sabato 31 marzo 2012

Aspettiamo le Terza Repubblica. La Prima non tornerà mai più


Intervista a Publio Fiori
Voce Repubblicana del 31 marzo 2012
di Lanfranco Palazzolo

Oggi dobbiamo porci il problema della Terza Repubblica perché la Prima non tornerà. Lo ha detto alla “Voce” l'ex vicepresidente della Camera Publio Fiori.
Onorevole Fiori, con la pubblicazione del suo saggio dal titolo “A volte ritornano” (Pagine) lei ha voluto sottolineare il ruolo svolto dalla Democrazia cristiana durante la Prima Repubblica. Pensa che oggi i partiti si stiano preparando al ritorno a quella fase politica. Ritiene che siamo vicini al ritorno della Dc sotto nuove spoglie?
“Io sono convinto che la storia non torni mai indietro. La storia va avanti. Dobbiamo solo registrare che, dopo la crisi della Prima Repubblica, stiamo vivendo la fine della Seconda Repubblica. Oggi dobbiamo porci il problema di una Terza Repubblica. Se nascerà una Terza Repubblica lo capiremo dopo. Non sappiamo su quali basi si realizzerà la nuova Repubblica”.
Cosa pensa del Governo Monti?
“Ritengo che questo governo rappresenti il suicidio della politica; la rinuncia dei partiti a svolgere il proprio ruolo. Sono i tecnici a fare quello che viene definito come 'il lavoro sporco' sperando, una volta rimessa in piedi l'Italia, di poter continuare a fare il proprio lavoro. Io credo che questo non si verificherà perché la crisi della Seconda Repubblica dimostra che non si può costruire un tessuto politico senza un'etica politica che possa svolgere la funzione di substrato. La politica non può essere costruita sulla comunicazione e sull'immagine e sulla spettacolarizzazione, né sul tecnicismo economico. La politica è qualcosa di diverso, deve interessarsi dei più deboli, degli emarginati, non può muoversi secondo un calcolo neocapitalista. Il mondo cattolico sta prendendo atto che vuole riconquistarsi uno suo spazio autonomo. Ecco perché vedo una forte ripresa del cattolicesimo politico”.
Lei ha vissuto il periodo legato alla fase del Compromesso storico tra Democrazia cristiana e Partito comunista italiano. Ci sono analogie politiche tra il consenso parlamentare del governo Monti con quello di Andreotti nel 1978?
“Il Governo Andreotti del marzo del 1978 era un esecutivo basato su un'intesa politica tra partiti che cercavano di trovare una sorta di unità nazionale per trovare uno sbocco alla crisi economica e politica di quel periodo.  Oggi assistiamo ad una situazione molto diversa. Ci troviamo di fronte ad un Governo che nasce dai centri studi e dalle università, dalle burocrazie europee. Questo governo, però, non ha nessun collegamento democratico con la gente che sta facendo una politica al servizio dei poteri forti. Mentre con Andreotti c'era un evidente collegamento con il corpo elettorale che, invece, oggi è del tutto inesistente. Anzi, il Presidente del Consiglio Mario Monti rivendica un maggiore consenso rispetto ai partiti che lo appoggiano”.

venerdì 30 marzo 2012

La FINLANDIA e il fondo salva stati

La Finlandia è una repubblica parlamentare fondata sulla Costituzione del 1919, modificata nel marzo 2000. Il Presidente della Repubblica viene eletto con voto popolare diretto per un mandato di sei anni (è previsto un ballottaggio tra i primi due candidati qualora nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta). Il Capo dello Stato nomina il Primo Ministro e il Vice Primo Ministro scegliendo dalla coalizione o dal partito di maggioranza nelle elezioni, con successiva conferma del Parlamento. Il Parlamento (l’Eduskunta/Riksdag) è monocamerale e si compone di duecento rappresentanti, eletti per quattro anni con un sistema proporzionale (metodo D’Hondt) in 15 circoscrizioni plurinominali. Nel caso in cui il numero di candidati designati dalle sezioni locali dei partiti sia superiore al numero dei posti in lista, la legge elettorale impone il ricorso alle elezioni primarie.
Ai sensi della Costituzione, il Presidente nomina il primo ministro che deve essere confermato dal Parlamento. Il governo è responsabile per gli affari domestici ed europei, assieme al Presidente competente per la politica estera “ in cooperazione con il Governo”. In base ad una modifica costituzionale approvata lo scorso novembre, però, è il primo ministro a rappresentare la Finlandia in seno all’Unione europea e gli eventuali conflitti tra Governo e Presidente in materia europea saranno risolti dal Parlamento.
Per “Freedom House”, la Finlandia è uno Stato “libero” in possesso dello status di democrazia elettorale, mentre il Democracy Index 2011 dell’Economist Intelligence Unit la classifica come “democrazia piena” (cfr. infra “Indicatori internazionali sul Paese”).

