venerdì 22 aprile 2011

Ecco come si è organizzata l'Italia per le missioni sulla Libia


I potenti mezzi dell'esercito italiano in azione
L’Aeronautica Militare ha fornito il proprio contributo nell’ambito dell’operazione “Odyssey Dawn” e sta ora contribuendo all’operazione “Unified Protector” della NATO. E’ stato rafforzato il sistema di sorveglianza e difesa dello spazio aereo nazionale che già normalmente l’Aeronautica Militare assicura in maniera continuativa attraverso un sistema integrato di radar e velivoli intercettori. In tutti i giorni dell’anno, infatti, in caso di allarme dato dai centri di sorveglianza aerea, i caccia intercettori delle basi di Difesa Aerea, costantemente pronti ad intervenire, decollano in pochi minuti per intercettare il velivolo “sospetto” e contrastare l’eventuale minaccia portata al territorio italiano. Tale dispositivo è stato potenziato con un maggior numero di velivoli in prontezza operativa.
Inoltre, sulla base di decisioni politiche, l’Aeronautica Militare ha svolto, con i propri velivoli, missioni a supporto della coalizione dei volenterosi e partecipa attualmente alle attività nell’ambito della missione NATO.

L’Italia ha reso immediatamente disponibili (dal 20 marzo 2011) sette basi aeree: Amendola, Gioia Del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani-Birgi, Decimomannu e Pantelleria.

Sono stati messi a disposizione della coalizione dei volenterosi, per l'attuazione della "No Fly Zone“ nell’ambito dell’operazione Odyssey Dawn, i seguenti assetti aeronavali:

Ø 4 velivoli Tornado ECR (Electronic Combat Reconnaissance) che possono svolgere missioni di soppressione delle difese aeree nemiche sul terreno (in gergo tecnico dette SEAD - Suppression of Enemy Air Defense) mediante l’impiego di missili aria-superficie AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile);

Ø 4 caccia F-16, che possono essere impiegati per garantire la difesa degli altri velivoli impiegati nella missione contro eventuali aerei ostili e per mantenere così una superiorità aerea per portare a termine la missione assegnata.

A supporto delle operazioni svolte dagli otto aerei sono utilizzati anche 2 velivoli Tornado IDS “tanker”, con compiti di rifornimento in volo.

L’Aeronautica Militare assicura inoltre il supporto tecnico e logistico nelle basi aeree che l’Italia ha messo a disposizione della coalizione. Infatti, sia per gli aerei italiani sia per quelli di altri Paesi che sono stati rischierati sul nostro territorio, occorre fornire una serie di servizi e attività, che includono l’assistenza tecnica, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, il servizio meteorologico, il servizio antincendio e l’assistenza sanitaria, oltre ovviamente all’alloggiamento del personale. In proposito, l’Aeronautica Militare riferisce sul proprio sito che per ogni aeroplano opera un consistente numero di militari e civili della Difesa, fra piloti, tecnici, specialisti e personale di supporto e che, complessivamente, sono circa 5.000 i militari dell’Aeronautica impegnati nelle attività in corso.

Le missioni SEAD, di “accecamento” dei siti radar libici, condotte dai velivoli Tornado ECR dell'Aeronautica militare italiana rientrano nella tipologia di missione che ha come obiettivo quello di rendere inefficaci le installazioni di difesa aerea nemica. Il positivo esito di una missione SEAD può essere di fatto conseguito anche in funzione di deterrenza, quando nell'ambito di un'operazione aerea complessa non viene rilevata la necessità di utilizzare l'armamento in dotazione al velivolo in quanto i sistemi radar presenti sul territorio ostile vengono appositamente spenti per non essere localizzati e poi colpiti.

I caccia Tornado ECR sono infatti in grado di rilevare le radiazioni emesse dai radar della contraerea e pertanto la loro missione può considerarsi conclusa positivamente anche senza sparare quando, a causa del loro sorvolo, le forze libiche sono costrette a spegnere i siti radar per evitare che vengano individuati e colpiti. In questo modo si ottiene comunque una efficace azione di deterrenza perchè i sistemi di difesa aerea libici vengono comunque resi di fatto inoffensivi (accecati) e non possono colpire eventuali aerei della coalizione in volo.

