sabato 19 marzo 2011

Ultime notizie sulle inquietudini del mondo arabo

EGITTO
In Egitto il 3 marzo il Consiglio supremo delle forze armate ha licenziato il premier che era stato nominato ancora da Mubarak, designando al suo posto Essam Sharaf, già titolare del dicastero dei trasporti qualche anno prima, ingegnere e professore universitario, che aveva partecipato sin dall'inizio alle proteste contro Mubarak.
La designazione di Sharaf, considerata un’altra vittoria dei manifestanti di Piazza Tahrir, è stata salutata con favore da el Baradei, ma con freddezza dai Fratelli musulmani. Lo stesso Consiglio supremo delle forze armate ha indetto per il 19 marzo un referendum sulle modifiche costituzionali, con l'obiettivo prioritario di limitare il mandato presidenziale. Il 5 marzo si è poi aperto il processo contro l'ex ministro dell'interno, con accuse di riciclaggio di danaro e malversazioni: il procedimento appare simbolico nei confronti dell'intero regime di Mubarak e della corruzione di cui è stato accusato dai manifestanti. Nella stessa giornata sono iniziati in diverse località del paese assalti contro sedi del corpo della Sicurezza di Stato, al quale fanno capo la polizia investigativa e quella segreta, certamente invise alla popolazione. Il 6 marzo vi sono stati scontri tra manifestanti ed esercito, intervenuto a protezione di una delle sedi della Sicurezza di Stato.
Il 7 marzo si è avuto il giuramento del nuovo governo, la cui principale novità è stata la sostituzione del ministro degli esteri, con la designazione di un ex giudice della Corte internazionale di giustizia vicino al movimento di el Baradei. Inoltre anche il Dicastero della giustizia ha visto l'arrivo di un nuovo Ministro, impegnatosi nella lotta alla corruzione e nell'assicurazione di procedure e controlli elettorali imparziali. Essam Sharaf ha tenuto a precisare che il nuovo governo si ritiene vincolato ai trattati internazionali vigenti, con evidente allusione distensiva nei confronti di Israele.
Oltre alla questione dell'apparato della Sicurezza di Stato, investito dall'ira dei manifestanti e che vede 47 ufficiali accusati di manomissione e distruzione di documenti, il nuovo governo si è trovato subito di fronte a rinnovate tensioni religiose, dopo l'incendio di una chiesa cristiana copta per una faida familiare tra copti e musulmani. L'8 marzo, dopo tre giorni di proteste seguite all’incendio della chiesa, si è avuta l'uccisione di una donna cristiana in violenti scontri con manifestanti musulmani. Nella notte successiva nuove violenze in tre diversi quartieri della capitale a maggioranza cristiana hanno provocato 13 morti e oltre un centinaio di feriti. Il 10 marzo el Baradei ha finalmente rotto gli indugi annunciando la sua candidatura alle elezioni presidenziali previste nell'anno in corso: el Baradei, tra l'altro, si è detto contrario al referendum del 19 marzo, poiché a suo dire è necessaria una nuova Costituzione, e non semplici emendamenti a quella vigente.

TUNISIA
In Tunisia dopo le dimissioni di Ghannouci, che aveva assunto la responsabilità del governo dopo la caduta di Ben Ali, ma che proprio per lo storico legame con il passato regime era stato sempre contestato dalla piazza, per essere infine sostituito dall'anziano Caid Essebsi, già collaboratore del padre della Patria Bourghiba; il 1º marzo è entrato in crisi anche il secondo governo di transizione dalla caduta di Ben Ali, con le dimissioni dei ministri provenienti dall'opposizione al vecchio regime. Il 3 marzo il Presidente ad interim della Repubblica Mebazaa ha rivolto un discorso televisivo al paese, nel quale ha fissato il calendario per la transizione democratica: il 24 luglio si avrà il primo atto, con le elezioni dell'Assemblea costituente. Lo stesso Mebazaa ha anticipato che rimarrà in carica oltre la scadenza del suo mandato, quale garante della transizione democratica.
Il 7 marzo il premier Essebsi ha ufficialmente presentato la nuova compagine governativa, nella quale sono stati cambiati solo cinque ministri, ma si tratta di esponenti di precedenti governi sotto il regime di Ben Ali. Nel nuovo governo non è sembrata invece recepita la richiesta di un massiccio ingresso di tecnici, avanzata dal potente sindacato di sinistra Ugtt. Altro segnale di cambiamento è stato fornito da Essebsi con l'annuncio dello scioglimento della polizia politica, comprensibilmente odiata dal popolo tunisino. Due giorni dopo, il 9 marzo, il tribunale civile di primo grado di Tunisi ha ufficialmente dichiarato lo scioglimento del RCD, partito politico dominante del vecchio regime, del quale è stato anche deciso di liquidare fondi e beni, certamente di cospicua entità.

