giovedì 17 febbraio 2011

Attenzione a quello che succede in Yemen

Dal punto di vista della forma di governo, lo Yemen è una Repubblica presidenziale. Il presidente è eletto con un mandato di sette anni, senza limiti alla rieleggibilità.
Il Parlamento è bicamerale. La Camera dei rappresentanti è composta da 301 membri eletti per sei anni con sistema maggioritario uninominale a turno unico (le elezioni, previste per il 2009, sono state annullate e posticipate al 2011). La seconda camera, la Shura è composta da 111 membri di nomina presidenziale.
Per Freedom House lo Yemen è uno Stato non libero mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit lo classifica come “regime autoritario”. Al riguardo, con riferimento al rispetto delle libertà politiche e civili, fonti indipendenti individuano una limitata competizione politica tra il partito del presidente Saleh, il Congresso generale del popolo, forza egemone del paese, e i principali partiti di opposizione, pure presenti in Parlamento, il partito islamista Islah e il partito socialista yemenita. Osservatori indipendenti hanno individuato nelle ultime elezioni consistenti irregolarità, anche con riferimento alle procedure di registrazione degli elettori. I mezzi di comunicazione di massa sono di proprietà statale e il codice penale persegue le critiche al Capo dello Stato e la pubblicazione di materiale che potrebbe diffondere “spirito di dissenso tra il popolo”. La libertà di riunione e di associazione è invece generalmente rispettata, sia pure in presenza di episodi di restrizione.
La Costituzione riconosce quella islamica come la religione di Stato e individua nella legge islamica, la Svaria, la fonte della legislazione statale.
La situazione politica interna
Capo dello Stato, dalla riunificazione del paese nel 1990, è Ali Abdullah Saleh (n. 1942), già presidente della Repubblica araba dello Yemen del Nord dal 1978.
Lo Yemen è caratterizzato da una situazione resa instabile dalla persistente rivalità tra Nord e Sud, sopravvissuta alla riunificazione del 1990, dalla contrapposizione con la minoranza sciita degli Houti nel Nord e dalla presenza di Al Qa’ida, secondo alcuni osservatori inizialmente tollerata dal governo di Saleh e poi contrastata, a seguito delle pressioni USA e dell’Arabia Saudita.
Nel gennaio 2011 anche lo Yemen è stato interessato dall’ondata di manifestazioni popolari di protesta che stanno coinvolgendo il Nord Africa e il Medio Oriente. Al riguardo, come già sopra rilevato (cfr. tabella nella premessa), con riferimento ai dati socio-economici assunti nel presente dossier come parametro rilevante per l’interpretazione degli eventi, si segnala che il tasso di crescita del PIL yemenita nel 2009 è stimato al 3,8 per cento; inoltre nel medesimo anno: il PIL pro-capite è pari a 1,1 dollari; la popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni risulta pari al 22 per cento della popolazione complessiva e quella tra i 15 e i 29 anni al 30 per cento della popolazione; il tasso di scolarizzazione secondaria è del 37 per cento e quello di disoccupazione giovanile (vale a dire quello dei soggetti compresi tra i 15 e i 24 anni) è del 18,7 per cento (20,5 maschile, 13,5 femminile).
Di seguito si fornisce una cronologia degli ultimi eventi yemeniti:
19 gennaio: le forze dell’ordine impediscono una manifestazione universitaria nella capitale Sana’a di sostegno al cambiamento politico in Tunisia; una manifestazione dei separatisti del Sud è repressa nella città di Aden;
23 gennaio: arrestati i leader della protesta universitaria, tra le quali Tawakul Karman, giornalista ed esponente del partito islamista Islah; manifestazione di duecento giornalisti di solidarietà con la Karman;
27 gennaio: secondo fonti giornalistiche migliaia di persone partecipano ad una manifestazione a Sana’a per richiedere le dimissioni del presidente Saleh;
2 febbraio: il presidente Saleh annuncia l’intenzione di non ricandidarsi alla scadenza del suo mandato nel 2013, escludendo anche di cedere il potere al figlio;
3 febbraio: nonostante l’annuncio di Saleh nuove manifestazioni richiedono le dimissioni del presidente.
11-12 febbraio: A seguito degli eventi egiziani, nuove manifestazioni, con circa 4.000 partecipanti, principalmente studenti e avvocati, chiedono le dimissioni del presidente Saleh. Manifestazioni con circa 3.000 partecipanti si svolgono anche ad Aden, per richiedere anche l’indipendenza del Sud Yemen. In tutte le manifestazioni si verificano scontri con le forze dell’ordine. Human Rights Watch denuncia l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine yemenite di pistole elettriche taser per stordire i manifestanti.

