersani?
“Bersani è il nostro segretario. Noi condividiamo molte delle cose che fa. Nessuno ha voluto attaccare il segretario del Pd con questo manifesto. Il nostro è solo un documento di contenuti politici. Non vogliamo giocare al risiko delle correnti politiche. Non vogliamo nemmeno giocare la carta dell'attacco alla segreteria del partito. Sarebbe un'iniziativa senza senso. Chiediamo delle cose precise sui costi della politica; sul mercato del lavoro, che deve essere riformato; sulle pensioni, che non devono essere un tabù; sulla riduzione degli sprechi e sulle liberalizzazioni. Su questo Bersani è stato molto bravo”.
Nel vostro documento avete citato più volte Romano Prodi.
“Romano Prodi resta per noi un grande punto di riferimento. L'ex presidente del Consiglio è stato l'artefice dell'incontro tra culture profondamente diverse. C'è una vulgata diffusa nel partito in cui si sostiene che i governi Prodi hanno fallito perché hanno proposto riforme liberali. In realtà queste riforme sono state bloccate dai veti di una coalizione male assortita, dai veti di partitini massimalisti”.
I trentenni hanno un ruolo marginale nel Pd?
“Noi non pensiamo che i trentenni abbiano un ruolo marginale nel Pd. Hanno firmato il nostro documento ragazzi di 21 e 27 anni che fanno amministrazione locale, sono amministratori provinciali, sindaci, assessori di grandi città. Le nuove generazioni ci sono, ma forse non sono sfruttate al meglio dal Partito democratico proprio mentre sembra che si apra un nuovo ciclo politico. Noi crediamo che la nuova stagione del Pd possa offrire molte opportunità ai giovani”.
Cosa pensa dei rottamatori di Matteo Renzi?
“Renzi dice alcune cose condivisibili. Però non condivido le sue critiche contro Bersani”.

giovedì 27 ottobre 2011

Quelle pensioni non si toccano

Intervista a Maurizio Fugatti
Voce Repubblicana del 27 ottobre 2011
di Lanfranco Palazzolo

Siamo contrari a toccare le pensioni di anzianità, ma siamo favorevoli ad altre mediazioni. Lo ha detto alla “Voce” l'onorevole Maurizio Fugatti della Lega Nord.
Onorevole Fugatti, cosa pensa delle difficoltà che sta incontrando la maggioranza sulle pensioni?
“La situazione è molto delicata. Noi non possiamo pensare di andare a penalizzare quelle categorie di pensionati di anzianità che hanno fatto tanti sacrifici per arrivare alla fine del periodo lavorativo. La maggior parte di queste persone vengono dal Nord. Si tratta di persone che hanno pagato contributi per anni e hanno contribuito a pagare anche le pensioni di altri, i quali hanno lavorato meno. Mi riferisco anche ai baby pensionati. Mettere le mani sulla situazione previdenziale è un fatto molto importante per noi. Quello che si è detto in questi giorni sul 'passaggio immediato', sulla 'quota cento' (anzianità-vecchiaia) sono inaccettabili per la Lega. Se ci sono proposte alternative queste saranno attentamente valutate dai vertici del partito”.
Cosa pensa la base della Lega?
“La base della Lega è realmente sensibile al tema delle pensioni. Siamo preoccupati di come si stanno evolvendo le cose. Toccare i diritti dei lavoratori-pensionati contraddice le proposte che abbiamo sempre fatto. La base della Lega è preoccupata. Se mollassimo su tutto il fronte i nostri elettori non sarebbero certo contenti. Se ci fosse una mediazione sarebbe possibile vedere se ci sono soluzioni alternative. Anche per garantire a Berlusconi di andare a Bruxelles con un'ipotesi di mediazione. Questa estate ci fu l'ipotesi di tassare le categorie produttive che guadagnano oltre 90mila euro. In quella circostanza noi eravamo d'accordo. Toccare le pensioni di anzianità significherebbe toccare le categorie meno abbienti e toccare i soliti. Preferiremmo un intervento di quel tipo”.
Quali temi solleverebbe la Lega?
“Siamo sempre stati preoccupati degli sprechi della pubblica amministrazione. Bisognerebbe osservare quanti dipendenti hanno alcune regioni del sud e altre del Nord. In Sicilia, il numero dei dipendenti della Regione è superiore rispetto a quello di un'altra regione come l'Emilia-Romagna. Penso che sia interessante fare una valutazione su questo invece di colpire i poveri pensionati del Nord”.
Vedete la possibile riforma delle pensioni come un'imposizione dell'Ue? E come reagireste di fronte ad un segnale negativo dei mercati?
“Se i mercati daranno un segnale negativo questo non sarà per colpa della Lega che non ha toccato le pensioni. I problemi dell'Italia sono ben altri. Non possiamo prenderci in giro”.
Cosa pensate dei condoni?
“La Lega è contraria ai condoni. Altra cosa è un concordato fatto per il futuro per facilitare lo sviluppo delle imprese. Noi siamo contrari ai condoni per il passato”.