La situazione politica
Dopo secoli di dominazione prima svedese e poi russa, la Finlandia ha ottenuto l’indipendenza nel 1917. Il paese è entrato a far parte dell’UE nel 1995, ed è il solo paese nordico ad aver adottato l’euro.
Presidente della Repubblica dal marzo 2012 è Sauli Niinisto del Raggruppamento conservatore (al Parlamento europeo nel gruppo del Partito popolare europeo). Il primo ministro è Jyrki Katainen, appartenente al Raggruppamento conservatore (KOK) al quale è andata la maggioranza dei voti nelle elezioni parlamentari dell’aprile 2011 (vedi sotto tabella risultati). Nel giugno 2011 Katainen ha formato una grande coalizione di governo composta anche dal partito socialdemocratico, dall’Alleanza di sinistra, dai verdi, dal partito del popolo svedese e dai cristiano democratici. Tra le forze di opposizione si segnala il partito di orientamento populista dei “veri finlandesi”, guidato da Tino Soini, che ha ottenuto una significativa affermazione alle elezioni del 2011.

La Finlandia e il Fondo europeo salva-Stati
Uno dei temi che occupano maggiormente l’agenda politica finlandese in questo momento è quello europeo. I due maggiori partiti della coalizione di governo sono fra loro in disaccordo riguardo il progetto di introdurre un nuovo sistema di votazione per il Meccanismo permanente europeo di stabilità – ESM (cosiddetto “fondo salva stati”), che da metà 2012 dovrebbe sostituire l’attuale fondo temporaneo, l’EFSF.
Il Consiglio europeo del 9 dicembre ha prospettato, tra le altre cose, che il nuovo fondo (della consistenza di 500 miliardi di euro) possa prendere decisioni in merito all’erogazione di aiuti in situazioni di emergenza con la maggioranza dell’85% (come proposto da Francia e Germania), e non all’unanimità (come avrebbero voluto alcuni stati più piccoli). La Finlandia ha dato il proprio assenso alla proposta, subordinandolo alla verifica della costituzionalità nell’ordinamento interno e comunque garantendo il superamento di eventuali profili problematici di costituzionalità entro l’entrata in vigore del Fondo permanente. Vi è in effetti un problema di compatibilità della previsione della maggioranza qualificata con la previsione costituzionale finlandese che subordina l’utilizzo di fondi pubblici ad un’esplicita approvazione parlamentare. Con il voto a maggioranza, invece, il Meccanismo europeo permanente di stabilità potrebbe disporre di risorse fornite dalla Finlandia, nonostante il suo voto contrario. Nella coalizione di governo, il partito socialdemocratico ha sostenuto l’assoluta incostituzionalità della misura, chiedendo di verificare la possibilità dell’inserimento di una clausola di opting-out per la Finlandia. Il Raggruppamento conservatore, invece, ritiene di poter raggiungere un accordo con gli altri Stati membri dell’eurozona prima del lancio del Fondo il prossimo luglio. In particolare, da un lato, si prospetta la possibilità di una modifica costituzionale in Finlandia (che però appare di complessa realizzabilità, richiedendo una maggioranza dei due terzi in Parlamento). Dall’altro, si prefigura la possibilità di negoziare effettivamente l’adozione di una clausola di opting-out per la Finlandia in caso di utilizzo delle risorse del Fondo permanente salva-Stati con decisione a maggioranza e senza l’assenso della Finlandia. A fronte di queste obiezioni le autorità dell’Unione europea avrebbero rassicurato la Finlandia che il ricorso alla maggioranza qualificata unicamente in situazioni di emergenza ed in via transitoria.
Peraltro la non partecipazione della Finlandia al Fondo permanente Salva-Stati potrebbe avere delle conseguenze anche sulle misure di salvataggio in corso nei confronti della Grecia, a valere, in questo, caso, sulle risorse del Fondo temporaneo salva-Stati. Infatti, nel novembre scorso, è stato raggiunto un accordo in sede UE per il riconoscimento di garanzie collaterali alla Finlandia sui prestiti erogati, attraverso il Fondo temporaneo alla Grecia. Le garanzie collaterali erano state fortemente richieste durante la campagna elettorale dal partito socialdemocratico che a questo aveva poi subordinato la sua partecipazione alla coalizione di governo. L’accordo sulle garanzie raggiunto a novembre è molto meno generoso rispetto ad un precedente accordo bilaterale tra Finlandia e Grecia, poi abbandonato per le pressioni degli altri Stati membri dell’Unione europea, e prevede che il collaterale si applichi solo al quaranta per cento del contributo finlandese al Fondo e venga “spalmato” fino a trenta anni dopo l’eventuale fallimento della Grecia. L’accordo subordina anche l’erogazione del collaterale alla partecipazione della Finlandia al Fondo permanente. Quindi una mancata partecipazione della Finlandia a quest’ultimo farebbe venire meno sia l’accordo sul collaterale, sia, probabilmente, la partecipazione della Finlandia al versamento delle ulteriori tranche del prestito a sostegno della Grecia.
In Finlandia si registra una forte opposizione popolare a fornire ulteriori aiuti ai paesi vulnerabili dell’area Euro, come testimoniato dal successo elettorale del partito dei veri finlandesi.