YEMEN
Nello Yemen non sembra trovare soluzione il contrasto tra il movimento di protesta e il presidente Saleh: decine di migliaia di manifestanti sono tornati in piazza pacificamente nelle strade della capitale il 1º marzo per chiederne le dimissioni, respingendo l'invito del presidente a formare un governo di unità nazionale. Tra l'altro negli ultimi giorni ai giovani universitari si erano uniti esponenti di importanti clan tribali yemeniti e rappresentanti di opposizioni politiche. Il contrasto è proseguito il 4 marzo con grandi manifestazioni nella capitale e sanguinosi scontri tra l'esercito e manifestanti sciiti nel nord del paese: ancora una volta il presidente Saleh ha respinto l'indicazione delle opposizioni di trasferire i suoi poteri entro la fine dell'anno.
La situazione è complicata da rivendicazioni secessioniste degli sciiti nelle province settentrionali e, nel meridione, dai secessionisti di Aden - non a caso il 1º marzo Saleh aveva rimosso i governatori di cinque province meridionali dello Yemen. A tale situazione il presidente in carica ha cercato di reagire nei giorni successivi proponendo il varo di una nuova Costituzione che conceda anche un'ampia decentralizzazione: tutte queste proposte sono state però respinte dal movimento di protesta. Il 12 marzo nuovi scontri in diverse città, con l'uccisione di tre persone, tra le quali un bambino di 12 anni, e un centinaio di feriti, hanno insanguinato nuovamente il paese. Il 13 marzo un manifestante ha perso la vita ad Aden durante l’assalto a un commissariato, mentre gruppi lealisti hanno duramente colpito dimostranti antigovernativi a Sanaa. Il 14 marzo vi sono stati altri 40 feriti in scontri con la polizia, che ha aperto il fuoco in due località a nord-est e ad est della capitale Sanaa.

ALGERIA
In Algeria vi sono state il 3 marzo nuove manifestazioni studentesche contro il Ministero dell’istruzione.

MAROCCO
In Marocco dopo le manifestazioni del 20 febbraio vi è stata una forte iniziativa della monarchia: il 9 marzo il re Mohammed VI ha annunciato una riforma costituzionale globale con in vista l'espansione delle libertà individuali e collettive. La riforma, il cui articolato sarà presentato al sovrano da un'apposita commissione entro il prossimo mese di giugno, avrà come elementi qualificanti il rafforzamento dello status politico del primo ministro - che sarà scelto nei ranghi del partito politico vincente nelle elezioni per la Camera bassa -, nonché il raggiungimento di uno status indipendente per la magistratura. E’ inoltre prevista l'introduzione di una dimensione regionale per il Regno del Marocco, con particolare riguardo alle province, da decenni contese con il Fronte Polisario, del Sahara occidentale. Nonostante queste aperture, gravi scontri si sono verificati il 13 marzo a Casablanca.

GIORDANIA
In Giordania, a fronte delle resistenze della monarchia ad avviare un processo di costituzionalizzazione, migliaia di persone hanno dato seguito all’invito degli islamisti a manifestare per riforme politiche.
Nel Bahrein il movimento di protesta guidato dagli sciiti ha presentato al governo la richiesta di dar vita a un’Assemblea per le riforme costituzionali. Dopo scontri tra giovani sciiti e sunniti (questi ultimi pro monarchia) sono stati formulati appelli alla distensione. Presidi di manifestanti hanno costantemente occupato parte della centrale Piazza della Perla. Il 13 marzo decine di persone sono state ferite nel tentativo di occupare il centro finanziario della capitale Manama, mentre il re si è detto disposto a un dialogo sulle principali questioni sollevate dai manifestanti. Intanto però il 14 marzo la forza militare stanziata in Bahrein dal Consiglio di cooperazione del Golfo è stata integrata da un migliaio di soldati sauditi, allo scopo di proteggere infrastrutture strategiche del paese.

ARABIA SAUDITA
In Arabia Saudita hanno preso vita alcuni fermenti di protesta, e un più deciso movimento di piazza da parte della minoranza sciita della parte orientale del paese. In particolare, duemila imprenditori, professori universitari, e liberi professionisti sono stati firmatari di differenti appelli al re Abdullah per una profonda riforma costituzionale del Regno. Gli sciiti della provincia di Qatif sono tornati a più riprese a chiedere la fine delle discriminazioni confessionali e una maggiore rappresentatività nelle istituzioni.
Le autorità saudite hanno comunque predisposto notevoli contromisure di sicurezza per far fronte a ogni evenienza: parallelamente, tuttavia, si è incaricato un centro studi di aprire il dialogo con i sudditi e, con un gesto davvero inedito, il re Abdullah ha deciso di ricevere esponenti sciiti della regione del Qatif. Subito dopo il rientro in patria di due settimane fa, il sovrano aveva inoltre promesso regalie e sussidi ai sudditi per un totale di circa 36 miliardi di dollari, oltre a massicci investimenti in borsa a sostegno del mercato interno in flessione. L’11 marzo la prevista “giornata della collera” è andata praticamente deserta.