mercoledì 26 ottobre 2011

L'Argentina ha votato

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Le elezioni presidenziali 
e legislative
in Argentina 

i risultati(23 ottobre 2011)
Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni che hanno visto come vincitrice l’attuale Presidente Cristina Fernandez de Kirchner (n. 1953), moglie del precedente Presidente, il defunto Nestor Kirchner, e leader del Fronte della Vittoria, con il 54 per cento dei voti. Al secondo posto e terzo posto si sono posizionati rispettivamente il socialista Hermes Binner con il 17 per cento di voti e Ricardo Alfonsin con l’11 per cento di voti, candidato dell’Union Civica Radical (UCR) nonché figlio del primo presidente eletto dopo l’ultima dittatura militare. Infine, l’esponente del “peronismo dissidente” Eduardo Alberto Duhalde si è arrestato al 6 per cento dei suffragi.
Il risultato riportato dal presidente Cristina Fernandez de Kirchner amplifica il distacco da lei ottenuto nelle precedenti consultazioni elettorali quando vinse con il 45, 3 per cento dei suffragi con oltre 20 punti di vantaggio dalla principale rivale Elisa Carriò, candidata della Coaliciòn Civica.
Secondo la legge elettorale il Presidente è eletto per 4 anni (rinnovabile una sola volta) con un sistema a doppio turno; si risulta eletti al primo turno ottenendo il 45 per cento dei voti ovvero il 40 per cento con almeno 10 punti in più rispetto al più vicino dei contendenti. Il potere legislativo è esercitato da un parlamento bicamerale, il Congresso Nazionale, composto dal Senato e dalla Camera dei Deputati. Il Senato è composto da 72  membri eletti dalle assemblee regionali per un periodo di 6 anni ed ogni due anni viene rinnovato per un terzo; la Camera è composta da 257 deputati eletti per 4 anni (rinnovati per metà a metà della legislatura) con un sistema proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento del 3 per cento in 24 circoscrizioni plurinominali.
I votanti registrati secondo l’IFES sono 27.090.236 (dati aggiornati all’ottobre 2007).
L’affluenza alle urne è stata pari al 78,34 per cento degli aventi diritto.
Alla rielezione della Kirchner, oltre alla frammentazione delle opposizioni, ha contribuito la buona situazione economica del paese, dovuta alla politica monetaria ed economica espansiva del governo, così come la tendenza globale al rialzo dei prezzi delle commodities. In particolare, il governo ha posto in essere una politica di rialzi delle pensioni e di ampi sussidi di welfare, soprattutto per le famiglie povere, che ha però provocato un rialzo dell’inflazione (al 9,9 per cento secondo i dati ufficiali ma circa del 25 per cento secondo stime non ufficiali). L’economia argentina è stata agevolata anche dagli alti prezzi delle materie prime agricole, in particolare della soia, e trainata dall’alta domanda dei prodotti agricoli argentini da parte della Cina. Sulla situazione economica argentina potrebbe però pesare nel prossimo futuro il nuovo rallentamento dell’economia globale che potrebbe incidere sulle esportazioni agricole argentine, in una condizione in cui il paese latinoamericano dovrà affrontare anche il problema del contenimento dell’alta inflazione.
La popolarità della presidente è risultata in ascesa specialmente dopo la morte improvvisa del marito e predecessore Néstor Kirchner. Fernàndez si era peraltro imposta nettamente sui rivali già la scorsa estate in occasione delle primarie, novità assoluta per la scena politica argentina e strumento utile ad evitare la proliferazione dei candidati in quanto è stato stabilito che potessero concorrere alle presidenziali solo coloro che avessero ottenuto, nell’ambito delle elezioni primarie interne ai diversi schieramenti, almeno l’1,5 per cento dei voti.
Gli elettori sono stati chiamati inoltre a rinnovare il Congresso bicamerale e numerosi enti locali, tra cui la presidenza di nove province, compresa quella della capitale che rappresenta quasi il 40 per cento del paese.
Oltre alla situazione economica, nella prossima agenda politica del Paese rientra anche il tema delle riforme costituzionali. Infatti, secondo molti osservatori, la presidente Kirchner potrebbe proporre all’opposizione una soppressione del limite di due mandati consecutivi per il presidente bilanciata da una riduzione dei suoi poteri e da un’evoluzione in senso parlamentare del sistema istituzionale argentino.

