mercoledì 29 febbraio 2012

Il Vaticano e le regole europee

Intervista a Gianluigi Nuzzi
Voce Repubblicana del 29 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il Vaticano deve adattarsi alle regole dell'Unione europea. Lo ha detto alla “Voce” il giornalista Gianluigi Nuzzi, conduttore della trasmissione televisiva “Gli Intoccabili” e autore del libro “Vaticano SPA”.
Gianluigi Nuzzi, che impressione ha del dibattito sull'Ici alla Chiesa cattolica? Cosa pensa delle preoccupazioni della Chiesa?
“Se vuole sapere la mia opinione non sono molto preoccupato di quello che pensa la Chiesa. Quello che c'è da dire sulla riduzione dell'Ici è della tassazione ad uso promiscuo e commerciale della Chiesa cattolica è che la vicenda nasce grazie ad un esposto presentato alle istituzioni europee, fatto nella seconda metà dello scorso decennio. Questa iniziativa ha determinato l'avvio di un procedimento. Il rischio di fronte al quale si è trovato questo governo è che ad aprile arrivasse la sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea nei confronti dell'Italia. E questa condanna avrebbe determinato un pagamento retroattivo, a partire dal 2005, degli arretrati dovuti dalla Chiesa cattolica per i propri immobili adibiti ad uso commerciale per tutto quello che non era stato pagato. Lo Stato italiano si sarebbe dovuto rivalere sulla Chiesa cattolica. Il quantum dovuto sarebbe stato senza dubbio superiore a quello stabilito in questi giorni dal Governo Monti”.
Ci sono state delle trattative?
“Il Governo Berlusconi aveva avviato una sua trattativa che era stata portata avanti dal ministro delle Finanze Giulio Tremonti con i rappresentanti della Conferenza episcopale italiana a cui fanno riferimento gli enti con tutti questi patrimoni. Questa trattativa è stata ereditata dal Governo Monti, che ha tirato una riga. Lo scopo era quello di evitare il danno maggiore”.
Pensa che l'obiettivo che si sia prefisso Monti sia quello di fare il minor danno possibile alla Chiesa cattolica o crede che si stia facendo il giusto?
“Come scriveva Mogol gli esiti li scopriremo solo vivendo. Ci sono due questioni che restano in piedi: la linea che verrà seguita e i controlli che saranno effettuati sugli immobili della Chiesa. Mi chiedo quali controlli svolgeranno l'agenzia delle entrate e la Guardia di Finanza su tutti quegli enti che gestiscono questi patrimoni che dovranno pagare le tasse. Ricordo che ai tempi dell'inchiesta sul cardinal Giordano a Napoli la Guardia di Finanza entrò nei palazzi della curia napoletana e scoppio un caso diplomatico perché quell'edificio era soggetto alla sovranità Vaticana. Ci fu un conflitto tra stati. Dal Vaticano alzarono il telefono nei confronti del governo Prodi. Ma questo è un processo inevitabile. Oggi non possono esserci più privilegi e privilegiati. E' l'Unione europea che ci chiede questo passo avanti. E' stata la stessa Bce a far entrare lo Ior nel sistema antiriciclaggio dell'Ue”.

martedì 28 febbraio 2012

Quei lobbisti non sono un danno


Voce Repubblicana del febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo 
Intervista a Francesco Casoli

La rete telefonica deve aprirsi alla concorrenza leale. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Francesco Casoli del Popolo delle libertà, membro della Commissione Industria di Palazzo Madama.
Senatore Casoli, il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda ha detto che al Senato circolano troppi lobbisti durante la discussione del decreto sulle liberalizzazioni. Come ha trovato questa denuncia?
“Sorrido a questa dichiarazione fatta dal Senatore Zanda. Io ho sempre avuto una mia idea sul ruolo che devono avere i cosiddetti lobbisti. Quelli che Zanda chiama in maniera dispregiativa come lobbisti sono dei rappresentanti di aziende di interesse nazionale. Queste persone non sono dei fantasmi, ma entrano al Senato con un loro cartellino e svolgono il loro lavoro alla luce del sole. Si tratta delle persone che portano degli interessi particolari al Senato, ma si tratta di valori importanti con i quali i politici devono assolutamente misurarsi. Tra questi 'lobbisti' ci sono anche coloro che rappresentano gli interessi dei consumatori. I lobbisti non sono altro che le antenne con le quali i politici devono capire cosa pensano le persone o le categorie o gli interessi toccati dai provvedimenti esaminati. E poi spetta alla politica prendere delle decisioni. I politici non possono sempre sapere tutto di tutto, ma spesso devono svolgere un delicato lavoro di sintesi politica anche di fronte agli interessi delle lobbies”.
Cosa è necessario fare?
“Questa situazione dovrebbe essere in qualche modo 'normalizzata'. Si devono chiarire come si debba regolare il ruolo svolto dalle lobbies. Negli Stati Uniti esiste una regolamentazione molto chiara delle lobbies. Anche il Parlamento europeo ha un suo albo. Voglio precisare che i lobbisti non sono persone che tirano i politici per la giacchetta, ma cercano di fare gli interessi della propria azienda. Spetta all'intelligenza dei politici saper distinguere qual è il giudizio da dare su questo o quel provvedimento”.
Il Pd ha mai fatto una proposta sui lobbisti?
“Io non ricordo di aver mai sentito una proposta del genere. Magari l'avrà anche fatta, ma io non ne ho memoria”.
Come sta andando il dibattito sul decreto sulle liberalizzazioni?
“Ho presentato degli emendamenti sulla separazione della rete Telefonica da Telecom proprio per andare nella stessa direzione di quello che si sta facendo tra Eni e rete Snam gas. Alcuni di questi emendamenti sono stati giudicati improponibili con mia grandissima sorpresa. Il problema che abbiamo davanti oggi è quello di aprire il mercato a concorrenza leale. Credo che nel campo della rete telefonica fissa sia giunto il momento di aprire il mercato alla concorrenza leale. E quindi aprire la nostra infrastruttura. Se ne avvantaggerebbero tutti da un progresso del genere”. 

Ecco come l'Unione europea ha aiutato la Grecia

Il 21 febbraio 2012 l’Eurogruppo ha concordato, adottando una apposita dichiarazione, un nuovo programma di aiuti alla Grecia per un importo complessivo di 130 miliardi di euro fino al 2014.

 Secondo fonti informali, l’accordo è stato raggiunto dopo una lunga discussione, protrattasi per tutta la notte tra il 20 e il 21 febbraio.