ALTRI PAESI
Inquietudini hanno percorso anche l’emirato del Qatar e il sultanato dell'Oman, nel quale è stato intrapreso un consistente rimpasto di governo. Perfino nel Kuwait l’8 marzo vi sono state piccole dimostrazioni contro il governo, e per ottenere alcune riforme.

IRAQ
Anche in Iraq il diffuso malcontento nella capitale ha indotto alle dimissioni il sindaco di Baghdad. Tuttavia il giorno successivo (4 marzo) migliaia di manifestanti sono tornati a protestare contro corruzione, disoccupazione e incompetenza degli amministratori.

Le ultime due settimane della crisi libica

La prima metà del mese di marzo, in riferimento alla situazione dei combattimenti in Libia, ha visto progressivamente sfumare le aspettative di una rapida vittoria della ribellione a Gheddafi, mentre si assiste a una controffensiva delle forze a lui fedeli che appare al momento prevalere. Seppure a prezzo di furiosi bombardamenti aerei e combattimenti sul terreno, le forze filo-governative sono riuscite infatti a spezzare completamente l'assedio che progressivamente pareva stringere la capitale Tripoli, riconquistando posizioni ad ovest e soprattutto ad est, dove è stato completato l'accerchiamento della città di Misurata, respinto l'attacco contro Sirte – città natale di Gheddafi -, e, a quanto sembra, riconquistata la città di Marsa Brega, che dista poco più di 300 km dalla roccaforte dei ribelli, la città di Bengasi.
Tra l’altro il 13 marzo per la prima volta un intervento di un leader di Al Qaida ha spronato gli insorti a proseguire la lotta, dando così in parte ragione agli spettri agitati da Gheddafi all’inizio della rivolta, accusando i ribelli di essere terroristi privi di orizzonte politico e miranti solo a destabilizzare il Paese.
A fronte dei successi che sembra riportare sul campo, il leader libico ha dovuto però registrare il 14 marzo la messa al bando sua e del suo entourage da parte della Russia, paese in cui sarà loro interdetta anche qualsiasi operazione finanziaria.
Per quanto concerne le iniziative della Comunità internazionale, dopo una prima fase in cui è stato demandato all'iniziativa dei governi nazionali il blocco dei beni e delle partecipazioni azionarie riconducibili a Gheddafi e alla sua cerchia di potere - si parla di investimenti pari a 100 miliardi di euro in immobili, fondi e una sessantina di società straniere -, il 3 marzo è entrato in vigore un regolamento dell'Unione europea che prevede una serie misure di congelamento dei beni di persone fisiche riconducibili al colonnello libico. Il 4 marzo, poi, l'Interpol ha diramato un ordine di allerta globale volto a impedire a Gheddafi ed altri 15 membri della sua cerchia, tra i quali alcuni familiari, di lasciare il paese, in relazione alla pericolosità dei loro spostamenti, che include la necessità di bloccarne i beni.
Il 5 marzo si è riunito in Italia il Comitato di sicurezza finanziaria, per verificare il livello di applicazione delle misure già decise a livello europeo, in particolare per chiarire al sistema finanziario italiano la portata delle misure già deliberate. Nei giorni successivi è apparso chiaro che l’Unione europea muoveva verso l'estensione – poi entrata in vigore l’11 marzo - a tutti gli effetti delle misure già adottate ad altre tre entità libiche le quali, pur figurando formalmente come entità istituzionali del paese africano, sono da ricondurre all'entourage di Gheddafi - e in particolare la LIA (Libyan Investment Authority), ovvero il fondo sovrano d'investimento libico, detentore di quote in Unicredit, Finmeccanica ed ENI.
Nel periodo di riferimento è proseguito il dibattito sull'ipotesi di istituire sui cieli libici una no fly zone, richiesta ben presto con forza anche dai combattenti contro il regime di Gheddafi, preoccupati della ripresa delle truppe a lui fedeli. Tuttavia, prevedendo in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l'opposizione cinese e la possibile opposizione russa, sia la NATO e l'Unione europea, sia gli Stati Uniti, non hanno dato seguito a tale ipotesi: a tale proposito, il 7 marzo il ministro degli affari esteri Frattini ha dichiarato la disponibilità italiana a consentire l'uso delle basi aeree di Sigonella e Gioia del Colle, beninteso, sempre secondo Frattini, per operazioni con il consenso dell'ONU, della Lega araba e dell'Unione africana.
Nonostante le pressioni francesi - Parigi ha riconosciuto ufficialmente il Consiglio nazionale libico di Bengasi e ha caldeggiato per bocca del presidente Sarkozy l'effettuazione di bombardamenti mirati sulla Libia -, il segretario generale della NATO Rasmussen ha ribadito l'indispensabilità di un mandato ONU e di un appoggio a livello regionale per l'attuazione di qualsiasi operazione militare in Libia.
Va rilevato tuttavia che dalla riunione dei Ministri degli esteri della Lega araba del 12 marzo è venuto l'esplicito invito alle Nazioni Unite a decidere immediatamente l’istituzione di una no fly zone sulla Libia. La posizione della Lega araba è collegata al giudizio sui crimini e le gravi violazioni commesse da Gheddafi contro il popolo libico, che lo privano di qualsiasi legittimità. La Lega araba ha invece demandato agli Stati membri la decisione circa la partecipazione ad eventuali azioni militari decise dalle Nazioni Unite, se da queste richiesta. Infine, con quello che è sembrato un riconoscimento di fatto, la Lega araba ha deciso di avviare canali per un contatto con il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, anche a scopo umanitario.
