sabato 2 luglio 2011

Gli ultimi sviluppi sulla crisi in Darfur

Il conflitto nel Darfur, che dal febbraio 2003 ha assunto proporzioni drammatiche, è riconducibile prevalentemente a rivalità tra etnie che vedono opposti da un lato arabi, pastori tradizionalmente nomadi, e, dall’altro, tribù di neri africani, sedentari, agricoltori o allevatori.
Contrariamente a quanto accade nel resto del paese, dove al Nord prevale la religione musulmana e al Sud quella cristiano-animista, nel Darfur la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana.
I principali gruppi etnici non arabi nel Darfur sono i Fur – i più numerosi, che danno il nome alla regione - tra i quali prevale l’agricoltura stanziale e forme di artigianato; gli Zagawa, allevatori di greggi e di cammelli ma anche agricoltori; i Masalit, in prevalenza agricoltori.
Mentre il governo sudanese - appoggiato dalle etnie arabe - sostiene che il conflitto nella regione del Darfur è unicamente centrato sulla competizione tra pastori e allevatori per il controllo del territorio, i leader delle tribù non arabe affermano che lo spopolamento dei villaggi e il conseguente passaggio di proprietà dei terreni sono parte di una precisa strategia governativa diretta ad “arabizzare” l’intera regione. Di origine e di lingua araba sono infatti anche i Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, responsabili di attacchi contro la popolazione civile, reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara.
Oltre alle brutali repressioni, le tribù lamentano di essere discriminate dal governo sudanese e di essere lasciate ai margini dell’economia e del processo di pace, e di non avere alcun margine di trattativa nella possibile negoziazione di accordi per l’autodeterminazione; per tali ragioni hanno dato vita ad organizzazioni per l’autodifesa, prima fra tutte il Darfur Liberation Front, divenuto nel 2003 il Sudan Liberation Movement e Sudan Liberation Army (SLM/SLA), e il Justice for Equality Movement (Jem).
I due gruppi (SLM/A e Jem) hanno origini e presupposti ideologici alquanto differenti.
La nascita dell’SLM/A affonda le radici nei tumulti che attraversarono il Darfur nel 1989. Nel 1987, dopo una carestia devastante, fu creata un’alleanza araba - che ricevette incoraggiamenti ufficiali – che aveva l’obiettivo di contrastare la presenza delle comunità di agricoltori africani formate da Fur, Zagawa e Masalit. In quell’occasione il governo sudanese cominciò a fornire armi agli arabi, ordinando al contempo il disarmo degli africani neri. L’SLA fece le sue prime reclute tra i gruppi che i Fur avevano creato per la propria autodifesa, mentre gli Zagawa entrarono a far parte della milizia solo più tardi.
In una Dichiarazione politica del 14 marzo 2003, firmata da Minni Arkou Minawi, segretario generale dell’SLM/A, il governo di Khartoum venne accusato di incoraggiare “la pulizia etnica e il genocidio” in Darfur e di strumentalizzare a tale scopo alcune tribù arabe, costringendo la popolazione ad organizzarsi politicamente e militarmente per garantirsi la sopravvivenza. Lungi dal proclamare propositi secessionisti (che erano invece alla base del Darfur Liberation Front), la Dichiarazione afferma la fondamentale importanza dell’unità del Sudan che dovrà però poggiarsi sul riconoscimento e l’accettazione delle diversità etniche, culturali, sociali e politiche. La lotta armata viene considerata uno dei mezzi a disposizione dell’SLM/A, che dichiarava di voler raggiungere accordi con le forze di opposizione (politiche o armate) per rovesciare il regime dittatoriale. L’SLM/A è sostenuto dall’Eritrea.
La diversa composizione etnica ha portato in seguito ad una divisione dell’organizzazione dalla quale sono emerse due componenti: la fazione Zagawa, oggi minoritaria, guidata da Minni Minawi, l’unica che ha firmato l’accordo di Abuja del 2006 (v. infra); e la fazione Fur, guidata da Abdel Wahid, che ha un largo consenso tra i rifugiati nei campi profughi della regioni delle montagne Jebel Marra. Wahid ha insistito sul punto che i colloqui di pace non potessero avere luogo prima del disarmo delle milizie Janjaweed.
Il Justice and Equality Movement (Jem) è stato fondato da musulmani del Darfur sostenitori del leader integralista Hassan al-Turabi. Al-Turabi, protagonista insieme al presidente al-Bashir del golpe del 1989 che rovesciò il governo di Sadeq al-Mahdi (regolarmente eletto), nel 1999 venne imprigionato con il sospetto di avere cospirato proprio contro al-Bashir.
Il leader di Jem, Khalil Ibrahim Muhammad, è uno dei seguaci di al-Turabi ed è anche noto per aver pubblicato nel 2000 un libro intitolato “The Black Book” nel quale accusa le tribù nilotiche arabe di avere una rappresentanza sproporzionata in tutte le posizioni-chiave del potere governativo e nell’amministrazione del paese.
Il 23 febbraio 2010, a Doha, è stato siglato un accordo di cessate il fuoco tra il governo di Khartum e il Jem, che potrebbe aprire la strada a negoziati per la conclusione di un vero e proprio accordo di pace.
Dall’acuirsi del conflitto agli accordi di Abuja
Per molti anni il Darfur è stato teatro di un conflitto sotto traccia, caratterizzato da scontri occasionali tra gruppi tribali e raid nei villaggi.
All’inizio del 2003 l’SLM/A ha iniziato una serie di attacchi contro obiettivi governativi per protestare contro la passività del governo nel proteggere gli agricoltori che con le loro famiglie popolavano i villaggi del Darfur. Ben presto anche il Jem si è unito alla lotta armata.
Falliti gli iniziali tentativi di risolvere la situazione attraverso il dialogo, il governo sudanese decise, già a partire dal mese di marzo 2003 di rispondere alla ribellione con l’uso della forza, anche attraverso bombardamenti aerei su città e villaggi. Contestualmente cominciarono ad operare le milizie locali dei Janjaweed, che si resero responsabili di feroci attacchi contro la popolazione civile.
Secondo Amnesty International la maggiore responsabilità delle atrocità nei confronti dei civili ricade proprio sui Janjaweed, anche se nessuno dei contendenti ha saputo garantire le misure minime di protezione nei confronti della popolazione.
Con la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU 1564 del 14 settembre 2004 è stata decisa la creazione di una Commissione di inchiesta, presieduta da Antonio Cassese, con il compito di indagare sulle denunce di violazione di diritti umani e di determinare se fosse o meno ravvisabile l’ipotesi di genocidio, identificando eventualmente i responsabili di tali crimini.
Nel suo primo rapporto (1° febbraio 2005) la Commissione stimava l’esistenza di 1,65 milioni di sfollati interni e di 200.000 rifugiati in Ciad, e testimoniava della distruzione su vasta scala di villaggi in tutti e tre gli Stati che compongono il Darfur.
La Commissione concludeva inoltre che il Governo del Sudan non stava perseguendo una politica di genocidio, nonostante la violazione di diritti umani perpetrata dalle sue truppe e dalle milizie sotto il suo controllo.
Nonostante la firma dell’accordo di cessate-il-fuoco di N’djamena (aprile 2004) e il dispiegamento della missione di peacekeeping dell’Unione Africana, AMIS, gli attacchi e le violenze sui civili (uccisioni, distruzione di case e villaggi, stupri di massa, torture - come riferito da numerose ONG quali, ad esempio, Human Rights Watch -, sono continuate a lungo. Nel marzo 2005 il Consiglio di sicurezza dell’ONU decise di deferire la situazione del Darfur alla Corte Penale Internazionale che, in seguito, ha emesso i mandati di arresto per il ministro Ahmed Harun e il comandante Janjaweed Ali Kushayb, dei quali il governo del Sudan ha sempre rifiutato la consegna.
Nonostante la disponibilità più volte manifestata dalle Nazioni Unite, il governo del Sudan ha inizialmente opposto un diniego all’accoglimento nel Darfur di una missione di pace condotta dall’ONU, così come ha a lungo vietato l’ingresso ad organizzazioni umanitarie nella regione.
Il 5 maggio 2006 ad Abuja (Nigeria) è stato raggiunto un accordo (Darfur Peace Agreement - DPA), con la mediazione dell’Unione africana, tra il Governo sudanese e la fazione dell’SLM/A di Minni Minawi. Il punto debole dell’accordo, che ne ha in seguito rivelato tutta la fragilità, stava però proprio nella mancanza di assenso degli altri due movimenti della guerriglia: Abdel Wahid chiedeva una maggiore partecipazione dell’SLM/A nell’attuazione degli accordi sulla sicurezza, oltre a mostrare insoddisfazione per le previsioni del DPA circa la rappresentanza politica e il fondo per le ricompense alle vittime; il Jem sosteneva che i protocolli sulla ripartizione del potere e della ricchezza avrebbero mantenuto la situazione di sostanziale iniquità che aveva dato origine alle ribellioni del 2003.