Cronologia della crisi tunisina

La Repubblica di Tunisia è, dal punto di vista della forma di governo, una repubblica presidenziale. Il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dai cittadini con un mandato di cinque anni contestualmente all’elezione della Camera dei deputati. In base alla riforma costituzionale del 2002, è stato eliminato il limite di tre mandati consecutivi presidenziali introdotto nel 1988 (in precedenza era prevista la carica di “presidente a vita”); conseguentemente il presidente può essere rieletto senza limiti di mandato. Il Presidente della Repubblica è anche capo del governo e può sciogliere la Camera dei Deputati nel caso questa sfiduci il governo.
Sempre in base alla riforma del 2002, che ha introdotto una seconda camera, la Camera dei consiglieri, il Parlamento è bicamerale. La Camera dei deputati è composta da 214 membri, eletti con un mandato di cinque anni; 161 seggi sono assegnati con sistema maggioritario uninominale a turno unico e i rimanenti con sistema proporzionale, tra i candidati nei collegi uninominali non eletti che hanno ottenuto il maggior numero dei voti. La Camera dei consiglieri è composta da 126 membri, eletti con un mandato di sei anni; due terzi dei membri sono eletti con suffragio indiretto dalle assemblee locali, mentre un terzo è di nomina presidenziale.
Freedom House definisce la Tunisia “Stato non libero”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit lo classifica come regime autoritario (cfr. infrala tabella Gli indicatori internazionali del paese). Al riguardo, con riferimento alle condizioni delle libertà politiche e civili, si segnala che solo i partiti ufficialmente riconosciuti possono partecipare alle elezioni; in particolare, in base ad una modifica costituzionale del 2008, possono candidarsi alla presidenza della Repubblica solo i leader da almeno due anni di partiti riconosciuti o coloro che ottengano sostegno alla propria candidatura da 30 parlamentari o componenti delle assemblee elettive locali.
Pur esistendo, a fianco di quelle statali, alcune emittenti private, i mezzi di comunicazione di massa sono sotto il controllo governativo. La stampa indipendente risulta particolarmente debole in quanto, tra le altre cose, la diffamazione viene perseguita penalmente e i giornalisti sono perseguibili anche per reati attinenti il “disturbo dell’ordine pubblico”. La libertà di associazione e di riunione risulta ostacolata da una normativa restrittiva in materia di registrazione delle associazione e di accesso ai finanziamenti (che, in particolare, rende molto difficile prescindere dai finanziamenti governativi).
I rivolgimenti del gennaio 2011, che hanno condotto alla dimissioni del presidente Ben Alì (cfr. infra) non hanno fin qui determinato modifiche costituzionali, anche se è stata consentita la registrazione el la legalizzazione di tutti i partiti politici.
La situazione politica interna
Capo dello Stato provvisorio, è, a seguito delle dimissioni e dell’abbandono del paese, del presidente Ben Alì (n. 1936), è, in base alla Costituzione tunisina, il presidente della Camera dei deputati Foued Mebazaa. Primo ministro di un governo provvisorio incaricato di preparare entro due mesi elezioni presidenziali e parlamentari libere è Mohammed Gannouchi, già primo ministro e esponente del partito egemone del paese durante tutta la presidenza di Ben Alì il Rassemblementcostituzionale-democratico (RCD).
La Tunisia è stato il primo paese coinvolto dall’ondata di manifestazioni popolari di protesta che stanno interessando il Nord Africa e il Medio Oriente. Al riguardo, come già sopra rilevato (cfr. tabella nella premessa), con riferimento ai dati socio-economici assunti nel presente dossier come parametro rilevante per l’interpretazione degli eventi, si segnala che il tasso di crescita del PIL tunisino nel 2009 è stata del 3,1 per cento; inoltre nel medesimo anno: il PIL pro-capite è pari a 3,8 dollari; la popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni risulta pari al 19 per cento della popolazione complessiva e quella tra i 15 e i 29 anni al 29 per cento della popolazione; il tasso di scolarizzazione secondaria è del 66 per cento e quello di disoccupazione giovanile (vale a dire quello dei soggetti compresi tra i 15 e i 24 anni) è del 27,3 per cento (maschile: 27,1 per cento; femminile: 27,8 per cento).
Di seguito si fornisce una cronologia dei recenti eventi tunisini:
17 dicembre: le proteste hanno inizio nella città di Sidi Bouzid, 200 km a sud di Tunisi, dove un laureato disoccupato. Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protestare contro le autorità che gli ingiungono la chiusura di un chiosco per la vendita di frutta e verdura aperto senza autorizzazione; Bouazizi morirà per le ustioni riportate; le autorità inviano ingenti forze di polizia per tentare di sedare, senza successo, le proteste;
24 dicembre: nonostante le promesse governative di misure a sostegno dello sviluppo economico di Sidi Bouzid, le proteste si estendono ad altre città vicine;
27 dicembre: manifestazione di giovani disoccupati, attivisti dei diritti umani e sindacalisti a Tunisi;
31 dicembre: le proteste degli avvocati in tutto il paese sono oggetto della repressione da parte della polizia;
28 dicembre: con un discorso televisivo il presidente Ben Alì promette nuove misure per lo sviluppo, intima di non istigare le violenze ed annuncia le dimissioni del ministro delle comunicazioni Romdhani e del governatore della provincia di Sidi Bouzid Ben Jalloul;
8-9 gennaio: scontri nelle città di Thala e di Kassarine che provocano 14 morti;
12 gennaio: il presidente Ben Alì annuncia le dimissioni del ministro dell’interno;
14 gennaio: il presidente Ben Alì abbandona il paese per l’esilio in Arabia Saudita; secondo alcuni analisti alla protesta popolare si è unita la pressione per ottenere l’allontanamento di Ben Alì di esponenti del suo partito, l’RCD, e delle forze armate (che non hanno preso parte alle repressioni delle proteste di piazza); l’interim della presidenza viene assunto dal primo ministro Mohammed Ghannouchi;
15 gennaio: come richiesto dalle manifestazioni di protesta che proseguono a Tunisi, l’interim della presidenza viene affidato, in coerenza con la costituzione, al presidente della Camera Foued Mebazaa;
17 gennaio: Ghannouchi forma un nuovo governo provvisorio di coalizione incaricato di organizzare libere elezioni presidenziali e parlamentari entro 60 giorni; ne fanno parte esponenti del partito democratico progressista, dell’ex partito comunista Ettajdid) e del Forum democratico per il lavoro e le libertà; l’RCD mantiene il controllo di ministeri-chiave come la difesa, gli interni e le finanze, circostanza che provoca tensioni con i partner della coalizione di governo;
18 gennaio: I ministri espressi dal principale sindacato del paese (UGTT), Ben Jaafar del Forum democratico per la libertà e il lavoro e Ibrahim di Ettajdid non prestano giuramento per l’eccessiva presenza nel governo di esponenti dell’RCD; rientra in Tunisia Moncef Marzouki, storico oppositore laico di Ben Alì.
19 gennaio: Vengono legalizzati tre partiti politici ed è annunciata l’amnistia per i prigionieri politici.
20 gennaio: Rimosso il divieto alla distribuzione in Tunisia del quotidiano francese Le monde e Libération; il governo annuncia il riconoscimento di tutti i partiti politici fin ora al bando; i ministri appartenenti all’RCD annunciano le lori dimissioni dal partito del quale viene sciolto il Comitato centrale.
27 gennaio: Si dimette il ministro degli esteri Morjane già esponente dell’RCD, così come i ministri dell’interno, della difesa e delle finanze dei quali il primo ministro annuncia le dimissioni; il rimpasto di governo immette esponenti tecnici ed indipendenti nel governo, mentre gli esponenti dell’RCD conservano solo i ministeri dell’industria e della pianificazione; il primo ministro assume l’impegno a convocare elezioni entro sei mesi.
30 gennaio: Rached Ghannouchi, leader in esilio di Hizb al-Nahda, movimento islamista legato ai Fratelli musulmani che non ha ufficialmente preso parte alle proteste, rientra in Tunisia.
4 febbraio: Il governo tunisino annuncia la volontà di sottoscrivere la Convenzione internazionale contro la tortura.
6 febbraio: Vengono sospese le attività dell’RCD
9 febbraio: Il Parlamento tunisino approva la legge che consente al presidente ad interim di emettere decreti con forza di legge in materie quali i diritti dell’uomo come definiti dalle convenzioni internazionali; l’organizzazione dei partiti politici; la riforma del codice elettorale; l’amnistia. Si inizia a registrare un consistente flusso di migranti che dalle coste tunisine approdano all’isola di Lampedusa, destinato ad incrementarsi nei giorni successivi
13 febbraio: si dimette il ministro degli esteri Ounais, al centro di polemiche per aver definito “amica della Tunisia” il ministro francese degli esteri Michelle Alliot Marie, oggetto a sua volta in Francia di forte contestazioni per aver viaggiato durante le vacanze di Natale su un aereo di proprietà dell’allora presidente tunisino Ben Alì.