I risultati del voto parlamentare in Svizzera

Le elezioni parlamentari in Svizzera – i risultati
 (23 ottobre 2011)
Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni parlamentari in Svizzera: l’Unione democratica di centro (UDC/SVP) di Toni Brunner - movimento di orientamento populista – ha registrato un calo di consensi rispetto alle elezioni parlamentari del 2007, pur confermandosi il primo partito con il 25,9 per cento dei suffragi. Il partito socialista (PSS/SPS) di Christian Levrat mantiene il secondo posto raccogliendo il 18,1 per cento dei voti, seguito dai partiti radical-democratico (PRD/FDP) e il partito democratico-cristiano (PDC/CVP) che registrano rispettivamente il 15,3 per cento  e il 13,1 per cento dei suffragi. Il partito ecologista – i verdi (PES/GPS) si arresta al 7,9 per cento di voti, mentre a guadagnare i seggi sono invece il partito verde-liberale (GLP/VL) e il partito borghese-democratico (PDB/BDP) che ottengono il 5,9 e il 5,2 per cento di voti. La Lega dei Ticinesi, ostile ai frontalieri italiani, ha raccolto lo 0,8 per cento di suffragi ottenendo due seggi in seno al Consiglio Nazionale.
L’affluenza alle urne è risultata del 49,76 per cento, un punto percentuale in più rispetto alle elezioni del 2007.

La Confederazione svizzera è uno Stato federale in cui il potere legislativo è esercitato dal parlamento bicamerale, composto dal Consiglio degli Stati e dal Consiglio nazionale. Il Consiglio degli Stati è composto da 46 membri, due per cantone; sistema elettorale e durata del mandato sono regolati da ciascun cantone per i propri rappresentanti. Il Consiglio nazionale è composto da 200 deputati eletti a suffragio universale maschile e femminile per quattro anni, 195 con un sistema proporzionale e 5 con un sistema maggioritario uninominale a turno unico. Il potere esecutivo è esercitato dal Consiglio federale composto da sette membri eletti, con decisione nella prassi consensuale, per quattro anni dalle Camere riunite del Parlamento in modo da rappresentare sia le diverse aree della Svizzera sia le diverse comunità linguistiche. Il Consiglio federale elegge al suo interno il Capo dello Stato, che esercita anche funzioni di primo ministro, per un anno. Cape dello Stato per l’anno 2011 è Micheline Calmy-Rey. Le elezioni del Consiglio nazionale dell’ottobre 2007 hanno visto la significativa affermazione di un movimento di orientamento populista, il partito del popolo svizzero-Unione del centro democratico, che ha ottenuto la maggioranza relativa con il 29% dei voti.