Il 10 ed 11 marzo vi è stata un vero e proprio tour de force politico-diplomatico a Bruxelles, con la riunione presso la NATO dei Ministri della difesa dei paesi membri, con una sessione del Consiglio affari esteri dell'Unione Europea e con il Consiglio europeo straordinario dedicato alla crisi nordafricana.
I Ministri della difesa della NATO hanno raggiunto un'intesa per accrescere la presenza di forze navali dell'Alleanza nel Mediterraneo centrale, per far fronte a ogni evenienza nelle circostanze correnti e accrescere la capacità di monitoraggio, anche in riferimento all'embargo sulle armi deliberato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1970. Inoltre i Ministri della difesa hanno deciso di delegare alle autorità militari lo sviluppo di un piano dettagliato per l'assistenza umanitaria.
Il Consiglio dei Ministri degli esteri dei Paesi membri dell'Unione europea ha dal canto suo proceduto ad estendere la portata delle sanzioni nei confronti di attività finanziarie ed investimenti della Libia (V. supra).
Per quanto infine riguarda il Consiglio europeo straordinario dei Capi di Stato e di governo, esso ha ribadito la perdita di qualunque legittimità da parte del regime di Gheddafi, che ha cessato di essere un interlocutore per la UE. Ciò non significa peraltro un riconoscimento politico del Consiglio nazionale provvisorio di Bengasi, considerato meramente uno degli interlocutori dell'Unione europea.
In riferimento ad eventuali azioni militari la propensione francese e britannica è stata invece frenata dalla Germania, con il sostegno dell'Italia e della Spagna. Il Consiglio europeo ha piuttosto insistito sulla necessità di tenere al più presto un summit tra l'Unione europea, l'Unione africana e la Lega araba, per raggiungere posizioni comuni, senza le quali ogni azione militare è impensabile. Per la prima volta, con soddisfazione del Governo italiano, è stata riconosciuta la necessità di una solidarietà nei confronti degli Stati dell'Europa meridionale più direttamente esposti ai movimenti migratori conseguenti alla vasta crisi in atto nel Nordafrica.
Per quanto concerne la situazione umanitaria, all'inizio di marzo è sembrata aggravarsi per le migliaia di profughi già entrati in Tunisia dalla frontiera libica, mentre numerosi altri premevano per passare. La maggior parte di questi profughi risultavano essere di nazionalità egiziana, impiegati con varie mansioni in Libia. La polizia tunisina si è trovata a gestire con difficoltà l'emergenza, talvolta anche con mano pesante.
L'Italia ha prontamente deciso di far fronte alla difficile situazione, affiancando al personale delle Nazioni Unite già presente in loco una missione umanitaria, decisa dal Governo in un vertice serale del 1º marzo, con l'obiettivo di partire dall’Italia entro due giorni. Lo scopo della missione è stato sin dall'inizio esplicitamente, al tempo stesso, quello di fornire aiuti umanitari ai profughi già passati in Tunisia, ma anche di operare un controllo che ne prevenisse l'esodo verso l'Italia.
Nei confronti del nostro Paese Gheddafi ha replicato con durezza al presidente del Consiglio Berlusconi - che aveva detto che il leader libico non gestiva più il paese - ricordandogli l'identificazione tra la Libia e la famiglia Gheddafi. Le iniziative del Governo italiano sono state poi estese anche alla fornitura di aiuti umanitari a Bengasi, e, su richiesta del governo egiziano, l'Italia si è assunta il compito, tramite il Ministero della difesa, di rimpatriare con navi ed aerei militari parte dei profughi ammassati nell'area di prossimo dispiegamento della missione umanitaria italiana.
Le criticità per l’Italia della situazione libica e le linee-guida del Governo per la gestione dell'emergenza umanitaria prodottasi nell'area mediterranea sono state al centro dell’intervento del Ministro dell’interno, Roberto Maroni, presso le Commissioni congiunte Affari costituzionali ed Affari esteri dei due rami del Parlamento il 2 marzo 2011. Il Ministro ha dapprima sottolineato l’entità e il carattere nuovo della prima ondata di immigrazione dal Nord Africa, ponendo in rilievo il rischio che, essendo venuta meno la collaborazione con le autorità libiche per prevenire le partenze da quel paese, un’attenuarsi degli scontri ora in atto potrebbe vedere una seconda e ben più massiccia fase di partenza di immigrati. La maggiore preoccupazione, tuttavia, è rappresentata secondo l’On. Maroni dall’emergenza umanitaria già in atto a cavallo del confine libico-tunisino, con oltre centomila persone in fuga dagli scontri in atto in Libia. Di fronte alla lentezza della risposta internazionale, l’Italia farà partire con effetto immediato una missione umanitaria, realizzando anche, in territorio tunisino, un campo profughi, misura indispensabile per evitare il possibile prossimo riversarsi di questa marea umana sulle nostre coste. Infine il Ministro, segnalando i pericoli che la situazione libica possa evolvere verso uno scenario di tipo somalo, con pericolose infiltrazioni del terrorismo rappresentato nell’area da Al Qaida nel Maghreb, ha ricordato le richieste che i Paesi meridionali della UE, su iniziativa proprio dell’Italia, hanno rivolto all’Unione europea, tra le quali quella di ampliare le competenze dell’Agenzia Frontex, facendo il soggetto gestore delle crisi migratorie, e quella di render possibile una ridistribuzione equa dei richiedenti asilo nell’intero territorio europeo.
