mercoledì 26 ottobre 2011

L'Argentina ha votato

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Le elezioni presidenziali 
e legislative
in Argentina 

i risultati(23 ottobre 2011)
Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni che hanno visto come vincitrice l’attuale Presidente Cristina Fernandez de Kirchner (n. 1953), moglie del precedente Presidente, il defunto Nestor Kirchner, e leader del Fronte della Vittoria, con il 54 per cento dei voti. Al secondo posto e terzo posto si sono posizionati rispettivamente il socialista Hermes Binner con il 17 per cento di voti e Ricardo Alfonsin con l’11 per cento di voti, candidato dell’Union Civica Radical (UCR) nonché figlio del primo presidente eletto dopo l’ultima dittatura militare. Infine, l’esponente del “peronismo dissidente” Eduardo Alberto Duhalde si è arrestato al 6 per cento dei suffragi.
Il risultato riportato dal presidente Cristina Fernandez de Kirchner amplifica il distacco da lei ottenuto nelle precedenti consultazioni elettorali quando vinse con il 45, 3 per cento dei suffragi con oltre 20 punti di vantaggio dalla principale rivale Elisa Carriò, candidata della Coaliciòn Civica.
Secondo la legge elettorale il Presidente è eletto per 4 anni (rinnovabile una sola volta) con un sistema a doppio turno; si risulta eletti al primo turno ottenendo il 45 per cento dei voti ovvero il 40 per cento con almeno 10 punti in più rispetto al più vicino dei contendenti. Il potere legislativo è esercitato da un parlamento bicamerale, il Congresso Nazionale, composto dal Senato e dalla Camera dei Deputati. Il Senato è composto da 72  membri eletti dalle assemblee regionali per un periodo di 6 anni ed ogni due anni viene rinnovato per un terzo; la Camera è composta da 257 deputati eletti per 4 anni (rinnovati per metà a metà della legislatura) con un sistema proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento del 3 per cento in 24 circoscrizioni plurinominali.
I votanti registrati secondo l’IFES sono 27.090.236 (dati aggiornati all’ottobre 2007).
L’affluenza alle urne è stata pari al 78,34 per cento degli aventi diritto.
Alla rielezione della Kirchner, oltre alla frammentazione delle opposizioni, ha contribuito la buona situazione economica del paese, dovuta alla politica monetaria ed economica espansiva del governo, così come la tendenza globale al rialzo dei prezzi delle commodities. In particolare, il governo ha posto in essere una politica di rialzi delle pensioni e di ampi sussidi di welfare, soprattutto per le famiglie povere, che ha però provocato un rialzo dell’inflazione (al 9,9 per cento secondo i dati ufficiali ma circa del 25 per cento secondo stime non ufficiali). L’economia argentina è stata agevolata anche dagli alti prezzi delle materie prime agricole, in particolare della soia, e trainata dall’alta domanda dei prodotti agricoli argentini da parte della Cina. Sulla situazione economica argentina potrebbe però pesare nel prossimo futuro il nuovo rallentamento dell’economia globale che potrebbe incidere sulle esportazioni agricole argentine, in una condizione in cui il paese latinoamericano dovrà affrontare anche il problema del contenimento dell’alta inflazione.
La popolarità della presidente è risultata in ascesa specialmente dopo la morte improvvisa del marito e predecessore Néstor Kirchner. Fernàndez si era peraltro imposta nettamente sui rivali già la scorsa estate in occasione delle primarie, novità assoluta per la scena politica argentina e strumento utile ad evitare la proliferazione dei candidati in quanto è stato stabilito che potessero concorrere alle presidenziali solo coloro che avessero ottenuto, nell’ambito delle elezioni primarie interne ai diversi schieramenti, almeno l’1,5 per cento dei voti.
Gli elettori sono stati chiamati inoltre a rinnovare il Congresso bicamerale e numerosi enti locali, tra cui la presidenza di nove province, compresa quella della capitale che rappresenta quasi il 40 per cento del paese.
Oltre alla situazione economica, nella prossima agenda politica del Paese rientra anche il tema delle riforme costituzionali. Infatti, secondo molti osservatori, la presidente Kirchner potrebbe proporre all’opposizione una soppressione del limite di due mandati consecutivi per il presidente bilanciata da una riduzione dei suoi poteri e da un’evoluzione in senso parlamentare del sistema istituzionale argentino.