Risultati elezioni 2011

Partiti
Seggi 2011
Seggi 2007
Raggruppamento conservatore (KOK)
44
50
Socialdemocratici (SDP)
42
45
Veri Finlandesi
39
5
Partito di Centro (KESK)
35
51
Alleanza di Sinistra (VAS)
14
17
Verdi (VIHR)
10
15
Partito del popolo svedese in Finlandia (SFP)
9
9
Partito Cristiano Democratico (SKL)
6
7

La convenzione del Consiglio d'Europa sulla corruzione

La Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, aperta alla firma il 27 gennaio 1999, è in vigore a livello internazionale dal 1° luglio 2002: al momento attuale risulta in vigore per 42 Stati del Consiglio d’Europa: la Convenzione infatti è aperta anche all'adesione di Stati non membri dell’Organizzazione di Strasburgo.
L’Italia ha sottoscritto la Convenzione il 27 gennaio 1999 che tuttavia non è stata ancora ratificata dal nostro Paese: nella XIV e nella XV legislatura sono state presentati alcuni progetti di legge (di cui uno d’iniziativa governativa) aventi ad oggetto la ratifica della Convenzione, il cui esame non è stato mai avviato il medesimo oggetto, delle quali tuttavia non è mai iniziata la discussione.
La Convenzione, che consta di 42 articoli raggruppati in 5 capitoli, è uno strumento inteso a coordinare la penalizzazione di un pluralità di pratiche di corruzione: essa prevede inoltre misure complementari di diritto penale ed il miglioramento della cooperazione internazionale nel perseguimento dei reati di corruzione.
L’accordo è aperto all'adesione di Stati non membri del Consiglio d’Europa, e la sua attuazione è monitorata dal "Gruppo di Stati contro la corruzione” (GRECO), che ha iniziato funzionare il 1° maggio 1999, con sede a Strasburgo: del Gruppo fanno parte 49 Stati europei e gli Stati Uniti d’America.
Queste le principali fattispecie, variamente legate alle pratiche corruttive sulle quale incide la Convenzione penale di Strasburgo:
§                corruzione attiva e passiva di pubblici ufficiali nazionali ed esteri;
§                corruzione attiva e passiva di parlamentari nazionali ed esteri e di membri di assemblee parlamentari internazionali;
§                corruzione attiva e passiva nel settore privato;
§                corruzione attiva e passiva di funzionari internazionali;
§                corruzione attiva e passiva dei giudici nazionali, esteri o membri di corti internazionali, nonché di funzionari di queste ultime;
§                compravendita delle possibilità di influire su varie istanze decisorie;
§                riciclaggio dei proventi di reati di corruzione;
§                reati contabili (in ordine a fatture, documenti contabili, ecc) collegati con reati di corruzione.
Gli Stati parte sono tenuti a prevedere sanzioni e misure efficaci e dissuasive, tra cui la privazione della libertà e l’eventuale estradizione. Le persone giuridiche saranno anche responsabili dei reati commessi a loro beneficio e saranno soggette a efficaci sanzioni penali o non penali, tra cui quelle pecuniarie.
La Convenzione comprende anche disposizioni in materia di favoreggiamento, immunità, determinazione della giurisdizione degli Stati, responsabilità delle persone giuridiche, istituzione di organismi specializzati anticorruzione, protezione delle persone che collaborano con inchieste o procedimenti giudiziari, raccolta delle prove e confisca dei proventi.
La Convenzione prevede altresì, come accennato, il rafforzamento della cooperazione internazionale (assistenza reciproca, estradizione e scambi di informazioni) nelle indagini e nel perseguimento dei reati di corruzione. Al momento della ratifica della Convenzione, gli Stati che non fanno già parte del GRECO ne diverranno automaticamente membri.