Il nuovo programma – che fa seguito all’accordo di massimo già raggiunto dai Capi di Stato e di Governo dell’area euro nell’ottobre 2011 e si aggiunge ai precedenti interventi per il sostegno alla Grecia adottati a partire dal maggio 2010 – mira a concorrere all’obiettivo della riduzione del debito greco al 120,5% entro il 2020.
Il primo intervento di sostegno alla Grecia era stato concordato, il 7 maggio 2010, dai Capi di Stato e di Governo della zona euro, dando seguito a quanto già concordato dal Consiglio europeo di marzo 2010, e contemplava pacchetto di aiuti pari a 80 miliardi di euro nell’ambito di un programma congiunto con il Fondo monetario internazionale (FMI), di ammontare complessivo pari a 110 miliardi di euro.
Ciascuno Stato si e’ impegnato a partecipare al prestito in base alle rispettive quote nel capitale della BCE (per l’Italia, pari al 12,4% del totale).
Fino ad oggi, sono state erogate sei tranches del prestito, nelle seguenti date e con i seguenti importi:
· 20 miliardi di euro (di cui 14,5 miliardi in quota UE e 5,5 miliardi in quota FMI) il 18 maggio 2010;
· 9 miliardi di euro (6,5 miliardi di euro a carico dell’UE e di 2,5 miliardi a carico del FMI), il 13 settembre 2010.
· 9 miliardi di euro, (di cui 6,5 a carico dei Paesi membri dell’UE e 2,5 a carico del FMI), nel gennaio 2011;
· 15 miliardi di euro (10,9 dall'UE e 4,1 dal FMI) nel marzo 2011;
· 12 miliardi di euro (8,7 a carico dell'UE e 3,3 a carico del FMI), il 5 luglio 2011.
· 8 miliardi di euro (5,8 dall’UE e 2,2 dal FMI), nel dicembre 2011.
Ciascuna delle somme sopra indicate è stata erogata a seguito di missioni congiunte di funzionari della Commissione europea, della Banca centrale europea e del FMI (cd. troika) con cui è stata verificata la corretta implementazione del programma di risanamento del bilancio pubblico negoziato con le autorità greche.
Nel corso dell’attuazione del programma di aiuti sono state apportate delle significative modifiche.  In particolare, nella riunione straordinaria del 21 luglio 2011 i Capi di stato e di governo dell’eurozona hanno concordato:
· una proroga dei prestiti già erogati, dagli attuali 7,5 anni a un minimo di 15 anni e fino a un massimo di 30 anni;
· l’istituzione di un nuovo programma di sostegno, di ammontare totale pari a 109 miliardi di euro finanziato, su base volontaria, anche dal settore privato;
· la riduzione del tasso di interesse applicato al prestito, equiparandolo a quello del meccanismo di sostegno alla bilancia dei pagamenti (attualmente, il 3,5% circa).
Successivamente, nella successiva riunione del 26 ottobre 2011, i Capi di Stato e di governo dell'eurozona hanno raggiunto un accordo di massima concessione di un nuovo prestito pari a 130 miliardi di euro, inclusa la necessaria ricapitalizzazione delle banche greche per assicurare, unitamente ai programmi di riforma dell’economia, la riduzione del rapporto debito/PIL della Grecia al 120% entro il 2020. Il nuovo prestito è stato subordinato alla partecipazione del settore privato al programma di sostegno, invitando il Governo greco, gli investitori privati e tutte le parti interessate ad elaborare uno scambio di titoli su base volontaria con uno sconto nominale del 50% (haircut) sul debito greco virtuale detenuto dai medesimi investitori privati.

presupposti e condizionalità del nuovo programma

Il nuovo programma di sostegno è stato adottato in seno all’Eurogruppo una volta verificata:
· per un verso, l’adozione da parte della Grecia di un programma di interventi per il consolidamento delle finanze pubbliche e di riforme strutturali, concordato tra il Governo greco e l’Eurogruppo stesso e accompagnato dal rafforzamento degli strumenti per il monitoraggio sulla loro effettiva attuazione da parte della Commissione europea;
· per altro verso, l’impegno dei creditori privati a contribuire alla sostenibilità del debito pubblico greco.
La dichiarazione  subordina espressamente l’erogazione del sostegno previsto dal programma all’effettiva attuazione degli interventi e degli impegni in questione, che sarà verificata dall’Eurogruppo sulla base di una valutazione della Troika (Commissione europea, BCE e Fondo monetario internazionale).

Interventi adottati dalla Grecia e strumenti di monitoraggio

Con riguardo agli interventi adottati o in via di adozione da parte della Grecia, l’Eurogruppo:
· ha preso atto con favore del programma di austerità approvato dal Parlamento greco il 12 febbraio 2012, che prevede ulteriori riduzioni strutturali della spesa pubblica pari a 325 milioni di euro per il 2012, nonché l’impegno assunto dai leader dei due partiti che sostengono il Governo (Pasok e Neo Democratia) di assicurare l’applicazione dei tagli indipendentemente dall’esito delle prossime elezioni politiche (previste per aprile 2012).
· ha ribadito che la Grecia deve conseguire gli ambiziosi ma realistici obiettivi di consolidamento del bilancio pubblico già stabiliti, che prevedono un avanzo primario nel 2013, e nel contempo portare avanti i piani di privatizzazione e le riforme strutturali sia nel mercato del lavoro sia nel mercato dei prodotti e dei servizi, al fine di promuovere la competitività, l’occupazione e la crescita sostenibile.
· ha sottolineato che, a tal fine, appare essenziale rafforzare la capacità istituzionale della Grecia, invitando la Commissione a rendere permanente e a rafforzare la presenza della sua task force di supporto tecnico, integrata con esperti dei Paesi membri. Ha inoltre considerato favorevolmente il rafforzamento della capacità della Commissione europea di verificare in loco, in stretto e sistematico contatto con le autorità greche, l’effettiva e tempestiva attuazione delle misure di risanamento e delle riforme adottate dalla Grecia;
· ha accolto con favore l’impegno del governo greco ad introdurre nell’ordinamento una norma che assicuri la priorità al pagamento del debito, nonché l’impegno ad istituire meccanismo di tracciabilità e monitoraggio del prestito ufficiale e dei fondi generati destinati a ripagare il debito, attraverso il versamento anticipato di tre mesi, sotto il controllo della troika (costituita da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del FMI), su un conto separato (richiesta sostenuta con forza dal governo tedesco).

Partecipazione del settore privato

L’Eurogruppo ha preso atto dell’accordo tra il governo greco e gli investitori privati che prevede uno sconto (haircut) nominale del 53,5% sul debito greco detenuto dai privati; sulla base ditale accordo sarà lanciato l'invito allo scambio dei titoli di debito greco, che è considerata condizione necessaria per dare seguito al nuovo programma di sostegno.

attuazione del programma

La prima erogazione del sostegno previsto dal programma e la determinazione del relativo ammontare saranno stabiliti dall’Eurogruppo nella prima parte del mese di marzo, una volta verificato l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti dal Governo greco e i risultati dell’operazione di scambio dei titoli di debito detenuti dai privati.
La dichiarazione precisa che il sostegno sarà erogato attraverso le modalità previste dal Fondo europeo di stabilizzazione dell’eurozona (European Financial stability facility – EFSF) e indica una serie di specifici interventi che la BCE e gli Stati membri potranno operare in tale contesto.
In base alle decisioni assunte dal Consiglio ECOFIN del 9 maggio 2010, l’EFSF è articolato in una serie di misure volte a mobilizzare risorse di ammontare complessivo massimo pari a 500 miliardi di euro,mediante:
· un fondo europeo con una dotazione massima di 60 miliardi di euro – la cui attivazione è soggetta a termini e condizioni simili a quelle dell'assistenza finanziaria erogata dal Fondo monetario internazionale (FMI);
· una Società veicolo speciale (special purpose vehicle), garantita dagli Stati dell’area euro sulla base delle quote nel capitale della BCE e in conformità ai rispettivi ordinamenti costituzionali. La società veicolo potrà mettere a disposizione fino a 440 miliardi di euro, ed è prevista la partecipazione del Fondo monetario internazionale (FMI) con una quota pari ad almeno la metà del contributo europeo (quindi intorno ai 220 miliardi di euro).
A seguito della riunione straordinaria dei Capi di Stato e di governo dell’eurozona del 21 luglio 2011,  è stato convenuto di accrescere la flessibilità dell’EFSF, legata a un'adeguata condizionalità, consentendo di:
· agire sulla base di un programma precauzionale;
· finanziare la ricapitalizzazione degli istituti finanziari mediante prestiti ai governi, anche nei Paesi che non partecipano al programma;
· intervenire sui mercati secondari in base a un'analisi della BCE che riconosca l'esistenza di circostanze eccezionali sui mercati finanziari e rischi per la stabilità finanziaria, e in base a una decisione adottata di comune accordo dagli Stati membri al fine di evitare il contagio.
Successivamente, con la dichiarazione approvata il 9 dicembre 2011, i Capi di Stato e di Governo dell’area euro hanno assunto ulteriori decisioni relative all’EFSF, prevedendone, in particolare, il potenziamento mediante le due opzioni approvate dall'Eurogruppo il 29 novembre 2011:
· il ricorso a certificati di protezione parziale che forniscono una protezione dal 20 al 30 per cento del valore capitale di una nuova obbligazione emessa dagli Stati membri beneficiari
· la costituzione fondi di coinvestimento - con combinazione di finanziamenti pubblici e privati - per acquistare obbligazioni degli Stati membri beneficiari sui mercati primari e/o secondari.