Cosa sta succedendo in Giordania?

Il Capo dello Stato, dalla morte di re Hussein nel febbraio 1999, è il re Abdallah II (n. 1962).
Nel dicembre 2009 re Abdallah ha sciolto il parlamento, annunciando le nuove elezioni per la fine del 2010 e non entro il termine ordinario di quattro mesi. Tale dilazione ha consentito l’approvazione in assenza del parlamento di misure di liberalizzazione economica e della nuova legge elettorale (cfr. supra).
Le elezioni del novembre 2010 sono state boicottate dalla principale forza di opposizione, il fronte islamico di azione, emanazione dei fratelli musulmani. Alle precedenti elezioni del 2007 il Fronte aveva conquistato sette seggi.
Le elezioni hanno consegnato la maggioranza parlamentare a esponenti filogovernativi. Nonostante il boicottaggio proclamato dal Fronte islamico di azione, il dato sull’affluenza (contestato però dal Fronte medesimo) è risultato significativo e pari al 53 per cento degli aventi diritto.
A seguito delle elezioni, è stato confermato primo ministro Samir Rifai (in carica dal dicembre 2009), sostituito il primo febbraio 2011, sull’onda delle proteste popolari, con Marouf Bakhit.
Nel mese di gennaio 2011, anche la Giordania è stata interessata dall’ondata di manifestazioni popolari di protesta che stanno coinvolgendo il Nord Africa e il Medio Oriente. Al riguardo, come già sopra rilevato (cfr. tabella nella premessa), con riferimento ai dati socio-economici assunti nel presente dossier come parametro rilevante per l’interpretazione degli eventi, si segnala che il tasso di crescita del PIL giordano nel 2009 è stimato al 2,4 per cento; inoltre nel medesimo anno: il PIL pro-capite è pari a 3,8 dollari; la popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni risulta pari al 20 per cento della popolazione complessiva e quella tra i 15 e i 29 anni al 30 per cento della popolazione; il tasso di scolarizzazione secondaria è dell’84 per cento e quello di disoccupazione giovanile (vale a dire quello dei soggetti compresi tra i 15 e i 24 anni) è del 22,2 per cento.
Nel contesto giordano, il governo guidato da Samir Rifai ha adottato fin dall’inizio del suo mandato misure di riduzione del deficit di bilancio, attraverso aumenti delle tasse e dei prezzi di benzina, elettricità ed acqua. Nonostante l’annuncio di misure di contenimento del caro-vita l’11 gennaio (il congelamento dell’aumento dei biglietti sui mezzi pubblici e il congelamento dei prezzi di riso e zucchero negli 85 negozi dell’esercito, aperti anche ai civili), da venerdì 14 gennaio hanno preso avvio le proteste, sollecitate in particolare da Mohamed Sneid, popolare sindacalista che rappresenta i braccianti agricoli. Il Fronte di azione islamica ha in un primo momento annunciato di voler assumere la guida delle manifestazioni del 13 gennaio, per poi annunciare di non partecipare ufficialmente al corteo. La manifestazione ha invece visto la partecipazione di movimenti di opposizione laica, come il Movimento socialista di sinistra. Il Fronte di azione islamica ha successivamente aderito alle più consistenti manifestazioni iniziate a partire dal 21 gennaio.
A fronte delle proteste, il primo febbraio 2011 re Abdallah II ha nominato, come già si è accennato, nuovo primo ministro Marouf Bakhit, ex militare e già ambasciatore in Israele, giudicato un riformista.
Il 3 febbraio re Abdallah II ha tenuto colloqui con rappresentanti del Fronte d’azione islamica; il 4 febbraio il Fronte ha comunque promosso nuove manifestazioni di protesta e il 6 febbraio ha annunciato la sua indisponibilità a far parte del governo.
Si ricorda, infine, il ruolo strategico della Giordania negli equilibri regionali: in particolare, a seguito del trattato del 1994, la Giordania è, insieme all’Egitto, tra gli unici due Stati della regione ad aver siglato un trattato di pace con Israele. Anche nei confronti dell’Iraq, successivamente all’invasione di USA e Gran Bretagna del 2003, la Giordania ha svolto un ruolo equilibrato e di stimolo alla riconciliazione tra sunniti (la monarchia giordana come la stragrande maggioranza della popolazione è sunnita) e sciiti: lo ha testimoniato la visita che re Abdallah, primo leader arabo, ha svolto a Baghdad nell’agosto 2008. La Giordania si è caratterizzata per una severa politica antiterroristica, in particolare a seguito degli attacchi del novembre 2005 ad Amman, attribuibili al ramo iracheno di Al Qa’ida, nei quali rimasero uccisi circa settanta civili.