In dettaglio, il capitolo I, che costa del solo articolo 1, contiene una serie di definizioni dei termini utilizzati nel prosieguo della Convenzione.
Il capitolo II è dedicato ai provvedimenti da adottare a livello nazionale, e comprende gli articoli da 2 a 23.
Gli articoli da 2 a 15, in particolare, riguardano l'impegno di ciascuna Parte della Convenzione a configurare alla stregua di reati penali una serie di fattispecie, ovvero la corruzione attiva e passiva di pubblici ufficiali nazionali (articoli 2 e 3), la corruzione di membri di assemblee pubbliche nazionali (articolo 4), la corruzione di pubblici ufficiali stranieri (articolo 5), la corruzione di membri di assemblee pubbliche straniere (articolo 6), la corruzione attiva e passiva nel settore privato (articoli 8 e 9) la corruzione di funzionari internazionali (articolo 9), la corruzione di membri di assemblee parlamentari internazionali (articolo 10), la corruzione dei giudici o funzionari di cancelleria di Corti internazionali (articolo 11), il traffico di influenza - ovvero la capacità reale o millantata di condizionare determinate decisioni dietro pagamento di un compenso - (articolo 12), il riciclaggio dei proventi derivanti da reati di corruzione (articolo 13), qualsiasi atto di complicità in uno dei reati penali in precedenza definiti (articolo 15).
Unica parziale eccezione è quella dei reati contabili di cui all'articolo 14, i quali, qualora siano commessi intenzionalmente per compiere, nascondere o mascherare reati quali definiti dai precedenti articoli, saranno da ciascuna Parte resi passibili di sanzioni penali o di altra natura.
L'articolo 16 contiene una clausola di salvaguardia delle disposizioni di qualsiasi altro strumento internazionale, ovvero dei rispettivi testi applicativi, in ordine alla revoca dell'immunità.
L'articolo 17 riguarda le misure legislative e di altra natura che ciascuna Parte dovrà adottare in ordine alla sua competenza nei confronti di un reato penale collegato alle fattispecie precedentemente illustrate, e ciò in tre casi particolari, ovvero quando il reato è commesso interamente o parzialmente sul territorio della Parte interessata; se l'autore del reato è un cittadino, un pubblico ufficiale o un componente di un’assemblea pubblica nazionale della Parte interessata; se il reato coinvolge un pubblico ufficiale, un membro di un’assemblea pubblica nazionale oppure qualsiasi altra persona che rivesta la qualifica di funzionario internazionale, di membro di assemblee parlamentari internazionali, di giudice o funzionario di corti internazionali, e in tutti questi casi la persona interessata sia cittadino della Parte in questione.
È peraltro previsto che ciascuno Stato possa dichiarare al Segretario generale del Consiglio d'Europa, depositario della Convenzione in esame, che si riserva di non applicare o di applicare soltanto in casi specifici le regole di competenza prima enunciate – ad eccezione di quella collegata al territorio. Se però una Parte si avvale della possibilità di riserva appena illustrata dovrà adottare le misure necessarie relative alla sua competenza rispetto ai reati penali definiti dalla Convenzione, quando il presunto autore di essi si trova sul suo territorio e non può essere estradato verso un’altra Parte contraente solo in ragione della sua cittadinanza. Infine, l'articolo 17 salvaguarda la competenza penale di ciascuna Parte, conformemente al proprio diritto interno, anche nei confronti dei reati oggetto della Convenzione esame.
L'articolo 18 riguarda la responsabilità delle persone giuridiche e prevede che ciascuna Parte debba adottare le necessarie misure legislative e di altra natura, onde garantire che le persone giuridiche possano essere ritenute specificamente responsabili in relazioni ai reati di corruzione attiva, di traffico di influenza e di riciclaggio di capitali quali previsti dalla Convenzione in esame, nella eventualità che tali reati siano commessi per conto delle persone giuridiche medesime da qualsiasi persona fisica che agisca sia a titolo individuale, sia quale componente di un organo della persona giuridica, esercitando un potere direttivo in qualità di rappresentante della persona giuridica, come anche un potere decisionale o una potestà un controllo sempre nell'ambito della persona giuridica, o, infine, quando la persona fisica partecipi alla commissione dei reati richiamati a titolo di complice o istigatore.