L’intervento delle Nazioni Unite
Il 31 agosto 2006 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato la risoluzione 1706, che prevedeva l’espansione della consistenza e del mandato della UNMIS, inizialmente (marzo 2005) insediata per il monitoraggio sul rispetto dell’Accordo di pace globale tra il governo sudanese e il movimento di liberazione del sud del Paese guidato da John Garang. L’espansione del mandato della UNMIS aveva lo scopo di assicurare anche nel Darfur una presenza internazionale quanto mai necessaria. La risoluzione precisava tuttavia che le truppe (fino a 22.500 uomini) non sarebbero state dislocate senza un esplicito assenso da parte del governo di Khartoum (il mandato di UNMIS è stato da ultimo esteso al 9 luglio 2011 dalla risoluzione del CdS n. 1978 del 27 aprile 2011).
Un peggioramento della situazione si è verificato verso la fine del 2006 quando, nella corsa all’accaparramento delle terre, si sono moltiplicati gli attacchi ai civili e ai cooperanti. Il 2006 segna peraltro anche l’inizio di sanguinose incursioni dei Janjaweed nel confinante Ciad a danno non solo dei rifugiati, ma anche di cittadini ciadiani appartenenti alle medesime etnie.
Dopo mesi di violenze (tra truppe governative e ribelli, ma anche tra diversi gruppi di ribelli) il governo di Khartum ha accettato il dispiegamento in Darfur di una forza ibrida AU/UN (UNAMID), autorizzata dal CdS con la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007. UNAMID ha dunque preso il posto della missione dell’Unione africana dal gennaio 2008. Le resistenze del governo sudanese non sembrano però ancora del tutto superate: l’ONU accusa infatti il Sudan di continuare a boicottare la missione di peacekeeping che in molte occasioni si è vista impedire operazioni sul campo.
A prescindere dal governo sudanese, occorre tuttavia considerare che il contingente di UNAMID – che prevedeva una forza di 26.000 uomini – non è mai stato interamente schierato, a causa dell’indisponibilità di alcuni dei paesi contributori.

