Siria
La situazione di grande tensione per la repressione in atto nel paese ha avuto un riflesso importante nelle relazioni con gli Stati Uniti alla fine di ottobre, quando Robert Ford, capo della diplomazia USA a Damasco, è stato rimpatriato in seguito alle numerose e pesanti minacce ricevute, che Washington ha ritenuto di dover prendere sul serio. Il governo siriano, con una mossa con ogni evidenza ritorsiva, ha a sua volta richiamato per consultazioni l’ambasciatore negli Stati Uniti. In effetti Robert Ford si era attivato più volte nel corso della crisi siriana recandosi nelle zone più calde e prendendo contatti con gli oppositori al regime: come conseguenza già l’11 luglio l’ambasciata degli Stati Uniti e quella della Francia nella capitale siriana erano state assaltate, mentre alla fine di settembre il convoglio di auto che accompagnava l’ambasciatore statunitense era stato attaccato con lanci di pietre da gruppi di lealisti.
Gli ultimi giorni di ottobre hanno visto intrecciarsi nella vicenda siriana due piani apparentemente del tutto contrastanti, ossia la prosecuzione della dura repressione di ogni manifestazione di dissenso in tutto il paese, e il procedere di una difficile trattativa con la Lega araba per una composizione del conflitto interno: va a questo proposito ricordato che la Lega araba alla metà di ottobre aveva avanzato alla Siria una proposta di soluzione – sul momento non accolta - comprendente la fine della repressione, la liberazione dei prigionieri politici, l’avvio di un dialogo con le opposizioni sotto gli auspici della Lega stessa e il monitoraggio arabo dell’attuazione delle riforme promesse dal regime siriano. La trattativa tra Siria e Lega araba è tuttavia proseguita, con incontri a Damasco e nella capitale qatariota Doha: nel frattempo nella seconda metà di ottobre le vittime della repressione sono state più di 340, e gli organismi cui hanno dato vita gli oppositori in patria e all’estero si sono spinti a chiedere l’istituzione di una no fly zone sulla Siria, oltre alla fornitura di armamenti ai numerosi militari che hanno disertato e combattono contro le forze di sicurezza di Assad. Il presidente siriano, dal canto suo, ha tentato di dissuadere la Comunità internazionale da ogni interferenza in Siria, servendosi della minaccia di scatenare un altro Afghanistan, ma anche alludendo alle riforme che a suo dire il regime avrebbe già da tempo intrapreso, nonché allo scontro in Siria quale prosecuzione della pluridecennale lotta tra panarabismo e islamismo – quest’ultimo, secondo Assad, necessariamente destinato a sfociare nel terrorismo jihadista.
La Lega araba ha cercato di stringere il negoziato, prospettando al regime siriano i pericoli di un ulteriore inasprimento delle sanzioni occidentali, ma anche di un progressivo venir meno, di fronte al tragico scenario interno, dell’appoggio sinora incassato da Russia e Cina. Nella serata del 2 novembre la Lega araba, durante l’incontro straordinario con la Siria tenutosi al Cairo, ha reso noto il raggiungimento di un accordo su tutti i punti prospettati – inclusa la fine della presenza militare nelle città -, ad eccezione dell’avvio di negoziati in Egitto con le opposizioni interne e all’estero. Infatti si è potuto convenire solamente sulla convocazione a Doha, entro due settimane, di colloqui indiretti tra le parti in causa, mediati dalla commissione ministeriale interaraba.
Una prima smentita di fatto all’accettazione reale del piano di pace è venuta dal sanguinoso attacco contro Homs, durato 6 giorni: l’esercito siriano è penetrato nella terza città del paese, epicentro delle sommosse antiregime. Le case sono state bombardate per giorni, e la città si è trovata senza cibo, acqua ed elettricità. I principali gruppi di opposizione hanno dichiarato che Homs era un’area disastrata e hanno chiesto l’intervento internazionale per la protezione dei civili. Secondo il Washington Post quello di Homs è stato il più feroce attacco dall’inizio delle proteste.
L'Alto Commissariato ONU per i Diritti umani ha reso noto ai primi di novembre che dal mese di marzo, quando è cominciata l’ondata di proteste, erano state uccise in Siria più di 3.500 persone.
Dopo la formale accettazione siriana del piano proposto dalla Lega araba, rivelatasi come temuto da più parti un mero espediente per proseguire nella dura repressione, con particolare accanimento contro la città di Homs; la settimana successiva ha visto crescere nel consesso interarabo la consapevolezza in ordine alla negatività dell’atteggiamento di Damasco. Dopo l’appello per il ritiro dalla Siria degli ambasciatori europei, lanciato dal presidente del Consiglio nazionale siriano Ghalioun in visita a Roma, la Lega araba il 12 novembre ha deciso pressoché all’unanimità la sospensione della Siria dall’Organizzazione, dando a Damasco il termine di tre giorni per l’attuazione del piano di pace finora recepito solo a parole. La posizione della Lega araba è stata corroborata anche dalla minaccia di ulteriori forme di pressione diplomatica, fino alla possibilità di deferire il caso siriano alle Nazioni Unite; nonché dalla previsione di incontri a breve con rappresentanti delle opposizioni al regime di Assad. La decisione della Lega araba è stata salutata con favore dal Segretario Generale dell’ONU, mentre in Siria vi sono stati attacchi contro le ambasciate turca e saudita, e contro i consolati di Ankara e Parigi a Latakia. Damasco ha inoltre organizzato il 13 novembre manifestazioni a favore del regime, e ha chiesto con urgenza una riunione della Lega araba, il cui segretario, l’egiziano al-Arabi, ha reso noto che l’Organizzazione era in procinto di esaminare misure per la protezione dei civili siriani – il che sembrava confermare i timori di Assad per l’apertura di uno scenario simile a quello che aveva preceduto l’intervento internazionale in Libia.