I risultati delle ultime elezioni evidenziano una battuta di arresto nella polarizzazione del quadro politico elvetico tra UDC/SVP e socialisti, a vantaggio dello spazio politico del centro. Tale spazio non è stato però occupato dalle tradizionali forze centriste, il partito radical-democratico e il partito democratico-cristiano, che hanno anzi avuto risultati deludenti, bensì da due nuove forze politiche. Si tratta in primo luogo del partito verde-liberale, nato nel 2007 da una scissione del partito ecologista verde, scissione guidata da Martin Baumle (il partito ecologista-verde ha invece conosciuto un netto arretramento elettorale). Altra forza centrista emergente è il partito borghese-democratico nato da una scissione nel 2008 dell’ala moderata dell’UDC/SVP, guidata da Eveline Widmer-Schlumpf.
L’UDC sembra aver subito inoltre la concorrenza di due formazioni locali come la Lega dei Ticinesi (LEGA), movimento guidato da Giuliano Bignasca, e il movimento cittadino ginevrino (MCG), formazione ostile alla presenza di lavoratori frontalieri francesi.
Il nuovo Parlamento sarà incaricato di eleggere il 14 dicembre prossimo i 7 membri del Consiglio federale, organo del potere esecutivo in Svizzera.
Tra i principali temi dell’agenda politica svizzera merita segnalare la situazione economica: la crescita della produzione industriale è rallentata nel secondo trimestre del 2011 (per il secondo trimestre consecutivo), soprattutto come conseguenza del rafforzamento del franco svizzero sui mercati internazionali. In questo contesto vanno anche ricordate le trattative in corso tra la Svizzera e numerosi paesi OCSE sulla tassazione dei depositi stranieri in Svizzera e sulla regolamentazione del segreto bancario (un accordo è stato raggiunto con la Germania).
Nella tabella sottostante sono riportati nel dettaglio i risultati elettorali del Consiglio nazionale, confrontati con quelli delle precedenti elezioni dell’ottobre 2007:
Partiti
Percentuale di voto 2011
Seggi 2011
Percentuale di voto 2007
Seggi 2007
Unione democratica di centro (UDC/SVP)
               25,9
55
28.9
62
Partito socialista          (PSS/SPS)
18,1
44
19,5
43
Partito Radical-democratico (PRD/FDP)
15,3
31
15,8
31
Partito democratico-cristiano (PDC/CVP)
13,1
28
14,5
31
Partito ecologista – i verdi (PES/GPS)
7,9
13
9,6
20
Partito Verde-liberale (GLP/VL)
            5,9
         12
       1,4
      3
Partito borghese-democratico (PDB/BDP)
            5,2
          9
         -
      -
Partito evangelico (PEV/EVP)
            3,2
          2
2,4
     2
Unione democratica federale (UDF/EDU)
           1,3
           0
        1,3
     1
Lega dei Ticinesi (LEGA)
           0,6
           2
        0,6
     1
Altri
           3,5
           4
        3
      0

Cosa succede in Indonesia?