Ruolo del SEBC, degli Stati membri e del FMI

La dichiarazione approvata dall’Eurogruppo prevede che la BCE trasferisca i profitti sui bond greci acquistati negli ultimi due anni nell’ambito del security market program alle banche centrali nazionali (secondo le regole per la distribuzione dei profitti della BCE) che a loro volta li trasferiranno ai rispettivi Governi (secondo le regole nazionali).
I Paesi dell’eurozona si impegnano altresì:
· ad utilizzare i profitti derivanti dai titoli di debito greci, ad essi trasferiti dalla rispettive banche centrali, per migliorare ulteriormente la sostenibilità del debito greco, attraverso, in particolare un’ulteriore riduzione retroattiva dei tassi di interesse del prestito alla Grecia, previsto dal programma di sostegno già in vigore, in modo che il margine scenda a 150 punti base (dagli attuali 200 pb). Gli Stati in cui è necessaria l’autorizzazione legislativa o la ratifica di questa modifica delle condizione del prestito si impegnano a completare la relativa procedura quanto prima.
· a trasferire sino al 2020 al Governo greco i futuri profitti derivanti dagli incrementi del rendimento dei titoli di stato greci detenuti dalle rispettive Banche nazionali,
Il FMI dovrebbe contribuire al programma di aiuti con una quota ancora da stabilire (secondo fonti informali, il Direttore generale del FMI, Christine Lagarde, avrebbe dichiarato che la decisione sulla entità verrà assunta entro marzo 2012).

lunedì 27 febbraio 2012

A Paola Concia sfuggono molte cose su quella riforma


Intervista ad Alessandro Gerardi
25 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

A Paola Concia e al Pd sfugge che quella sul divorzio breve è una finta riforma. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l'avvocato Alessandro Gerardi, Tesoriere Lega Italiana per il Divorzio Breve.
Alessandro Gerardi, cosa pensa del testo licenziato dalla Commissione Giustizia della Camera sul divorzio breve?
Il testo base che è stato licenziato dalla Commissione Giustizia della Camera prevede la riduzione del periodo della separazione legale da tre anni ad un anno solo se la coppia non ha figli. Se invece la coppia ha figli minori la riduzione passa da tre a due anni. Quindi viene tolto soltanto un anno. Questa – in sintesi – è la modifica, molto scarna, che è stata licenziata dalla seconda commissione della Camera dei deputati. I parlamentari radicali hanno immediatamente giudicato questo testo approvato come inadeguato e assolutamente ipocrita. Il problema sta a monte, nel bisogno che c'è dell'obbligo di superare la separazione legale e di accedere direttamente al divorzio. Noi sosteniamo che – nel caso in cui vi sia una crisi irreversibile del rapporto coniugale – è inutile costringere la coppia a passare attraverso un giudizio di separazione e quindi a passare al divorzio. Si vuole sempre costringere la coppia a passare attraverso le foche caudine della separazione legale. E poi, solo dopo che la sentenza della separazione legale, è passata in giudicato si può accedere alla fase del divorzio”.
Cosa comporta questo?
Una trafila dispendiosa in termini di costi umani e anche di costi materiali. Le spese che devono essere affrontate sono enormi. Quello della separazione legale è un passaggio inutile. Come dimostrato da tutte le evidenze statistiche, soltanto nel 2 per cento dei casi la coppia separata torna sui suoi passi e si riconcilia. Nel 98 per cento dei casi la coppia divorzia. E' assurdo far passare la coppia attraverso la separazione legale”.
Si tratta di una riformina?
Il termine riformina è eufemistico. Ci troviamo di fronte ad un provvedimento che non è nemmeno una riformina. E' una modifica ipocrita. Con questo cambiamento le grandi forze politiche cercheranno di dimostrare che è stata realizzata una grande riforma. Non c'è nessuna semplificazione sulle procedure. Anzi, le procedure rimangono esattamente le stesse. Questa riduzione avrà un'incidenza minima rispetto alle problematiche che restano in piedi”.
L'onorevole Paola Concia ha detto che questo provvedimento è un segnale di civiltà giuridica.....
Credo che a Paola Concia sfuggano i termini della questione. Forse non sa di cosa si sta parlando. In tutti i paesi europei, tranne Malta, l'Irlanda del Nord e la Polonia, non esiste la separazione legale. Anzi esiste, ma la coppia non è obbligata ad accedervi. Ha la facoltà di farlo. Mi preoccupa che la Concia dica questo”.

venerdì 24 febbraio 2012

Quel servizio pubblico da garantire


Un'immagine suggestiva de "L'isola dei famosi".
Intervista a Giorgio Merlo
Voce Repubblicana del 24 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il servizio pubblico della Rai deve essere garantito anche se vedo programmi che non mi piacciono come “L'isola dei fmosi”. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l'onorevole Giogio Merlo, deputato del Pd e membro della Commissione di Vigilanza sulla Rai.
Onorevole Merlo, in questi giorni si è parlato molto del canone Rai. Inoltre, ci sono state molte polemiche sulle modalità con cui si è mossa l'azienda. Come ha trovato questa campagna martellante sulla Rai?
Ho trovato questa campagna positiva perché il canone serve anche per tutelare il pluralismo e la democrazia nel nostro paese. Senza un servizio pubblico vero e reale la democrazia morirebbe nel nostro paese. A mali estremi estremi rimedi. Dopodiché mi rendo perfettamente conto che sarebbe opportuno inserire qualche riforma per il canone Rai. Ci sono delle proposte di legge depositate in Parlamento. E c'è tutto il tempo per poterle affrontare”.
Cosa sarebbe più opportuno fare? L'ex segretario del Pd aveva chiesto di inserire il canone nella bolletta elettrica. E' giusto continuare a pagare questa tassa quando la Rai viene considerata un soggetto che agisce all'interno del mercato?
Condivido. Le strade potrebbero essere tante. Bisognerebbe garantire un finanziamento pubblico alla Rai recuperandolo dalla fiscalità generale. Lo Stato concede delle risorse alla Rai affinché sia garantito il servizio pubblico e tutto ciò che comporta: diritti e doveri. La proposta di inserire il canone in bolletta potrebbe è una proposta praticabile. In tutti e due i casi è necessario garantire la permanenza del servizio pubblico”.
Se lei dovesse descrivere in cosa consiste il servizio pubblico della Rai riuscirebbe a trovare una spiegazione accettabile per chi paga il canone, soprattutto dopo le polemiche su Sanremo?
Le polemiche sono connaturate all'esistenza della televisione. Io guardo alcune cose quando mi riferisco al servizio pubblico della Rai: osservo la qualità dei programmi e gli ascolti delle trasmissioni. Arriviamo da una settimana nella quale la Rai non ha fatto ascolti, ma li ha 'ordinati'. Potrei citare tanti esempi positivi nei quali la Rai ha prodotto qualità: nella fiction, nello sport, nei talk-show – che vanno benissimo - tanto per fare degli esempi. Certo, la Rai ha ampi margini di miglioramento. Ecco perché è necessario lavorare sugli ascolti. Non si vive di sola qualità. In Rai ci sono delle cose che non voglio gradisco, come ad esempio 'l'Isola dei famosi'. Sfido però chiunque a dire che in Rai non c'è qualità. In questa azienda ci sono professionisti seri, giornalisti di grande spessore. Le potenzialità di questa azienda sono enormi. L'alternativa a questa situazione sarebbe quella di privatizzare la Rai, ma questo significherebbe ridurre il tasso di democrazia nel nostro paese”.