Le posizioni della Comunità internazionale
Diverse ed articolate le posizioni all’interno della comunità internazionale con riguardo alla possibilità di aggravare le sanzioni nei confronti del Sudan e al mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del presidente al-Bashir - nel mese di luglio 2008, il Procuratore generale della Corte penale internazionale, Luis Moreno Ocampo, aveva infatti fatto richiesta di arresto del Presidente sudanese Bashir con le accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Il 4 marzo dell’anno successivo la Corte penale internazionale ha accolto la richiesta di mandato d'arresto per crimini di guerra nel Darfur, escludendo però l'accusa di genocidio.
Il 3 febbraio 2010 la Camera d'appello della Corte ha tuttavia accolto l'appello del procuratore Luis Moreno Ocampo contro la sentenza del 4 marzo 2009, cosicché la Corte dovrà riesaminare le prove portate dalla procura per sostenere l'accusa di genocidio.
La Cina si è invece ripetutamente dichiarata contraria alla richiesta di sanzioni contro il Sudan, pur asserendo di aver esercitato ripetute pressioni su Khartoum per un approccio più flessibile alla crisi in Darfur. Nonostante le insistenze delle diplomazie USA e britannica, anche la Russia, il Sudafrica e l’Egitto si sono dichiarate contrarie a un regime sanzionatorio contro il Sudan.
Va registrato un cambiamento, intervenuto nello scorso mese di ottobre, nella strategia dell’Amministrazione americana verso il Sudan: se da un lato la Casa Bianca ha rinnovato per un anno le sanzioni contro il governo di Khartum, dall’altro il presidente Obama ha offerto una serie di incentivi se il Sudan darà prove concrete di collaborazione per la soluzione del problema del Darfur.
La richiesta di arresto del presidente sudanese ha suscitato la generale contrarietà del mondo arabo, che non accetterebbe di buon grado una svolta in direzione della politicizzazione della giustizia internazionale: contrarie dunque l’OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica) e la Lega Araba. Le diplomazie arabe non hanno mancato di ricordare il contributo dato da Bashir per la sconfitta dei movimenti integralisti islamici in Sudan e l’allontanamento di Bin Laden dal Paese, che ne era divenuto negli Anni Novanta la principale base. Anche la Cina e l’Unione Africana – che ha promesso un’inchiesta indipendente sulla questione - hanno criticato con durezza l’iniziativa della CPI.
Da rilevare la posizione della Turchia che, alle suddette motivazioni contro l’arresto di al-Bashir, aggiunge anche la denuncia del mancato supporto di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Turchia, inoltre, nonostante le pressioni dell’Unione europea, non ha mai sottoscritto lo Statuto di Roma, che disciplina le funzioni e definisce le competenze della Corte penale internazionale.

La crisi umanitaria
E’ difficile calcolare esattamente le conseguenze della crisi: secondo alcune fonti (Nazioni Unite) avrebbe prodotto circa 2,7 milioni di sfollati e rifugiati (in particolare nel Ciad, dove si contano circa mezzo milione di rifugiati), nonché tra le 180.000 e le 300.000 vittime; la maggior parte delle ONG stima invece un numero totale di morti vicino ai 400.000, su una popolazione di circa 6 milioni di persone. Secondo il governo sudanese, invece, il conflitto del Darfur sarebbe terminato e avrebbe prodotto “solo” 10.000 morti.Il coordinamento degli aiuti umanitari è affidato all’OCHA (United Nations Office for the coordination of humanitarian affairs).
L’espulsione di 13 organizzazioni umanitarie (tra cui Oxfam, Save the Children e due sezioni di Medici senza frontiere) seguita al mandato d’arresto emesso dalla Corte Internazionale Penale nei confronti di al-Bashir sta gravemente mettendo a rischio la possibilità di far giungere alla popolazione gli aiuti essenziali.
Human Rights Watch e UNAMID riferiscono di arresti indiscriminati di persone ritenute favorevoli al mandato di arresto contro al-Bashir o sospettate di aver fornito informazioni ad interlocutori internazionali. Inoltre, sospetti ribelli sarebbero stati condannati a morte a seguito di processi condotti da tribunali speciali non ritenuti in grado di offrire il minimo delle garanzie previste dagli standard internazionali.
La situazione continua ad essere pericolosa sotto molteplici aspetti: scarsità di acqua e di cibo, strutture igienico sanitarie quasi inesistenti e controlli per la sicurezza inefficaci. Come riferisce il rapporto 2009/10 di Italians for Darfur il ruolo della missione UNAMID si sta rivelando inadeguato “esponendo lo stesso personale ONU ad elevati rischi”; dall'inizio della missione, come è indicato nel sito di UNAMID, sono morti 59 peacekeepers.