A fronte della prosecuzione della repressione governativa contro i manifestanti e gli oppositori è cresciuto il numero dei disertori che reagiscono alle violenze dei loro commilitoni, ora organizzati in un Consiglio militare provvisorio: aumentava intanto anche la pressione internazionale sul regime di Assad. Dopo la sospensione della Siria da parte della Lega araba, il 16 novembre la Turchia e la Lega araba, riunite a Rabat per un vertice congiunto, hanno ribadito la contrarietà a interventi stranieri in Siria. La Lega araba ha concesso, nel vertice marocchino, ulteriori tre giorni alla Siria per attuare quanto concordato il 2 novembre, ma nelle stesse ore a Damasco venivano assaltate anche le ambasciate del Marocco, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, mentre il giorno prima il regime aveva rilasciato quasi 1.200 manifestanti, pur proseguendo nella sanguinosa repressione del dissenso. Il 20 novembre il termine fissato dalla Lega araba scadeva senza che la Siria – che nel frattempo aveva invano tentato di modificare parzialmente quanto previsto in ordine a una missione araba di 500 osservatori in Siria – avesse ottemperato a quanto richiesto dal consesso panarabo: lo stesso presidente Assad si è detto pronto a combattere, accusando la Lega araba di preparare il terreno a un intervento internazionale nel paese. Il 21 novembre il Regno Unito, il cui Ministro degli Esteri Hague ha incontrato una delegazione di oppositori siriani, ha nominato un ambasciatore ad hoc per i rapporti con il movimento di contestazione del regime di Assad.
Dopo la sospensione della Siria da parte della Lega araba, il 22 novembre l'Assemblea generale dell'ONU ha approvato a larga maggioranza una risoluzione di condanna del regime siriano, e di esortazione allo stesso perché applicasse il piano proposto dalla Lega araba. Proseguendo il regime d’altronde nella dura repressione delle proteste, gli USA hanno invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente il territorio siriano. Dopo una ulteriore proroga alla Siria, il 27 novembre la Lega araba, per la prima volta, ha colpito con sanzioni uno Stato facente parte dell’Organizzazione – la Siria, appunto -, in una giornata particolarmente sanguinosa della repressione interna. Le sanzioni includono il congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari del governo di Damasco, lo stop ai visti di ingresso nei paesi arabi per gli esponenti del regime, nonché l'interruzione dei rapporti degli Stati arabi con la Banca centrale siriana e degli investimenti arabi nel paese.
Il 29 novembre a difendere il regime siriano è intervenuta laFederazione russa, che ha preannunciato manovre navali in dicembre proprio nelle acque territoriali siriane, con un preoccupante possibile incrocio con le iniziative turche contro il proseguire della repressione in Siria. In costanza della violenta repressione in Siria, il 2 dicembre il Consiglio ONU per i diritti umani ha approvato – con la contrarietà russa e cinese - una risoluzione di condanna delle violazioni “estese e sistematiche” dei diritti umani nel paese. La Siria ha protestato, definendo la risoluzione un’ingiustificata interferenza nei propri affari interni.
Nella prima metà di dicembre la Siria è riuscita a temporeggiare rispetto alla firma del protocollo per l'invio di osservatori della Lega araba nel paese, ponendo ad esempio una serie di condizioni, al primo posto delle quali si trovava l'annullamento delle sanzioni che proprio la Lega araba aveva imposto contro la Siria alcuni giorni prima. Frattanto il furore repressivo del regime siriano giungeva alla messa al bando dal paese degli iPhone, considerati pericolosi strumenti di documentazione, nonché all'arresto della titolare di un noto blog, Razan Ghazzawi, prelevata mentre cercava di recarsi dalla Siria in Giordania. Prendeva quota inoltre una guerra commerciale tra la Turchia e la Siria, che rispondeva alle sanzioni economico-commerciali di Ankara imponendo una tassa del 30% sull'importazione di prodotti turchi, e altre imposte sull'acquisto di combustibili e autoveicoli dalla Turchia: tali misure si aggiungevano alla sospensione della zona di libero scambio turco-siriana in vigore dal 2004, annunciata da Damasco come prima e immediata reazione alle sanzioni turche. A sua volta la Turchia ha rilanciato, con l'introduzione di una tassa del 30% su tutte le importazioni provenienti dalla Siria.
Emergeva intanto la singolare posizione del presidente Assad, che a più riprese dichiarava di non aver mai ordinato violenze contro gli oppositori, e che se queste vi erano state si era trattato di “errori” contingenti, in parte giustificabili con la necessità di reagire all'asserito complotto terroristico contro le autorità siriane.
Sul piano dell'attività internazionale va ricordato che tanto il segretario di Stato USA Hillary Clinton, quanto il Ministro degli esteri italiano Giulio Terzi hanno incontrato in questo periodo esponenti dell'opposizione, riuniti nel Consiglio nazionale siriano: il Ministro Terzi, in particolare, ha voluto chiarire la posizione dell'Italia, basata su un progressivo inasprimento delle sanzioni contro la Siria, auspicabilmente per mezzo dell'adozione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Il 9 dicembre l'ennesima mobilitazione di protesta in occasione delle preghiere islamiche del venerdì si è chiusa con un bilancio di almeno 44 morti: mentre i raduni di protesta si sono svolti in pratica tutti i principali centri della mobilitazione, la maggior parte delle vittime si è avuta nella regione centrale di Homs, e, particolare agghiacciante, quattro di esse sarebbero stati poco più che bambini.
Il 12 dicembre, mentre nelle località non interessate dalla rivolta si sono aperte le urne per le elezioni comunali, peraltro con una scarsa affluenza, nel centro e nel nord-ovest della Siria si sono registrati ancora 18 morti, nella maggior parte ancora una volta a Homs. Il giorno successivo, mentre si temeva la scadenza già intervenuta dell'ultimatum imposto alla cittadinanza di Homs per la cessazione di ogni protesta, violenze di vasta portata si sono invece verificate verso il confine con Turchia, nella regione nordoccidentale di Idlib, dove si sono avute 27 delle 43 vittime totali della giornata. A proposito delle vittime, va rimarcato che per la prima volta i calcoli dei comitati di coordinamento locali siriani e quelli dell'Alto commissariato dell'ONU per i diritti umani sono sembrati collimare quasi perfettamente, riferendo di un totale di oltre 5.000 siriani uccisi dall'inizio delle mobilitazioni. Il 14 dicembre vi sono state ancora 38 vittime, in una giornata caratterizzata soprattutto dal brutale assalto di milizie lealiste nella città di Hama. Lo stillicidio inesorabile di violenze, che ancora il 15 dicembre ha visto l'uccisione di una quarantina di persone, tra le quali stavolta anche alcuni soldati lealisti, ha costretto anche la Russia a uscire dal proprio immobilismo e apresentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione di condanna di ogni violenza in Siria, compreso un uso eventualmente sproporzionato della forza da parte delle autorità.
