sabato 29 ottobre 2011

Relazioni del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica Relazione 2011

La nomina dei membri del Centro sperimentale di cinematografia

Con lettera del 1° settembre 2011 il Ministro per i beni e le attività culturali aveva trasmesso le proposte di nomina a componenti del Cda della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia di Paolo Tenna e Alberto Contri. La Commissione 7° Istruzione del Senato ha espresso parere favorevole sulle proposte, mentre la Commissione VII Cultura della Camera non ha espresso il parere. La richiesta era stata trasmessa alle Camere ai sensi dell'articolo 1 della legge 14 del 1978 e dell’articolo 6, comma 1 del decreto legislativo 18 novembre 1997, n. 426, come modificato e integrato dal D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 32, secondo cui: il consiglio di amministrazione è nominato con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, ed è composto dal presidente, indicato dal medesimo Ministro, e da quattro componenti, designati, rispettivamente, tre dal Ministro per i beni e le attività culturali ed uno dal Ministro dell'economia e delle finanze. I componenti del consiglio di amministrazione sono individuati tra personalità di elevato profilo culturale, con particolare riguardo al campo cinematografico ed audiovisivo, e con comprovate capacità organizzative. Possono far parte del consiglio di amministrazione due ulteriori rappresentanti di soggetti pubblici o privati che partecipino alle attività della Fondazione con un contributo annuo di almeno un milione di euro. Essi restano in carica per l'anno cui si riferisce il contributo. Il contributo annuo può essere erogato anche per più anni, in tal caso i consiglieri in questione possono restare in carica per periodi più lunghi. Tenna e Contri sono stati proposti appunto come i due rappresentanti di cui al secondo capoverso del comma 1, in particolare come rappresentante delle regioni, rispettivamente, Piemonte e Lombardia in seno al consiglio. Il presidente e gli altri componenti del Cda di competenza del Ministero per i beni e attività culturali furono invece nominati per quattro anni lo scorso 23 luglio 2008, conformemente ai pareri favorevoli espressi dalle Commissioni competenti di Camera e Senato alla metà del mese di luglio 2008. Si trattava di Francesco Alberoni (già nominato presidente per due precedenti mandati il 5 marzo 2002 e il 17 giugno 2004) e dei consiglieri di amministrazione Giuseppe (Pupi) Avati, Dario Edoardo Viganò e Giancarlo Giannini (anche quest’ultimo, come il presidente, è al terzo mandato, mentre gli altri due sono stati nominati per la prima volta); il 13 ottobre 2009 è stato nominato anche il consigliere di competenza del Ministro dell’economia e delle finanze, Giorgio Tino.
Il Centro, nato nel 1935, trasformato in fondazione con il citato D.Lgs. n. 426/1997 e riordinato con il D.Lgs. n. 32/2004, si occupa di alta formazione, conservazione e ricerca nel campo della cultura cinematografica.

Ecco come sono andate le elezioni in Tunisia

Il 23 ottobre 2011 si sono svolte le elezioni dell’Assemblea costituente in Tunisia. Mentre lo spoglio continua a procedere con lentezza, secondo Al Jazeera-Arabic le proiezioni prevedono che il partito islamista moderato Ennahdha (guidato da Hamada Jebali, e dal leader storico Rached Ghannouchi) si attesti intorno al 45%, seguito dai movimenti laici progressisti del Congresso della Repubblica (guidato da Moched Marzouki)con il 15% dei voti e dal Forum democratico per la libertà e il lavoro (Ettakatol; guidato da Mustafa Ben Jafaar)con il 10%. A sorpresa il risultato del nuovo movimento Petizione popolare, fondato lo scorso marzo dall’uomo di affari e imprenditore televisivo Mohamed Hamdi, con il 10%. Un risultato più basso avrebbe invece conseguito il partito democratico del progresso (fondato da Ahmed Najib Chebbi e ora guidato da Maya Jribi), accreditato prima delle elezioni come principale forza laica del Paese. In base a queste proiezioni, Ennahda potrebbe raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea costituente, mentre stime precedenti dello stesso partito, basate su exit-poll, indicavano che il partito si sarebbe potuto attestare su un terzo dei seggi. I primi risultati definitivi relativi a 159 dei 218 seggi confermano la netta prevalenza di Ennahda con il 41% (65 seggi); i principali partiti laici (Congresso per la Repubblica; Forum democratico; partito democratico del progresso e il partito ex-comunista Ettajdid) otterrebbero il 28% (45 seggi) e petizione popolare il 14% (22 seggi) (per una descrizione dei partiti politici tunisini cfr. infra il relativo paragrafo).