L’evoluzione più recente
Come si è detto più sopra, il governo sudanese ha siglato il 23 febbraio 2010 un accordo di cessate-il-fuoco con il più importante gruppo di ribelli, il Jem. L’accordo prevedeva fra l’altro che il Jem deponesse le armi e si trasformasse in un partito politico, al quale sarebbero state offerte posizioni all’interno del governo.
La sottoscrizione di tale accordo sarebbe stata possibile grazie ad una ripresa di colloqui tra Sudan e Ciad, il quale è sospettato di avere massicciamente aiutato il Jem nel corso degli ultimi anni. Tale intesa non solo escludeva l’altro maggiore gruppo di ribelli - l’SLM/A di Abdel Wahid – ma suscitava il risentimento dell’SLM/A di Minni Minawi, firmatario dell’Accordo di Abuja del 2006 non altrettanto favorevole al gruppo di ribelli. In ogni caso, l'intesa del governo sudanese con il Jem non è stata successivamente perfezionata, come invece era previsto per il mese di marzo del 2010 - al contrario, si aveva una ripresa dell'attività di guerriglia da parte del Jem, giustificata con le violazioni del cessate il fuoco da parte dell'esercito sudanese.
Secondo alcuni analisti, la mossa di al-Bashir nei confronti del Jem era parte di una strategia di riduzione delle ostilità sia interne sia internazionali, in vista delle elezioni legislative e presidenziali del mese di aprile, le prime in 24 anni, nelle quali al-Bashir ha successivamente registrato un ampio consenso ed è stato rieletto. Sempre per quanto concerne il piano istituzionale, va inoltre ricordato che l'attenzione interna e internazionale si è spostata progressivamente, nel corso del 2010, verso la prospettiva di referendum del Sudan meridionale, poi effettivamente svoltosi all'inizio del 2011, ufficializzando la divisione del paese.
In questo contesto la situazione del Darfur scivolava progressivamente sullo sfondo, anche se, come riferito dal comandante dell'UNAMID Ibrahim Gambari al Consiglio di sicurezza dell'ONU, nella prima metà del 2010 la situazione regionale rimaneva altamente critica e con numerosi episodi cruenti - nel solo mese di maggio si registravano 600 vittime -, mentre la missione UNAMID continuava ad accusare il mancato completamento dell'organico (circa 22.000 unità, a fronte delle 26.000 previste) e degli strumenti operativi (in particolare degli elicotteri per perlustrazioni a lungo raggio). Gambari evidenziava anche la necessità di favorire un rapido rientro degli sfollati e dei rifugiati, individuando negli oltre 2 milioni di persone tuttora costrette a vivere in campi profughi una spada di Damocle di enorme pericolosità per il Darfur.
Nel frattempo, pur avendo trionfato nelle elezioni presidenziali e legislative del mese di aprile, il presidente Bashir alla fine di giugno non aveva ancora potuto dar vita a una compagine governativa, mentre emergevano segnali di imbarazzo o di vera propria e propria ostilità nei suoi confronti da parte dei vertici politici di diversi paesi africani.
Un ulteriore aggravamento della situazione umanitaria nel Darfur si è avuto all'inizio di novembre del 2010, quando almeno duemila persone hanno lasciato le proprie abitazioni in seguito ai bombardamenti dell'aviazione sudanese al confine tra il Darfur e il Sudan meridionale. Subito dopo si è avuto un rilancio della iniziativa di mediazione del Qatar, la cui delegazione all'inizio di dicembre ha incontrato più volte le parti in lotta, soprattutto con l'obiettivo di convincere i due principali gruppi di ribelli a sedersi nuovamente al tavolo negoziale con le autorità di Khartum.
Le ambizioni dei mediatori del Qatar sono state però frustrate, e anzi l'unico leader dei ribelli che aveva firmato l'accordo di pace del 2006, Minnawi, è stato estromesso dal relativo organo di attuazione, con l'accusa di aver agito al di là della sfera d'influenza che l'accordo medesimo gli riconosceva. L'esercito sudanese ha addirittura assediato la roccaforte della fazione ribelle di Minnawi nel Darfur meridionale. Per tutta risposta Minnawi ha annunciato una ripresa di colloqui con l'altra fazione dell'Esercito di liberazione del Sudan (SLA), mentre anche a Londra il fronte dei ribelli è sembrato ricompattarsi in un'alleanza di otto differenti sigle, tra le quali il Jem, alcune fazioni del movimento di liberazione sudanese (SLM) e il Movimento per la giustizia e la liberazione (LJM).
La situazione tra il 23 e il 25 dicembre 2010 è sfociata in violenti scontri tra le forze governative sudanesi ed una coalizione di ribelli formata dal Jem e dall'ala del SLA guidata da Minnawi: anche in questo caso la battaglia ha avuto gravissime conseguenze per la popolazione civile, spingendo migliaia di persone ad abbandonare le loro case. Nonostante questi gravi sviluppi, il 27 dicembre sono riprese le trattative tra il governo di Khartum e i ribelli del Jem, con un incontro nella capitale del Qatar per ulteriori discussioni sulla bozza di accordo loro sottoposta dai mediatori il 16 dicembre.
Tuttavia, nel marzo 2011 si è registrata una nuova impasse, quando il governo sudanese ha formulato la proposta dello svolgimento di un referendum per stabilire lo status amministrativo del Darfur, anche in vista della possibile unificazione dei tre Stati regionali in un'unica entità. Secondo la prospettazione governativa, il referendum avrebbe dovuto svolgersi entro tre mesi. La mossa delle autorità di Khartum è apparsa non del tutto strumentale, poiché in passato le medesime avevano a lungo respinto l'idea di unificazione del Darfur, temendone sbocchi separatisti; va inoltre ricordato che le più importanti etnie del Darfur avevano più volte espresso dal canto loro contrarietà alla frammentazione della regione, che avrebbe favorito solamente i propositi di dominazione del governo centrale. Cionondimeno i movimenti armati del Darfur hanno respinto con forza la prospettiva del referendum, giacché a loro dire proprio questo strumento non permetterebbe poi al Darfur di optare per una secessione. Si tratterebbe dunque di un mero espediente del governo sudanese per rallentare e fuorviare il progresso dei negoziati introducendovi surrettiziamente nuovi argomenti, a detrimento di quelli effettivamente in discussione, quali la gestione del potere statale e l'eventuale concessione della vicepresidenza sudanese a un esponente del Darfur. Inoltre, sempre secondo i movimenti ribelli, il referendum sarebbe viziato da gravi irregolarità, poiché ancora oggi nel Darfur gran parte degli aventi diritto non potrebbe votare, in quanto si trova alloggiata in campi profughi assai lontani dai luoghi di origine.
A queste obiezioni il governo ha risposto evidenziando le divisioni nello schieramento di ribelli, e insistendo sull'assoluta necessità di svolgere il referendum entro l'inizio di luglio.
Alla fine di maggio 2011 si è avuta notizia del raggiungimento di un accordo di tutte le parti sull'ennesima bozza proposta dai mediatori del Qatar in una Conferenza di cinque giorni che ha visto per la prima volta la partecipazione di rappresentanti della numerosa popolazione darfuriana ospitata tuttora nei campi profughi. L’accordo dovrebbe peraltro essere solo il primo passo verso un definitivo cessate il fuoco: tuttavia le ambizioni dei mediatori vedono il documento come base di partenza per un accordo globale inclusivo e per una pace sostenibile nel Darfur.
Le principali fazioni dei ribelli mostrano tuttavia ancora una certa diffidenza verso il governo di Khartum chem se nel negoziato ha presentato una facciata di disponibilità, sul terreno della martoriata regione sudanese ha continuato a effettuare bombardamenti e a impedire agli esponenti delle Nazioni Unite di visitare i villaggi colpiti, ostacolando anche la libertà di movimento dei cooperanti internazionali, e quindi l'afflusso di aiuti umanitari alla popolazione. L'unico gruppo di ribelli che sembra maggiormente compromesso nelle trattative con il governo e il LJM. Sul tappeto rimane inoltre la questione del referendum sullo status amministrativo del Darfur, del quale i ribelli chiedono il rinvio - i mediatori del Qatar hanno al proposito prospettato la possibilità dello svolgimento del referendum un anno prima delle prossime elezioni, e quindi di un notevole differimento della consultazione.

