sabato 31 dicembre 2011

Il messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

"Grazie a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese, per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita". Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto il tradizionale messaggio televisivo, a reti unificate, di fine anno.

"Il mio è, in sostanza, un grazie per avermi trasmesso nuovi e più forti motivi di fiducia nel futuro dell'Italia. Che fa tutt'uno con fiducia in noi stessi, per quel che possiamo sprigionare e far valere dinanzi alle avversità: spirito di sacrificio e slancio innovativo, capacità di mettere a frutto le risorse e le riserve di un'economia avanzata, solida e vitale nonostante squilibri e punti deboli, di un capitale umano ricco di qualità e sottoutilizzato, di un'eredità culturale e di una creatività universalmente riconosciute. Non mi nascondo, certo, che nell'animo di molti, la fiducia che ho sentito riaffiorare e crescere nel ricordo della nostra storia rischia di essere oscurata, in questo momento, da interrogativi angosciosi e da dubbi che possono tradursi in scoraggiamento e indurre al pessimismo. La radice di questi stati d'animo, anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte. Ora, è un fatto che l'emergenza resta grave: è faticoso riguadagnare credibilità, dopo aver perduto pesantemente terreno".

Per il Presidente della Repubblica "lo sforzo di risanamento del bilancio, culminato nell'ultimo, così impegnativo decreto approvato giorni fa dal Parlamento, deve essere portato avanti con rigore. Nessuna illusione possiamo farci a questo riguardo. Ma siamo convinti che i frutti non mancheranno. I sacrifici non risulteranno inutili. Specie se l'economia riprenderà a crescere : il che dipende da adeguate scelte politiche e imprenditoriali, come da comportamenti diffusi, improntati a laboriosità e dinamismo, capaci di produrre coesione sociale e nazionale. Parlo dei sacrifici, guardando specialmente a chi ne soffre di più o ne ha più timore. Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia. Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive".

Per il Capo dello Stato è necessario impegnarsi "a fondo per colpire corruzione ed evasione fiscale. E' un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità: ed è quanto si richiede egualmente per un impegno di riduzione delle disuguaglianze, di censimento delle forme di ricchezza da sottoporre a più severa disciplina, di intervento incisivo su posizioni di rendita e di privilegio. Ma mentre è giusto, anzi sacrosanto, fare appello perché si agisca in queste direzioni, è necessario riconoscere come si debba senza indugio procedere alla puntuale revisione e alla riduzione della spesa pubblica corrente : anche se ciò comporta rinunce dolorose per molti a posizioni acquisite e a comprensibili aspettative".

Quindi, "per procedere con equità si deve innanzitutto stare attenti a non incidere su già preoccupanti situazioni di povertà, o a non aggravare rischi di povertà cui sono esposti oggi strati più ampi di famiglie, anche per effetto della crescita della disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma più in generale occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi. Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall'esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro. Senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro".

Il Presidente ha ricordato i tanti incontri con le maestranze delle fabbriche: "Comprendo, e sento molto, in questo momento, le difficoltà di chi lavora e di chi rischia di perdere il lavoro, come quelle di chi ha concluso o sta per concludere la sua vita lavorativa mentre sono in via di attuazione o si discutono ancora modifiche del sistema pensionistico. Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale".

Il Paese ha davanti grandi prove. "L'Italia può e deve farcela - ha detto il Presidente - la nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa. Rigore finanziario e crescita. Crescita più intensa e unitaria, nel Nord e nel Sud, da mettere in moto con misure finalizzate alla competitività del sistema produttivo, all'investimento in ricerca e innovazione e nelle infrastrutture, a un fecondo dispiegarsi della concorrenza e del merito. E' a queste misure che ha annunciato di voler lavorare il governo, nel dialogo con le parti sociali e in un rapporto aperto col Parlamento. Obbiettivo di fondo : più occupazione qualificata per i giovani e per le donne".