I risultati del voto parlamentare in Svizzera

Le elezioni parlamentari in Svizzera – i risultati
 (23 ottobre 2011)
Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni parlamentari in Svizzera: l’Unione democratica di centro (UDC/SVP) di Toni Brunner - movimento di orientamento populista – ha registrato un calo di consensi rispetto alle elezioni parlamentari del 2007, pur confermandosi il primo partito con il 25,9 per cento dei suffragi. Il partito socialista (PSS/SPS) di Christian Levrat mantiene il secondo posto raccogliendo il 18,1 per cento dei voti, seguito dai partiti radical-democratico (PRD/FDP) e il partito democratico-cristiano (PDC/CVP) che registrano rispettivamente il 15,3 per cento  e il 13,1 per cento dei suffragi. Il partito ecologista – i verdi (PES/GPS) si arresta al 7,9 per cento di voti, mentre a guadagnare i seggi sono invece il partito verde-liberale (GLP/VL) e il partito borghese-democratico (PDB/BDP) che ottengono il 5,9 e il 5,2 per cento di voti. La Lega dei Ticinesi, ostile ai frontalieri italiani, ha raccolto lo 0,8 per cento di suffragi ottenendo due seggi in seno al Consiglio Nazionale.
L’affluenza alle urne è risultata del 49,76 per cento, un punto percentuale in più rispetto alle elezioni del 2007.

La Confederazione svizzera è uno Stato federale in cui il potere legislativo è esercitato dal parlamento bicamerale, composto dal Consiglio degli Stati e dal Consiglio nazionale. Il Consiglio degli Stati è composto da 46 membri, due per cantone; sistema elettorale e durata del mandato sono regolati da ciascun cantone per i propri rappresentanti. Il Consiglio nazionale è composto da 200 deputati eletti a suffragio universale maschile e femminile per quattro anni, 195 con un sistema proporzionale e 5 con un sistema maggioritario uninominale a turno unico. Il potere esecutivo è esercitato dal Consiglio federale composto da sette membri eletti, con decisione nella prassi consensuale, per quattro anni dalle Camere riunite del Parlamento in modo da rappresentare sia le diverse aree della Svizzera sia le diverse comunità linguistiche. Il Consiglio federale elegge al suo interno il Capo dello Stato, che esercita anche funzioni di primo ministro, per un anno. Cape dello Stato per l’anno 2011 è Micheline Calmy-Rey. Le elezioni del Consiglio nazionale dell’ottobre 2007 hanno visto la significativa affermazione di un movimento di orientamento populista, il partito del popolo svizzero-Unione del centro democratico, che ha ottenuto la maggioranza relativa con il 29% dei voti.

I risultati delle ultime elezioni evidenziano una battuta di arresto nella polarizzazione del quadro politico elvetico tra UDC/SVP e socialisti, a vantaggio dello spazio politico del centro. Tale spazio non è stato però occupato dalle tradizionali forze centriste, il partito radical-democratico e il partito democratico-cristiano, che hanno anzi avuto risultati deludenti, bensì da due nuove forze politiche. Si tratta in primo luogo del partito verde-liberale, nato nel 2007 da una scissione del partito ecologista verde, scissione guidata da Martin Baumle (il partito ecologista-verde ha invece conosciuto un netto arretramento elettorale). Altra forza centrista emergente è il partito borghese-democratico nato da una scissione nel 2008 dell’ala moderata dell’UDC/SVP, guidata da Eveline Widmer-Schlumpf.
L’UDC sembra aver subito inoltre la concorrenza di due formazioni locali come la Lega dei Ticinesi (LEGA), movimento guidato da Giuliano Bignasca, e il movimento cittadino ginevrino (MCG), formazione ostile alla presenza di lavoratori frontalieri francesi.
Il nuovo Parlamento sarà incaricato di eleggere il 14 dicembre prossimo i 7 membri del Consiglio federale, organo del potere esecutivo in Svizzera.
Tra i principali temi dell’agenda politica svizzera merita segnalare la situazione economica: la crescita della produzione industriale è rallentata nel secondo trimestre del 2011 (per il secondo trimestre consecutivo), soprattutto come conseguenza del rafforzamento del franco svizzero sui mercati internazionali. In questo contesto vanno anche ricordate le trattative in corso tra la Svizzera e numerosi paesi OCSE sulla tassazione dei depositi stranieri in Svizzera e sulla regolamentazione del segreto bancario (un accordo è stato raggiunto con la Germania).
Nella tabella sottostante sono riportati nel dettaglio i risultati elettorali del Consiglio nazionale, confrontati con quelli delle precedenti elezioni dell’ottobre 2007:
Partiti
Percentuale di voto 2011
Seggi 2011
Percentuale di voto 2007
Seggi 2007
Unione democratica di centro (UDC/SVP)
               25,9
55
28.9
62
Partito socialista          (PSS/SPS)
18,1
44
19,5
43
Partito Radical-democratico (PRD/FDP)
15,3
31
15,8
31
Partito democratico-cristiano (PDC/CVP)
13,1
28
14,5
31
Partito ecologista – i verdi (PES/GPS)
7,9
13
9,6
20
Partito Verde-liberale (GLP/VL)
            5,9
         12
       1,4
      3
Partito borghese-democratico (PDB/BDP)
            5,2
          9
         -
      -
Partito evangelico (PEV/EVP)
            3,2
          2
2,4
     2
Unione democratica federale (UDF/EDU)
           1,3
           0
        1,3
     1
Lega dei Ticinesi (LEGA)
           0,6
           2
        0,6
     1
Altri
           3,5
           4
        3
      0