Una pdl sull'opposizione al decreto ingiuntivo

La proposta di legge AC n. 4305 (approvata dal Senato) e adottata come testo base nel corso dell’esame in sede referente presso la Commissione giustizia della Camera, interviene a seguito della sentenza delle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione, 9 settembre 2010, n. 19246, che ha modificato l’orientamento giurisprudenziale fino a quel momento consolidato in tema di termini di costituzione in giudizio in caso di opposizione a decreto ingiuntivo.
L’art. 645 c.p.c. prevede che l’opposizione al decreto ingiuntivo si propone davanti all'ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto con atto di citazione notificato al ricorrente (primo comma).
In seguito all'opposizione, il giudizio si svolge secondo le norme del procedimento ordinario davanti al giudice adito; ma i termini di comparizione sono ridotti a metà (secondo comma).
Merita richiamare gli articoli del codice di procedura civile che disciplinano nel procedimento ordinario i termini di comparizione ed i termini di costituzione in giudizio.
L’art. 163-bis c.p.c. definisce i termini di comparizione: tra il giorno della notificazione della citazione al convenuto e quello dell'udienza di comparizione debbono intercorrere termini liberi non minori di 90 giorni (se il luogo della notificazione si trova in Italia, altrimenti di 150 giorni ) (primo comma).
Nelle cause che richiedono pronta spedizione il presidente può, su istanza dell'attore e con decreto motivato in calce dell'atto originale e delle copie della citazione,abbreviare fino alla metà i termini indicati dal primo comma (secondo comma).
Se il termine assegnato dall'attore ecceda il minimo indicato dal primo comma, il convenuto, costituendosi prima della scadenza del termine minimo, può chiedere al presidente del tribunale che, sempre osservata la misura di quest'ultimo termine, l'udienza per la comparizione delle parti sia fissata con congruo anticipo su quella indicata dall'attore. Il presidente provvede con decreto, che deve essere comunicato dal cancelliere all'attore, almeno 5 giorni liberi prima dell'udienza fissata dal presidente (terzo comma).
L’art. 165 c.p.c disciplina i termini di costituzione dell'attore, fissandoli in 10 giorni dalla notificazione della citazione al convenuto ovvero in 5 giorni in caso di abbreviazione di termini a norma del secondo comma del richiamato articolo 163-bis.
L’art. 166 c.p.c. individua i termini di costituzione del convenuto, fissandoli in almeno 20 giorni prima dell'udienza di comparizione fissata nell'atto di citazione o almeno 10 giorni prima nel caso di abbreviazione di termini a norma del secondo comma dell'art. 163-bis ovvero almeno 20 giorni prima dell'udienza in caso di differimento della stessa da parte del giudice a norma dell'art. 168-bis, quinto comma, c.p.c.
Secondo la giurisprudenza, le abbreviazioni del termine di comparizione ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c. e dell’art. 163-bis, secondo comma, c.p.c. sono cumulabili (in tal senso, Cass. sentenza n. 4719/1995).
L’orientamento della Corte di cassazione è stato per lungo tempo consolidato nel senso che, in caso di opposizione a decreto ingiuntivo, quando l’opponente si sia avvalso della facoltà di indicare un termine di comparizione inferiore a quello ordinario, il termine della sua costituzione è automaticamente ridotto a 5 giorni dalla notificazione dell’atto di citazione in opposizione, pari alla metà del termine ordinario (principio affermato a cominciare da Cass. n. 3053/1955 e poi costantemente seguito; da ultimo, v. Cass. n. 3355/1987, 2460/1995, 3316 e 12044/1998, 18942/2006).
Con ordinanza del 12 novembre 2008, la Prima sezione della Corte di cassazione ha richiesto l’assegnazione della questione alle Sezioni Unite, ritenendo che l’orientamento consolidato della Corte presentasse aspetti problematici.
Le Sezioni unite, nella richiamata sentenza n. 19246/2010, hanno concluso nel senso che non solo i termini di costituzione dell’opponente e dell’opposto sono automaticamente ridotti della metà in caso di effettiva assegnazione all’opposto di un termine a comparire inferiore a quello legale ma che tale effetto automatico è conseguenza del solo fatto che l’opposizione sia stata proposta, in quanto l’art. 645 c.p.c. prevede che in ogni caso di opposizione i termini di comparizione siano ridotti alla metà. Secondo le Sezioni Unite, infatti, la regola del necessario collegamento tra termini di comparizione e termini di costituzione, fissata dall’art. 165, primo comma, c.p.c., costituisce espressione di un principio generale di razionalità e coerenza, con la conseguenza che l’espresso richiamo nell’art. 645 c.p.c. di tale principio sarebbe risultata del tutto superflua.
In sostanza, secondo la Cassazione, l’opposizione a decreto ingiuntivo è sempre caratterizzata dall’abbreviazione dei termini di comparizione ed all’opponente non compete alcuna facoltà di scelta tra termine abbreviato e termine ordinario. Di conseguenza, il termine per la costituzione in giudizio dell’opponente è sempre di 5 giorni, a nulla rilevando il termine di comparizione di volta in volta assegnato in concreto.
Ne consegue che le costituzioni in giudizio dell'opponente successive al quinto giorno dalla notificazione dell'opposizione devono considerarsi tardive, con conseguente improcedibilità dell'opposizione ed esecutività del decreto ingiuntivo a norma dell’art. 647 c.p.c..
L’art. 647 c.p.c. prevede che, se non è stata fatta opposizione nel termine stabilito, oppure l'opponente non si è costituito, il giudice che ha pronunciato il decreto, su istanza anche verbale del ricorrente, lo dichiara esecutivo.
Quando il decreto è stato dichiarato esecutivo, l'opposizione non può essere più proposta né proseguita (salvo il caso in cui l’intimato provi di non aver avuto tempestiva conoscenza del decreto per irregolarità della notifica o caso fortuito o forza maggiore).

