venerdì 21 gennaio 2011

Caso Ruby: intervista a Renato Farina


Due giorni fa ho fatto una bella intervista con Renato Farina. Abbiamo parlato del caso Ruby e delle mistificazioni della magistratura contro Silvio Berlusconi. Il quadro di Farina su Berlusconi è credibile perchè si basa sulla conoscenza diretta del Presidente del Consiglio e del suo rapporto personale con il premier. Il giornalista mi ha spiegato il suo rapporto diretto con Berlusconi. E alla fine dell'intervista mi ha ringraziato dicendo che ha fatto un'intervista senza sentire la necessità di difendersi.

Gli Stati Uniti e il diritto alla diffamazione

Diffamati in democrazia. Nei giorni scorsi il vicepremier britannico Nick Clegg si è svegliato dal suo abituale torpore e ha minacciato di cambiare la legge sulla diffamazione che, a suo dire, non tutela la libertà di espressione. Per una volta possiamo dare ragione a Nick Clegg. Negli Stati Uniti il problema è stato risolto da qualche mese proprio partendo da un caso spinoso che ha coinvolto la Gran Bretagna. Gli americani molto attenti a tutelare i valori del Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: “Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti ”. Per questa ragione, il Congresso ha approvato una legge volta a contrastare ciò che nel mondo anglosassone è definito “libel tourism” (“turismo della diffamazione”), consente alle corti federali statunitensi di non accogliere sentenze per diffamazione pronunciate da tribunali stranieri, a meno che il paese di provenienza non garantisca la libertà di espressione in termini equivalenti a quelli del Primo Emendamento della Costituzione americana. Il provvedimento introduce a livello federale disposizioni di identico tenore approvate negli ultimi tre anni dalle assemblee legislative di alcuni Stati americani. Il “Libel Terrorism Protection Act”, varato nell’aprile 2008 dal Parlamento dello Stato di New York, rappresenta la prima norma statunitense finalizzata a combattere il “libel tourism”, seguita da analoghe misure approvate, in ordine di tempo, dagli Stati dell’Illinois, della Florida, della California, del Tennessee, del Maryland e dello Utah. Tanto la legge federale, quanto le norme statali che l’hanno preceduta, traggono origine da un caso giudiziario, il caso Ehrenfeld. Nel gennaio 2004, infatti, il finanziere saudita Khalid bin Mahfouz aveva citato in giudizio la studiosa americana Rachel Ehrenfeld, che nel suo volume del 2003 “Funding Evil” lo indicava come finanziatore occulto di Al Qaeda. Il volume era stato pubblicato negli Stati Uniti, ma dal momento che nell’ordinamento britannico i criteri di accettazione della giurisdizione del Regno Unito per l’istituzione di un processo per diffamazione sono tutt’altro che rigidi, sono bastate 23 copie del volume acquistate su Internet tramite siti web registrati nel Regno Unito perché Mahfouz potesse intentare causa contro l’autrice del libro. Infatti, mentre negli Stati Uniti vige una normativa in materia di “libel” che tende a privilegiare gli autori, nel Regno Unito la legge che regola il reato di diffamazione è sostanzialmente favorevole alla persona diffamata (o presunta tale), dal momento che l’onere della prova è a carico del diffamatore. La Ehrenfeld ha tuttavia deciso di non difendersi nel Regno Unito – il che le è costato una condanna in contumacia con un risarcimento di 110.000 sterline in favore di Mahfouz -, ma di intentare a sua volta causa contro Mahfouz, sostenendo che la sentenza della Corte inglese non poteva essere applicata a New York in quanto la legislazione britannica in materia di diffamazione offre minore tutela della libertà d’espressione rispetto alle corrispondenti normative statunitensi, sia federali che statali. La battaglia legale si è conclusa il 20 dicembre del 2007 quando la Corte d’Appello di New York, dando torto all’autrice, ha stabilito di non avere giurisdizione su Mahfouz, ma ha lasciato tuttavia uno spiraglio aperto, affermando che le norme sulle quali si era basata la sentenza di non giurisdizione avrebbero potuto essere modificate dal Parlamento statale. Dall’esito di questo caso il parlamento americano si è messo al lavoro e ha votato per l’approvazione della legge federale sul “Libel Tourism” dell’agosto del 2010.

