venerdì 24 febbraio 2012

Dove arriva la cooperazione italiana allo sviluppo?

La relazione sull’attuazione della politica di cooperazione allo sviluppo relativa all’anno 2010 (Doc. LV, n. 5), è stata trasmessa dal Ministero degli Affari esteri con lettera del 28 gennaio 2012. Il documento è all’attenzione del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio costituito in seno alla Commissione Affari esteri, che ne ha in programma l’esame istruttorio.
Il documento ribadisce che gli obiettivi generali e i principi ispiratori della cooperazione allo sviluppo, parte integrante della politica estera italiana, si inquadrano nell’ampio contesto degli accordi e delle decisioni assunte a livello internazionale e comunitario.
Le risorse destinate alla cooperazione hanno subito una diminuzione già a partire dalla metà degli anni Novanta, come ha ricordato anche il nuovo Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi nell’audizione davanti alle commissioni congiunte affari esteri di Camera e Senato del 25 gennaio 2012 in occasione della presentazione della linee programmatiche del suo dicastero. L’Italia, in rapporto agli altri paesi europei stanzia per la cooperazione mediamente uno 0,18 % di PIL in meno (0,2 contro il 3,8%), percentuale ancora molto lontana da quello 0,7 per cento che i paesi donatori si erano impegnati a raggiungere entro il 2015. Il picco più basso di aiuti è stato raggiunto dall’Italia nel 2010, che è venuta in tal modo ad occupare il penultimo posto (all’ultimo, la Corea del Sud) tra i paesi dell’area OCSE: 2,26 milioni di euro pari allo 0,15% del PIL.
Il 75% dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) è stato destinato nel 2010 alla cooperazione multilaterale (circa 2,24 miliardi di dollari contro i 759 milioni di dollari destinati all’aiuto bilaterale). Tra i molteplici settori di intervento, quelli che hanno maggiormente assorbito le risorse hanno riguardato: la riduzione o la cancellazione del debito[1] (26,71%), le attività in materia di educazione, gli aiuti multisettoriali, gli aiuti umanitari inclusi quelli erogati in occasione di disastri.
Nel 2009 il DAC (Development Assistance Committee) dell’OCSE aveva sollecitato una svolta nella politica di cooperazione italiana: all’interno della peer review riguardante l’Italia, il DAC aveva infatti formulato una serie di raccomandazioni, tra le quali quelle di approvare una nuova normativa in materia di cooperazione allo sviluppo, di potenziare le risorse umane in essa impiegate, di attribuire la responsabilità della cooperazione ad una figura governativa, di rispettare gli impegni assunti a livello internazionale e di attuare una politica di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
In linea con quanto indicato dall’OCSE, ed anche assolvendo agli impegni assunti con il Parlamento che aveva approvato atti di indirizzo in tale direzione,  il governo ha messo in atto una serie di cambiamenti di seguito illustrati.
E’ stato istituito nel 2010 il Tavolo Interistituzionale per la Cooperazione allo Sviluppo, a livello di Direttori Generali del Ministero degli Esteri e delle Finanze, al quale partecipano anche attori privati, per creare un “sistema Italia” della cooperazione allo sviluppo, che riduca dispersioni e duplicazioni. Il Tavolo Interistituzionale ha anche il compito di favorire la coerenza italiana delle politiche per lo sviluppo, in linea con la concezione “whole of country” introdotta dalla Presidenza italiana del G8 nel 2009.
Con le linee guida triennali 2011-2013 sono poi state accorpate in un’unica categoria le due categorie di paesi prioritari (di 1° e 2° grado) e si è delineata una  riduzione del loro numero. L’Ocse-Dac aveva plaudito l’iniziativa italiana di concentrarsi su 35 paesi prioritari in via di sviluppo (21 dei quali classificati come “priorità 1”) e di portare progressivamente a termine gli interventi in altri 37 paesi, cosa che avrebbe sicuramente consentito un miglioramento della programmazione e una riduzione della frammentazione degli aiuti.
Nel 2011 è stato predisposto un secondo Piano programmatico per l’efficacia degli aiuti che tiene conto delle raccomandazioni formulate negli appositi fori internazionali e, particolarmente, in vista del foro di Busan. Il Piano elenca le azioni da completare (secondo il modello di programmazione “STREAM” per i paesi prioritari e quelli in “exit strategy”), oltre a nuove azioni.
A seguito della riforma organizzativa del Ministero degli esteri (2010) è stato istituito l’Ufficio IX presso la DGCS, al quale sono attribuiti la valutazione in itinere ed ex post delle iniziative di cooperazione e retroazione dei risultati e la visibilità dell’impegno italiano. Il potenziamento della funzione di valutazione era stato specificamente raccomandato nella Peer Review dell’Ocse del 2009. La visibilità dell’impegno risponde alla duplice esigenza di pubblicizzare maggiormente la misura e la qualità dell’impegno degli attori italiani nelle attività di cooperazione e di rispondere alla richiesta di trasparenza che perviene in particolare dal mondo delle Ong; parimenti, la visibilità curata dall’Ufficio IX ha l’obiettivo di rispondere alla sollecitazione dell’Ocse a promuovere una sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana non sufficientemente educata ai temi della cooperazione. A tal fine, l’Ocse proponeva una collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, al fine di inserire l’educazione allo sviluppo all’interno dei regolari corsi di studio. Il dato culturale è particolarmente rilevante in Italia, paese nel quale secondo alcuni analisti sarebbe scarsa la percezione di quello che accade al suo esterno e dove non esiste un gruppo di sostenitori (c.d. constituency); tuttavia, come ha riferito il Ministro Riccardi nella citata audizione del 25 febbraio scorso, un sondaggio dell’Eurobarometro di fine novembre 2011 ha rivelato che il 65% degli italiani è favorevole ad aumentare la quantità degli aiuti.