La Repubblica di Indonesia, resasi indipendente dall’Olanda nel 1945, è, dal 2002, una repubblica presidenziale. Il Presidente della Repubblica è anche capo del governo ed è eletto per cinque anni con un sistema elettorale a doppio turno (risulta eletto al primo turno il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti; le prime elezioni presidenziali dirette si sono svolte nel 2004). Non sono previsti limiti alla rieleggibilità. Possono presentare candidati per la presidenza della Repubblica i partiti che abbiano ottenuto il 25 per cento dei voti nelle ultime elezioni o detengano il 20 per cento dei seggi complessivi in Parlamento. Il Parlamento è, dal 2004, bicamerale. La Camera dei rappresentanti (Dewan Perwakilan Rakyat), è composta, dalle ultime elezioni del 2009, da 560 membri (in precedenza 550) eletti per cinque anni con sistema proporzionale, con soglia di sbarramento al 2,5 percento, e voto di preferenza in liste aperte (le liste devono essere composte da almeno il 30 per cento di candidati donne). IlConsiglio dei Rappresentanti Regionali (Dewan Perwakilan Daerah), responsabile per la promozione e il monitoraggio delle leggi relative all’autonomia regionale, è composto da 132 membri, eletti nelle circoscrizioni plurinominali corrispondenti alle differenti provincie (ciascuna provincia elegge al massimo 4 membri), per cinque anni attraverso un voto singolo non trasferibile (ciascun elettore può scegliere un solo candidato, risultano eletti i candidati con più voti). A partire dall’anno 2001, è iniziato in Indonesia un processo di decentramento amministrativo per assicurare la fornitura dei principali servizi statali: attualmente sono presenti 30 provincie, 2 regioni speciali e lo speciale distretto della capitale Jakarta.
Per Freedom House, l’Indonesia è uno “Stato libero”, in possesso dello status di “democrazia elettorale”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit la definisce “democrazia difettosa” (cfr. infra “Indicatori internazionali sul Paese”). Per quel che concerne l’esercizio concreto delle libertà politiche e civili, le libertà di associazione, di riunione e di manifestazione del pensiero appaiono, secondo fonti indipendenti, tutelate nella pratica, con restrizioni nelle aree teatro di conflitti etnici o religiosi. Anche la libertà di stampa risulta effettiva e l’Indonesia vanta una stampa indipendente e vivace; tuttavia l’esercizio di tale libertà appare limitato da alcune restrizioni legali: in particolare, la disciplina severa delle licenze per l’apertura di stazioni radio-televisive costringe alcuni operatori del settore ad operare illegalmente. Risulterebbe poi accertato il ricorso a pratiche di autocensura da parte dei giornalisti per evitare rischi di azione legale (l’articolo 311 del codice penale del 2007 punisce la diffamazione a mezzo stampa con la reclusione per quattro anni; tuttavia, con alcune recenti sentenze, appare affermarsi in sede giurisdizionale un indirizzo maggiormente garantista nei confronti dei giornalisti). Nel 2008 la legge sulle informazioni e le transazioni elettroniche ha esteso ai contenuti diffusi on line e via Internet la disciplina restrittiva in materia di diffamazione, criminalizzando la distribuzione e la diffusione d’informazioni o documentazione contrari alle norme morali dell’Indonesia. La Repubblica indonesiana riconosce ufficialmente sei religioni: l’Islam (cui appartiene la maggioranza della popolazione), il Protestantesimo, il Cattolicesimo, l’Induismo, il Buddhismo e il Confucianesimo. L’Ateismo è proibito dalla legge, così come sono previsti provvedimenti contro la blasfemia e risulta difficile per gli appartenenti alle altre religioni ottenere i documenti di identità. Negli ultimi anni, il Governo ha fallito nel prendere misure efficaci per porre rimedio ai continui atti d’intolleranza religiosa. In seguito alla messa al bando, nel 2008, della setta islamica Ahmadiyya (con 400000 seguaci) sono accaduti numerosi episodi di violenza; costanti sono anche gli scontri tra le fazioni cristiane e musulmane.
Infine, secondo osservatori indipendenti, la corruzione continua a essere problema endemico e diffuso in Indonesia. Nel settembre 2010, inoltre, il Parlamento ha approvato un provvedimento legislativo che potrebbe indebolire l’autorità della Commissione speciale per l’eradicazione della corruzione e la connessa attività giudiziaria. L’approvazione ha fatto seguito allo scoppio di uno scandalo dai contorni non chiariti che ha coinvolto i vertici della Commissione, ma che, secondo i critici, sarebbe stato il risultato di una manovra volta a screditarne l’operato.
La situazione politica e sociale
L’attuale Presidente della Repubblica è Susilo Bambang Yudhoyono (n. 1949), rieletto per il suo secondo mandato nel luglio 2009.