La posizione della Siria si è aggravata anche in seguito alla pubblicazione nella stessa giornata di un rapporto di Human Rights Watch, dal quale è emerso – su testimonianza concordante di numerosi disertori - che sin dall'inizio del movimento di protesta i vertici dell'esercito e delle forze di sicurezza siriani avrebbero autorizzato l'uso di ogni forma di violenza per fermare le manifestazioni, ordinando in modo esplicito di sparare contro i dimostranti anche se disarmati e di procedere a torture e arresti illegali.
Il 19 dicembre la Siria ha accettato, dopo sei settimane di estenuanti trattative, una parte rilevante del piano di pace della Lega araba - cui Damasco aveva acconsentito formalmente già il 2 novembre -, ovvero l’invio di una missione di circa 500 osservatori arabi in territorio siriano. La Siria ha comunque ottenuto che i movimenti degli osservatori si coordinino con quanto richiesto dal governo per ragioni di sicurezza interna. Il raggiungimento dell’accordo è stato anche in parte risultato delle pressioni di Mosca e Teheran su Damasco. Nel lungo periodo delle trattative, peraltro, nonostante la liberazione di circa 2.800 prigionieri, il regime ha continuato nella durissima repressione in atto contro le proteste in tutto il paese: secondo alcuni comitati di attivisti, nel mese e mezzo trascorso dalla formale accettazione del piano di pace della Lega araba sarebbero stati uccisi più di novecento civili, tra cui circa ottanta tra bambini e adolescenti.
I primi osservatori sono giunti a Damasco tre giorni dopo la firma dell’intesa tra siria e Lega araba, e la missione era a pieno organico entro Natale. La presenza degli osservatori non sembra però aver modificato granché la situazione sul terreno, poiché è stato continuamente riferito di vittime civili durante rinnovate proteste contro il regime, mentre anche il fenomeno più recente degli attentati suicidi è proseguito, culminando nei due attacchi contemporanei del 23 dicembre e in quello del 6 gennaio 2012, in entrambi i casi a Damasco. Lo stesso svolgimento della missione della Lega araba ha destato critiche, soprattutto per l’asserito scarso contatto con esponenti della contestazione al regime, oltre al fatto di una certa dissonanza tra quanto dichiarato dagli osservatori sul campo e quanto riferito dal Segretario generale della Lega araba, decisamente più ottimista in ordine agli sviluppi siriani.
Vi è stato intanto un cospicuo reingresso sulla scena mediatica del presidente Assad, con il quarto discorso televisivo (10 gennaio 2012) alla nazione dall'inizio della crisi politica del paese: Assad ha insistito nel negare qualunque responsabilità diretta del regime della sanguinosa repressione, attribuendo gli sviluppi tragici dei dieci mesi di proteste ad una serie di eventi innescata principalmente da una cospirazione contro il paese, che si sarebbe servita e si servirebbe ancora anche dell'azione di gruppi armati e terroristici. Proprio la lotta contro questi elementi dovrà accompagnare secondo Assad l'azione riformistica del governo, peraltro già più volte preannunciata, e stavolta nella forma di emendamenti alla Costituzione che verrebbero sottoposti al voto popolare entro il mese di marzo 2012, per tenere poi due mesi dopo elezioni legislative. Il presidente siriano ha altresì ribadito la sua volontà di restare al potere. L'11 gennaio Assad ha rilanciato con un comizio in Piazza degli Omayyadi, a Damasco, davanti a una folla di propri sostenitori e sotto gli occhi della moglie e dei figli. Quasi a smentire i toni trionfalistici di Assad, tuttavia, vi è stata nella stessa giornata la defezione di uno degli osservatori della Lega araba impegnati Siria, algerino, che in un'intervista rilasciata ad al-Jazira ha accusato il regime siriano di perpetrare crimini e organizzare una serie di messinscene per depistare gli osservatori, utilizzando in pratica la missione della Lega araba come un paravento dietro il quale proseguire nella repressione. Inoltre, un noto corrispondente di guerra francese, Gilles Jacquier, recentemente vincitore del premio Ilaria Alpi, ha perso la vita nelle stesse ore,mentre seguiva un corteo lealista nella città di Homs, colpito da schegge di mortaio.
Mentre prosegue senza soluzione di continuità l'ondata di violenze nel paese, che in effetti vede tra le vittime sempre più frequentemente anche appartenenti alle forze di sicurezza, la Siria ha rigettato con forza l’ipotesi, avanzata qualche giorno prima dall’emiro del Qatar, di inviare truppe di paesi arabi per fermare i massacri. Damasco si è detta pronta solo a considerare l'eventualità di una proroga del mandato della missione degli osservatori della Lega araba, la quale, dal canto suo, ha previsto di riunirsi il 20 gennaio per una valutazione dei risultati della missione in scadenza il 19. In sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stata presentata una nuova proposta di risoluzione dalla Russia, giudicata tuttavia insufficiente dalla Francia e dalla Germania.
Libia
I giorni successivi alla fine di Gheddafi hanno visto progressivamente crescere gli interrogativi sulle circostanze della sua uccisione: infatti, le numerose e contrastanti versioni sulle modalità della fine del rais libico hanno indotto l’Alto commissariato per i diritti umani dell'ONU, tramite il proprio portavoce, ad auspicare la conduzione di un’appropriata indagine, così come richiesto anche da Amnesty International, che ha anzi ha avvertito potersi configurare un crimine di guerra in caso di prove sull'uccisione di Gheddafi non contestuale alla cattura, ma successiva ad essa. Rammarico per la morte di Gheddafi è stato espresso dal presidente del Sudafrica Zuma, mentre il Ministro degli esteri russo Lavrov ha lamentato il mancato trattamento di Gheddafi alla stregua di prigioniero di guerra: a ciò avrebbe contribuito la stessa Alleanza atlantica, che quando ha bombardato il convoglio di Gheddafi lo avrebbe fatto proprio per la sua presenza in esso - la NATO ha prontamente ribattuto di essere all'oscuro della presenza di Gheddafi nel convoglio, che peraltro avrebbe avuto tutti i caratteri di una colonna militare, dunque potenzialmente pericolosa per la popolazione civile.