Da ultimo, ma non meno importante, è stato affidato ad un ministro lo specifico incarico di seguire e coordinare la cooperazione internazionale e l'integrazione. Come riporta il Ministro Riccardi nella stessa audizione del 25 febbraio, nei paesi dove tale figura esiste, la cifra destinata all’aiuto pubblico allo sviluppo è mediamente doppia, sia in termini di volume che di percentuale di PIL. Inoltre, un ministro specificamente dedicato alla cooperazione, secondo il Ministro Riccardi, può operare nella direzione della costruzione di un meccanismo per la coerenza delle politiche, attualmente troppo disperse anche a livello governativo.
Come accennato, la Peer Review dell’OCSE raccomandava l’adozione di una normativa aggiornata in sostituzione della legge n. 49 risalente al 1987, che da tempo si era dimostrata obsoleta.
Già a partire dagli anni ’90, infatti, si erano susseguiti numerosi interventi legislativi nel tentativo di rendere più adeguata la legge 49, che ne hanno però pesantemente alterato il regime di specialità. Allo stesso tempo, ma senza successo, si sono succeduti tentativi di attuare una riforma dell’intero sistema della cooperazione, oggetto anche di una apposita indagine conoscitiva al Senato nella XV legislatura. Nonostante una generale condivisione di opinioni sulla necessità di procedere ad una tale riforma, questa non è mai stata attuata. Anche nella legislatura in corso risultano presentati presso entrambi i rami del Parlamento progetti di legge di iniziativa parlamentare, il cui esame non è ancora iniziato.
La Relazione all’esame del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio si sofferma sul dettaglio delle numerose attività di cooperazione in corso in tutti i paesi nei quali l’Italia è presente.
Come è noto la gran parte delle risorse finanziarie degli aiuti italiani è diretto verso i paesi prioritari dell’Africa sub sahariana. Mentre la Relazione, riguardante l’anno 2010, riferisce che il 45% circa di tali risorse è stato indirizzato a tale regione, va detto che le Linee guida 2011-2013 hanno indicato una riduzione del peso dell’Africa sub sahariana che è passata al 42% degli aiuti (a vantaggio di Balcani, Medio Oriente e Asia orientale) . La Relazione 2010 precisa che nei cinque anni precedenti, le somme destinate a quell’area geografica sono state superiori a un miliardo di euro. Solo nel 2010, al netto dei contributi volontari agli organismi internazionali e delle somme attribuibili a cancellazione o conversione del debito, l’Italia ha erogato circa 59 milioni di euro a dono e 4,4 milioni di euro sotto forma di credito d’aiuto ai paesi dell’Africa sub sahariana. Tra i maggiori riceventi vi sono il Mozambico, l’Etiopia e la Somalia. A seguire, Sudan, Kenya e Somalia.
Anche l’Europa balcanica costituisce, per ragioni storiche e geopolitiche, un’area di primaria importanza per l’Italia e la sua politica di cooperazione. I paesi prioritari per l’aiuto bilaterale sono Kossovo, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Albania e Serbia. Oltre ad interventi nei singoli paesi, la Relazione informa che sul piano regionale è proseguito il programma triennale “Seenet – fase II” per un valore di oltre 8 milioni di euro a carico del MAE e di 2,7 milioni di euro a carico di diverse regioni italiane; il programma prevede azioni verticali di valorizzazione del turismo culturale, del territorio rurale e dell’ambiente, sostegno alle PMI e alla pianificazione territoriale e dei servizi sociali.
Altrettanto rilievo rivestono l’area del Nord Africa e del Medio oriente. Nel 2010 sono proseguiti i diversi programmi – finanziati con risorse a dono, a credito d’aiuto o generate dalla conversione del debito – rivolti ai settori prioritari per lo sviluppo umano, sociale ed economico. Per lo stesso anno, l’Egitto si è confermato come partner privilegiato, seguito da Tunisia, Territori Palestinesi, Libano, Tunisia, Iraq, Yemen e Siria.
Quanto all’America latina, la Relazione ribadisce che le attività italiane di cooperazione sono soprattutto volte a sostenere lo sviluppo socio-economico di quei paesi sudamericani che - malgrado dati che rivelano uno sviluppo soddisfacente della regione – permangono fra i più arretrati: i paesi indicati come prioritari nelle Linee guida 2009-2011 sono: Bolivia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Perù. Nel 2010 la regione dell’America latina si è collocata al secondo posto come quantità di aiuti ricevuti sul totale dell’APS bilaterale italiano, grazie anche alle iniziative intraprese dal nostro paese a seguito del terremoto di Haiti.

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