La Marina Militare ha mobilitato, nell’ambito dell’operazione Odyssey Dawn (dal 20 al 26 marzo) la portaerei Garibaldi (con a bordo i caccia AV8 Harrier), il cacciatorpediniere Andrea Doria, con compiti di difesa aerea, e due unità attualmente inserite nella SNMG1, la forza marittima della NATO: la fregata Euro e il rifornitore Etna.
Dal 30 marzo, nell’ambito dell’operazione Unified Protector della NATO, l’Italia ha messo a disposizione dell’Alleanza, per il rispetto della "No Fly Zone Plus", i seguenti velivoli dell’Aeronautica militare: i velivoli italiani messi a disposizione sono:

Ø 4 velivoli Eurofigher dell'Aeronautica Militare;
Ø 4 velivoli Tornado dell'Aeronautica Militare.

I 4 caccia F16 precedentemente messi a disposizione per l'operazione "Odyssey Dawn" sono rientrati sotto controllo nazionale.
Ai velivoli dell’Aeronautica militare si aggiungono 4 velivoli AV8-B plus della Marina Militare a bordo della portaelicotteri Garibaldi;
La Marina Militare è attualmente impegnata nell'Operazione Unified Protector (dal 27 marzo) con le seguenti unità navali:
Ø •Unità di supporto logistico Etna, sede del Comando della Forza Nato SNMG1 (Standing NATO Marittime Group 1), in questo periodo assegnato all’Italia (Contrammiraglio Gualtiero Mattesi), con un elicottero AB 212 imbarcato;

Ø •Portaerei Giuseppe Garibaldi, con otto aerei a decollo corto ed atterraggio verticale AV 8B II plus e 4 elicotteri da pattugliamento marittimo EH 101 imbarcati;

Ø •Fregata Libeccio, con due elicotteri AB 212 imbarcati

Ø •Pattugliatore d’Altura Comandante Bettica, con un elicottero AB212 imbarcato.
Tutte le unità imbarcano un team del Reggimento San Marco, particolarmente addestrato alle operazioni di controllo del traffico marittimo.
Tra le misure emanate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in seguito all'aggravarsi della crisi in Libia particolare importanza riveste la risoluzione n.1973 che prevede il blocco del traffico d'armi via mare mediante operazioni di interdizione navale. L'Ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri, alla guida della Componente Marittima della NATO (Allied Maritime Command Naples), ha assunto il comando di una Forza Navale internazionale, costituita da 16 navi (10 fregate, 3 sottomarini, 2 navi ausiliare e la nave sede del comando) dedicata al rispetto dell'embargo sulle armi contro la Libia.

Quegli istruttori non sono una missione militare

Voce Repubblicana del 23 aprile 2011
Intervista a Mauro Del Vecchio
di Lanfranco Palazzolo

L’invio di istruttori italiani in Cirenaica non deve essere considerato come l’invio di una presenza militare terrestre in forze da parte del nostro paese. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Pd Mauro Del Vecchio, generale di Corpo d’Armata dell’esercito italiano.
Generale del Vecchio, in questi giorni il presidente del CNT libico Jalil ha svolto una visita a Roma per rafforzare i legami con l’Italia e per confermare gli impegni economici con Roma. In questi giorni si è parlato della possibilità di inviare degli istruttori militari italiani in Libia. Come giudica questi annunci fatti dagli italiani, ma anche dai francesi e dagli inglesi?
“Per parlare della Libia è necessario fare sempre riferimento alla Risoluzione 1973 dell’Onu, che ha permesso a questa coalizione di operare in difesa della popolazione della Libia. Come tutti sappiamo, in quella risoluzione Onu erano previste alcune misure coercitive abbastanza severe. Mentre veniva escluso qualsiasi impiego di forze terrestri per l’occupazione della Libia. Credo che tutte le nazioni debbano attenersi a quanto stabilito dall’Onu”.
Come inquadra questo aiuto italiano?
“Ritengo che questa fornitura di istruttori si possa inquadrare in un sostegno delle forze che sono insorte contro Gheddafi. Ma naturalmente non vanno considerate – a mio modo di vedere – come una presenza militare terrestre in forze da parte del nostro paese perché quel tipo di decisione è chiaramente esclusa dalla Risoluzione Onu. Ritengo che questa presenza italiana sia utile perché è ormai evidente che la campagna aerea non può conseguire dei risultati definitivi. Anche per il fatto che questa campagna è sempre subordinata alla necessità di evitare danni collaterali. E siccome si sta combattendo nelle aree abitate, l’intervento degli aerei non può essere efficace come in altre circostanze. Credo che questa sia una misura appropriata. Questa presenza consentirà alle forze del Cnt di acquisire una capacità operativa maggiore”.
Sull’invio di istruttori o consiglieri militari c’è un precedente molto importante da valutare: quello relativo alla presenza delle truppe americane in Vietnam. Alla fine del 1961 la Casa Bianca ne invio centinaia per poi far arrivare truppe di terra.
“Senza dubbio c’è il precedente del Vietnam. Ma qui ci troviamo di fronte ad un quadro molto diverso come quello della Risoluzione Onu, che è molto chiara e non ammette ambiguità. Credo che quello che è avvenuto in Vietman, con il dispiegamento di forze terrestri americane non possa avvenire in questa circostanza se non ci sarà una nuova risoluzione Onu. Trovo che sia difficile che avvenga questo perché sappiamo quali sono state le resistenze di alcuni paesi anche agli interventi in corso. Mi riferisco alla Germania, alla Cina e alla Russia”.