D'altra parte la NATO, nel corso della sofferta riunione del Consiglio atlantico del 21 ottobre nella quale si è deciso di chiudere alla fine del mese la missione Unified Protector, non ha mancato, tramite il segretario generale Rasmussen, di ricordare al Consiglio nazionale di transizione libico la sua piena responsabilità nel condurre ogni accertamento in merito alla fine di Gheddafi, in uno spirito di rispetto dello stato di diritto che, ha proseguito Rasmussen, ha costituito il motivo principale dell'appoggio della NATO al CNT.
Gli Stati Uniti, assieme al Regno Unito e all'Italia, hanno anch'essi espresso un orientamento favorevole a un'inchiesta sulle circostanze dell'uccisione di Gheddafi: per l'Italia il portavoce della Farnesina Massari ha sostenuto la disponibilità del nostro paese ad appoggiare un’eventuale indagine interna disposta dal Consiglio nazionale di transizione: questa posizione si è dimostrata sintonica quando il giorno successivo (24 ottobre) le nuove autorità libiche hanno accettato di condurre un'inchiesta sugli ultimi istanti della vita di Gheddafi, il cui lavoro, è stato assicurato dal premier Jibril, potrà essere controllato da esperti internazionali. Le autorità libiche hanno peraltro mostrato anche una forte vena di scetticismo, ribadendo che per loro vale la versione della morte del rais nel mezzo di uno scontro a fuoco, e dicendosi stupite della sopravvenuta compassione internazionale per un personaggio come Gheddafi. Prendeva intanto corpo progressivamente anche un'altra grave problematica, quella delle vendette consumate sui lealisti arresisi alle truppe degli insorti, e anche al proposito l'importante organizzazione non governativa americana Human Rights Watch ha richiesto un’immediata indagine.
Il 25 ottobre il corpo di Gheddafi, dopo alcuni giorni di esposizione a Misurata, è stato sepolto in una località segreta del deserto, con una cerimonia alla presenza di alcuni dignitari religiosi: in tal modo le nuove autorità hanno voluto evitare che la tomba del rais divenga nel futuro un’occasione di rinnovato potenziale conflitto, anche perché le trattative con la tribù di provenienza di Gheddafi in merito alla possibile restituzione del corpo non sono approdate ad alcun accordo.
Il 27 ottobre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione n. 2016, ha stabilito per il 31 ottobre la cessazione della missione della NATO in Libia, e contestualmente della no fly zone imposta per sette mesi dall'Alleanza atlantica. La decisione è giunta dopo che anche il Consiglio nazionale di transizione libico ha finito per convenire sull'opportunità di porre termine alla missione alla fine di ottobre, mentre in un primo tempo sembrava incline a richiederne una proroga sia pure limitata. In questo contesto le autorità libiche hanno anche comunicato di voler sottoporre a processo con equità i responsabili dell'uccisione di Gheddafi a Sirte. Al proposito vanno ricordate le prese di posizione successive del premier pro-tempore Jibril, che poco prima di lasciare l’incarico ha accusato potenze straniere di aver ordinato l’uccisione di Gheddafi – che secondo molte evidenze era stato catturato vivo - per evitare la divulgazione da parte sua di segreti scottanti; e del neo ministro per la gioventù e lo sport Terbil, già avvocato, ai tempi di Gheddafi, delle famiglie delle vittime della strage nel carcere di Abu Salim, secondo il quale sono ancora tutte da chiarire le circostanze successive alla cattura di Gheddafi.
Prendeva intanto corpo rapidamente la duplice necessità di continuare in qualche modo a garantire la sicurezza dello scenario libico dopo il ritiro della NATO, come anche di coadiuvare le nuove autorità nella stabilizzazione progressiva del paese: soprattutto questo secondo tema è stato al centro il 27 ottobre dell'informativa dell’allora Ministro della difesa, On. La Russa, resa a Palazzo Madama, nel corso della quale il Ministro aveva evidenziato come l'Italia fosse pronta a partecipare a una nuova forza multinazionale in Libia, allo scopo di contribuire all'addestramento delle forze di sicurezza, al controllo sugli armamenti chimici, alle attività di sminamento. Il Ministro ha inquadrato altresì la questione nell'ambito dell'iniziativa, di cui si è fatto promotore il Qatar, per dar vita a una coalizione di volenterosi che continui a garantire la sicurezza della Libia – in continuità con questi orientamenti il nuovo Governo italiano, nel decreto-legge di proroga annuale della partecipazione alle missioni internazionali, attualmente all’esame della Camera, ha previsto la partecipazione di cento militari per assistenza e supporto alle nuove autorità libiche. Il Ministro ha anche ribadito la posizione italiana nei confronti della morte di Gheddafi, obiettivo che la NATO non ha mai perseguito e in merito alla quale occorre sciogliere alcuni nodi.
Il 31 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione n. 2017, non ha mancato di auspicare che le nuove autorità libiche si impegnino per ostacolare la proliferazione di ogni tipo di armamento, nonché per ottemperare agli obblighi internazionali in materia del paese, con particolare riguardo alla distruzione degli stock di armi chimiche. Il 2 dicembre, con la risoluzione n. 2022, il CdS ha esteso al 16 marzo 2012 il mandato della UNSMIL, la missione ONU di sostegno alla Libia, aggiungendo ai suoi compiti quello del contrasto alla minaccia di proliferazione di armamenti di ogni genere e dei correlati materiali.
Come previsto, il premier del CNT Jibril ha lasciato la carica il 31 ottobre, e nella serata dello stesso giorno è stato eletto il nuovo premier, nella persona di Abdul al-Raheem el-Keib, un accademico con una lunga esperienza di studio e insegnamento all’estero.
Il ritorno alla normalità del paese ha trovato il 2 novembre una conferma almeno nel ristabilimento dei voli di linea tra Roma e Tripoli, con l’atterraggio di un aereo dell’Alitalia – prima delle compagnie occidentali – nella capitale libica. L’8 dicembre l’A.D. dell’ENI Scaroni ha comunicato il ripristino del settanta per cento della produzione petrolifera in territorio libico.