Yudhoyono è leader del Partito Democratico, da lui fondato nel 2009, a seguito di una scissione dal partito democratico indonesiano-battaglia (PDI-P) di Megawati Sukarnoputri. nelle ultime elezioni legislative del 2009 il partito democratico ha ottenuto 148 seggi. Il secondo partito per importanza in Indonesia è il partito Golkar (già partito egemone durante la dittatura di Suharto), con 106 seggi; 94 sono i rappresentanti del PDI-P (Partai Demokrasi Indonesia Perjuangan), terza forza politica del Paese. Tutti questi partiti risultano di orientano non confessionale, mentre il partito della giustizia e della prosperità, di orientamento islamico, ha ottenuto 57 seggi. Insieme al partito democratico di Yudhoyono compone la coalizione di governo anche il partito Golkar. 
Con l’elezione nel 2004 di Yudhoyono, succeduto alla presidente Megawati Sukarnoputri (figlia del leader dell’indipendenza indonesiana, Sukarno), si è compiuta la prima alternanza pacifica al governo della storia indonesiana, a suggello del processo di transizione alla democrazia apertosi nel 1998 quando le proteste di piazza, associate anche alle conseguenze della crisi finanziaria asiatica del 1997, costrinsero alle dimissioni il generale Suharto, al potere, insieme al suo partito Golkar, dal  1968.  Nell’ambito di questa transizione, che ha visto alla carica di presidente dapprima (1998-1999) il vicepresidente di Suharto, Bacharrudin Habibie, quindi Abdurrahman Wahid, di orientamento islamico (1999-2001) e poi, a seguito delle dimissioni di Wahid a causa di accuse di corruzione, la già ricordata Sukarnoputri (2001-2004), l’Indonesia ha anche concesso, a seguito del referendum del 1999 e delle pressioni della comunità internazionale  che inviò nel medesimo anno una missione militare, l’indipendenza di Timor Est, ex-colonia portoghese invasa dall’Indonesia nel 1975.
Le tensioni separatiste ed interreligiose (in particolare tra cristiani e musulmani) rappresentano tuttora uno dei temi fondamentali nell’agenda politica indonesiana, mentre prosegue l’attuazione dell’accordo di pace raggiunto nell’agosto del 2005 con il movimento separatista della regione di Aceh. Altra regione sottoposta a tensioni separatiste, che hanno conosciuto una recrudescenza nel corso del 2011, è quella di Papua, al confine con la Papua Nuova Guinea. Nel 2002 l’Indonesia ha poi subito un significativo attacco terroristico da parte di un gruppo locale legato ad Al Qa’ida, nella città turistica di Bali, che provocò circa 200 morti. Da allora, è stata ripetutamente segnalata l’attività di gruppi qaedisti in Indonesia. Da ultimo, nel giugno 2011, un leader religioso islamico, Abu Bakar Bashir, è stato condannato da un tribunale indonesiano per legami con gruppi terroristici. Al centro dell’attenzione continua ad essere anche lo scandalo politico legato al salvataggio operato dallo Stato nel 2009 di una banca relativamente piccola, la Bank Century. Se i difensori del salvataggio, sottolineano come esso abbia evitato danni maggiori al sistema bancario indonesiano, nell’ambito della crisi finanziaria internazionale, i critici hanno rilevato come il costo dell’operazione sia risultato ben superiore al previsto e ventilato la possibilità di alcuni arricchimenti illeciti nell’ambito dell’operazione. In particolare, il partito Golkar, membro della coalizione di governo, ha messo sotto accusa il ministro delle finanze Sri Mulyani, che si è dimesso nel maggio 2010 per assumere la carica di direttore esecutivo della Banca Mondiale.
Con riferimento ad una serie di dati socio-economici assumibili come possibile parametro interpretativo del contesto indonesiano si segnala che l’Indonesia ha una popolazione complessiva di 232 milioni di persone; il tasso di crescita del PIL nel 2010 è stato del 6,1 per cento, mentre il PIL pro-capite è di 4.300 dollari. Il tasso di disoccupazione, nel medesimo anno, è del 7,1 per cento, mentre il 44 per cento della popolazione vive in agglomerati urbani; il tasso di scolarizzazione primaria è del 90,4 per cento (maschile: 94 per cento; femminile: 86,8 per cento). Infine, il 13,3 per cento della popolazione complessiva vive sotto la soglia di povertà. L’Indonesia, per le sue ingenti risorse forestali e naturali, risulta avere un ruolo strategico anche nella lotta contro il cambiamento climatico. Nello scorso maggio, il governo indonesiano ha varato un piano per un valore di un miliardo di dollari volto a fermare la deforestazione e a ridurre le emissioni di gas serra, che prevede, tra le altre cose, una moratoria di due anni sui nuovi permessi di sfruttamento delle aree forestali. Il piano è stato criticato come insufficiente da alcune associazioni ambientaliste.