Una più ampia e recente illustrazione delle posizioni italiane sulla questione libica è stata resa in occasione delle comunicazioni del Governo alle Commissioni riunite Affari esteri e Politiche dell'Unione europea dei due rami del Parlamento, in ordine al Consiglio europeo straordinario dell'11 marzo, dedicato essenzialmente alla questione libica.
Nella seduta del 9 marzo 2011 il Ministro degli Affari esteri Frattini ha delineato anzitutto i compiti dell'Unione europea e dell'Italia. L'Europa dovrà assumere una forte responsabilità politica per mettere di nuovo in primo piano la questione del partenariato euromediterraneo: il nostro Paese dovrà esercitare un’influenza determinante in tal senso, contribuendo a far superare visioni ormai anacronistiche ed errate per le quali l'elemento della stabilità ha fatto premio in passato sull'elemento della promozione della democrazia. Quanto alla situazione in Libia, il Ministro l'ha definita come una vera propria guerra civile in atto, mettendo in luce l'impossibilità che la Comunità internazionale consideri per l'avvenire il regime di Gheddafi come proprio interlocutore. L'isolamento del regime libico vede ormai la convergenza dell'Occidente e del mondo arabo. Alla luce di quanto esposto, il Ministro ha fornito un elenco delle questioni da affrontare al Consiglio europeo, ovvero anzitutto la conferma della scelta multilaterale per qualsiasi tipo di decisione, poi l'azione umanitaria, collegata all'impatto migratorio potenziale dei rivolgimenti nordafricani, proseguendo con le iniziative per proteggere la popolazione civile libica dalle violenze, per finire con una discussione sulle sanzioni e la loro efficacia. Il Ministro Frattini ha riconosciuto che, seppure con tutta la discrezione del caso, l’Italia ha intrapreso contatti anche con il Consiglio nazionale temporaneo proclamato dai ribelli a Bengasi, con il quale il nostro Paese ha concordato sull'assoluta necessità di mantenere l'integrità territoriale della Libia, senza di che si potrebbe assistere a una situazione di tipo somalo alle nostre frontiere mediterranee. Lo stesso Consiglio nazionale temporaneo ha peraltro espresso con nettezza la propria contrarietà all'ipotesi di una presenza militare straniera, il che aumenta la necessità di considerare seriamente la possibilità dell'imposizione di una no fly zone, per impedire ulteriori e forse più pesanti bombardamenti dell'aviazione di Gheddafi. Per quanto concerne l'azione umanitaria il Ministro ha posto in luce la tempestività dell'azione unilaterale dell'Italia in presenza di un forte ritardo europeo, illustrandone i diversi aspetti. L'Italia è tuttavia consapevole di non poter continuare da sola in tale compito, nel quale deve essere affiancata, oltre che dall'ONU - del resto già presente sul campo - anche dall'Unione europea, per affrontare anche la condizione potenziale di migliaia e migliaia di migranti o richiedenti asilo. Posto in luce che la possibilità dell'imposizione della no fly zone registra ancora numerosi dissensi nella Comunità internazionale, il Ministro ha anticipato che l'Italia sottoporrà alla discussione, al Consiglio europeo, un'iniziativa navale mediterranea congiunta dell'Unione europea e della NATO per assicurare il rispetto delle sanzioni internazionali già deliberate, tra le quali figura quella dell'embargo sulle armi. Le Nazioni Unite dovranno poi rapidamente predisporre una missione in Libia per una constatazione dello stato dei luoghi, dalla quale emerga l’entità dei bombardamenti effettuati su postazioni civili dall'aviazione di Gheddafi. Sull'apparato sanzionatorio, il Ministro ha riferito dell'approvazione di un ulteriore livello di sanzioni economiche da parte dell'Unione europea, concernente la Banca centrale libica, nonché gli investimenti e le partecipazioni azionarie detenute da altre entità finanziarie della Libia, incluso il fondo sovrano di investimento. Il Ministro ha poi accennato all'opportunità di un nuovo Piano Marshall per il Mediterraneo, sottolineando come finalmente la Commissione europea abbia deciso lo stanziamento di una somma fino a 10 miliardi di euro per i paesi della sponda sud del Mediterraneo, nel quadro della già annunciata trasformazione dello strumento finanziario euromediterraneo gestito dalla Banca europea degli investimenti in una vera e propria Banca per il Mediterraneo. In questo quadro sarà possibile affiancare agli sforzi di promozione dello sviluppo socio-economico e del settore privato le questioni della collaborazione politica e di sicurezza e quelle relative alla cultura e alla società civile, per imprimere una svolta decisiva in direzione della democrazia. Infine, il Ministro Frattini, in analogia a quello che fu alla fine degli Anni Settanta la Conferenza di Helsinki, ha tratteggiato il progetto di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, capace di coinvolgere gli Stati Uniti, l'Europa, i paesi arabi della regione e la Turchia, tentando di superare finalmente l'opposizione di blocchi ideologici, religiosi e di altro genere che hanno finora pregiudicato il dialogo euromediterraneo: in quest'ottica il Ministro ha auspicato che l'Europa politica riesca a giocare un ruolo stavolta di avanguardia rispetto agli stessi Stati Uniti, e in ciò l'Italia si pone quale fattore propulsore.