Nella prima metà di novembre, nelle more dell’annuncio della formazione del nuovo governo di Tripoli, nel paese è apparso evidente il risveglio delle forze islamiche duramente represse sotto Gheddafi, con la tenuta dopo 25 anni del primo congresso pubblico da parte dei Fratelli musulmani libici, e una difficile competizione per la nomina del capo di stato maggiore delle forze armate. Il CNT, dal canto suo, ha denunciato le ingerenze pro-islamiche del Qatar, che aspirerebbe a stabilire sulla nuova Libia una sorta di protettorato.
Il 19 novembre è stato poi arrestato nel deserto meridionale uno dei figli di Gheddafi, Saif al Islam, attorno al cui processo si è accesa l’attenzione internazionale – su Saif esiste anche un mandato d’arresto della Corte penale internazionale -, rispetto alla quale i libici hanno assicurato un procedimento penale in accordo con gli standard internazionali. Il 20 novembre è finita anche la latitanza di Abdullah al Senussi, ex capo dei servizi segreti del regime di Gheddafi. Su un punto le nuove autorità libiche seguono tuttavia ancora quanto stabilito da Gheddafi, ovvero sull’estensione delle acque di pertinenza della Libia: proprio in base a tale interpretazione il 16 novembre era stato sequestrato un motopeschereccio italiano, rilasciato quattro giorni dopo. Il 23 novembre altri due motopescherecci siciliani venivano dirottati nel porto di Misurata, per essere poi rilasciati il 30 novembre.
Il 22 novembre ha visto finalmente la nascita del nuovo governo libico guidato da Abdurrahim el-Keib, esperto di energia ed esponente, dalla metà degli anni settanta, del movimento di opposizione al regime del colonnello Gheddafi. Nonostante l'entusiasmo del nuovo premier in merito alla rappresentatività ampia dell'esecutivo appena formato, la situazione del paese registrava sempre una forte tensione tra le fazioni armate. Inoltre, la mancata nomina al ministero della difesa di Belhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli e leader storico del Fronte islamico combattente, è apparsa una seria ipoteca sulla stabilità futura del paese. Da rilevare la nomina al decisivo ministero del petrolio di un ex funzionario dell’ENI, Ben Yezza.
L'inizio di dicembre ha evidenziato il perdurare del problema delle milizie che, ben oltre le necessità della lotta contro Gheddafi, hanno continuato presidiare la capitale, dando vita a ripetuti scontri a fuoco. Tale problema – il CNT ha posto l'ultimatum del 20 dicembre per il ritiro delle milizie da Tripoli, ma è incapace di procedere a una requisizione delle armi - appare come uno dei principali della nuova Libia, che peraltro, nonostante la positiva disposizione del presidente del CNT Jalil e del premier el-Keib ad un un atteggiamento di perdono e riconciliazione verso chi ha combattuto contro la rivoluzione, si è vista anche stigmatizzare da un rapporto dell’ONU di fine novembre che ha stimato in circa 7.000 il numero dei prigionieri nelle carceri libiche, tra i quali anche molte donne e bambini: nei confronti dei detenuti sarebbero state perpetrate anche torture.
Alla metà di dicembre vi è stata la fine delle sanzioni ONU e USA contro la Libia, mentre particolarmente rilevante per l’Italia è stata la visita del capo del CNT, Jalil, a Roma (15 dicembre): nel corso degli incontri romani – anche con il Presidente della Repubblica Napolitano – Jalil ha avuto un lungo colloquio con il Presidente del Consiglio, Sen. Mario Monti, al termine del quale è stata annunciata la rimessa in vigore del Trattato di amicizia italo-libico sospeso durante il conflitto, e contestualmente lo sblocco di 600 milioni di euro dei fondi libici a suo tempo congelati in Italia.
Tunisia
In Tunisia il 23 ottobre si sono tenute le previste elezioni per l’Assemblea costituente: il panorama politico in vista dell’importante appuntamento elettorale, con l’eccezione del partito di orientamento islamico Ennahdha, modello di compattezza e organizzazione, si presentava caratterizzato da estrema frammentazione, con 116 partiti ufficialmente riconosciuti, 1.659 liste elettorali e 11.686 candidati. Delle liste elettorali, 828 erano state presentate da partiti, 655 da indipendenti e 34 da coalizioni. La consultazione, riconosciuta anche dagli osservatori come sostanzialmente corretta e svoltasi pacificamente, ha visto l’affluenza alle urne di quasi il 70% degli aventi diritto. Man mano che i risultati affluivano, si concretizzava la prevista vittoria di Ennahdha, che ha avuto più del 40% dei consensi, conquistando 90 dei 217 seggi dell’Assemblea costituente. La portata dell’affermazione del partito islamico si comprende appieno se si pensa che il secondo partito, il Congresso per la Repubblica di Marzouk, ha ottenuto solo 30 seggi. La formazione del governo è stata prevista dal leader storico di Ennahdha, Gannouchi, in tempi molto brevi, pur nella necessità per il suo partito di fare ricorso ad alleati per una compagine di coalizione, ma ciò che Gannouchi ha ritenuto più urgente è stato rassicurare alcuni ambienti avanzati dell’economia e della società tunisina sull’impatto dell’arrivo alla direzione del paese del partito islamico, che è stato presentato come moderato. Tutto ciò non toglie però che Gannouchi abbia chiarito subito come, ad esempio, la Tunisia debba recuperare integralmente il proprio carattere di paese arabo, superando il retaggio coloniale e linguistico della Francia. Inoltre il leader di Ennahdha ha sostenuto senza perifrasi doversi annullare la bocciatura che il Ministero dell’interno aveva operato nei confronti del partito integralista Ettahrir, poiché secondo le vedute di Gannouchi non può essere lo Stato a distribuire patenti di presentabilità politica, ma è piuttosto la società a dover decidere sul merito – va ricordato che Ettahrir, pur privo di fisionomia politica ufficiale, non ha mancato di intervenire pesantemente in alcuni momenti della vita sociale e culturale tunisina, sempre a difesa di una rigida adesione alle leggi e ai costumi islamici.