Il Governo Berlusconi dice addio al nucleare

Intervista a Guido Possa
Voce Repubblicana del 22 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Questo Governo ha smesso di progettare la ripresa del nucleare. Prima dobbiamo sapere quello che è successo a Fukushima. Lo ha detto alla “Voce” il Senatore Guido Possa (Pdl), Presidente della Commissione Istruzione di Palazzo Madama.
Senatore Possa, il Senato ha approvato il decreto Omnibus che contiene una norma che blocca il processo di ripresa per la costruzione delle centrali nucleari. E’ d’accordo?
“La decisione che è stata presa dal Governo è stata saggia ed ispirata dal buon senso e dal principio di responsabilità dello Stato. Quando un grave incidente si inserisce nella storia del nucleare c’è un ripensamento sulla sicurezza. Questa riflessione riguarda tutte le autorità di sicurezza e che comporta sicuramente una serie di considerazioni che vanno avanti per anni. Innanzitutto non è così semplice sapere quello che è successo a Fukushima. Prima di tutto dobbiamo essere in grado di conoscere quello che sta accadendo Giappone e che tipo di impatto ha avuto questo incidente sulla popolazione, quando la popolazione potrà tornare e che tipo di contaminazione dell’aria e dell’acqua c’è stata. Dopodiché occorre assolutamente realizzare delle strutture che siano in grado di impedire una ripetizione di questo tipo di incidente. Così è successo nel grande incidente che avvenne a Three Mile Island nei pressi di Harrisburg (capitale dello Stato americano della Pennsylvania), nel lontano 1979. Dopo questo incidente c’è stato un ripensamento generale della progettazione dei reattori nucleari. Questo ha comportato qualche anno di arresto per l’installazione di nuovi impianti. Ma gli impianti che sono stati costruiti in seguito hanno avuto regole severe per la loro sicurezza. E credo che accadrà anche in questo caso. L’energia nucleare è una grande energia. Tuttavia, per questo governo e per questa legislatura l’impegno verso la ripresa del nucleare è finito”.
Ritiene che il Governo abbia agito nella necessità politica di aggirare il referendum?
“Credo che in queste settimane sia subentrato un clima di sconcerto e di frastornazione. Penso che gli italiani debbano prendere una decisione sul nucleare. Ma gli elettori devono essere informati con serenità. Le decisioni importanti si prendono quando si è sufficientemente sereni. Mi sembra che questo elemento, da solo, giustifichi la decisione del Governo sullo stop al nucleare”.
Crede che gli italiani avrebbero preso una decisione sull’onda delle emozioni?
Dobbiamo anche osservare la tempistica dei fatti. Lo tsunami è avvenuto l’11 marzo. Il dramma si è verificato nei giorni successivi. Il decreto omnibus è datato 30 marzo. La moratoria sul nucleare è stata progettata prima del decreto. Oggi è giusto che ci sia un ripensamento sul nucleare. Per questo il Governo ha fatto bene a chiudere”.