La crisi in Libia, egitto, Tunisia e gli altri paesi dell'area. Gli articoli degli esperti

Questioni di interesse generale
§ J.P. Cassarino, Confidence-building in Tunisia after the Popular Uprising: Strategies and Dilemmas of the Interim Government, in: IAI Working Papers, n. 4 - febbraio 2011 41
§ J.O. Lesser, The Revolutions in Turkey’s Near Abroad, in: Analysis, 16 febbraio 2011 41
§ G. Friedman, Revolution and the Muslim World, in: http://www.stratfor.com/ , 22 febbraio 2011 41
§ Issa Khalaf, A Great Change is Sweeping Arab Political Culture, in: http://www.isn.ethz.ch/ , 23 febbraio 2011 41
§ Blood and oil The West ha sto deal with tyrants, but it should do so on its own terms, in: http://www.economist.com/ , 24 febbraio 2011 41
§ P. Stevens, The Arab Spring and Oil Markets, in: http://www.chathamhouse.org.uk/ , 25 febbraio 2011 41
§ K.M. Pollack, Winds of Change in the Middle East, in: http://www.brookings.edu/ , 27 febbraio 2011 41
§ G.S. Frankel, Il vero rischio è il contagio nel Golfo, in: ISPI Commentary, 28 febbraio 2011 41
§ M. Verda, Per l’Italia lo shock può arrivare dall’Algeria, in: ISPI Commentary, 28 febbraio 2011 41
§ Rifornimenti energetici a rischio? – Background, in: ISPI dossier, marzo 2011 41
§ F. Godement, Is Jasmine a Chinese flower?, in: The European Council on Foreign Relations, 1° marzo 2011 41
§ R. Gowan, Will the EU win glory on the shores of Tripoli?, in: The European Council on Foreign Relations, 9 marzo 2011 41
§ B. Nascimbene e A. Di Pascale, Emergenza sbarchi. Le richieste dell’Italia e gli indugi di Bruxelles, in: http://www.affarinternazionali.it/ , 4 marzo 2011 41
§ M.S. Kimenyi, The Arab Democracy Paradox, in: http://www.brookings.edu/ , 4 marzo 2011 42
§ J. Matringe, Les révolutions et le principe de non-ingérence, in: http://www.affaires-strategiques.info/ , 4 marzo 2011 42
§ B. Nascimbene e A. Di Pascale, L’Unione Europea di fronte all’afflusso eccezionale di persone provenienti dal Nord Africa. Una colpevole assenza?, in: Documenti IAI, n. 5 - marzo 2011 42
§ UE: le possibili conseguenze migratorie delle rivolte nordafricane, in: http://www.equilibri.net/ , 5 marzo 2011 42
§ Don Vittorio Nozza, Come ci stiamo attrezzando per l’emergenza immigrati, in: Limes- Rivista italiana di geopolitica, 7 marzo 2011 42
§ F. Bicchi e C. Carta, Arab Uprisings Test EU Architecture, in: http://www.isn.ethz.ch/ , 7 marzo 2011 42
§ B. Zand, What the Arab World’s Past Can Tell Us About Its Future, in: http://www.spiegel.de/ , 8 marzo 2011 42
§ H. Nabli, Différences et Répétitions, in: http://www.affaires-strategiques.info/ , 9 marzo 2011 42
§ A. Wellard e R. Visser, Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale, in: Limes – Rivista italiana di geopolitica, 11 marzo 2011 42
Egitto
§ Popular protest in North Africa and the Middle East (I): Egypt Victorious?, Middle east/North Africa Report n. 101, 24 febbraio 2011 45
§ N.J. Brown e M. Dunne, Egypt’s Draft Constituional Amendments Answer Some Questions and Raise Others, in: http://www.carnegie-mec.org/ , 1° marzo 2011 45
§ S. Hamid, The New Egypt and the Muslim Brotherhood, in: http://www.brookings.edu/ , 8 marzo 2011 45
§ D.J-N. Ferrié, Egypte: replâtrage ou révolution?, in: http://www.telos-eu.com/ , 14 marzo 2011 45