Ecco come la Croazia è entrata nell'Unione europea


Il 22 gennaio 2012 i croati hanno approvato a grande maggioranza l’ingresso del loro paese nell’Unione Europea. I tre quarti degli elettori, vale a dire il 66,67 per cento, ha votato a favore dell’adesione, mentre il 33,33 per cento ha votato no.
La partecipazione è stata tuttavia scarsa, fermandosi al 43,54 per cento.
Si ricorda che in Croazia, il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale diretto con un sistema a doppio turno per un mandato di cinque anni rinnovabile. Il Presidente nomina il primo ministro (per consuetudine il leader del partito di maggioranza in Parlamento) che deve ricevere la fiducia del Parlamento. Il primo ministro nomina a sua volta i ministri. Il Parlamento è, a seguito della riforma del 2001 che ha abolito la Camera delle province, monocamerale: il Sabor è composto  da 153 deputati, eletti per quattro anni, dei quali 140 sono eletti con un sistema proporzionale a liste chiuse, otto sono eletti con sistema maggioritario in rappresentanza delle minoranze nazionali e cinque con sistema proporzionale dai cittadini croati residenti all’estero. Presidente della Repubblica croata è, dal febbraio 2010, Ivo Josipovic, del partito socialdemocratico. Nelle elezioni del 4 dicembre 2011 è prevalsa la coalizione di centrosinistra guidata da Milan Milanovic del partito socialdemocratico, divenuto primo ministro.
Nel febbraio 2003, Zagabria ha presentato domanda di adesione all’Unione europea. Quattro mesi più tardi, il Consiglio europeo di Salonicco del giugno 2003 ha confermato la prospettiva di adesione dei Balcani occidentali. Nel giugno 2004, la Croazia ha ottenuto lo status di candidato ufficiale dell’Unione Europea. Le negoziazioni tra Zagabria e Bruxelles, aperte il 3 ottobre del 2005, si sono concluse il 3 giugno 2011.
Il 9 Dicembre scorso la Croazia ha firmato a Bruxelles il suo Trattato di adesione all’Unione Europea.  Il primo dicembre il Parlamento Europeo aveva approvato, con 564 voti favorevoli, 38 contrari e 32 astensioni , l’entrata della Croazia tra i ventisette.
Nell’approvare l’adesione della Croazia, il Parlamento Europeo ha richiesto un maggiore impegno nel contrasto alla corruzione, nella collaborazione con il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell’ex -Jugoslavia e nel sostegno al rientro in Croazia dei profughi di guerra, con particolare riferimento a quelli appartenenti alla minoranza serba.
Il Trattato di adesione deve essere ratificato dai ventisette Stati membri prima del 1 luglio 2013, data nella quale l’adesione della Croazia dovrebbe diventare effettiva.
I membri del Sabor, camera unica del Parlamento, eletta il 4 dicembre 2011, hanno approvato con 129 voti l’organizzazione del referendum sull’adesione del loro paese, fissandone la data al 22 gennaio 2012.
La quasi totalità dei partiti politici croati si sono espressi favorevolmente all’adesione. Tuttavia il sostegno dell’opinione pubblica croata all’ingresso nell’Unione europea, che, in base ai sondaggi, alla presentazione della domanda di adesione nel 2003 raggiungeva l’80 per cento si è andato progressivamente riducendo, arrivando a scendere sotto il 50 per cento nell’aprile 2011, qualche giorno dopo la condanna per crimini di guerra da parte del Tribunale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia dell’ex-generale croato Ante Gotovina (Gotovina arrestato in Spagna nel 2005 è stato condannato il 15 aprile 2011 a 24 anni di carcere per i crimini commessi durante la riconquista croata della Krajina a maggioranza serba nel 1995). Proprio l’esigenza di realizzare una piena collaborazione da parte croata con il Tribunale internazionale ha contribuito a rallentare i negoziati di adesione, creando altresì disagio in parte significativa dell’opinione pubblica croata, che ha accusato l’Unione europea di volere considerare la guerra di indipendenza nazionale tra il 1991 e il 1995 e in particolare la riconquista della Krajina nell’estate del 1995 alla stregua di un’impresa criminale.
A rallentare i negoziati è stata poi la disputa di confine con la Slovenia sulla baia di Pirano, disputa superata solo con l’accordo di Stoccolma del 2009, che ha rimesso la soluzione della disputa ad un tribunale arbitrale internazionale (l’accordo è stato ratificato dai Parlamenti dei due paesi ed in Slovenia approvato anche con referendum nel giugno 2010).
La campagna referendaria è stata poi influenzata dalla crisi economica dell’Eurozona. Parte dell’opinione pubblica croata teme che le attuali difficoltà finanziarie dell’Unione europea si tradurranno in un minore afflusso di fondi strutturali per l’economia croata, con un impatto ridotto rispetto alle aspettativa (ed anche rispetto a quanto avvenuto per altri nuovi Stati membri, come la Polonia) sulle prospettive di crescita dell’economia nazionale. Si prevede comunque che tra il 2103 e il 2015 la Croazia riceverà circa 3,5 miliardi di euro di fondi strutturali.
Tra i rimanenti Stati dell’ex-Jugoslavia, il Montenegro e la Macedonia hanno già ottenuto lo status di candidati all’adesione all’Unione europea, ma i negoziati non risultano ancora iniziati. Il giorno stesso in cui la Croazia ha firmato il Trattato di adesione, il 9 dicembre 2011, lo status di candidato è stato invece rifiutato per la Serbia.

Dove arriva la cooperazione italiana allo sviluppo?