Per il Capo dello Stato "i sacrifici sono inevitabili per tutti: ma la preoccupazione maggiore che emerge tra i cittadini, è quella di assicurare un futuro ai figli, ai giovani. E' questo obbiettivo che può meglio motivare gli sforzi da compiere : è questo l'impegno cui non possiamo sottrarci. Perseguire questi obbiettivi, uscire dalle difficoltà in cui non solo noi ci troviamo è impossibile senza un più coerente sforzo congiunto al livello europeo. E' comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l'Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l'integrazione europea: solo uniti potremo ancora progredire e contare come europei in un quadro mondiale radicalmente cambiato. All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali. Abbiamo solo da procedere nel cammino intrapreso, anche per far meglio sentire, in seno alle istituzioni europee - in condizioni di parità - il nostro contributo a nuove, meditate decisioni ed evoluzioni dell'Unione".

"E' importante ora che l'Italia possa contare su una fase di stabilità e di serenità politica", ha sottolineato il Presidente Napolitano. "Mi auguro che i cittadini guardino con attenzione, senza pregiudizi, alla prova che le forze politiche daranno in questo periodo della loro capacità di rinnovarsi e di assolvere alla funzione insostituibile che gli è propria di prospettare e perseguire soluzioni per i problemi di fondo del paese. Non c'è futuro per l'Italia senza rigenerazione della politica e della fiducia nella politica. Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all'altezza di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale, confrontandoci con la condizione di quanti vivono in gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con l'emergenza della condizione disumana delle carceri e dei carcerati, o con quella del dissesto idrogeologico che espone a ricorrenti disastri il nostro territorio, o con quella di una crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare. Ci si pongono dunque acute necessità di scelte immediate e di visioni lungimiranti".

Occorre "una nuova 'forza motivante' perché si sprigioni e operi la volontà collettiva indispensabile ; occorrono coraggio civile e sguardo rivolto 'con speranza fondata verso il futuro'", ha detto il Presidente Napolitano riprendendo "alte voci spirituali" levatesi nei giorni natalizi. E ha concluso: "La fiducia in noi stessi è il solido fondamento su cui possiamo costruire, con spirito di coesione, con senso dello stare insieme di fronte alle difficoltà, dello stare insieme nella comunità nazionale come nella famiglia. E allora apriamoci così al nuovo anno: facciamone una grande occasione, un grande banco di prova, per il cambiamento e il nuovo balzo in avanti di cui ha bisogno l'Italia".

E' morto Don Verzè. Dossier don Verzè (Kaos edizioni), intervista a Lorenzo Ruggiero

ASCOLTA L'INTERVISTA 
A LORENZO RUGGIERO

 


Non ce l'ha fatta a vedere l'anno nuovo. Lo hanno ricoverato nella notte per l’aggravarsi delle sue condizioni. Ma don Luigi Maria Verzé non è riuscito a superare la crisi. È morto alle 7,30 del 31 dicembre, all’età di 91 anni, presso l’unità coronarica dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Lo stesso da lui fondato e diretto tra mille polemiche.
Sacerdote della diocesi di Verona, don Verzè era arrivato nel capoluogo lombardo negli anni del dopoguerra per laurearsi  in Lettere classiche e filosofia presso la Cattolica e per avviare, su mandato dell’allora cardinale Ildefonso Schuster e di don Giovanni Calabria, alcune scuole professionali per i ragazzi più svantaggiati, per gli orfani di guerra e per i giovani di periferia.
Successivamente aveva cominciato a fondare anche alcune case-albergo per anziani. La sua opera si era via via ingrandita fino ad arrivare alla fondazione del Centro San Raffaele del Monte Tabor, grande holding proprietaria dell'ospedale e dell'università che sarà poi fondata nel 1996.
«Non ha retto allo stress di questi giorni», è stato il commento lapidario dei suoi collaboratori. Eppure di stress, don Verzè ne aveva superati tanti. A cominciare dalla condanna, nel marzo del 1976, per tentata corruzione, a quelle nel 1998 per abusi edilizi, alle inchieste per istigazione alla corruzione, per truffa aggravata, per ricettazione.
Controversi i suoi rapporti con Silvio Berlusconi, insieme al quale sarebbe riuscito a far deviare le rotte aeree su Linate in modo che non passassero sopra Milano 2 e l’ospedale San Raffaele, e con alcuni agenti del Sismi, da Pio Pompa a Nicolò Pollari che lo avrebbero tenuto al corrente di ciò che avveniva in ambito economico politico così da sfruttare le informazioni per le proprie attività imprenditoriali.
Travolto dagli scandali sulla gestione dell’ospedale milanese, don Verzè aveva da poco fatto qualche passo indietro annunciando che, pur mantenendone la presidenza, non avrebbe più partecipato ai consigli di amministrazione della società Monte Tabor da cui dipende il San Raffaele. Un duro colpo, secondo i suoi collaboratori, era stato anche il suicidio del suo braccio destro e vicepresidente, Mario Cal, avvenuto lo scorso 18 luglio.
Don Verzè muore l’ultimo giorno dell’anno, ma anche il primo giorno di quello che dovrebbe essere il nuovo corso del San Raffaele. Proprio oggi, infatti, si dovrebbero aprire le buste di gara per l’acquisto della struttura ospedaliera che, sotto la gestione dell’anziano sacerdote, ha accumulato un miliardo e mezzo di debiti.