Libia
§ S. Shaikh, Libya’s Test of the New International Order, in: http://www.brookings.edu/ , 26 febbraio 2011 49
§ A. Varvelli, Petrolio e gas: c’è ancora l’Italia nel dopo Gheddafi?, in: ISPI Commentary, 28 febbraio 2011 49
§ G. Noll e M. Giuffré, EU Migration Control: Made by Gaddafi?, in: http://www.isn.ethz.ch/ , 28 febbraio 2011 49
§ D. Korski, Libyan regime change is now the only option, in: The European Council on Foreign Relations, 1° marzo 2011 49
§ I. Sharqieh, Even a Weakened Libya Can Avoid Civil War, in: http://www.brookings.edu/ , 2 marzo 2011 49
§ E. Paoletti, L’Italia tra allarmismo e realpolitik, in: http://www.affarinternazionali.it/ , 4 marzo 2011 49
§ G. Cucchi, Tre scenari per la Libia, in: www.affarinternazionali.it, 5 marzo 2011 49
§ H.A. Conley, Turmoil in Libya: The View from Europe, in: http://csis.org/ , 7 marzo 2011 49
§ Chi vuole attaccare la Libia? E da dove? Il ruolo dell’Italia, in: Limes – Rivista italiana di geopolitica, 7 marzo 2011 49
§ M. Arpino, Il dubbio amletico sulla no-fly zone in Libia, in: http://www.affarinternazionali.it/ , 7 marzo 2011 49
§ L. Caracciolo, La trappola dell’intervento, in: Limes – Rivista italiana di geopolitica, 8 marzo 2011 49
§ G. Friedman, How a Libyan No-fly Zone Could Backfire, in: http://www.stratfor.com/ , 8 marzo 2011 49
§ D. Jerome, Weighing a Libyan No-Fly Zone, in: http://www.crf.org/ , 8 marzo 2011 49
§ R. Gowan, Can Diplomacy Work in Libya?, in: http://www.worldpoliticsreview.com/ , 9 marzo 2011 49
§ K.M. Pollack, The Real Military Options in Libya, in: http://www.brookings.edu/ , 9 marzo 2011 50
§ S. Stewart, Will Libya Again Became the Arsenal of Terrorism?, in: http://www.stratfor.com/ , 10 marzo 2011 50
§ F. Maronta, Le opzioni dell’America in Libia, in: Limes – Rivista italiana di geopolitica, 11 marzo 2011 50

Tunisia
§ S. Dennison, A. Dworkin, N. Popescu e N. Witney, After the revolutions: Europe and the Transition in Tunisia, in: http://www.ecfr.eu/ , n. 28 - marzo 2011 53