Quella aggressione indecente

Intervista a Giorgio Straquadanio
Voce Repubblicana del 26 ottobre 2011
di Lanfranco Palazzolo

L'aggressione del Pd ai radicali è stata indecente. Lo ha detto alla “Voce” il deputato del Pdl Giorgio Straquadanio.
Onorevole Straquadanio, pensa che tra i radicali e l'attuale maggioranza possa svilupparsi un rapporto positivo?
“Innanzitutto voglio dire che, nel corso dell'ultimo dibattito sulla fiducia al Governo, sono rimasto allibito dall'aggressione subita dagli esponenti radicali che siedono in Parlamento. I dirigenti del Pd li hanno duramente criticati solo perché hanno deciso di partecipare ai lavori parlamentari. Ed è assurdo che queste critiche siano giunte dal capogruppo Dario Franceschini e dalla Presidente dell'assemblea del Pd Rosi Bindi. Quegli attacchi hanno dato il senso della debolezza delle posizioni assunte dal Partito democratico nel corso di quel confronto. I radicali hanno avuto solo 'la colpa' di partecipare al dibattito sulla fiducia esprimendo il loro punto di vista, che era un punto di vista contrario alla fiducia al Governo. La loro 'colpa' sarebbe stata solo quella di aver risposto alla chiama dei deputati. Voglio aggiungere che i radicali non sarebbero nemmeno stati determinanti per il mancato raggiungimento del numero legale per la fiducia al Governo alla prima votazione. Questa non mi è sembrata una manifestazione di forza dell'opposizione quanto una prova della delegittimazione delle istituzioni. Ecco perché questa aggressione l'ho trovata indecente perché si è trasformata in un'aggressione contro il Parlamento”.
Come ha trovato il fatto che la vicepresidente della Camera dei deputati Rosi Bindi abbia sponsorizzato la diserzione dall'aula della Camera?
“Dalla Bindi non ho sentito delle critiche all'indirizzo dei radicali, ma solo degli insulti. Detto questo, un vicepresidente della Camera dei deputati dovrebbe decidere quale funzione svolgere. Se la Bindi decide di continuare ad essere il pasdaran dell'opposizione antiparlamentare non dovrebbe fare il vicepresidente della Camera dei deputati. Non è possibile continuare ad operare da quello scranno dopo aver sponsorizzato la diserzione dell'aula. Questo è contro le regole di funzionamento delle istituzioni. Anche io sono stato vittima della Bindi. Nel corso di un mio intervento, che non era evidentemente gradito alla Bindi mentre era alla Presidenza, l'esponente del Pd mi ha tolto la parola. Ecco perché sono convinto che la presenza dei radicali nello stesso gruppo della Bindi sia innaturale”.
Che impressione ha avuto dell'incontro tra i radicali e Berlusconi?
“Sono stato molto contento che ci sia stato questo incontro perché ero rimasto deluso che Berlusconi, nella sua replica alla Camera sulla fiducia, non avesse ringraziato i radicali per la loro presenza in aula. L'incontro è il segnale dell'attenzione del governo verso i temi della giustizia”.