Il nuovo orientamento sancito dalle Sezioni Unite rischia di travolgere i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo in corso, a causa della possibile dichiarazione di improcedibilità nei casi in cui la costituzione in giudizio dell’opponente non sia avvenuta nel termine dimezzato di 5 giorni.

La proposta di legge in esame è volta ad evitare questo effetto sui procedimenti in corso.
L’articolo 1 della proposta di legge n. 4305 (approvata dal Senato) incide sulla disciplina generale del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, sopprimendo la previsione della riduzione a metà dei termini di comparizione, che ha dato origine alle divergenti interpretazioni giurisprudenziali.

L’articolo 2 reca una norma interpretativa applicabile ai procedimenti in corso che conferma l’orientamento consolidato della Cassazione precedente alla sentenza delle Sezioni Unite n. 19246/2010.
L’articolo prevede infatti che per i procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge, l’art. 165, primo comma, c.p.c. si interpreta nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell’attore ivi prevista si applica, in caso di opposizione a decreto ingiuntivo, solo se l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello ordinario previsto dall’art. 163-bis, primo comma.
Relazioni allegate
Ai disegni di legge originari del Senato (AS 2380 e AS 2386) sono allegate le sole relazioni illustrative. Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite
Il contenuto delle proposte di legge è riconducibile alle materie giurisdizione e norme processualila proposta n. 3794 non modifica la disciplina ordinaria di competenza esclusiva dello Stato, a norma dell’art. 117, secondo comma, lett. l), Cost.

Riprendiamoci il sindacato

Voce Repubblicana del 2 luglio 2011
Intervista a Fabrizio Tomaselli
di Lanfranco Palazzolo