Altri Paesi dell’area
§ Tunisia’s devolution. Now what?, in: http://www.economist.com/ , 10 febbraio 2011 57
§ Yemen: la difficile scelta tra democrazia ed antiterrorismo, in: http://www.equilibri.net/ , 11 febbraio 2011 57
§ Marocco: tra Occidente ed islamismo, in: http://www.equilibri.net/ , 14 febbraio 2011 57
§ Bahrain: una piccola rivolta con grandi conseguenze, in: http://www.equilibri.net/ , 25 febbraio 2011 57
§ A.H. Cordesman, Understanding Saudi Stability and Instability: A Very Different Nation, in: http://csis.org/ , 26 febbraio 2011 57
§ M. Mercuri, Mediterraneo. Crisi, rivolte…e poi? Alcune ipotesi sul futuro dei regimi dell’area, in: http://www.equilibri.net/ , 4 marzo 2011 57
§ S. Hamid, Why Middle East Monarchies Might Hold On, in: http://www.brookings.edu/ , 8 marzo 2011 57
§ S. Dali, Feu identique, conséquences différentes: un aperçu des inégalités régionales en Tunisie, in: http://www.affaires-strategiques.info/ , 9 marzo 2011 57

La finta libreria di Marco Travaglio

Se vi capita di imbattervi con quel genio di Marco Travaglio in tv osservatelo bene. L'ho fatto ieri quando ho avuto la "fortuna" di vedere uno dei suoi sproloqui contro Berlusconi. La prima cosa che ho fatto è stata di osservare con attenzione la finzione scenica del travaglismo. Il travaglismo è una brutta malattia che colpisce quei giornalisti che vogliono far vedere di essere bravi a tutti i costi. La prima cosa che balza agli occhi nelle trasmissioni travaglistiche è l'enorme pila di scartoffie in formato A4 di cui si circonda questo personaggio. Infatti, l'immagine di questa torre di Pisa di carta è antitelevisiva perchè impalla quel genio di Travaglio. Ma serve per dimostrare che Travaglio è sempre informato su tutto e scrive qualcosa ogni cinque minuti. Se non ci fosse tutta quella carta li sopra che giornalista sarebbe?!Un altro aspetto dei segreti del travaglismo sono gli oggetti di cui si circonda quest'uomo. Infatti, sulla sua destra potete ammirare due personaggi che nessuno immaginerebbe di accostare: il pupazzetto di Andreotti e un piccolo puffo. Il puffo è la rappresentazione del bene, mentre l'andreottino sarebbe, secondo il travaglio pensiero, quella del male. E questa è la ragione per la quale il pupazzetto andreottiano è in prima linea. Un ultimo aspetto della libreria di Marco Travaglio sono i libri. In realtà non si tratta di tomi rarissimi o di libri di gran pregio. La maggior parte di questi libri sono un allegato di "Repubblica" o le raccolte in fascicoli dei libri di Indro Montanelli. In fondo, lui ed Indro erano vicinissimi di scrivania......
Infine, in mezzo a questa bruttezza libraria la faccia consolante di Marco Travaglio. Una speranza per tutti noi piccoli puffi indifesi.

Silvio Muccino made in Japan

Oggi ho acquistato il "Corriere della Sera". Mentre sfogliavo il giornale e guardavo le notizie preoccupanti che arrivavano dal Giappone e dalla vicinissima Libia il mio occhio si è posato su un articolo che stonava con l'armoniosa drammaticità dell'attualità internazionale. Il pezzo lo vedete qui sopra. Si tratta di un breve colloquio tra Elvira Serra del Corriere della Sera e Silvio Muccino, quel coglione che Max Tortora prendeva per il culo dicendo ripetutamente "Giulia.....Non capisco, non capisco!". Ebbene, Silvio Muccino ha detto la sua sul disastro in Estremo Oriente. E lo ha fatto con un messaggio che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno: "L'atomo non si può controllare". Grazie Silvio, se non ce lo dicevi tu nessuno lo avrebbe mai pensato. E' bastata una stronzata detta su Twitter per regalare a questo genio del cinema italiano un bell'articoletto. Sfogliando l'articolo pensavo che Muccino Junior avesse dei legami particolari con il Giappone oppure che fosse un esperto di energia atomica. Solo alla fine dell'articolo di Elvira Serra, alla quale va tutta la mia solidarietà, ho scoperto che Silvio Muccino doveva andare ad un festival cinematografico in Giappone. Alla fine dell'articolo sono rimasto in sospeso tra un dubbio e una certezza. La certezza è che ormai basta sparare un pensierino su twitter per finire sulla grande stampa (se sei qualcuno!). Il dubbio è se Muccino non andrà al festival di Tokio perchè l'hanno sospeso o perchè ha paura dell'atomo. T'hanno dedicato un articolo pe dì tutte ste stronzate almeno sto dubbio ce lo potevi toglie......