In base a fonti giornalistiche il Forum democratico per il Lavoro e le Libertà avrebbe già iniziato consultazioni con il partito islamista per la costituzione di un esecutivo di unità nazionale.
A seguito della dimissioni del presidente Ben Alì nel gennaio 2011, la Tunisia ha avviato un processo di transizione costituzionale. In particolare, il 9 febbraio il Parlamento tunisino ha approvato una legge che consente al presidente ad interim (in base alla Costituzione previgente il presidente della Camera bassa) di emanare, su proposta del governo provvisorio, decreti con forza di legge in materia quali i diritti dell’uomo come definiti dalle convenzioni internazionali; l’organizzazione dei partiti politici; la riforma del sistema elettorale; l’amnistia. Su queste materie il governo riceve i pareri dell’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, costituita il 18 febbraio e composta di rappresentanti di partiti politici, organizzazioni e associazioni di carattere nazionale, esponenti della società civile. Il 3 marzo è stata annunciata la decisione di convocare un’Assemblea costituente, le cui elezioni, previste inizialmente per il 24 luglio, sono state poi differite al 23 ottobre. L’Assemblea costituente sarà composta da 218 membri eletti in 33 circoscrizioni plurinominali (delle quali 6 estere). Il sistema elettorale adottato è di tipo proporzionale con metodo del quoziente e i più alti resti e liste chiuse che vedano la presenza paritaria ed alternata di un candidato di sesso maschile e di un candidato di sesso femminile. L’assemblea avrà il compito di redigere un nuovo testo costituzionale e scegliere un nuovo capo dello Stato e un nuovo Primo ministro, il quale a sua volta formerà un governo ad interim fino alle prossime elezioni. Un accordo tra i principali partiti del Paese ha sancito che la durata dell’Assemblea non possa superare un anno, al termine del quale si terranno le elezioni presidenziali e per il nuovo Parlamento.
Da segnalare la alta partecipazione elettorale alle elezioni: il dato supererebbe il 90% degli elettori registrati (4 milioni dei 7 milioni di tunisini; il processo di registrazione degli elettori si è svolto durante l’estate ed è risultato lungo e complesso). E’ quindi possibile ipotizzare che il dato di partecipazione si attesterà intorno al 70% dei cittadini maggiorenni tunisini.
La regolarità delle elezioni è stata sottolineata dalle missioni di osservazione dell’Unione europea, del Consiglio d’Europa e dell’Assemblea parlamentare dell’Osce (guidata quest’ultima dal Vicepresidente On. Riccardo Migliori).
In particolare, nelle sue conclusioni preliminari del 25 ottobre la missione di osservazione elettorale dell’Unione europea ha rilevato che:
la legislazione elettorale elaborata nel corso della transizione ha previsto un quadro adeguato per l’organizzazione delle elezioni conformemente alle norme internazionali in materia;
la regolamentazione del finanziamento dei partiti è risultata dettagliata, ma i relativi meccanismi di controllo risultano complessi e di difficile applicazione per gli organi amministrativi e giurisdizionali; in questo contesto il termine dato all’Alta Autorità di controllo delle elezioni per annullare eventualmente i risultati di liste elettorali per violazioni delle disposizioni sul finanziamento appare troppo ristretto, spirando al momento della proclamazione dei risultati elettorali;
si sono registrate difformità da parte degli organi amministrativi e giurisdizionali a livello locale in ordine ai criteri di accettazione e registrazione delle candidature;
la campagna elettorale si è svolta regolarmente e la stampa ha svolto un ruolo positivo;
l’obbligo di alternare nelle liste candidature femminili e maschili ha premesso la candidatura di circa 5.000 donne; tuttavia solo nel 7% dei casi donne sono risultate capolista;
La missione di osservazione internazionale dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, consistente in più di 80 osservatori provenienti da 21 Stati, è stata coordinata dall’onorevole Riccardo Migliori, Presidente della Delegazione italiana e Vicepresidente dell’Assemblea OSCE. Gli osservatori hanno giudicato “libere e corrette” le elezioni, apprezzando la partecipazione di massa al processo elettorale del popolo tunisino, da considerare alla stregua di una prima solida pietra miliare per il processo di costruzione istituzionale che il Paese deve affrontare. La campagna elettorale ha assicurato un’equilibrata copertura mediatica che ha dato agli elettori la possibilità di scegliere liberamente e le elezioni si sono svolte in modo calmo ed ordinato, sebbene si siano registrate lunghe file presso i seggi. Gli osservatori dell’Assemblea OSCE hanno segnalato alcune misure restrittive sulla campagna elettorale, l’esclusione di alcune candidature, il sistema di registrazione degli aventi diritto, altri aspetti tecnici, come meritevoli di riflessione per un ulteriore miglioramento del sistema elettorale, e tuttavia non tali da pregiudicare il giudizio positivo sull’andamento delle elezioni.