Inoltre, ciascuna Parte dovrà adottare le misure necessarie per garantire la responsabilità di una persona giuridica anche nei casi di assenza di vigilanza o di controllo da parte della persona fisica quale definita nel precedente paragrafo, tale da render possibile la commissione dei reati menzionati da parte di un'altra persona fisica comunque sottoposta all'autorità della prima.
Infine, la responsabilità della persona giuridica come in precedenza stabilita non esclude il perseguimento penale delle persone fisiche autrici, istigatrici o complici dei reati in questione.
L'articolo 19 riguarda le sanzioni e le misure collegate ai reati penali definiti nella Convenzione in oggetto, che dovranno colpire tanto le persone fisiche quanto le persone giuridiche, comprendendo sanzioni penali e non penali, e nel primo caso prevedendo pene di entità tale da ricadere nelle fattispecie che rendono possibile richiedere l’estradizione della persona incriminata. D'altronde, ciascuna Parte contraente adotterà le necessarie misure normative atte a rendere possibile la confisca degli strumenti e dei proventi dei reati penali perseguiti ai sensi della Convenzione in esame, ovvero l’acquisizione di beni per un valore corrispondente a tali proventi.
L'articolo 20 riguarda l'impegno delle Parti a dare vita a personale o ad enti specializzati nella lotta alla corruzione, che dovranno disporre della necessaria indipendenza, ma anche di una formazione e di risorse finanziarie adeguate.
L'articolo 21 è dedicato alla cooperazione tra le autorità nazionali, e mira ad assicurare che le autorità preposte al perseguimento dei reati penali di cui alla Convenzione in oggetto ricevano la necessaria collaborazione dalle autorità pubbliche e dai pubblici ufficiali del proprio paese, che dovranno informare anche spontaneamente le autorità giudiziarie o di polizia in caso di sospetto in merito alla commissione di un qualche reato previsto dalla Convenzione, e comunque dovranno fornire su richiesta tutte le informazioni necessarie alle autorità interessate.
L'articolo 22 riguarda la protezione dei collaboratori di giustizia e dei testimoni, e prevede l'adozione in ciascuna delle Parti contraenti delle necessarie misure legislative o di altra natura volte a proteggere in modo efficace le persone che forniscono informazioni sui reati penali di interesse della Convenzione in esame, o in altro modo collaborino con le autorità preposte al loro perseguimento, nonché i testimoni che in merito a siffatti reati siano chiamati a deporre.
L'articolo 23 riguarda le misure volte a facilitare l'assunzione di prove e la confisca dei proventi di reato: a tale scopo ciascuna delle Parti adotterà le necessarie misure legislative o di altra natura, non escluse speciali tecniche investigative, che sfocino nell'individuazione e possibilmente nella confisca degli strumenti e dei proventi dei reati di corruzione, ovvero consentano l'acquisizione di beni per un valore corrispondente a quei proventi. Assai rilevante la previsione del secondo comma dell'articolo 23, per il quale ciascuna delle Parti adotta le necessarie misure legislative o di altra natura per permettere alle proprie autorità competenti di acquisire senz'altro documenti bancari, finanziari o commerciali nell'ambito del perseguimento dei reati di corruzione. Ancor più rilevante il comma tre dell'articolo 23, sulla scorta del quale si stabilisce che il segreto bancario non costituisce ostacolo all'attuazione delle misure previste dai precedenti due paragrafi.
Il capitolo III contiene il solo articolo 24, in base al quale il controllo sull’attuazione della Convenzione spetta al GRECO (Gruppo di Stati contro la corruzione).