In occasione dei risultati delle elezioni, poi, l’Alta istanza competente ha provveduto alla cancellazione delle liste presentate da Petition Populaire in sei circoscrizioni, per la presenza tra i candidati di dirigenti del disciolto partito RCD, che faceva capo a Ben Alì. La decisione, a distanza di poche ore, ha provocato lo scoppio di una violenta rivolta nella cittadina di Sidi Bouzid, da cui, si ricorda, il sacrificio di Mohammed Bouazizi aveva innescato la rivolta in tutta la Tunisia: infatti il leader di Petition Populaire, il miliardario Hamdi, è originario proprio della città di Sidi Bouzid, ove le sue liste avevano colto un successo clamoroso, ispirato a un messaggio veemente ma gravido di populismo. Per di più, Hamdi aveva replicato alla determinazione dell’Alta istanza con il ritiro di tutti gli eletti di Petition Populaire dalla partecipazione all’Assemblea costituente. Il moto popolare è poi rapidamente rientrato, anche perché Hamdi ha prospettato la possibilità di riconsiderare la drastica decisione.
Mentre nel paese sono sembrati rafforzarsi gli elementi più integralisti, lanciati alla conquista delle principali moschee, ma anche impegnati in una serrata azione nelle università – che non ha mancato di destare reazioni di docenti e studenti -; il 19 novembre è stato raggiunto un accordo istituzionale tra le tre forze politiche uscite vincitrici dalle recenti elezioni per l’Assemblea costituente, per la ripartizione delle principali cariche. In base all’intesa, il partito islamico Ennahdha, unico vero trionfatore della consultazione, si vedrà attribuire il premier nella persona del numero due Hamadi Jemali. A Moncef Marzouki, capo del partito di centro-sinistra Congresso per la Repubblica andrà la carica di Capo dello Stato, mentre il leader del partito di sinistra Ettakatol, Mustafa ben Jamar, presiederà l’Assemblea costituente. L’accordo vede un compromesso istituzionale tra forze islamiche e forze sinora intransigentemente laiche, e appare ispirato da un forte pragmatismo.
Egitto
Mentre si avvicinava l'importantissima scadenza delle elezioni legislative del 28 novembre, il dibattito politico si è incentrato in Egitto sulle conseguenze del giro di vite sulla sicurezza messo in atto dai vertici militari, tuttora detentori sostanziali del potere, che avevano disposto l'applicazione della legge di emergenza dopo i gravi disordini che il 9 ottobre avevano provocato la morte di 26 manifestanti copti in prossimità della sede della televisione di Stato egiziana. Proprio in relazione a questi avvenimenti veniva arrestato un noto attivista egiziano, Abdel Fattah, protagonista anche della mobilitazione su Internet: nei suoi confronti sono state elevate accuse di incitamento in relazione ai disordini del 9 ottobre, come anche di uso personale di armi e di avere tentato violenze contro un reparto militare. Il giovane attivista ha abilmente saputo attirare l'attenzione sulla questione centrale collegata alla legge di emergenza - risalente all’assassinio di Sadat nel 1979, e della quale il movimento di Piazza tahrir chiedeva da tempo l’abolizione -, ovvero la sottoposizione di civili al giudizio di tribunali militari, alle cui domande egli si è rifiutato di rispondere, ricevendo al proposito anche la solidarietà di due candidati alla Presidenza, ovvero el-Baradei e Sabahi. L'asprezza del dibattito è stata inoltre alimentata anche da iniziative di sciopero della fame e della sete nelle carceri da parte di manifestanti arrestati, come anche dalla morte di Essam Atta, un ventiquattrenne detenuto il cui decesso sarebbe stato provocato dalle torture susseguenti a un tentativo di attivare il suo cellulare dall'interno dell'istituto di pena.
In questo contesto, il 1° novembre diverse organizzazioni egiziane per la difesa dei diritti umani hanno boicottato il programmato incontro con il vicepremier Ali al-Selmy, nel quale si sarebbero dovuti mettere a punto i criteri di massima per dar vita a un’Assemblea costituente egiziana.
Anche i copti, che l’11 novembre hanno manifestato nella capitale per commemorare i morti del 9 ottobre, hanno mostrato una forte diffidenza nei confronti delle forze armate, le quali, pur avendo imposto una stretta sulla sicurezza proprio dopo il massacro dei copti, da molti tra questi ne sono state ritenute dirette responsabili, e dunque scarsamente credibili nell'accertamento della verità.
Ormai nell’imminenza del primo turno delle elezioni legislative, è letteralmente esploso il contrasto tra le forze che hanno animato la rivoluzione contro Mubarak e i militari, temporanei custodi della sovranità del paese: inoltre ha destato forte opposizione un progetto di riforma costituzionale volto ad abolire i controlli del Parlamento sui bilanci e le attività delle forze armate egiziane, che si sono dette pronte a modificarlo solo parzialmente. Su questo sfondo il 19 novembre sono iniziati scontri in Piazza Tahrir, successivamente estesi anche ad altre località, come Suez, che sono proseguiti con alterne fasi, e il cui bilancio ammontava già il 21 novembre a una quarantina di vittime e diverse centinaia di feriti. Nella stessa giornata si avevano pertanto le dimissioni di Essam Sharaf, e il 24 novembre, dopo un'altra giornata di gravi disordini con nuove vittime, i militari hanno affidato all'ex primo ministro di Mubarak, Kemal al-Ganzuri, l’incarico di dare vita ad un nuovo governo. Cionondimeno la mobilitazione della Piazza Tahrir è proseguita, anche se le violenze si sono progressivamente attenuate in vista dell'appuntamento delle elezioni parlamentari per la Camera Bassa (Assemblea del Popolo) confermato per il 28 novembre, e al quale, come già accaduto per esempio in Tunisia, si è presentata una variegata galassia di ben 55 formazioni politiche.
Dopo un lungo scrutinio sono finalmente stati resi noti (4 dicembre) i risultati del primo dei tre turni delle elezioni legislative, concernente un terzo dei governatorati del paese: il successo è andato, anche oltre le aspettative, ai due partiti islamici maggiori, l’espressione politica dei Fratelli musulmani, il partito Giustizia e Libertà (oltre il 36% dei voti), e la coalizione fondamentalista islamica (salafita) al-Nour (più del 24% dei suffragi). Poco seguito hanno avuto le liste della principale coalizione liberale, il Blocco egiziano (13,5%), come anche quelle degli islamici progressisti del Wasat (4,2%).