Hanno partecipato alla missione di osservazione internazionale i seguenti componenti della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’OSCE: i deputati Riccardo Migliori; Emerenzio Barbieri (PdL); Pierluigi Mantini (UDCpTP) e Matteo Mecacci (PD); i senatori: Antonio Battaglia (PdL); Giuseppe Caforio (IdV); Luigi Compagna (PdL); Mauro Del Vecchio (PD) e Nino Randazzo (PD).
L’onorevole Riccardo Migliori, in qualità di coordinatore della missione di osservazione internazionale dell’Assemblea OSCE, ha effettuato due visite pre-elettorali nel Paese: la prima dal 6 al 9 settembre 2011 e la seconda dal 28 settembre al 1° ottobre. Nel corso della prima missione il Presidente Migliori ha incontrato Taieb Baccouche, Ministro dell’Istruzione e Portavoce del Governo; Kemal Jendoubi, Presidente dell’Alta Commissione indipendente per le elezioni in Tunisia (ISIE); Yadh Ben Achour, Presidente dell’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica; Mohamed Mouldi Kefi, Ministro degli Affari esteri; esponenti dei partiti politici, delle ONG e della società civile. Nel corso della seconda visita, il Presidente Migliori, secondo le indicazioni della stessa Alta Commissione indipendente per le elezioni in Tunisia (ISIE), ha visitato il Sud del Paese per avere una diretta impressione del grado di preparazione delle elezioni e per valutare il clima socio-politico nel corso della campagna elettorale, anche nelle zone rurali della Tunisia. Ha quindi incontrato, nei dipartimenti di Sousse, Sfax, Gabes e Medenine, i funzionari delle autorità elettorali locali, i leader e i candidati dei maggiori partiti e i rappresentanti degli osservatori internazionali attivi sul territorio. Ha altresì incontrato il Presidente dell’Autorità nazionale indipendente per l’Informazione e le Comunicazioni ed i coordinatori delle missioni di osservazione internazionale dell’Unione Europea e del Carter center, per discutere sulle possibili forme di coordinamento e condivisione delle informazioni nella fase preelettorale. Ha infine visitato due campi profughi presso il confine con la Libia, a Ras Ajdir, gestiti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per I rifugiati (ACNUR) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).
Anche la Delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, coordinata dall’on. Andreas Gross (Svizzera), di cui faceva parte il senatore Pietro Marcenaro (PD), ha espresso un giudizio positivo sullo svolgimento delle elezioni, congratulandosi con i cittadini tunisini per non aver mancato un importante appuntamento con la storia del loro Paese.
Fonti giornalistiche segnalano tuttavia alcune proteste ed accuse nei confronti di esponenti del partito Ennahda di aver operato compravendita dei voti, potendo contare su significativi finanziamenti esteri, in particolare dall’Arabia Saudita e dal Qatar. In proposito, merita ricordare che Ennahda si era opposta, nel corso dei lavori dell’Alta Autorità, allo schema di decreto legge che limitava significativamente la possibilità di finanziamento estero. Secondo le medesime fonti, peraltro, tale provvedimento avrebbe avuto solo un’attuazione parziale (tale aspetto appare in parte confermato dalle conclusioni preliminari della missione elettorale dell’Unione europea).