Cosa succede in Indonesia?

La Repubblica di Indonesia, resasi indipendente dall’Olanda nel 1945, è, dal 2002, una repubblica presidenziale. Il Presidente della Repubblica è anche capo del governo ed è eletto per cinque anni con un sistema elettorale a doppio turno (risulta eletto al primo turno il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti; le prime elezioni presidenziali dirette si sono svolte nel 2004). Non sono previsti limiti alla rieleggibilità. Possono presentare candidati per la presidenza della Repubblica i partiti che abbiano ottenuto il 25 per cento dei voti nelle ultime elezioni o detengano il 20 per cento dei seggi complessivi in Parlamento. Il Parlamento è, dal 2004, bicamerale. La Camera dei rappresentanti (Dewan Perwakilan Rakyat), è composta, dalle ultime elezioni del 2009, da 560 membri (in precedenza 550) eletti per cinque anni con sistema proporzionale, con soglia di sbarramento al 2,5 percento, e voto di preferenza in liste aperte (le liste devono essere composte da almeno il 30 per cento di candidati donne). IlConsiglio dei Rappresentanti Regionali (Dewan Perwakilan Daerah), responsabile per la promozione e il monitoraggio delle leggi relative all’autonomia regionale, è composto da 132 membri, eletti nelle circoscrizioni plurinominali corrispondenti alle differenti provincie (ciascuna provincia elegge al massimo 4 membri), per cinque anni attraverso un voto singolo non trasferibile (ciascun elettore può scegliere un solo candidato, risultano eletti i candidati con più voti). A partire dall’anno 2001, è iniziato in Indonesia un processo di decentramento amministrativo per assicurare la fornitura dei principali servizi statali: attualmente sono presenti 30 provincie, 2 regioni speciali e lo speciale distretto della capitale Jakarta.
Per Freedom House, l’Indonesia è uno “Stato libero”, in possesso dello status di “democrazia elettorale”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit la definisce “democrazia difettosa” (cfr. infra “Indicatori internazionali sul Paese”). Per quel che concerne l’esercizio concreto delle libertà politiche e civili, le libertà di associazione, di riunione e di manifestazione del pensiero appaiono, secondo fonti indipendenti, tutelate nella pratica, con restrizioni nelle aree teatro di conflitti etnici o religiosi. Anche la libertà di stampa risulta effettiva e l’Indonesia vanta una stampa indipendente e vivace; tuttavia l’esercizio di tale libertà appare limitato da alcune restrizioni legali: in particolare, la disciplina severa delle licenze per l’apertura di stazioni radio-televisive costringe alcuni operatori del settore ad operare illegalmente. Risulterebbe poi accertato il ricorso a pratiche di autocensura da parte dei giornalisti per evitare rischi di azione legale (l’articolo 311 del codice penale del 2007 punisce la diffamazione a mezzo stampa con la reclusione per quattro anni; tuttavia, con alcune recenti sentenze, appare affermarsi in sede giurisdizionale un indirizzo maggiormente garantista nei confronti dei giornalisti). Nel 2008 la legge sulle informazioni e le transazioni elettroniche ha esteso ai contenuti diffusi on line e via Internet la disciplina restrittiva in materia di diffamazione, criminalizzando la distribuzione e la diffusione d’informazioni o documentazione contrari alle norme morali dell’Indonesia. La Repubblica indonesiana riconosce ufficialmente sei religioni: l’Islam (cui appartiene la maggioranza della popolazione), il Protestantesimo, il Cattolicesimo, l’Induismo, il Buddhismo e il Confucianesimo. L’Ateismo è proibito dalla legge, così come sono previsti provvedimenti contro la blasfemia e risulta difficile per gli appartenenti alle altre religioni ottenere i documenti di identità. Negli ultimi anni, il Governo ha fallito nel prendere misure efficaci per porre rimedio ai continui atti d’intolleranza religiosa. In seguito alla messa al bando, nel 2008, della setta islamica Ahmadiyya (con 400000 seguaci) sono accaduti numerosi episodi di violenza; costanti sono anche gli scontri tra le fazioni cristiane e musulmane.
Infine, secondo osservatori indipendenti, la corruzione continua a essere problema endemico e diffuso in Indonesia. Nel settembre 2010, inoltre, il Parlamento ha approvato un provvedimento legislativo che potrebbe indebolire l’autorità della Commissione speciale per l’eradicazione della corruzione e la connessa attività giudiziaria. L’approvazione ha fatto seguito allo scoppio di uno scandalo dai contorni non chiariti che ha coinvolto i vertici della Commissione, ma che, secondo i critici, sarebbe stato il risultato di una manovra volta a screditarne l’operato.
La situazione politica e sociale
L’attuale Presidente della Repubblica è Susilo Bambang Yudhoyono (n. 1949), rieletto per il suo secondo mandato nel luglio 2009.