Non sono le procure ad stabilire chi è il premier

Intervista a Jole Santelli
Voce Repubblicana del 21 gennaio 2011
di Lanfranco Palazzolo

Non deve essere una procura della Repubblica a stabilire chi è il Presidente del Consiglio. Lo ha detto alla “Voce” l’ex sottosegretario alla Giustizia e deputata del Pdl Jole Santelli.
Onorevole Santelli, cosa pensa dell’inchiesta sul caso Ruby? Questa polemica è giunta anche alla Camera dei deputati con la richiesta di autorizzazione alla perquisizione di un ufficio del Presidente del Consiglio. Cosa pensa del meccanismo utilizzato dai giudici contro Silvio Berlusconi?
“Questo caso, almeno da quanto possiamo vedere dalle carte, è stato caratterizzato da tante e tali anomalie da lasciare molti dubbi, del tutto legittimi, a partire dalla configurazione stessa dei reati. Credo che questa inchiesta si trasformerà in una sorta di boomerang, un autogol pesante della stessa magistratura. Utilizzare un’indagine per un fine palesemente politico è un problema che dovranno porsi all’interno della magistratura”.
In questi giorni molte personalità politiche stanno chiedendo a Berlusconi di fare un passo indietro. Qualcuno parla addirittura di possibili successori del premier. Cosa pensate di questa situazione?
“Se posso esprimermi in termini giudiziari, dico che il giudizio politico prevede un unico grado: il voto degli italiani. Alcuni sostengono che questo giudizio prevede due gradi: quello degli elettori e quello del Parlamento. Il metodo che altri vorrebbero applicare è questo: gli elettori votano e la magistratura sovverte l’esito del voto. Questo sistema è assurdo”.
Lei vede all’orizzonte un dopo-Berlusconi?
“No, non lo vedo. E ci mancherebbe che fossero le procure della Repubblica a stabilire chi debba ricoprire o meno la carica di Presidente del Consiglio”.
Come interpreta la stabilità dei sondaggi per il Pdl e per Berlusconi?
“Il sistema che ha agito in questi anni contro Silvio Berlusconi ha immunizzato gli italiani. Gli strumenti utilizzati contro Silvio Berlusconi sono stati imponenti. Nemmeno i più grandi criminali della storia hanno avuto il trattamento che ha avuto Silvio Bersluconi. Gli italiani sono stufi di questi mezzi utilizzati contro il Presidente del Consiglio. Il popolo italiano ha compreso che c’è una grande differenza tra quello che dice una procura della Repubblica e la verità”.
In questi giorni tutti accusano il centrodestra di non aver mai fatto una riforma della giustizia. La riforma dell’ordinamento giudiziario non lo era?
“Era una riforma della giustizia che non toccava uno dei punti fondamentali del sistema giudiziario: il Pubblico ministero. Oggi dobbiamo decidere se è necessario cambiare la Costituzione e dare un determinato ruolo al Pm oppure, a costituzione vigente, non possiamo permettere che siano i Pm a gestire la polizia giudiziaria. Oggi i Pm hanno un ruolo politico. Lo abbiamo visto in questi mesi”.

Quella speculazione produce instabilità

Intervista a Margherita Boniver
Voce Repubblicana del 21 gennaio 2011
di Lanfranco Palazzolo