Il carattere che dovrà assumere l’assetto costituzionale tunisino sarà al centro dell’agenda politica del Paese per i prossimi mesi e, ovviamente, dei lavori dell’Assemblea Costituente. A tale proposito Ennahda ha più volte indicato come proprio modello l’AKP di Erdogan, nonché la propria volontà di conciliare ispirazione religiosa e laicità dello Stato. Anche il comportamento del partito nel corso della campagna elettorale è apparso orientato in senso moderato. Da segnalare, tuttavia, il rifiuto, nell’ambito dei lavori dell’Alta Autorità, della sottoscrizione del “patto repubblicano”, una sorta di dichiarazione di intenti firmata dai principali partiti tunisini e volta a delineare una società pluralista, libera ed egualitaria, nonché l’abbandono dei lavori dell’Alta Autorità per protesta contro le limitazioni al finanziamento estero contenute nello schema di decreto-legge sui partiti politici (suscettibile di pregiudicare i significativi finanziamenti che Ennahda riceverebbe da altri paesi arabi, come Arabia Saudita e Qatar).
Merita rilevare che un questionario sottoposto ai rappresentanti dei principali partiti tunisini da Human Rights Watch mostra una sostanziale convergenza di tutti i partiti sulla protezione delle libertà pubbliche, compresa la libertà di espressione e la libertà di stampa, mentre appaiono delle divergenze sui limiti da individuare per la libertà di espressione in casi che coinvolgano il diritto alla privacy, alla protezione delle minoranze contro incitazioni all’odio e alla diffamazione in materia religiosa. L’organizzazione internazionale segnala che Ennahda non ha risposto, nonostante numerosi inviti, al questionario. Al riguardo, Human Rights Watch segnala come il programma ufficiale del partito affermi il riconoscimento e la protezione dei diritti civili e politici cercando di radicarli nella storia e nei valori islamici e sostenga che il “pensiero islamico necessita di un rinnovamento al fine di renderlo pronto per le sfide della modernità e necessita di essere interpretato in conformità con le dichiarazioni internazionali sui diritti umani che sono, in generale, compatibili con i valori e gli obiettivi dell’Islam”. In tal senso, il programma sposa il modello dello “Stato civile” come opposto allo “Stato islamico”. Il programma riafferma i diritti delle donne all’eguaglianza, all’educazione, al lavoro, alla partecipazione nella vita pubblica, mentre non fa riferimento al diritto all’eguale eredità. In una intervista il leader del partito Jebali ha minimizzato i contrasti tra la Sharia e i principi internazionali in materia di diritti umani, affermando allo stesso tempo che “Ennahda non autorizzerà ciò che è espressamente ritenuto illecito da Dio e non proiberà ciò che è espressamente autorizzato da Dio. Altrimenti non saremmo un movimento islamista”. Richiesto sulla previsione della Sharia in merito alle punizioni corporali in caso di furto, Jebali ha risposto che “in una società giusta nessuno sarà costretto al furto, ciò non esclude in via di principio il ricorso alle punizioni corporali, ma invita piuttosto a concentrarsi sullo sviluppo sociale che renderà il furto non necessario”. Con riferimento ai recenti attacchi contro il canale TV Nessma per la trasmissione del film Persepolis, che contiene una scena nel quale Dio è rappresentato antropomorficamente (in contrasto con i precetti islamici), Ennahda ha ufficialmente condannato le violenze, ma ha anche condannato gli attacchi alle credenze religiose del popolo ed ha invitato a distinguere tra libertà di espressione e attacchi alla fede e ai simboli sacri. Un leader eminente del Partito, Sadok Chourou ha dichiarato che il suo partito richiederà l’inserimento nella Costituzione della previsione di sanzioni penali per la diffamazione, l’insulto o l’aggressione contro le credenze dei Musulmani e contro la santità religiosa.
In proposito, si segnala che attualmente la Costituzione tunisina prevede l’Islam come religione di Stato, mentre non contiene alcun riferimento alla Sharia.
Da punto di vista economico, le previsioni dell’Economist Intelligence Unit indicano una contrazione del PIL dello 0,7% nel 2011, a causa del calo del turismo e dell’instabilità politica e sociale, ma con prospettive di un ritorno ad una crescita, in caso di buon esito nella transizione alla democrazia e di conseguimento della stabilità politica, per il quadriennio 2012-2016 (con una crescita del 4,2% del PIL).