Yudhoyono è leader del Partito Democratico, da lui fondato nel 2009, a seguito di una scissione dal partito democratico indonesiano-battaglia (PDI-P) di Megawati Sukarnoputri. nelle ultime elezioni legislative del 2009 il partito democratico ha ottenuto 148 seggi. Il secondo partito per importanza in Indonesia è il partito Golkar (già partito egemone durante la dittatura di Suharto), con 106 seggi; 94 sono i rappresentanti del PDI-P (Partai Demokrasi Indonesia Perjuangan), terza forza politica del Paese. Tutti questi partiti risultano di orientano non confessionale, mentre il partito della giustizia e della prosperità, di orientamento islamico, ha ottenuto 57 seggi. Insieme al partito democratico di Yudhoyono compone la coalizione di governo anche il partito Golkar. 
Con l’elezione nel 2004 di Yudhoyono, succeduto alla presidente Megawati Sukarnoputri (figlia del leader dell’indipendenza indonesiana, Sukarno), si è compiuta la prima alternanza pacifica al governo della storia indonesiana, a suggello del processo di transizione alla democrazia apertosi nel 1998 quando le proteste di piazza, associate anche alle conseguenze della crisi finanziaria asiatica del 1997, costrinsero alle dimissioni il generale Suharto, al potere, insieme al suo partito Golkar, dal  1968.  Nell’ambito di questa transizione, che ha visto alla carica di presidente dapprima (1998-1999) il vicepresidente di Suharto, Bacharrudin Habibie, quindi Abdurrahman Wahid, di orientamento islamico (1999-2001) e poi, a seguito delle dimissioni di Wahid a causa di accuse di corruzione, la già ricordata Sukarnoputri (2001-2004), l’Indonesia ha anche concesso, a seguito del referendum del 1999 e delle pressioni della comunità internazionale  che inviò nel medesimo anno una missione militare, l’indipendenza di Timor Est, ex-colonia portoghese invasa dall’Indonesia nel 1975.
Le tensioni separatiste ed interreligiose (in particolare tra cristiani e musulmani) rappresentano tuttora uno dei temi fondamentali nell’agenda politica indonesiana, mentre prosegue l’attuazione dell’accordo di pace raggiunto nell’agosto del 2005 con il movimento separatista della regione di Aceh. Altra regione sottoposta a tensioni separatiste, che hanno conosciuto una recrudescenza nel corso del 2011, è quella di Papua, al confine con la Papua Nuova Guinea. Nel 2002 l’Indonesia ha poi subito un significativo attacco terroristico da parte di un gruppo locale legato ad Al Qa’ida, nella città turistica di Bali, che provocò circa 200 morti. Da allora, è stata ripetutamente segnalata l’attività di gruppi qaedisti in Indonesia. Da ultimo, nel giugno 2011, un leader religioso islamico, Abu Bakar Bashir, è stato condannato da un tribunale indonesiano per legami con gruppi terroristici. Al centro dell’attenzione continua ad essere anche lo scandalo politico legato al salvataggio operato dallo Stato nel 2009 di una banca relativamente piccola, la Bank Century. Se i difensori del salvataggio, sottolineano come esso abbia evitato danni maggiori al sistema bancario indonesiano, nell’ambito della crisi finanziaria internazionale, i critici hanno rilevato come il costo dell’operazione sia risultato ben superiore al previsto e ventilato la possibilità di alcuni arricchimenti illeciti nell’ambito dell’operazione. In particolare, il partito Golkar, membro della coalizione di governo, ha messo sotto accusa il ministro delle finanze Sri Mulyani, che si è dimesso nel maggio 2010 per assumere la carica di direttore esecutivo della Banca Mondiale.
Con riferimento ad una serie di dati socio-economici assumibili come possibile parametro interpretativo del contesto indonesiano si segnala che l’Indonesia ha una popolazione complessiva di 232 milioni di persone; il tasso di crescita del PIL nel 2010 è stato del 6,1 per cento, mentre il PIL pro-capite è di 4.300 dollari. Il tasso di disoccupazione, nel medesimo anno, è del 7,1 per cento, mentre il 44 per cento della popolazione vive in agglomerati urbani; il tasso di scolarizzazione primaria è del 90,4 per cento (maschile: 94 per cento; femminile: 86,8 per cento). Infine, il 13,3 per cento della popolazione complessiva vive sotto la soglia di povertà. L’Indonesia, per le sue ingenti risorse forestali e naturali, risulta avere un ruolo strategico anche nella lotta contro il cambiamento climatico. Nello scorso maggio, il governo indonesiano ha varato un piano per un valore di un miliardo di dollari volto a fermare la deforestazione e a ridurre le emissioni di gas serra, che prevede, tra le altre cose, una moratoria di due anni sui nuovi permessi di sfruttamento delle aree forestali. Il piano è stato criticato come insufficiente da alcune associazioni ambientaliste.