Quel decreto e la programmazione lirica

Intervista a Franco Asciutti
Voce Repubblicana del 21 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Con il decreto omnibus abbiamo dato una risposta alle emergenze delle fondazioni liriche che potranno programmare meglio le loro attività. Altrettanto abbiamo fatto per il settore dello spettacolo. Lo ha detto alla “Voce” il relatore del decreto Omnibus, il senatore Franco Asciutti del Pdl.
Senatore Asciutti, il decreto Omnibus sostiene il settore dello spettacolo e quello dei Beni culturali con nuovi finanziamenti. Come definisce questa scelta?
“E’ stata una scelta lungimirante. Da ormai molti anni si chiedeva al Governo, non solo al nostro, da parte delle fondazioni degli enti lirici di avere la possibilità di una programmazione almeno triennale dei fondi a loro destinati. Per la prima volta, in un decreto, questo si avvera. In questo modo le fondazioni liriche avranno la possibilità di fare scelte nel lungo periodo. Le stagioni liriche non si programmano in sei mesi, ma nel tempo. Grazie ad un aumento irrisorio dell’accisa sul petrolio il settore dello spettacolo nuovi fondi per la programmazione delle sue iniziative. Questa misura è stata vista positivamente da tutti. Inoltre, nel provvedimento ci sono circa 80 milioni destinati alle sovraintendenze dei Beni Culturali. Altri sette milioni sono destinati ad altre fondazioni culturali. Anche in quel caso abbiamo trovato una risposta. In aggiunta a questo abbiamo tolto la tassa sul biglietto del cinema. Anche questa è stata una scelta giusta per impedire il calo degli spettatori”.
I 149 milioni destinati al Fus saranno ripartiti dal ministero dei Beni culturali?
“La ripartizione per le tre voci generali sulle quali siamo intervenuti: 149 milioni (incremento del fondo), 80 milioni (Conservazione dei Beni culturali) e 7 milioni (Istituzioni culturali). Sarà il ministero dei Beni culturali a ripartire questi fondi in base ai criteri che ha sempre seguito il ministero dei Beni Culturali. Niente è cambiato per il metodo seguito per la ripartizione dei fondi. Almeno per il momento. Le fondazioni a carattere speciale sono in itinere. Questo lo vedremo. Non ci sono fondazioni a carattere speciale che possano attingere a fondi maggiori rispetto ad altre fondazioni”.
Cosa cambia al ministero dei Beni culturali nell’impostazione seguita da Sandro Bondi con quella del nuovo ministro Giancarlo Galan?
“Devo dare atto all’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi che è staot un buon ministro. Ritengo che il suo lavoro non sia stato compreso fino in fondo da tutti. Alludo all’opposizione, ma anche ad alcuni settori della maggioranza. Bondi si è trovato in difficoltà per alcune scelte di politica economica e finanziaria. Questi problemi sono stati risolti con l’arrivo di Galan al ministero dei Beni culturali. Penso che queste risorse avrebbero potuto essere trovate fin dall’ultima legislatura”.

Quell'università è controllata dal Pd

Intervista a Gabriele Corradi
Voce Repubblicana del 20 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

L’università di Siena è servita al Partito democratico come ammortizzatore sociale. Lo ha detto alla “Voce” Gabriele Corradi, candidato del Nuovo Polo e delle liste civiche di centro alle elezioni amministrative del Comune di Siena.
Gabriele Corradi, perché ha scelto di candidarsi come sindaco di Siena e come pensa di risolvere i problemi della città che la giunta del Pd non è riuscita a risolvere?“Io sono un candidato espressione delle liste civiche, alle quali mi sono avvicinato un paio di anni fa quando, dopo aver lasciato il mio lavoro, ho cominciato a seguire con maggiore attenzione le vicende della città. L’unica forza politica che in città tentava di fare una seria opposizione erano le liste civiche. Mi sono avvicinato alle liste civiche quando, in prossimità delle elezioni le liste civiche si sono avvicinate alle forze politiche del Terzo Polo. Tutti gli esponenti del Terzo Polo erano concordi nel ritenere che questa esperienza del centrosinistra era giunta al capolinea”.
Cosa vi ha spinto a questa conclusione?
“Negli ultimi dieci anni, il Comune di Siena è stato l’unico a ricevere dalle casse della banca Mps 300 milioni di euro, oltre alle entrate ordinarie. Con l’aiuto della Fondazione Mps ha sponsorizzato tutte le iniziative e manifestazioni. Con tutte queste risorse aggiuntive ci aspettavamo che la città fosse governata meglio. Queste risorse aggiuntive non ci saranno in futuro. Ecco perché ritengo che la città avrebbe dovuto essere amministrata meglio”.
Perché l’università di Siena è in grave crisi economica?
“Il Pd controlla l’università e la Banca Mps. Nel corso degli ultimi cinque anni l’università di Siena ha perso circa 5mila studenti. Noi abbiamo circa – mi permetta un margine di errore sui numeri - 800 professori e 1200 dipendenti. Due anni fa hanno alzato il coperchio a questa pentola e si sono accorti di avere un deficit di 250 milioni di euro. Si sono accorti di non avere nemmeno pagato i contributi ai dipendenti. Per sanare questo debito, l’università ha dovuto vendere l’ospedale alla Regione Toscana. E poi hanno dovuto vendere altri ‘gioielli’. Nonostante queste misure, l’università resta con un deficit di cassa di oltre 20 milioni di euro. L’università di Siena è servita al Partito democratico come ammortizzatore sociale. Hanno creato un postificio a discapito della didattica. Ecco perché l’università non ha più quell’appeal che aveva una volta. Una volta venivano da ogni parte d’Italia per studiare scienze bancarie all’università di Siena. Oggi questo non succede più”.
Che ruolo svolge il Pd a Siena?
“E’ onnipresente. Non ne possiamo veramente più”.
Che ruolo svolge la curia a Siena?
“Io sono cattolico. Ma la Curia nomina un membro della fondazione del Mps. La curia è molto schierata a sinistra”.