I principali partiti politici tunisini
I partiti registratisi nella competizione elettorale sono 81 ed offrono un ampio spettro di orientamenti ideologici e programmatici. Sono indicati di seguito i principali movimenti:
Ennahda (Rinascita), vincitore netto delle elezioni, è un movimento islamista moderato legato ai fratelli musulmani fondato nel 1981, fondato da Rached Ghannouchi (solo omonimo del primo capo di governo post-Ben Alì Ghannouchi), e messo al bando nel 1989. A febbraio Ghannouchi ha affidato la leadership attiva del movimento al portavoce Hamadi Jebali. Sulla base delle dichiarazioni dei principali esponenti del partito, la piattaforma politica del partito appare “flessibile” (o, secondo i critici, ambigua): il movimento ha espresso il proprio sostegno non solo ai valori democratici ed ai diritti umani, ma anche al codice personale e di famiglia come definito dalla legislazione laica tunisina, che rifiuta la poligamia e prevede la piena uguaglianza tra uomo e donna. I due esponenti politici hanno altresì definito l’indossare l’hijab come scelta personale; al tempo stesso però viene confermata l’adesione del partito alla Sharia e il rifiuto della separazione tra Stato e religione, puntando piuttosto ad una conciliazione tra ispirazione religiosa e laicità dello Stato e richiamando il modello del partito del primo ministro turco Erdogan, AKP. Il movimento appare poi subire la pressione di movimenti giovanili “salafiti” più estremisti, come Hizb al-Tahrir che invocano la costituzione di un califfato islamico e la messa al bando dei partiti politici. Movimenti salafiti si sono resi protagonisti negli ultimi mesi di episodi di antisemitismo e di attacchi a negozi di alcolici e a donne prive del velo.Da segnalare anche la differenziazione operata da Ennahda rispetto agli altri partiti impegnati nella transizione con il rifiuto di sottoscrivere, la scorsa estate, il ”patto repubblicano”, un insieme di disposizioni di riferimento discusse ed approvate dall’Alta Istanza allo scopo di guidare i futuri membri della Costituente e che propone una società pluralista, libera ed egualitaria. D’altro canto Ennahda aveva abbandonato altresì l’Alta istanza in segno di protesta contro la volontà di adottare un progetto di decreto legge-quadro sui partiti politici che limitava significativamente la possibilità di finanziamenti esteri.
Il secondo vincitore delle elezioni è il Partito del Congresso per la Repubblica (PDR), partito di centro sinistra fondato dal professore universitario e attivista per i diritti umani Moncef Marzouki nel 2001. Illegale dal 2002 e riconosciuto solo nel marzo di questo anno dopo le dimissioni di Ben Alì, il partito guidato da Moncef Marzouki, di impostazione laica, chiede l’instaurazione di un regime democratico, rispettoso dei diritti umani e civili. Ha caratterizzato la sua campagna elettorale per la polemica contro i finanziamenti privati ai partiti politici.
Il Forum Democratico per il Lavoro e la Libertà (FDLL), fondato nel 1994 dal medico tunisino Mustafa Ben Jafaar, di impostazione laica, radicato tra gli intellettuali, gli attivisti per i diritti umani e i professionisti; il partito è stato legalizzato nel 2002 ma il suo programma ha continuato a richiedere libere elezioni, amnistia per i prigionieri politici e eliminazione del ruolo egemone nella vita politica tunisina dell’RCD
Il Partito Democratico Progressista (PDP), partito laico di centro sinistra fondato nel 1983 dall’avvocato Ahmed Najib Chebbi, è stato uno dei pochi partiti legali durante il regime di Ben Ali, pur subendo persecuzioni per l’assunzione di posizioni critiche contro il regime e di denuncia dell’autoritarismo. Evolutosi da posizioni inizialmente di ispirazione marxista verso una piattaforma liberaldemocratica, con un accento comunque sulla tutela delle fasce più deboli della popolazione, è guidato dal 2006 da Maya Jribi, prima donna leader di partito in Tunisia e da tempo impegnata nella tutela dei diritti delle donne e nella parità di genere.
Ettajdid: “Rinnovamento”, nato nel 1994 dalla trasformazione del partito comunista, riconosciuto legalmente, guidato da Ahmed Ibrahim con posizioni di centro-sinistra.
Petizione popolare, nuovo movimento fondato nel marzo 2011 dall’uomo di affari e imprenditore televisivo tunisino Mohamed Hamdi, dall’identità politica non nettamente definita, ha preso posizioni ostili sia ad Ennahda sia ai sostenitori del precedente regime di Ben Alì. Tra i punti del programma vi è la richiesta dell’assistenza sanitaria gratuita per gli anziani.