Il capitolo IV concerne i temi della cooperazione internazionale nell’attuazione della Convenzione, la quale si pone anche parzialmente quale strumento di tale cooperazione in carenza di norme nazionali o internazionali previgenti.
In particolare, l’articolo 25 detta princìpi generali sulla cooperazione internazionale nel perseguimento dei reati di cui nella Convenzione in esame: se tra le Parti non vige alcuno strumento pattizio di cooperazione in campo penale, saranno applicabili i successivi articoli da 26 a 31 della Convenzione: questi saranno altresì applicabili se più favorevoli alla cooperazione voluta rispetto agli strumenti internazionali o intese eventualmente vigenti.
L’articolo 26 riguarda l'assistenza giudiziaria, che deve essere la più ampia possibile nei confronti dei reati previsti dalla Convenzione in esame. Tuttavia, l'assistenza giudiziaria può essere negata se la Parte richiesta ritenga che il fornirla possa compromettere alcuni interessi fondamentali quali la sua sovranità nazionale, ovvero la sua sicurezza o l'ordine pubblico. Non è prevista la possibilità di eccepire il segreto bancario quale giustificazione del rifiuto di prestare assistenza giudiziaria: al massimo, una Parte può esigere che una domanda mirante a superare il segreto bancario sia autorizzata da un giudice o da altra autorità giudiziaria competente in materia penale.
Assai rilevante è l'articolo 27, concernente i diversi profili legati all'estradizione. In particolare, si prevede che i reati penali previsti dalla Convenzione in esame si considerino inclusi in ogni trattato di estradizione già in vigore tra le Parti, e le Parti stesse si impegnano ad includere tali reati in tutti i trattati di estradizione che concluderanno. La Convenzione in esame potrà essere altresì considerata come base legale per concedere l'estradizione per tutti i reati da essa previsti, qualora non vi sia tra le Parti interessate alcun trattato di estradizione in vigore. Si precisa comunque che l'estradizione è subordinata alle condizioni previste in materia dal diritto della Parte richiesta o da eventuali trattati di estradizione applicabili, e ciò ricomprende gli eventuali motivi di diniego dell'estradizione. Se poi l'estradizione richiesta in base ad un reato previsto dalla Convenzione in esame viene negata solo a causa della cittadinanza della persona interessata, ovvero perché la Parte richiesta ritiene di essere essa stessa competente per il reato in questione, la Parte richiesta medesima sottopone il caso alle sue autorità competenti e informa poi la Parte richiedente sull'esito definitivo del procedimento.
L'articolo 28 prevede che una Parte possa fornire di propria iniziativa informazioni su determinati fatti ad un'altra Parte, se ritenga che la loro divulgazione possa giovare al perseguimento di reati definiti in virtù della Convenzione in esame.
L'articolo 29 stabilisce che le Parti designino una o più autorità centrali cui compete di inviare le domande di cooperazione giudiziaria, oppure di rispondere ad esse e di curarne il trattamento e la trasmissione alle autorità nazionali competenti.
L'articolo 30 contempla diverse fattispecie di collaborazione: prevede in particolare che le autorità centrali comunichino direttamente tra loro, ma che ad esempio, qualora le richieste non implichino misure coercitive, esse possano essere trasmesse direttamente tra le due autorità competenti delle Parti. Le domande possono inoltre essere presentate per il tramite dell'INTERPOL.
In base poi all'articolo 31 la Parte richiesta è tenuta ad informare con sollecitudine la Parte richiedente dei seguiti dati a una qualsiasi richiesta, come anche su qualsiasi circostanza che ne renda impossibile l'esecuzione, o che ne richieda un notevole differimento.