La relazione sull’attuazione della politica di cooperazione allo sviluppo relativa all’anno 2010 (Doc. LV, n. 5), è stata trasmessa dal Ministero degli Affari esteri con lettera del 28 gennaio 2012. Il documento è all’attenzione del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio costituito in seno alla Commissione Affari esteri, che ne ha in programma l’esame istruttorio.
Il documento ribadisce che gli obiettivi generali e i principi ispiratori della cooperazione allo sviluppo, parte integrante della politica estera italiana, si inquadrano nell’ampio contesto degli accordi e delle decisioni assunte a livello internazionale e comunitario.
Le risorse destinate alla cooperazione hanno subito una diminuzione già a partire dalla metà degli anni Novanta, come ha ricordato anche il nuovo Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi nell’audizione davanti alle commissioni congiunte affari esteri di Camera e Senato del 25 gennaio 2012 in occasione della presentazione della linee programmatiche del suo dicastero. L’Italia, in rapporto agli altri paesi europei stanzia per la cooperazione mediamente uno 0,18 % di PIL in meno (0,2 contro il 3,8%), percentuale ancora molto lontana da quello 0,7 per cento che i paesi donatori si erano impegnati a raggiungere entro il 2015. Il picco più basso di aiuti è stato raggiunto dall’Italia nel 2010, che è venuta in tal modo ad occupare il penultimo posto (all’ultimo, la Corea del Sud) tra i paesi dell’area OCSE: 2,26 milioni di euro pari allo 0,15% del PIL.
Il 75% dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) è stato destinato nel 2010 alla cooperazione multilaterale (circa 2,24 miliardi di dollari contro i 759 milioni di dollari destinati all’aiuto bilaterale). Tra i molteplici settori di intervento, quelli che hanno maggiormente assorbito le risorse hanno riguardato: la riduzione o la cancellazione del debito[1] (26,71%), le attività in materia di educazione, gli aiuti multisettoriali, gli aiuti umanitari inclusi quelli erogati in occasione di disastri.
Nel 2009 il DAC (Development Assistance Committee) dell’OCSE aveva sollecitato una svolta nella politica di cooperazione italiana: all’interno della peer review riguardante l’Italia, il DAC aveva infatti formulato una serie di raccomandazioni, tra le quali quelle di approvare una nuova normativa in materia di cooperazione allo sviluppo, di potenziare le risorse umane in essa impiegate, di attribuire la responsabilità della cooperazione ad una figura governativa, di rispettare gli impegni assunti a livello internazionale e di attuare una politica di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
In linea con quanto indicato dall’OCSE, ed anche assolvendo agli impegni assunti con il Parlamento che aveva approvato atti di indirizzo in tale direzione,  il governo ha messo in atto una serie di cambiamenti di seguito illustrati.
E’ stato istituito nel 2010 il Tavolo Interistituzionale per la Cooperazione allo Sviluppo, a livello di Direttori Generali del Ministero degli Esteri e delle Finanze, al quale partecipano anche attori privati, per creare un “sistema Italia” della cooperazione allo sviluppo, che riduca dispersioni e duplicazioni. Il Tavolo Interistituzionale ha anche il compito di favorire la coerenza italiana delle politiche per lo sviluppo, in linea con la concezione “whole of country” introdotta dalla Presidenza italiana del G8 nel 2009.
Con le linee guida triennali 2011-2013 sono poi state accorpate in un’unica categoria le due categorie di paesi prioritari (di 1° e 2° grado) e si è delineata una  riduzione del loro numero. L’Ocse-Dac aveva plaudito l’iniziativa italiana di concentrarsi su 35 paesi prioritari in via di sviluppo (21 dei quali classificati come “priorità 1”) e di portare progressivamente a termine gli interventi in altri 37 paesi, cosa che avrebbe sicuramente consentito un miglioramento della programmazione e una riduzione della frammentazione degli aiuti.
Nel 2011 è stato predisposto un secondo Piano programmatico per l’efficacia degli aiuti che tiene conto delle raccomandazioni formulate negli appositi fori internazionali e, particolarmente, in vista del foro di Busan. Il Piano elenca le azioni da completare (secondo il modello di programmazione “STREAM” per i paesi prioritari e quelli in “exit strategy”), oltre a nuove azioni.
A seguito della riforma organizzativa del Ministero degli esteri (2010) è stato istituito l’Ufficio IX presso la DGCS, al quale sono attribuiti la valutazione in itinere ed ex post delle iniziative di cooperazione e retroazione dei risultati e la visibilità dell’impegno italiano. Il potenziamento della funzione di valutazione era stato specificamente raccomandato nella Peer Review dell’Ocse del 2009. La visibilità dell’impegno risponde alla duplice esigenza di pubblicizzare maggiormente la misura e la qualità dell’impegno degli attori italiani nelle attività di cooperazione e di rispondere alla richiesta di trasparenza che perviene in particolare dal mondo delle Ong; parimenti, la visibilità curata dall’Ufficio IX ha l’obiettivo di rispondere alla sollecitazione dell’Ocse a promuovere una sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana non sufficientemente educata ai temi della cooperazione. A tal fine, l’Ocse proponeva una collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, al fine di inserire l’educazione allo sviluppo all’interno dei regolari corsi di studio. Il dato culturale è particolarmente rilevante in Italia, paese nel quale secondo alcuni analisti sarebbe scarsa la percezione di quello che accade al suo esterno e dove non esiste un gruppo di sostenitori (c.d. constituency); tuttavia, come ha riferito il Ministro Riccardi nella citata audizione del 25 febbraio scorso, un sondaggio dell’Eurobarometro di fine novembre 2011 ha rivelato che il 65% degli italiani è favorevole ad aumentare la quantità degli aiuti.
Da ultimo, ma non meno importante, è stato affidato ad un ministro lo specifico incarico di seguire e coordinare la cooperazione internazionale e l'integrazione. Come riporta il Ministro Riccardi nella stessa audizione del 25 febbraio, nei paesi dove tale figura esiste, la cifra destinata all’aiuto pubblico allo sviluppo è mediamente doppia, sia in termini di volume che di percentuale di PIL. Inoltre, un ministro specificamente dedicato alla cooperazione, secondo il Ministro Riccardi, può operare nella direzione della costruzione di un meccanismo per la coerenza delle politiche, attualmente troppo disperse anche a livello governativo.
Come accennato, la Peer Review dell’OCSE raccomandava l’adozione di una normativa aggiornata in sostituzione della legge n. 49 risalente al 1987, che da tempo si era dimostrata obsoleta.
Già a partire dagli anni ’90, infatti, si erano susseguiti numerosi interventi legislativi nel tentativo di rendere più adeguata la legge 49, che ne hanno però pesantemente alterato il regime di specialità. Allo stesso tempo, ma senza successo, si sono succeduti tentativi di attuare una riforma dell’intero sistema della cooperazione, oggetto anche di una apposita indagine conoscitiva al Senato nella XV legislatura. Nonostante una generale condivisione di opinioni sulla necessità di procedere ad una tale riforma, questa non è mai stata attuata. Anche nella legislatura in corso risultano presentati presso entrambi i rami del Parlamento progetti di legge di iniziativa parlamentare, il cui esame non è ancora iniziato.
La Relazione all’esame del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio si sofferma sul dettaglio delle numerose attività di cooperazione in corso in tutti i paesi nei quali l’Italia è presente.
Come è noto la gran parte delle risorse finanziarie degli aiuti italiani è diretto verso i paesi prioritari dell’Africa sub sahariana. Mentre la Relazione, riguardante l’anno 2010, riferisce che il 45% circa di tali risorse è stato indirizzato a tale regione, va detto che le Linee guida 2011-2013 hanno indicato una riduzione del peso dell’Africa sub sahariana che è passata al 42% degli aiuti (a vantaggio di Balcani, Medio Oriente e Asia orientale) . La Relazione 2010 precisa che nei cinque anni precedenti, le somme destinate a quell’area geografica sono state superiori a un miliardo di euro. Solo nel 2010, al netto dei contributi volontari agli organismi internazionali e delle somme attribuibili a cancellazione o conversione del debito, l’Italia ha erogato circa 59 milioni di euro a dono e 4,4 milioni di euro sotto forma di credito d’aiuto ai paesi dell’Africa sub sahariana. Tra i maggiori riceventi vi sono il Mozambico, l’Etiopia e la Somalia. A seguire, Sudan, Kenya e Somalia.
Anche l’Europa balcanica costituisce, per ragioni storiche e geopolitiche, un’area di primaria importanza per l’Italia e la sua politica di cooperazione. I paesi prioritari per l’aiuto bilaterale sono Kossovo, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Albania e Serbia. Oltre ad interventi nei singoli paesi, la Relazione informa che sul piano regionale è proseguito il programma triennale “Seenet – fase II” per un valore di oltre 8 milioni di euro a carico del MAE e di 2,7 milioni di euro a carico di diverse regioni italiane; il programma prevede azioni verticali di valorizzazione del turismo culturale, del territorio rurale e dell’ambiente, sostegno alle PMI e alla pianificazione territoriale e dei servizi sociali.
Altrettanto rilievo rivestono l’area del Nord Africa e del Medio oriente. Nel 2010 sono proseguiti i diversi programmi – finanziati con risorse a dono, a credito d’aiuto o generate dalla conversione del debito – rivolti ai settori prioritari per lo sviluppo umano, sociale ed economico. Per lo stesso anno, l’Egitto si è confermato come partner privilegiato, seguito da Tunisia, Territori Palestinesi, Libano, Tunisia, Iraq, Yemen e Siria.
Quanto all’America latina, la Relazione ribadisce che le attività italiane di cooperazione sono soprattutto volte a sostenere lo sviluppo socio-economico di quei paesi sudamericani che - malgrado dati che rivelano uno sviluppo soddisfacente della regione – permangono fra i più arretrati: i paesi indicati come prioritari nelle Linee guida 2009-2011 sono: Bolivia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Perù. Nel 2010 la regione dell’America latina si è collocata al secondo posto come quantità di aiuti ricevuti sul totale dell’APS bilaterale italiano, grazie anche alle iniziative intraprese dal nostro paese a seguito del terremoto di Haiti.

giovedì 23 febbraio 2012

A Modena il Pdl è pulito


Di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Carlo Giovanardi
Voce Repubblicana del 23 febbraio 2012 