La speculazione internazionale sulle derrate alimentari ha determinato l’instabilità in Tunisia. Questa situazione potrebbe ripetersi in altri paesi Africani. Lo ha detto alla “Voce” la deputata del PdL Margherita Boniver.
Onorevole Boniver, come ha trovato l’intervento del ministro degli Esteri Frattini sulla situazione in Tunisia?
“Molto positivo ed accurato nei particolari. Il ministro degli Esteri ha fatto un quadro molto chiaro della situazione in questo paese. L’intervento del ministro degli Esteri si ripeterà. Proprio mentre stiamo parlando la Tunisia non ha risolto nessuno dei suoi molti problemi. L’implosione del regime di Ben Alì è stata rapidissima. Credo che ci sia una data nella quale è cominciata questo processo. Mi riferisco al 17 dicembre scorso, giorno in cui un ambulante si è dato fuoco perché gli era stato tolto il permesso per questioni di tipo burocratico. Da quel giorno c’è stato un rapidissimo susseguirsi di eventi che ha portato alla fuga di Ben Alì. Questo regime ha avuto degli aspetti positivi dal punto di vista dell’apertura economica e dello sviluppo dei valori laici. Questo è stato un passaggio molto importante per la crescita di quest’area del Maghreb. La storia di questo paese si incrocia con quella italiana. In Tunisia ci sono state decine di migliaia di emigranti all’inizio del ‘900. Durante il fascismo sono fuggiti in questo paese molti ebrei dalle leggi razziali. Il legame tra Italia e Tunisia si è rafforzato dal 1987, anno della conquista del potere da parte di Ben Alì”.
L’Italia come guarda a questa fase di transizione?
“Con trepidazione. Non vogliamo certamente interferire con quello che sta accadendo in quel paese. Non possiamo farlo, né siamo intenzionati ad entrarci. Credo che anche l’Unione europea debba fare così. Al massimo, l’Ue può dare degli aiuti di carattere finanziario alla Tunisia. Ma solo se ci venissero chiesti. Se la Tunisia dovesse chiedere un contributo all’Italia per un nuovo processo elettorale sarebbe positivo. Ma dovrebbe essere il nuovo governo di Tunisi a chiedercelo. Il regime di Ben Alì è stato rapace e corrotto al di la di ogni immaginazione. L’Italia deve continuare ad avere nei confronti della Tunisia un rapporto buono, di affetto, come se fosse una parte integrante della nostra visione del mondo”.
Crede che il fattore determinante che ha portato a questa rivolta sia esclusivamente economico o ritiene che i tunisini vogliano anche democrazia e più diritti?
“I tunisini sono interessati al ‘pane’ e alla democrazia. La rapida crescita della speculazione internazionale ha fatto sì che le rivolte del pane si sono susseguite in molti paesi del Maghreb, ma anche in altri paesi africani. Si tratta di popolazioni molto giovani e molto istruite, che non hanno prospettive”.

Quella regione deve fare la raccolta differenziata

Intervista a Gaetano Pecorella
Voce Repubblicana del 20 gennaio 2011
di Lanfranco Palazzolo

La raccolta differenziata dei rifiuti in Sicilia è nulla. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Gaetano Pecorella, Presidente della Commissione d’inchieste sulle attività illecite sul ciclo dei rifiuti nella Regione Sicilia, che ha presentato la relazione conclusiva dei propri lavori e l’ha discussa in aula.
Presidente Pecorella è soddisfatto del lavoro che avete svolto e del fatto che la relazione conclusiva della Commissione sia stata discussa dall’aula?
“E’ la prima volta che una Commissione d’inchiesta riesce a portare la relazione conclusiva e le sue proposte all’attenzione dell’aula della Camera dei deputati. Il problema dei rifiuti è uno dei temi centrali che hanno le nostre Regioni e il Parlamento. In passato non vi è stata attenzione su questi temi. Ecco perché la situazione è giunta a questo punto. La Camera ha dato il giusto riconoscimento al nostro lavoro, che è stato molto approfondito e molto impegnativo da parte della Commissione. Abbiamo aperto inchieste sulla nave dei veleni, sulla Campania, ci siamo anche occupati della situazione in Lombardia, quando c’è stata l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in quella regione. La presidenza della Camera e l’ufficio di presidenza hanno voluto dare un riconoscimento importante al nostro lavoro”.
Cosa avete proposto nella risoluzione finale?
“Nella risoluzione abbiamo elencato l’attività svolta nel corso dei nostri lavori. E’ importante che la risoluzione conclusiva porti la firma di tutti i gruppi parlamentari. Questo mi pare assai significativo perché è la testimonianza che il nostro non è stato un lavoro di parte. Non abbiamo voluto utilizzare questa grave carenza nazionale per accusare questa o quella parte politica. Abbiamo voluto fare un lavoro completo nel corso delle nostre audizioni. Le carenze che abbiamo riscontrato nel nostro lavoro riguardano tutte le forze politiche”.
La Sicilia ha una raccolta differenziata dei rifiuti al 7 per cento, mentre la Sardegna, che era fino a qualche anno fa al 4 per cento, è al 35 per cento. Quello è un modello da seguire?
“La nostra Commissione ha svolto il suo lavoro anche all’estero. E la distanza tra il nostro paese e altre realtà è enorme. Siamo andati a Parigi, dove abbiamo riscontrato che sotto la città c’è un’altra città dedicata al riciclo e allo smaltimento dei rifiuti. Inoltre, ci siamo resi conto che in Germania stanno scomparendo le discariche. E c’è l’utilizzo del 60 per cento del materiale per fare nuove cose. L’aspetto fondamentale della raccolta differenziata è quello di poter riutilizzare i rifiuti per fare nuove cose. In Germania i rifiuti sono una risorsa. Da noi sono un problema. In Sicilia la raccolta differenziata è al 7 per cento, una percentuale nulla. Le discariche sono un problema per l’ambiente”.