Quei beni sequestati sono ipotecati

Intervista a Donatella Poretti
Voce Repubblicana del 19 aprile 2011
di Lanfranco Palazzolo

Molti dei beni sequestrati alla mafia sono gravati da ipoteche bancarie. Questa situazione non permette ai comuni di utilizzare le risorse tolte alle associazioni criminali. Lo ha spiegato alla “Voce” la senatrice radicale, eletta nelle liste del Partito democratico, Donatella Poretti.
Senatrice Poretti, perché ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno e delle Finanze per chiedere dei chiarimenti sul riutilizzo dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Che tipo di problema avete riscontrato?
“Tutto risale ad una legge del 1996, che ha permesso di utilizzare i beni sequestrati alla mafia come patrimonio pubblico. La legge italiana prevede che siano i comuni a farsi carico di questi beni per destinarli al proprio territorio. Il problema che abbiamo voluto sottolineare con questa interrogazione è il riscatto dei beni in questione. In alcuni casi questi beni tolti alla criminalità organizzata sono gravati da ipoteche. Tutti sanno perfettamente che la mafia ha un grosso interesse per il riciclo del denaro sporco. Una delle modalità più semplici per lavare il denaro è quello di accedere ad un mutuo bancario e acquistare un bene. Quando scatta il sequestro di un bene su cui è accesa un’ipoteca bancaria. Il mafioso, quando scatta il sequestro di questo bene, non paga più il suo mutuo. Il riscatto dell’ipoteca passa dal mafioso ai comuni che ne hanno preso possesso. Molti comuni italiani si trovano in difficoltà di fronte a questa situazione perché non hanno i soldi per pagare questi debiti contratti dai mafiosi”.
Come finisce questo contenzioso?
“Con una situazione assurda. I debiti residui, che passano ai comuni, pesano per circa 70 milioni di euro. Questi enti non riescono a farsi carico degli oneri dovuti alle banche. Infatti, devono pagare affitti considerevoli all'Agenzia del demanio per beni di cui non possono entrare in possesso, mentre è il sistema bancario l'unico a ricevere un sostanzioso ritorno economico dal contratto di mutuo stipulato su un bene di un mafioso. Quindi c’è qualcosa che non torna in questa legge, visto che le banche sono le uniche a trovarsi in una situazione di vantaggio”.
Qualche comune si è trovato in grave difficoltà per questa situazione?
“Direi di sì. Ricordo che il 51 per cento di questi beni, secondo i dati forniti dal demanio, resta totalmente inutilizzato perché è bloccato dalle ipoteche. La cifra di questo spreco è di 203mila milioni di euro: divisi tra ipoteche giudiziarie, volontarie e debiti residui di 73 mila euro”.
Cosa chiedete al Governo?
“Quali iniziative il Governo ha adottato o intenda adottare al fine di rendere tali beni fruttuosi e disponibili in tempi rapidi superando le diverse criticità che il sistema vigente in materia presenta. Il problema è questo”.