Nessun iscritto del Pdl di Modena ha commesso reati o è collegato ad organizzazioni criminali. Trovo assurdo pensare che chi viene dalla Calabria o dalla Campania possa essere considerato un affiliato ad organizzazioni criminali. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Pdl Carlo Giovanardi.
Senatore Giovanardi, cosa è accaduto al Pdl di Modena. E perché è stato commissariato il partito di quella provincia. Cosa è successo in merito al tesseramento?
Questo è quello che vorrei capire anche io. In Italia il Pdl ha 10 iscritti ogni cento voti. In provincia di Modena la media arriva a 4 iscritti ogni cento voti. Sui 115mila voti presi alle elezioni politiche del 2008, il Pdl ha 5600 iscritti nella provincia di Modena. Si tratta di una delle percentuali più basse che esistano in Italia. L’ex coordinatrice del Pdl a Modena, che ha lanciato l’allarme, ha detto che esiste una presenza anomala negli iscritti del Pdl in questa provincia. Questa presenza anomala sarebbe dovuta agli iscritti che vengono dalla Calabria e che vengono dalla provincia di Caserta che hanno cognomi strani. Questa è stata l’accusa principale”.
Non pensa che sia assurdo fare una valutazione del genere?
Si è parlato di infiltrazione della criminalità organizzata nel partito. Quando il 31 ottobre scorso abbiamo ricevuto le liste degli iscritti del Pdl con le iscrizioni ai nostri banchetti abbiamo fatto una verifica sui 5600 iscritti al partito. Con l’avvocato Enrico Aimi abbiamo notato che nelle liste c’era qualche nome che era stato chiacchierato”.
Cosa avete fatto?
Un mese fa abbiamo provveduto a non far accettare l’adesione di una ventina di persone al Pdl di Modena proprio perché erano chiacchierate. Proprio dieci giorni fa sono andato personalmente dal prefetto di Modena. Mi sono messo a sua disposizione. Ma il prefetto di Modena non aveva nessun elemento in più di quelli che avevo io. Il procuratore della Repubblica di Modena mi ha detto che nessuno aveva denunciato dei reati da parte di iscritti al Pdl. E ho trovato assurdo dire che tutti quelli che vengono dal meridione siano dei potenziali delinquenti. Questo è un principio che trovo assolutamente inaccettabile. Dopo questi allarmi abbiamo controllato che i calabresi iscritti al Pdl in provincia di Modena sono 90. Io faccio davvero fatica a capire dove sia il problema. Abbiamo fatto una verifica con il coordinatore Denis Verdini per controllare se ci sono irregolarità. Le posso dire che nei comuni chiacchierati gli iscritti al Pdl sono circa 60. Mentre qualcuno sostiene che in alcuni comuni il Pdl ha più iscritti che voti. La proporzione è di 2200 voti e 60 persone iscritte”.
C’è stato un episodio che ha scatenato questa polemica?
La Procura della Repubblica ci ha detto che non c’è stato alcun illecito”.

mercoledì 22 febbraio 2012

Il nostro tesseramento va a gonfie vele


Intervista a Lucio Barani
Voce Repubblicana del 22 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il Pdl non ha difficoltà sul tesseramento. Lo ha detto alla “Voce” l'onorevole Lucio Barani del Pdl.
Onorevole Barani, il Pdl stenta ad individuare dei suoi candidati alle prossime elezioni amministrative. Cosa sta succedendo nel partito dopo la rinuncia di Berlusconi a candidarsi alle prossime elezioni politiche?
Innanzitutto il Presidente Berlusconi non è uscito dalla scena politica. Ha fatto una scelta molto precisa: ha permesso, di fronte ad una situazione internazionale economicamente molto difficile, che l'Italia fosse traghettata fuori dalla crisi economica. Da Presidente del Consiglio, questa possibilità non gli è stata permessa dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti e dalla Lega Nord. La Costituzione italiana, che tutti vogliamo modificare, non permette al premier di revocare nessun ministro del suo governo”.
Ci sono delle difficoltà nel tesseramento del Pdl?
No, non ci sono difficoltà reali. Io ho avuto la possibilità di presiedere due congressi cittadini e provinciali del Popolo delle libertà. Uno di questi a Padova, dove c'erano due liste contrapposte. Gli iscritti al partito arrivavano in religioso silenzio con la carta d'identità. E dall'elenco degli iscritti si spulciavano le liste degli iscritti e si metteva la carta d'identità vicino alla firma apposta dall'iscritto. Quindi si votava in base al comune principio di una firma una testa. I congressi che ho visto si sono svolti regolarmente. E questo non succede in altre grandi forze politiche, come abbiamo visto nel recente passato. I nostri congressi sono veri, con tessere vere. Tutti gli iscritti vengono identificati. Le polemiche sulle tessere false non esistono. Chi è morto e viene iscritto al Pdl non va a votare per le primarie. E allora a chi giova far iscrivere i morti al Popolo delle libertà? E' un falso problema. Al congresso del Pdl si fa per votare. Non si è mai visto il voto di iscritti al Pdl che sono morti”.
Per le amministrative cosa prevedete?
Per presentare dei candidati c'è ancora tempo. I candidati si presentano all'inizio di aprile. Vedo che ad incontrare delle grosse difficoltà sono gli esponenti del Partito democratico, che non riesce nemmeno a far partire i suoi candidati, che vengono eliminati dalle primarie da Sinistra Ecologia e libertà. Sono convinto che i nostri candidati vinceranno in molte consultazioni per le elezioni amministrative. Il nostro candidato vincerà anche a Genova. Quello che è successo nella città della Lanterna è emblematico. Hanno distrutto la città a livello provinciale e a livello comunale. Credo che a Genova ci sarà una svolta con la sconfitta del candidato cattocomunista. Non vedo alcun pessimismo per le scelte da fare in vista delle amministrative. I partiti non devono far altro che rimboccarsi le maniche”.

martedì 21 febbraio 2012

Quel carcere è una polveriera


Voce Repubblicana del 21 febbraio 2012
Intervista a Donato Capece
di Lanfranco Palazzolo

Le carceri italiane stanno diventando una polveriera. Lo ha detto alla “Voce” il segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe).
Donato Capece, il 16 febbraio scorso un agente della polizia penitenziaria, in servizio al carcere romano di Rebibbia, si è tolto la vita nel carcere romano di Rebibbia.
Noi, come rappresentanti del personale penitenziario, come rappresentanti del Sappe, siamo costernati e fortemente preoccupati per la gravità della situazione. E' inutile non rimarcare questa situazione. Tutti i ritardi sella situazione nelle carceri italiane si ripercuote anche sugli agenti della polizia penitenziaria. Siamo preoccupati”.
Cosa pensa del decreto salva-carceri?
A mio avviso, il decreto svuota-carceri non è assolutamente sufficiente. E' solo un piccolo segnale, un palliativo di un problema che deve essere affrontato alle radici. I cittadini italiani non hanno ancora compreso le proporzioni di questo problema. In carcere si muore di inedia, di stress, di paura e di abbandono. Questo è il messaggio che vorrei far arrivare alle persone, ai cittadini in genere”.
I casi di suicidio tra gli agenti penitenziari stanno a testimoniare che il carcere è ormai diventato invivibile per tutti?
Le rivelo una notizia che è nota a pochi. Il 18 febbraio, due giorni dopo il suicidio dell'agente in servizio a Rebibbia, si è ucciso un altro agente di polizia penitenziaria. Si tratta di un componente della banda musicale della polizia penitenziaria. E' una situazione drammatica. Abbiamo più volte chiesto all'amministrazione penitenziaria di istituire dei punti di ascolto psicologico. Ci vuole una riforma strutturale del sistema carcerario e l'amnistia. Aver mandato gli arrestati nelle camere di sicurezza e aver allungato i termini di carcerazione preventiva da 12 a 18 mesi non ha risolto nulla. A parte i radicali, il mondo politico non vuole impegnarsi in questa battaglia. Le carceri sono ormai una polveriera”.
Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni ha manifestato la solidarietà ai sindacati per questi due suicidi?
No, non lo abbiamo sentito. Mi auguro che sia più presente negli istituti penitenziari del Lazio e che sia più vicino alla polizia penitenziaria”.
Non ha fatto nessuno comunicato per manifestare la sua solidarietà su questi suicidi?
No, ha fatto un comunicato quando si è verificato un suicidio tra i detenuti. In quella circostanza ha fatto la sua performance. Vorrei capire quali sono le sue iniziative sui detenuti nel Lazio”.
Non trova assurdo che Marroni abbia fatto un comunicato solo per felicitarsi per la vittoria al festival di Berlino dei fratelli Taviani, ambientato a Rebibbia?
Il garante dei detenuti del Lazio è arrivato al capolinea. Farebbe meglio a fare il critico cinematografico”.