Quel malessere dei moderati nel centrosinistra

Voce Repubblicana del 17 febbraio 2011
Intervista a Paolo Giaretta
di Lanfranco Palazzolo

Nel Pd c’è un forte malessere dei moderati riformisti. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Partito democratico Paolo Giaretta
Senatore Giaretta, cosa pensa dell’abbandono del gruppo parlamentare del Pd a Palazzo Madama da parte della senatrice Emanuela Baio Dossi?
“Si tratta di un abbandono di una certa gravità politica. La senatrice Baio Dossi è stata fin dall’inizio nel percorso politico del Partito democratico attraverso il suo impegno nel Ppi e poi nella Margherita. E’ stata una dirigente politica che ha avuto un ruolo importante sul territorio in Lombardia ed è stata un punto di riferimento importante per il Pd. Tuttavia, io non condivido questa scelta di abbandonare il Pd. Sono convinto che nel Partito democratico ci sia lo spazio per poter combattere una battaglia affinché questo partito continui ad essere il motore del riformismo italiano. E recuperi il suo ruolo di partito di riferimento di culture diverse per il paese. Tuttavia, non possiamo pensare che questo sia un caso isolato, ma è il frutto di un malessere moderato e riformista. Chi ha creduto nel progetto del Pd è in una fase di grande delusione”.
La senatrice Baio Dossi ha criticato il comportamento assunto dal Pd che ha cercato in ogni modo di impedire la nomina di Elisabetta Serafin come Segretario Generale del Senato.
“Penso che il Partito democratico abbia ecceduto nei toni della polemica. Sulla scelta del Presidente del Senato sulla Serafin potevamo contestare il fatto che il Presidente Schifani non abbia cercato di costruire un percorso di condivisione su questo nome. Ma, insomma, non c’è dubbio che la Serafin ha tutte le carte in regole per ricoprire quell’incarico. Avrei preferito che su questa nomina non fosse uno scontro politico”.
L’intervento di Enrico Letta sulla nomina della Serafin è stato fuori misura?
“Sarebbe stato opportuno che il partito fosse rimasto lontano da questa vicenda, che doveva essere trattata dall’ufficio di presidenza del Senato, dove sono rappresentati tutti i gruppi parlamentari. Era quella la sede più adatta per farlo. L’obiettivo di queste battaglie non deve mai essere di rappresentanza politica, ma deve essere esclusivamente finalizzato al buon funzionamento del Senato. E qui ci sono tante battaglie da fare sul buon funzionamento del Senato e sull’efficienza di questa macchina”.
E’ rimasto deluso dal congresso di Futuro e libertà?
“Mi sembra che Fini sia in difficoltà. Personalmente, penso che sarebbe stato meglio che Fini avrebbe potuto combattere meglio la sua battaglia lontano dalla presidenza della Camera per esercitare la leadership forte del movimento. Questo avrebbe messo in difficoltà Berlusconi. E invece Fini ha chiesto le dimissioni di Berlusconi prima di dare le sue. Questa proposta non lo ha certo rafforzato”.