Il sindacato deve tornare ad essere uno strumento nelle mani dei lavoratori. Lo ha detto alla “Voce” Fabrizio Tomaselli, membro dell’esecutivo dell’Unione sindacale di base (Usb).
Stefano Tomaselli, le Unioni sindacali di base stanno raccogliendo le firme per una pdl di iniziativa popolare sulla rappresentanza sindacale. Qual è l’obiettivo di questa iniziativa?
“Questa proposta nasce da un principio fondamentale: il diritto sindacale ad avere democrazia nei luoghi di lavoro deve essere un diritto della persona. Il singolo lavoratore è stato spogliato del proprio diritto individuale. Questo diritto si è trasformato in diritto dei sindacati. Il sindacato non è più uno strumento in mano ai lavoratori, ma è diventato quasi un soggetto terzo che fa da intermediario tra lavoratori ed azienda. Siamo convinti che questo principio si debba capovolgere. Il sindacato deve tornare nelle mani dei lavoratori. Da questo principio scaturiscono una serie di valutazioni che ci hanno aiutato nella costruzione di questa proposta di iniziativa popolare”.
Cosa chiedete nei fatti?
“Maggiore democrazia sindacale. Gli accordi sindacali devono realmente essere costruiti dal basso e poi devono anche essere sottoposti al giudizio dei lavoratori prima di essere firmati. La rappresentatività dei sindacati non deve essere lasciata all’arbitrio delle aziende, ma deve avere dei criteri oggettivi di valutazione. Quindi noi pensiamo ad un election day. Tutti i posti di lavoro, pubblici o privati che siano, ogni anno vanno ad elezioni democratiche. Pensiamo che si possano presentare a queste elezioni tutte le organizzazioni che hanno uno strumento democratico. Si misura la rappresentatività dell’organizzazione. Il lavoratore può dare il suo consenso, dare il proprio voto all’organizzazione sindacale e al proprio delegato. E nella scheda dà anche il voto all’organizzazione sindacale che dovrebbe rappresentarlo a livello nazionale”.
Chi valuta queste preferenze?
“Le preferenze sono consegnate all’ispettorato del Lavoro e le organizzazioni vengono registrate al Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro. Questo è un modo per misurare la rappresentatività di tutti i sindacati. Siamo convinti che la rappresentatività di molte organizzazioni sindacali non corrisponda al loro reale consenso. In molti casi, queste presunte rappresentatività vengono aiutate dalle aziende perché hanno l’interesse ad avere un sindacato di comodo che avalla ogni accordo. Oggi abbiamo la necessità di capire da chi vengono sottoscritti i contratti. Noi riteniamo che i contratti aziendali siano importanti, ma siano gerarchicamente inferiori al contratto nazionale che copre tutti i lavoratori. E pensiamo che per trattare sindacalmente sia necessaria una soglia del 4 per cento a livello nazionale”.

Ahmadinejad non è finito

Voce Repubblicana 1 luglio 2011
Il saggio di Negri pubblicato nel 2009
Intervista ad Alberto Negri
di Lanfranco Palazzolo

Ahmadinejad non è ancora un politico finito. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’inviato speciale del “Sole 24 Ore” Alberto Negri, autore del saggio sull’Iran dal titolo “Il turbante e la corona, trent’anni dopo” (Marco Tropea editore).
Alberto Negri, cosa sta succedendo in Iran? Perché Mahmud Ahmadinejad viene messo continuamente in discussione dall’ayatollah Ali Khamenei?
“Il percorso di Ahmadinejad è quello di un ex pasdaran di seconda fila, che comincia farsi strada come governatore dell’Azerbaigian iraniano, si presenta come sostenitore della destra conservatrice. E poi si fa portavoce di un gruppo politico che ha delle radici religiose molto profonde nel radicalismo. Ahmadinejad punta ad una riforma della Repubblica islamica iraniana. Nelle sue prime elezioni politiche come candidato presidente, Ahmadinejad si presenta come l’uomo di Alì Khamenei, ma viene anche sostenuto come l’espressione dell’ala che vuole ridimensionare il ruolo della Guida Suprema, lasciando al Presidente della Repubblica il ruolo di protagonista della politica. Secondo Ahmadinejad, la Guida Suprema deve restare una sorta di ultima istanza della politica. Si tratta di un progetto presidenzialista, che si appoggia agli elementi più conservatori”.
A questo punto cosa succede ad Ahmadinejad?
“Coloro che lo hanno appoggiato all’inizio lo abbandonano. Gli uomini dell’ala conservatrice fedeli a Khamenei prendono le distanze da lui. Alle ultime elezioni, quando nel 2009 Ahmadinejad dovette affrontare una sanguinosa protesta di piazza e l’onda verde, cominciano ad affiorare molti dubbi negli ambienti conservatori iraniani. I conservatori si rendono conto che Ahmadinejad rende la situazione del paese ancora più problematica, ancora più confusa perché consentirebbe ai pasdaran di occupare le posizioni politiche più importanti e, soprattutto, le leve politiche. Infatti, i Guardiani della Rivoluzione si sono impadroniti delle leve del potere nel paese. Questo progetto di occupazione politica di Ahmadinejad è stato realizzato solo in parte. Negli ultimi mesi si è palesata un’opposizione contro il presidente iraniano che si è materializzata nell’onda verde, ma anche nel campo conservatore”.
 La stampa inglese ha dato quasi per finita l’avventura politica di Ahmadinejad. Cosa ne pensa?
“Le previsioni sono sempre difficili. E’ vero che Ahmadinejad si è trovato contro i conservatori e il Parlamento. Ma è anche vero che Ahmadinejad ha battuto tanti avversari come l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Dobbiamo comprendere che piega prenderanno gli eventi. L’Iran è un paese diverso da tutti gli altri paesi arabi. E non è detto che si arrivi ad uno scontro. Forse, a decidere la sorte di Ahmadinejad saranno i servizi segreti, i pasdaran e gli apparati di sicurezza”.