Dopo la netta affermazione dei partiti islamici, i dati relativi ai ballottaggi nella quota uninominale sono sembrati attenuare la portata del successo dei salafiti, poiché questi avrebbero conquistato solo altri 5 seggi, a fronte dei 36 attribuiti ai Fratelli musulmani. Il dato complessivo del primo dei tre turni elettorali vedrebbe dunque, su 168 seggi in palio, 80 seggi ai Fratelli musulmani, 31 ai salafiti e 18 ai liberal-moderati del Blocco egiziano.
Il 7 dicembre ha visto la luce il governo di al-Ganzuri.
Il 16 dicembre si è completato lo svolgimento del secondo dei tre turni delle elezioni legislative, con un’affluenza di circa il 68% degli aventi diritto: secondo i due principali partiti islamici anche questo turno elettorale avrebbe marcato una loro netta affermazione. Frattanto però la violenza si è riaccesa nel centro del Cairo, con pesanti scontri tra forze di sicurezza e manifestanti in prossimità dei palazzi del Parlamento e del Governo: il bilancio, tra il 16 e il 17 dicembre, è stato di una decina di morti e ben oltre duecento feriti. Il nodo del potere reale tuttora nelle mani dell’esercito resta centrale nelle motivazioni dei manifestanti, e sembra relativamente indipendente dallo svolgimento regolare del programma elettorale previsto.
Il 4 gennaio 2012 si è completato lo svolgimento dei tre turni delle elezioni legislative, con un’affluenza diminuita rispetto ai due turni precedenti. In attesa dei risultati elettorali complessivi è tornata in primo piano la questione della sorte dell’ex rais Hosni Mubarak, nel cui processo, in corso al Cairo, il 5 gennaio è stata chiesta dall’accusa la pena capitale, da comminare anche all’ex ministro dell’interno el-Adli e a sei suoi collaboratori: la condanna a morte è stata chiesta in relazione all’ordine di uccidere i manifestanti che sarebbe partito proprio da Mubarak nei primi giorni della contestazione di fine gennaio 2011.
Il 14 gennaio uno dei principali candidati alle elezioni presidenziali del 2012, l'ex capo dell'AQgenzia internazionale per l'energia atomica e premio Nobel per la pace Mohammed el Baradei, liberale, ha annunciato il proprio ritiro dalla corsa presidenziale, poiché a suo dire l’Egitto non può essere definito un vero regime democratico, e anzi sembra ormai non vi sia stata alcuna rivoluzione, con la gestione politica in mano ai militari che si mostra, oltre che brutale, anche incapace di conseguire gli obiettivi fondamentali della rivoluzione del 2011. Al di là delle dichiarazioni di el Baradei, la sua decisione può essere stata influenzata anche dalla realistica constatazione dell'impossibilità di una sua designazione alla presidenza in un paese con una maggioranza tanto vasta a favore dei partiti islamisti.
Il 19 gennaio il Ministro degli Esteri Giulio Terzi, in visita al Cairo, ha recato il pieno sostegno del nostro paese alla transizione democratica in corso in Egitto, ribadendo l’importanza dei legami culturali ed economici tra i due paesi. Il ministro Terzi ha incontrato tutti i vertici politici e religiosi egiziani, e ha tenuto a caldeggiare con rinnovato vigore la necessità del rispetto del pluralismo e delle minoranze sul terreno religioso.
Yemen
Dopo una fase di rinnovata crisi successiva al rientro del presidente Saleh dal periodo di cure mediche in Arabia Saudita - rese necessarie dal suo ferimento nell'attacco al palazzo presidenziale consumato all'inizio di giugno -, l'azione diplomatica martellante dei sei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, capitanati dall'Arabia Saudita, ha condotto il 23 novembre alla firma di un accordo di transizione, in base al quale Saleh ha accettato di uscire di scena dopo ben 33 anni al potere. Il piano ha previsto la permanenza in carica di Saleh a titolo meramente onorifico e solo per tre mesi, trasferendo tuttavia da subito i reali poteri al suo vice, Mansour Hadi, cui è stato dato il compito di costituire un governo di unità nazionale con le opposizioni e di fissare nuove elezioni presidenziali. L'accordo, generalmente salutato con favore a livello internazionale, non ha però dissipato del tutto le nubi che da quasi un anno gravano sullo Yemen, poiché ad esempio non riguarda uno dei figli di Saleh che comanda tuttora la Guardia repubblicana del paese. Ben più grave è l'ipoteca che sull'attuazione dell'accordo potranno esercitare alcuni dei capi tribali rivali di Saleh, nonché quei comandanti militari - tra cui il fratellastro del presidente - unitisi all'opposizione. Va poi tenuto presente che l’ala più radicale dell’opposizione di piazza non ha accettato l’immunità che l'accordo di transizione ha accordato a Saleh in riferimento alle numerose vittime della repressione dei mesi precedenti.
Alcune di queste incognite si sono dimostrate ben operanti già il giorno successivo alla firma dell'accordo di transizione, quando cinque partecipanti a una manifestazione dell'opposizione contro l'immunità garantita al presidente Saleh sono stati uccisi dalle forze di sicurezza nel cuore della capitale yemenita. Va rimarcato che la manifestazione era rivolta anche contro i gruppi politici dell'opposizione, guidata dal Partito della riforma, che avevano accettato l'accordo del giorno precedente.
In ogni modo, il 27 novembre il capo delle opposizioni Mohamed Basindawa - già ministro degli esteri dal 1993 al 1994, prima della definitiva rottura col partito del presidente Saleh - è stato incaricato di formare nel termine di due settimane un governo di unità nazionale: il giorno precedente Mansour Hadi aveva firmato il decreto di anticipo delle elezioni presidenziali al 21 febbraio 2012. Significativamente, tuttavia, il presidente Saleh, con un atto che probabilmente non era più nei suoi poteri, già delegati a Mansour Hadi, e che dimostrava la sua volontà di continuare in qualche modo a giocare un ruolo nella transizione, ha decretato un'amnistia generale per i partecipanti alle contestazioni dei mesi precedenti, che infatti l'opposizione ha duramente criticato.