lunedì 20 febbraio 2012

Quanto era bella Susanna Camusso (seconda parte)

In queste settimane ho notato che ha avuto un grande successo un post che ho pubblicato sul mio blog dal titolo "Quanto era bella Susanna Camusso". Per moltiplicare gli accessi al mio blog posto anche queste nuove foto che non mancheranno di riscuotere nuovi consensi tra i lavoratori di tutta Italia sottolineando che la Camusso era bellissima oltre che intelligente. Ma questo non c'era nemmeno bisogno di dirlo. 

domenica 19 febbraio 2012

Festival di Gabicce a mare

Separati alla nascita: la giornalista del "Manifesto" Norma Rangeri e Rik Ocasek dei Cars

NORMA RANGERI
RIC OKASEK


Il contenzioso costituzionale tra l'Ue e l'Ungheria

Il 17 gennaio 2012 la Commissione europea ha avviato tre procedure di infrazione nei confronti dell’Ungheria, con riferimento a tre leggi approvate dal Parlamento ungherese nell’ambito del processo di riforme che ha già condotto all’approvazione, nell’aprile 2011, di una nuova Costituzione entrata in vigore lo scorso 1° gennaio. Si tratta in particolare delle leggi relative al nuovo ordinamento giudiziario; alla banca centrale e alla protezione dei dati personali.
Inoltre, il 19 gennaio 2012, il Commissario europeo per la società della comunicazione Neelie Kroes ha inviato una lettera al governo ungherese sulla situazione dei media ungheresi, dopo che già nel gennaio del 2011 la Commissione europea aveva aperto una procedura di infrazione sulla nuova legge ungherese sui media, poi chiusasi a seguito dell’approvazione di alcune modifiche alla legge.
Sulla situazione politica ungherese cfr. Ungheria Scheda paese sintetica politico-parlamentare (10 gennaio 2012). Sulle riforme costituzionali approvate cfr. box sotto
La nuova Costituzione ungherese
Il nuovo testo della Costituzione sostituisce integralmente il testo della precedente Costituzione del 1949. L’Ungheria era infatti il solo paese a non aver adottato un nuovo testo costituzionale dopo il crollo del Comunismo, mantenendo la Costituzione del 1949 emendata in molte sue parti, a partire dal preambolo che, nella versione emendata nel 1989, specificava che la Costituzione sarebbe rimasta in vigore come “provvisoria fino all’adozione di una nuova Costituzione”.
Al riguardo si segnala che l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha deciso il 26 marzo 2011 di richiedere un parere sulla nuova Costituzione ungherese alla Commissione di Venezia per l’assistenza costituzionale del Consiglio d’Europa.
Nel suo parere del 18 giugno 2011, la Commissione di Venezia, in linea generale, pur apprezzando la decisione dell’Ungheria di adottare una nuova Costituzione, nell’ottica di consolidare l’Ungheria come Stato democratico basato sui principi della separazione dei poteri, della protezione dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto, ha lamentato che l’elaborazione e l’approvazione della nuova Costituzione siano state caratterizzate da “mancanza di trasparenza, scarso dialogo tra maggioranza e opposizione, opportunità insufficienti per un adeguato dibattito pubblico e tempi di approvazione estremamente ristretti”.
Tra le principali innovazioni inserite nel testo costituzionale si segnalano:
l’introduzione di un preambolo che, tra le altre cose, richiama le radici cristiane dello Stato ungherese (“siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano abbia edificato il nostro Stato su fondamenta solide mille anni fa e abbia reso il nostro paese parte dell’Europa cristiana”).
Art. D delle Disposizioni fondamentali: viene introdotto il riferimento all’ideale dell’unità della nazione ungherese, anche per quanto concerne il “senso di responsabilità dell’Ungheria per il destino degli ungheresi che vivono fuori dai confini dell’Ungheria”.
Al riguardo, si segnala che il ministro degli esteri della Slovacchia, paese con una significativa minoranza ungherese, ha espresso il 12 aprile l’auspicio che l’Ungheria voglia rispettare gli impegni internazionali che, tra le altre cose, affidano la responsabilità per la tutela dei diritti dei componenti delle minoranze etniche agli Stati di residenza. Anche il parere della Commissione di Venezia evidenzia che un’interpretazione estensiva della disposizione potrebbe “danneggiare le relazioni interstatali e creare tensioni interetniche”.
Art. L delle Disposizioni fondamentali: viene introdotto il riferimento alla protezione del matrimonio tra uomo e donna e alla famiglia come base per la sopravvivenza della nazione.
Al riguardo, il parere della Commissione di Venezia sottolinea che la definizione del matrimonio rientra nell’esclusiva competenza dello Stato ungherese e pertanto la disposizione non appare pregiudicare comunque un riconoscimento giuridico delle unioni tra appartenenti allo stesso sesso (riconoscimento peraltro presente, a determinate condizioni,  nella legislazione ungherese fin dal 2009).
Art. II: viene inserita la previsione che “la vita del feto sarà protetta dal concepimento”.
Al riguardo, il parere della Commissione di Venezia richiama le preoccupazioni sollevate in ordine al fatto che tale disposizione potrebbe essere usata per l’adozione di una legislazione restrittiva in materia di aborto, fino a prefigurare un divieto totale di aborto anche in caso di seria minaccia alla salute della madre. In proposito la Commissione ricorda l’eterogeneità della legislazione in materia tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, eterogeneità riconosciuta come legittima anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Si osserva tuttavia che un divieto assoluto di aborto come quello sopra richiamato potrebbe contrastare con  il principio ricavabile  dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di un “corretto bilanciamento tra il rispetto per la vita privata degli interessati e i diritti di tutela del nascituro” (sentenza del 16 dicembre 2010, caso A, B, & C vs. Irlanda)
Art. IX: si afferma che l’Ungheria riconoscerà e difenderà la libertà e la diversità della stampa.
Al riguardo, il parere della Commissione di Venezia ritiene problematica la formulazione della libertà di stampa non come diritto individuale ma come obbligazione dello Stato.
Art. 24: l’articolo aumenta il numero dei componenti della Corte costituzionale da 11 a 15, ne aumenta il mandato da nove a dodici anni e prevede l’elezione del presidente della Corte da parte del Parlamento con una maggioranza dei due terzi anziché da parte della Corte medesima.
Al riguardo il parere della Commissione di Venezia ricorda che l’elezione del presidente della Corte costituzionale da parte di un organo politico è prevista da molte costituzioni; tuttavia l’elezione da parte della Corte medesima appare come una salvaguardia più forte dell’indipendenza della Corte. Con riferimento alla durata del mandato, il parere ritiene che sarebbe stato meglio specificare, a tutela dell’indipendenza della Corte, la non rieleggibilità dei giudici.
Art. 37: viene introdotto un livello massimo del debito pubblico, pari al 50 per cento del PIL e il divieto di modificare la legge di bilancio in modo da aumentare il debito dello Stato. L’articolo recepisce anche emendamenti alla Costituzione già approvati nel novembre 2010 e riguardanti le competenze della Corte costituzionale: in particolare si prevede che, fino a quando il rapporto tra debito e PIL superi il 50 per cento del PIL, la Corte nel valutare la costituzionalità delle leggi in materia economica e sociale possa assumere a parametro di giudizio unicamente le disposizioni costituzionali in materia di diritto alla libertà personale, alle libertà di coscienza, di pensiero, di religione, agli altri diritti connessi alla cittadinanza e non più quindi quelle relative ai diritti sociali