Quando Radio Vaticana frega la RAI


Intervista a Maurizio Targa
Voce Repubblicana del 31 dicembre 2011
di Lanfranco Palazzolo 

La sessuofobia ha dominato la censura contro la musica italiana. Lo ha detto Maurizio Targa , autore del saggio “L’importante è proibire. Tutto quello che la censura ha vietato nelle canzoni” (Stampa alternativa), che racconta come la censura politica si è accanita contro le nostre canzonette, peggio di quanto abbia fatto la Radio Vaticana.
Maurizio Targa, come è nata l’idea di questo libro sulla censura politica contro le canzonette italiane degli ultimi decenni?
“L’idea di questo libro parte da lontano. Mi sono divertito a fare una carrellata su oltre cento anni di musica censurata. Il libro si occupa della censura fin dai tempi Preunitari in cui le opere liriche venivano censurate se contenevano riferimenti all’Unità d’Italia. Mi sono occupato anche della censura operata dal regime fascista. Ma quello che mi ha incuriosito è stata la censura operata negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo contro i cosiddetti insospettabili”.
Ci sono state vittime della censura che nessuno pensava potessero cadere in questa limitazione?
“Il libro si incentra soprattutto sugli episodi di oscuramento e di censura che hanno toccato questi personaggi. Oggi sono in pochi ad immaginare che Domenico Modugno è stato uno dei bersagli preferiti dai censori. Al contrario di quello che è successo nei paesi di tradizione anglosassone, in Italia c’è stata un repressione censoria basata sulla morale cattolica. La censura è stata sessuofobica. Il sesso non doveva essere toccato nelle canzoni. I riferimenti, anche minimi, al sesso dovevano essere censurati assolutamente. Nella canzone di Domenico Modugno dal titolo Resta cu’ Mme c’era una strofa nella quale si diceva ‘non mi importa chi ti avuto’. Tanto bastava per presupporre che quella donna aveva avuto un rapporto sessuale con un altro uomo per impedire che quel passo della canzone fosse cantato. Modugno si è visto censurare la canzone dal titolo ‘L’anniversario’, che certo non era un inno al matrimonio, prima che fosse votata la legge Fortuna sul divorzio. In ‘Un calcio alla città’ lo stesso Modugno cantò una canzone a favore dell’assenteismo sul posto di lavoro. Anche in quel caso fu censurato”.
Ci sono stati dei paradossi rispetto a questa politica censoria, voluta essenzialmente dalla Democrazia cristiana?
“Sì, ce ne furono molti. Infatti, non è un caso che la Radio Vaticana, in molti casi, mandò in onda molti di quei brani che invece erano stati censurati in Italia. Ci fu un caso clamoroso, quello della canzone ‘Dio è morto’, cantata dai Nomadi e da Francesco Guccini. Alla Radio Vaticana non avevano perplessità su questo brano perché lo ritenevano ottimo. Lo stesso Paolo VI aveva gradito quel brano. Anche il cantautore genovese stesso Fabrizio De Andrè aveva seguito la stessa sorte”.