· Il 10 novembre il governo yemenita di unita' nazionale, guidato da Basindawa e composto da più di trenta ministri in rappresentanza dell'opposizione e del Congresso popolare generale – il partito al potere con Saleh - ha prestato giuramento.
Il 25 dicembre una nuova manifestazione delle opposizioni contro l’immunità a Saleh ha registrato a Sanaa non meno di tredici vittime per mano delle forze di sicurezza: il giorno successivo almeno due persone sono rimaste ferite nella capitale in scontri fra sostenitori del presidente e militari, fra cui diversi ufficiali.
· Ad aggravare la situazione dello Yemen, dalla zona meridionale del paese, in particolare dalla provincia di Abyan e dal suo capoluogo Zinjibar, endemicamente teatro di scontri fra truppe governative ed esponenti della rete di Al-Qaida, localmente fortissima, si è registrata alla metà di gennaio 2012 una importante novità, quando gli integralisti islamici hanno iniziato a muovere da sud verso la capitale, conquistando quasi senza colpo ferire una cittadina a soli 170 km da Sanaa. Contemporaneamente, nella regione nordoccidentale dello Yemen (provincia di Hajja), in preda da anni a una rivolta degli sciiti, vi sono state almeno 25 vittime in scontri armati tra diverse tribù appartenenti a una minoranza religiosa sciita.
Marocco
Il 25 novembre si sono svolte le elezioni per la Camera Bassa del Parlamento del Marocco, l'unica eletta a suffragio diretto, che hanno fatto registrare una certa delusione per le aspettative di ampio mandato popolare che la Corona nutriva in relazione al nuovo Parlamento, come parte essenziale del processo di rinnovamento costituzionale già da mesi incardinato nel paese. In realtà solo il 45% degli aventi diritto ha preso parte alla consultazione: i risultati definitivi, pervenuti dopo qualche giorno, hanno visto l’affermazione del partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo, con 107 seggi sui 395 in palio. Il tradizionale partito Istiqlal ha conquistato 60 seggi, il partito liberale 52 seggi e i socialisti 39 seggi: peraltro tutte queste formazioni politiche si sono dette pronte a collaborare per dar vita al nuovo governo, che il capo di Giustizia e Sviluppo Abdelilah Benkirane è stato incaricato (29 novembre) dal re di formare. Lo stesso sovrano il 3 gennaio 2012 ha approvato la lista dei ministri sottopostagli da Benkirane.
Arabia Saudita
Il clima di inquietudine che è serpeggiato anche nel potente Stato saudita, e che nelle passate settimane aveva indotto il re Abdullah a una serie di aperture piuttosto inattese, è sembrato accrescersi quando il 22 ottobre è trapelata la notizia della morte dell'erede al trono, il principe Sultan al-Saud, già ottantatreenne e da tempo malato di cancro. Mancando una chiara regolamentazione del passaggio della corona saudita, si è temuta l'apertura di un periodo di instabilità intorno alla successione alla carica di nuovo erede al trono. In realtà, la situazione è stata risolta in meno di una settimana, con la designazione del principe Nayef al-Saud, settantottenne e da 35 anni ministro dell'interno, fratello dell'erede al trono deceduto. Nayef ha contestualmente assunto la carica di vice Primo Ministro: la sua designazione è stata facilitata dalla consultazione di re Abdullah con un organismo ristretto della famiglia reale, il Consiglio della fedeltà, creato nel 2006 per moderare i contrasti tra i membri della famiglia reale in occasione delle successioni. Il nuovo erede al trono è considerato un conservatore, e lo scarso dinamismo che si prevede incarnerà una volta al vertice del potere saudita potrebbe essere accresciuto dalle sue non perfette condizioni di salute. L'élite saudita riformista, esterna alla famiglia reale, non ha salutato infatti con particolare entusiasmo la designazione di Nayef, a differenza degli ambienti tradizionalisti e del clero islamico.
Frattanto si era consumata una nuova rottura nelle relazioni tra Iran e Arabia Saudita dopo che, l’11 ottobre, si era diffusa la notizia che l'FBI e l'Agenzia federale antidroga Drug Enforcement Agency avevano sventato un complotto per assassinare l'ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adel Al Jubeir. Secondo il ministro della giustizia statunitense, Eric Holder, il complotto era stato ideato da elementi del governo iraniano. L’arresto di uno dei cospiratori, l’iraniano Mansur Arbabsiar, è stato possibile grazie alla collaborazione tra USA e Messico: oltre ad Arbabsiar, è stato tratto in arresto anche un agente legato alla Guardia rivoluzionaria iraniana, e i due sono accusati dall'FBI e dal Dipartimento della giustizia americano anche dell’organizzazione di altri attacchi contro obiettivi sauditi ed israeliani.
Il governo saudita ha accusato Teheran di "interferenze" negli affari degli altri paesi e di "tentare di destabilizzare" la regione; ha inoltre chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, di riferire al Consiglio di Sicurezza sulla vicenda. Una condanna al presunto complotto è giunta anche dai paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. L’Iran ha però smentito ogni coinvolgimento.
Va ricordato al proposito che i rapporti tra Iran e Arabia Saudita avevano subito un peggioramento dopo le rivolte degli sciiti in Bahrein ed in Arabia Saudita della scorsa primavera e l’attacco all’ambasciata saudita a Teheran.
Qatar
Anche l'emirato del Qatar, attivissimo sulla scena internazionale fin dall'inizio del 2011, in corrispondenza dei sommovimenti nel mondo arabo, è sembrato prendere atto della necessità di mutamenti: il 1° novembre 2011 infatti l'Emiro Hamad al-Thani ha preannunciato per la seconda metà del 2013 elezioni per il Parlamento, presentandole come presupposto necessario alla costruzione di un paese moderno e adeguato alle sfide contemporanee. Va ricordato che il Parlamento del Qatar è stato sostanzialmente costituito di membri nominati dall’Emiro fino al 2005, anno in cui è entrata in vigore la nuova Costituzione, che prevede un Consiglio consultivo di 45 membri, dei quali 30 elettivi: le elezioni tuttavia erano state sempre rinviate, fino all'annuncio del sovrano del 1º novembre.

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