Al riguardo, il parere della Commissione di Venezia, riprendendo anche un precedente parere del marzo 2011, esprime il suo rincrescimento per le serie limitazioni delle competenze della Corte costituzionale, che creano l’impressione che l’obiettivo del rispetto del rapporto tra debito e PIL al 50 per cento possa essere considerato così importante da essere raggiunto anche con leggi incostituzionali.
Art. 39-40: viene prevista la necessità di una legge organica (“cardinale”) approvata a maggioranza qualificata dei due terzi per le leggi concernenti le proprietà statali, il debito pubblico e le pensioni; leggi organiche sono previste nel testo anche per altre materie, come la politica giudiziaria (art. 25); il Consiglio del bilancio (art. 44); le forze armate (art. 45); le forze di polizia (art. 46); i diritti delle nazionalità (art. XXIX); la legislazione familiare (art. L).
Al riguardo, il parere della Commissione di Venezia raccomanda la limitazione dei settori nei quali prevedere leggi organiche a quelli per i quali risulti effettivamente opportuna una maggioranza dei due terzi. In particolare, il parere sottolinea che in alcuni casi, come quello della disciplina del potere giudiziario, sarebbe risultato opportuno una più precisa disciplina costituzionale; in altri casi, invece, come la legislazione familiare o quella pensionistica dovrebbe essere lasciate alla legislazione ordinaria e al normale confronto tra maggioranza e opposizione. Il trasferimento di numerose competenze a leggi da approvare con la maggioranza dei due terzi rischierebbe di consentire all’attuale maggioranza politica ungherese (che raggiunge tale soglia cfr. infra¸paragrafo “La situazione politica interna”) di consolidare le proprie preferenze politiche nell’ordine legale-costituzionale del paese, facendo perdere significato alle future elezioni, nel caso queste non determinassero nuove maggioranze parlamentari così ampie.
Art. 41: il mandato del governatore della Banca centrale, nominato dal Presidente della Repubblica, è elevato da sei a nove anni.
E’ stato successivamente approvato, il 30 dicembre 2011, dal Parlamento ungherese un disegno di  legge organica in materia di organizzazione della Banca centrale. Al riguardo cfr. infra.
Art. 43: è costituito un Consiglio del bilancio, composto dal governatore della banca centrale, dal presidente della Corte dei conti e da un Presidente nominato per sei anni dal Presidente della Repubblica, che, tra le altre cose, ha un potere di veto sulle modifiche parlamentari alla legge di bilancio, al fine di verificare il rispetto del divieto di aumentare con la legge di bilancio il debito pubblico.
Al riguardo, il parere della Corte costituzionale rileva che il ruolo preminente attribuito al Consiglio di bilancio nell’approvazione del bilancio solleva preoccupazioni alle luce del suo potenziale impatto sul funzionamento della democrazia.
In particolare:
- la nuova legge sull’ordinamento giudiziario prevede l’abbassamento dell’età per il pensionamento obbligatorio dei magistrati da 70 a 62 anni. Al riguardo, la Commissione europea ha rilevato che la discriminazione sul luogo di lavoro basata sull’età appare contrastare con la direttiva 2000/78/CE. In particolare, in base alla direttiva e al diritto dell’Unione, un cambiamento nell’età per il pensionamento obbligatorio deve essere sorretta da una forte giustificazione, che non appare, allo stato, ravvisabile nel contesto ungherese, dove, peraltro, per gli altri dipendenti pubblici l’età per il pensionamento è stata elevato a 65 anni;
- la nuova legge organica in materia di organizzazione della Banca centrale, tra le altre cose, prevede l’ampliamento del numero dei membri del consiglio monetario con la possibilità di nominare ulteriori vicegovernatori della banca e la possibilità di fondere la banca centrale con l’autorità di vigilanza finanziaria, creando una nuova autorità nella quale il governatore della banca centrale ungherese assumerebbe l’incarico di vicepresidente. Si prevede inoltre che un ministro possa partecipare alle riunioni della nuova autorità e che l’ordine del giorno delle riunioni di vertice della Banca centrale debba essere trasmesso al governo. La Banca centrale europea in un parere emesso il 22 dicembre 2011 ha ritenuto tali modifiche non compatibili con i requisiti di indipendenza previsti dai Trattati dell’Unione europea per le banche centrali nazionali e i loro governatori; tali preoccupazioni appaiono condivise dalla Commissione europea che ha sollevato dubbi anche sulla compatibilità con i requisiti di indipendenza della banca centrale delle disposizioni della legge in materia di remunerazione e rapporto di impiego del personale della banca (e in particolare la previsione di un tetto alle retribuzioni dei dipendenti della banca);
- la legge sull’istituzione di una nuova agenzia nazionale sulla protezione dei dati personali, entrata in vigore il 1° gennaio 2012, ha comportato la cessazione dalla carica anticipata del precedente Commissario per la protezione dei dati, nominato nel 2008 con un incarico di sei anni. Inoltre la nuova legge appare contemplare la possibilità che il presidente della nuova agenzia venga dimissionato dal primo ministro o dal Presidente della Repubblica. La Commissione europea ha espresso la preoccupazione che tali previsioni risultino incompatibili con i requisiti di indipendenza degli organismi preposti alla protezione dei dati personali previsti, dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, dalla Carta fondamentale dei diritti dell’Unione europea e dalla direttiva 95/46/CE sulla protezione dei dati personali.
Il primo ministro ungherese Orban, a seguito dell’apertura delle procedure di infrazione, ha annunciato l’intenzione di apportare modifiche alle leggi sopra richiamate. In base a notizie di stampa, si starebbe ipotizzando di sopprimere la previsione della partecipazione di un membro del governo alle riunioni dell’autorità monetaria centrale; di sopprimere la possibilità per il primo ministro di chiedere le dimissioni del presidente dell’agenzia nazionale per la protezione dei dati personali e di concedere delle deroghe al limite di 62 anni per il pensionamento dei magistrati.
Con riferimento invece alla legge dei media, nel corso di un’audizione alla Commissione libertà civili del Parlamento europeo del 9 febbraio 2012 il Commissario Kroes, con riferimento alla lettera inviata al governo ungherese, ha citato come preoccupante la recente perdita della licenza per alcune frequenze da parte di una radio di opposizione. Klubradio, ed ha inoltre ricordato che nel dicembre scorso la Corte costituzionale ungherese aveva indicato la nuova legge sui media come causa di una restrizione della libertà di stampa. La legge sui media approvata dal Parlamento ungherese il 21 dicembre 2010 era stata oggetto di contestazione da parte della Commissione europea in particolare con riferimento agli ampi e discrezionali poteri attribuiti al consiglio dei media, di nomina governativa. Tale consiglio aveva infatti il potere di imporre sanzioni pesanti ai media, sia della carta stampata, sia televisivi sia on line in caso di incitamento all’odio, di discriminazione, di “informazione non bilanciata” o di “offese alla dignità umana”. A seguito della richiesta di modifiche da parte della Commissione europea, il 7 marzo il Parlamento ungherese ha approvato alcune modifiche alla legge in particolare volte ad escludere i blog dall’ambito di applicazione della legge. Inoltre le fattispecie perseguibili in base alla legge sono state meglio definite con riferimento all’incitamento all’odio e alla discriminazione, ma permane la previsione di sanzioni in caso di offese alla dignità umana o alla pubblica moralità. L’entità delle sanzioni è stata comunque ridotta.
Giovedì 9 febbraio la Commissione libertà civili del Parlamento europeo ha aperto un ciclo di audizioni sulla situazione ungherese.