Quella aggressione indecente

Intervista a Giorgio Straquadanio
Voce Repubblicana del 26 ottobre 2011
di Lanfranco Palazzolo

L'aggressione del Pd ai radicali è stata indecente. Lo ha detto alla “Voce” il deputato del Pdl Giorgio Straquadanio.
Onorevole Straquadanio, pensa che tra i radicali e l'attuale maggioranza possa svilupparsi un rapporto positivo?
“Innanzitutto voglio dire che, nel corso dell'ultimo dibattito sulla fiducia al Governo, sono rimasto allibito dall'aggressione subita dagli esponenti radicali che siedono in Parlamento. I dirigenti del Pd li hanno duramente criticati solo perché hanno deciso di partecipare ai lavori parlamentari. Ed è assurdo che queste critiche siano giunte dal capogruppo Dario Franceschini e dalla Presidente dell'assemblea del Pd Rosi Bindi. Quegli attacchi hanno dato il senso della debolezza delle posizioni assunte dal Partito democratico nel corso di quel confronto. I radicali hanno avuto solo 'la colpa' di partecipare al dibattito sulla fiducia esprimendo il loro punto di vista, che era un punto di vista contrario alla fiducia al Governo. La loro 'colpa' sarebbe stata solo quella di aver risposto alla chiama dei deputati. Voglio aggiungere che i radicali non sarebbero nemmeno stati determinanti per il mancato raggiungimento del numero legale per la fiducia al Governo alla prima votazione. Questa non mi è sembrata una manifestazione di forza dell'opposizione quanto una prova della delegittimazione delle istituzioni. Ecco perché questa aggressione l'ho trovata indecente perché si è trasformata in un'aggressione contro il Parlamento”.
Come ha trovato il fatto che la vicepresidente della Camera dei deputati Rosi Bindi abbia sponsorizzato la diserzione dall'aula della Camera?
“Dalla Bindi non ho sentito delle critiche all'indirizzo dei radicali, ma solo degli insulti. Detto questo, un vicepresidente della Camera dei deputati dovrebbe decidere quale funzione svolgere. Se la Bindi decide di continuare ad essere il pasdaran dell'opposizione antiparlamentare non dovrebbe fare il vicepresidente della Camera dei deputati. Non è possibile continuare ad operare da quello scranno dopo aver sponsorizzato la diserzione dell'aula. Questo è contro le regole di funzionamento delle istituzioni. Anche io sono stato vittima della Bindi. Nel corso di un mio intervento, che non era evidentemente gradito alla Bindi mentre era alla Presidenza, l'esponente del Pd mi ha tolto la parola. Ecco perché sono convinto che la presenza dei radicali nello stesso gruppo della Bindi sia innaturale”.
Che impressione ha avuto dell'incontro tra i radicali e Berlusconi?
“Sono stato molto contento che ci sia stato questo incontro perché ero rimasto deluso che Berlusconi, nella sua replica alla Camera sulla fiducia, non avesse ringraziato i radicali per la loro presenza in aula. L'incontro è il segnale dell'attenzione del governo verso i temi della giustizia”.