venerdì 11 novembre 2011

Fiducia in Napolitano


Intervista a Domenico Nania
Voce Repubblicana 11 novembre 2011
di Lanfranco Palazzolo

Ho fiducia nel ruolo del Capo dello Stato, ma non voglio un ribaltone. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il vicepresidente del Senato Domenico Nania (Pdl). Ecco cosa ha detto l'esponente del Pdl prima che il Presidente della Repubblica nominasse Mario Monti senatore a vita.
Senatore Nania, quali sono le sue valutazioni sull'annuncio delle prossime dimissioni del Governo Berlusconi?
“La reazione dei mercati di mercoledì scorso dimostra che i mercati non hanno fiducia nei confronti di coloro che destabilizzano i mercati. I mercati hanno fiducia in coloro che guidano sistemi democratici stabili. E questi ultimi dipendono dal voto popolare”.
Cosa accadrà?
“Si presenta la legge di stabilità. Chi ha il senso dello Stato voterà questo provvedimento. Vedremo chi ha il senso dello Stato che tipo di atteggiamento manterrà. Sono curioso di vedere se la sinistra voterà l'innalzamento dell'età pensionabile,  la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questi provvedimenti servono a tenere in vita le imprese e dare un futuro alla nostra economia e per rendere mercato più flessibile”.
Se dal voto sulla legge di stabilità uscirà fuori una nuova maggioranza politica a favore di Berlusconi è pensabile che il Presidente della Repubblica rinvii alle Camere Silvio Berlusconi?
“Credo che il Presidente della Repubblica abbia ben dimostrato il suo intendimento e il suo percorso. Credo che Napolitano non voglia trasformarsi nell'imitatore del più grande ribaltonista della storia italiana: Oscar Luigi Scalfaro.  L'attuale Capo dello Stato ha ben presente il ruolo che deve avere il Capo dello Stato. L'immagine di un'Italia che passa da un Governo all'altro sarebbe deleteria. La democrazia vince con la stabilità. E questa passa attraverso il voto popolare”.
Cosa pensa dei trasformisti del Pdl?
“Coloro che hanno cambiato casacca per conquistare un seggio dovrebbero comprendere il ruolo del parlamentare, il quale svolge un ruolo pubblico. Questo ruolo è quello della difesa degli interessi nazionali, ma soprattutto della difesa del voto degli elettori. In democrazia, il voto degli elettori non è un passatempo, ma l'esercizio della sovranità popolare. Quello che sta accadendo in Italia non accade negli Stati Uniti, dove Obama è dato per perdente alle prossime presidenziali. Anche la Francia non dimostra segni di cedimento politico anche se Nicolas Sarkozy si trova in una grave crisi politica. Anche in Germania la Merkel perde un'elezione politica dopo l'altra. La verità è che in quei paesi, nonostante il dissenso degli elettori, c'è il rispetto del verdetto delle urne e del consenso popolare. In quei paesi si vince o si perde passando dalla vittoria alla sconfitta. E, soprattutto, si evitano i tradimenti politici che, da noi, restano una costante”.

Ricordo di Francesco Campora (1966-2011)

Due giorni fa ho appreso della scomparsa del mio amico Francesco Campora. Ho sempre pensato che l'amicizia è una merce rara. Credo che Francesco è stato il mio unico vero amico. L'ho conosciuto nel lontano 1984, a 19 anni. Ci siamo frequentati per circa 10 anni assiduamente. Poi, nel 1993 le nostre strade si sono separate. Tuttavia siamo rimasti sempre amici anche quando i nostri rapporti non sono stati buoni. In un periodo in cui abbiamo avuto pessimi rapporti non ho mai sentito un commento negativo, fuori luogo, contro di me. E non posso dimenticare che la sua amicizia è stata molto importante per me negli anni della mia formazione. Ecco perchè ritengo che sia stato un mio grande amico, il migliore possibile. Anche se questa amicizia la dimostrava a suo modo. Un giorno, un nostro comune amico, mi aveva riferito che uno dei suoi capodanni più belli li aveva passati con me. Ma questo Francesco non me lo aveva mai detto di persona. Lo invidiavo molto perchè aveva questa grande capacità di affrontare tutte le situazioni. Una volta, era andato ad Amsterdam  quasi senza soldi ed era riuscito a trovare un lavoro e a trovare una casa. Non so se sarei riuscito a fare altrettanto. Lo voglio ricordare qui con un articolo che ho trovato sul sito "Raramente", scritto da Francesco Cotugno. Francesco Campora aveva pubblicato due libri con la casa editrice Voland: "Il dilettante" e "L'acqua non ha memoria". Sono due romanzi, che hanno molti tratti autobiografici, che meritano di essere letti e apprezzati. Per conto mio li porterò insieme per tutta la vita....