Per la Libia serve una soluzione politica

Voce Repubblicana del 30 giugno 2011
Intervista a Carlo Jean
di Lanfranco Palazzolo

Solo una soluzione politica sulla crisi libica può impedire lo scoppio della guerra civile in questo paese. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il generale Carlo Jean, esperto di strategia militare e di geopolitica.
Prof. Jean, la richiesta di arresto della Corte penale internazione nei confronti di Gheddafi cambia lo scenario della guerra in Libia?
“No, il mandato di arresto nei confronti di Gheddafi è acqua fresca. I responsabili della diplomazia internazionale che fanno parte della coalizione internazionale non avevano l’interesse a trattare con Gheddafi, ma solo con il Consiglio nazionale transitorio. Ecco perché la richiesta di arresto non cambia nulla. Il problema fondamentale non è tanto Gheddafi, ma i suoi legami con le tribù libiche e con i suoi fedeli. Questi legami sembra che non cedano”.
Pensa che le capacità di resistenza di Gheddafi siano intatte?
“No. Credo che le missioni della Nato sono state efficaci, hanno picchiato forte. Hanno fatto circa 7mila sortite, di cui 4700 di attacchi al suolo. E con questi attacchi le forze libiche hanno subito forti perdite, soprattutto dei mezzi pesanti. Altri mezzi saranno stati nascosti nelle città e nelle abitazioni. E la Nato ha avuto forti limitazioni anche nel tentativo di evitare le perdite di civili”.
Ci sono state tante incomprensioni tra l’Italia e la Francia nell’ambito di questa missione militare della Nato sulla Libia?
“Soprattutto quando il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva detto che se non passava il bastone del comando alla Nato l’Italia avrebbe ripensato al proprio riallineamento con la coalizione. Le tensioni sono ritornate quando Frattini ha annunciato di voler svolgere una mediazione per trovare una soluzione politica alla crisi libica. Credo che abbia ragione perché questa crisi non si risolve solo con l’intervento militare. Solo una soluzione politica può evitare che il Libia scoppi una guerra civile”.
Che ruolo svolge la nunziatura apostolica a Tripoli? Nei giorni scorsi si è detto che Gheddafi si sarebbe nascosto proprio li per evitare di essere colpito dai bombardamenti.
“La Chiesa cattolica cerca di essere il più neutrale possibile. Non hanno alcun interesse ad entrare nella mischia”.
Gheddafi accetterà l’esilio?
“Finora ha sempre respinto questa possibilità. Il fatto che dispone della fedeltà di alcune tribù lo rende ancora forte. Gheddafi ha detto che non partecipa a nessun negoziato, però vuole restare in Libia. A mio avviso, pensando al suo senso dell’onore, manterrà fede a questa promessa”.
Quanto dureranno le operazioni militari della coalizione in Libia?“Abbastanza a lungo. Ma questo dipende dalle riserve di munizioni degli occidentali. La Germania, su richiesta del comando logistico della Nato, fornirà del materiale logistico di precisione”.

Un atto fortemente voluto

Voce Repubblicana 29 giugno 2011
Intervista a Luigi Compagna
di Lanfranco Palazzolo

Indagare il governatore della Campania Stefano Caldoro è stato un atto fortemente voluto. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Luigi Compagna del Popolo delle libertà.
Senatore Compagna, cosa pensa del dramma dei rifiuti che sta vivendo Napoli. Il sindaco aveva promesso di ripulire la città in pochi giorni. E, invece, a rimetterci in tutta questa vicenda è stato il governatore della Campania Stefano Caldoro. Cosa ne pensa di questo paradosso?
“Nei confronti di Stefano Caldoro si è parlato di atto dovuto. Può darsi. Ma la sensazione è stata che questo sia stato un atto fortemente voluto da De Magistris, Narducci e il procuratore della Repubblica di Napoli Lepore. Quella di Napoli è una procura che, dall’elezione di Luigi De Magistris a sindaco di Napoli, vuole essere più che mai protagonista”.
E’ sorpreso dallo sviluppo di questa situazione? Cosa ha pensato quando un magistrato della procura di Napoli è entrato nella giunta De Magistris?
“Quando ho appreso questa notizia ho pensato tutto il male possibile. Ho pensato soprattutto alla viltà che hanno rivelato nella vicenda il Presidente e il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Si è parlato della mancanza di una norma di legge ad hoc. Ho sempre pensato che tra persone per bene il codice deontologico venisse prima e fosse più importante di una norma di legge. Apprendere che, tra magistrati, non è così e apprenderlo dal rilievo, impregnato dal tatticismo ipocrita lapalissiano, di Napolitano e Vietti è stato disarmante”.
Qualcuno ha accusato il governo di essersi mosso tardi in questa vicenda. Tuttavia, il sindaco di Napoli De Magistris aveva annunciato un blitz per ripulire la città in cinque giorni.
“I cinque giorni di De Magistris erano un esercizio di velleitarismo. Per quanto riguarda il governo non mi sento di esprimere una critica sotto il profilo cronistico, giorno più giorno meno. Le critiche nei confronti del governo sono ingenerose. Mi domando piuttosto come mai il governo, che si era sentito investito di una sorta di mandato nazionale per liberarci dall’immondizia napoletana, è stato così sollecito nell’arrivare con un proprio decreto legge di opportuno commissariamento della magistratura, abbia consentito il naturale spiegamento del sistema delle autonomie. Il vero fallimento di questa vicenda è proprio quello delle autonomia. Non si può coprire questa situazione. Non ci può essere un meccanismo sostitutivo delle autonomie. Il governo lo aveva capito nel primo decreto legge quando era arrivato addirittura ad indicare per legge i tempi dei presidi militari delle discariche. Quando sono tornati in campo comune di Napoli, provincia di Napoli e la Regione Campania la partita è stata perduta definitivamente”.