Francesco Campora è un ragazzo alto, dallo sguardo distratto e buono. Il Dilettante è il suo primo romanzo, pubblicato dalla Voland. Vederlo presentare la sua creatura alla Festa dell’Unità a Testaccio fa quasi tenerezza: parla con gesti morbidi, ampi, ma si vede che non è uno abituato a stare al di qua della linea del palco, e lo senti soprattutto dalla schiettezza e dalla limpidità delle sue frasi. Non è avvezzo ad affettare i comportamenti, come chi sta su un palco come in un acquario, e raccontando il suo percorso editoriale, non manca di allineare le otto bocciature, con nomi di relative case editrici, e il fatto che al primo tentativo ne siano seguiti altri solo perché poteva stampare gratis il manoscritto. Da il meglio di sé, però, quando tra il pubblico spunta un signore di cinquanta anni vissuti come se fossero cinquecento, e controvento. E’ arrivato a metà, si è seduto in prima fila, per alzarsi, subito dopo, e chiedere, con la voce impastata: “si, vabbè, ma il nocciolo? Il nocciolo de tutto?”. Forse qualche animaletto da palcoscenico avrebbe trattato questo signore come una nota sbagliata, da far dimenticare dopo la svolta del primo sorrisetto ipocrita. Ma Francesco Campora ama Roma, ama la sua gente, forse ama la gente e basta, e sembra risvegliarsi dopo la critica: cerca di dare qualche indizio per trovare questo famoso nocciolo, ma soprattutto ringrazia, e poi ancora ringrazia, per l’attenzione, per la profondità, per tutto. Sincero. Per saperlo dovevi essere lì, ma fidatevi: era sincero. Alla fine della presentazione il tizio gli offre una trottola. Chissà quante cose cambiano a farla girare.

Il Dilettante è un noir, la storia di un corto circuito tra un criminale di piccolo cabotaggio della periferia romana e un noto politico (inventato, ma minimo comun denominatore di tanti), con un omicidio e un investigatore dilettante chiamato a correre dietro la verità. Dilettante perché del private eye il protagonista ha solo il nome: Marlowe, mentre la vita è grosso modo quella di un fuoricorso fuorisede in casa. Dove? Prenestina, ça va sans dire. Una Prenestina perfetta, chiaro distillato delle Rome fuori immaginario, dei luoghi non comuni che, a centinaia, sembrano convergere in questa strada che sembra una ferita a cielo aperto, stracolma di sangue. Il Dilettante è innanzitutto, dunque, una geografia affettiva, il percorso che il ragazzo fa per inseguire il suo Graal (la verità? La maturità? Se stesso?) ed è anche il percorso di chi scrive e di chi legge attraverso i nomi e i casi e i simboli della città. Feticismo toponomastico, mi verrebbe da dire, quasi come un complimento, perché spesso le storie sono costruite su dimensioni prettamente temporali. Campora, invece, sceglie un tempo semplice per dipanare la trama di uno spazio fittissimo, nel quale ad ogni passo si mescolano l’esistenza individuale e la città. Basti pensare al viaggio simbolo per eccellenza attraverso Roma, quello che dovrebbe essere su tutte le guide turistiche alla voce verità, il leggendario 19, l’anello di congiunzione tra le guardie svizzere del Vaticano e i confini incerti di Centocelle. In questo spazio insieme reale e mitico procede la storia, procede Marlowe, incaricato per caso, per sbaglio, per destino, di risolvere un caso di omicidio, e la sua è una discesa, un inoltrarsi nella carne della città, e più va dentro, più se ne nutre, più cresce, più capisce. Un vero, bellissimo, romanzo di formazione, insomma. Con i difetti del caso, perché, forse (e forse esagero, ma con affetto, perché ho letto questo libro con una velocità e una voracità che raramente ho, perché di solito leggo lento e compassato) questo è un ballo per due: i personaggi, quelli veri, di questa storia, sono solo due: Marlowe e Roma, in continuo scrutarsi e cercarsi e respingersi e amarsi. E poi c’è questa infinità di volti, di nomi, di microstorie eventuali, ed ognuna non è che l’emanazione dell’altro amato, cioè di Roma, espressioni di un volto che di volta in volta può essere dolce, atroce, ostico, bellissimo.

A volte i libri che scriviamo, che si scrivono, dicono cose che sono al di là (o al di qua?) di quanto si era disposti a dire. Ray Bradbury scrisse un piccolo romanzo, poco noto e ovviamente il suo più bello, chiamato “Il popolo dell’autunno”. La storia di due ragazzi, di un circo, di un Halloween, di un parafulmine, di un temporale, di una giostra, una storia strana insomma. Trenta anni dopo lo riprese da uno scaffale, un pomeriggio che magari la moglie era al Wal Mart e non davano Star Trek in televisone. Lo sfogliò un po’ in piedi, poi si sedette sul bracciolo della sua poltrona, e venne la sera, sua moglie tornò e lui il libro l’aveva finito e stava piangendo. La moglie gli chiese perché stesse piangendo, e lui rispose: “perché non lo sapevo, ma in questo libro avevo scritto un peana a mio padre.”
Forse per Francesco è così. In questo romanzo, curiosamente scritto ad Amsterdam, tra trenta anni, riaprendolo, troverà, più di ogni altra cosa, quanto dannatamente amasse la sua città.
22/05/2004