Il capitolo V contiene una serie di disposizioni finali: in base all'articolo 32 la Convenzione è aperta alla firma degli Stati membri del Consiglio d'Europa e degli Stati non membri che hanno partecipato alla sua elaborazione. Sulla scorta dell'articolo 33, peraltro, dopo l'entrata in vigore della Convenzione il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, previa consultazione degli Stati fino a quel momento contraenti della Convenzione, può invitare la Comunità europea e qualsiasi Stato non membro del Consiglio d'Europa, che non abbia partecipato all'elaborazione della Convenzione, ad aderire alla medesima.
L'articolo 34 riguarda l'applicazione territoriale della Convenzione, mentre l'articolo 35, assai rilevante, concerne le relazioni della Convenzione con altri strumenti internazionali, prevedendo in particolare che la Convenzione non incide su diritti e obblighi scaturenti da Convenzioni internazionali multilaterali stipulate su particolari questioni. Inoltre, le Parti della Convenzione potranno concludere talora accordi bilaterali o multilaterali su questioni già disciplinate dalla presente Convenzione allo scopo di rafforzare disposizioni della medesima o di facilitarne l'applicazione.
Se due o più Parti hanno già concluso un accordo su una questione disciplinata dalla presente Convenzione, esse potranno applicarlo in vece della Convenzione, qualora la cooperazione internazionale ne risulti agevolata.
Gli articoli 36, 37 e 38 riguardano rispettivamente la possibilità di presentare dichiarazioni e apporre riserve, nonché le condizioni di validità di tali pronunciamenti. Particolarmente importante è il comma 3 dell'articolo 37, in base al quale ogni Stato, al momento della firma o del deposito del suo strumento di ratifica o di adesione, può dichiarare che si riserva la possibilità di negare l'assistenza giudiziaria se la domanda riguarda un reato che la Parte richiesta considera alla stregua di reato politico.
L'articolo 39 riguarda le modifiche alla Convenzione in esame, che possono essere proposti da ciascuna delle Parti: il Segretario generale del Consiglio d'Europa, depositario della Convenzione, comunica le proposte agli Stati membri e agli Stati non membri aderenti alla Convenzione o che siano stati invitati ad aderire ad essa. Gli emendamenti sono inoltre comunicati al Comitato europeo per i problemi criminali del Consiglio d’Europa, che esprime un parere che viene sottoposto al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Quest'ultimo esamina l'emendamento unitamente al parere del Comitato europeo per i problemi criminali e, dopo consultazione degli Stati non membri del Consiglio d'Europa ma Parti della Convenzione, può adottare l'emendamento. L'emendamento così adottato è trasmesso alle Parti  per l'accettazione, ed entra in vigore il trentesimo giorno successivo al momento in cui tutte le Parti hanno informato il Segretario generale del Consiglio d'Europa di aver accettato l'emendamento.
L'articolo 40 è dedicato alla risoluzione di eventuali controversie in merito all'attuazione della Convenzione, e prevede anzitutto che il Comitato europeo per i problemi criminali sia costantemente informato sull'interpretazione e sull'applicazione della Convenzione medesima: in caso di controversia le Parti ricorreranno al negoziato o a qualsiasi altro mezzo di loro scelta, ma potranno anche sottoporre la controversia al Comitato europeo per i problemi criminali, a un tribunale arbitrale o alla Corte internazionale di giustizia.
L'articolo 41 è dedicato alla possibilità della denuncia della Convenzione in esame, che può avvenire in qualsiasi momento mediante notifica al Segretario generale del Consiglio d'Europa, e ha effetto il primo giorno del mese successivo a un periodo di tre mesi dalla data di ricevimento della notifica da parte del Segretario generale. L'articolo 42, infine, specifica le funzioni del depositario della Convenzione nei confronti delle Parti.

La proposta di legge di ratifica

Il 14 marzo 2012 il Senato ha approvato un progetto di legge, a prima firma del sen. Li Gotti (A.S. 850, che ha assorbito il ddl A.S. 2058, d’iniziativa della sen. Finocchiaro ed altri), concernente l'autorizzazione alla ratifica della Convenzione in oggetto: il testo trasmesso alla Camera consta di cinque articoli, dei quali tre (artt. 1, 2 e 5) sono dedicati alle consuete clausole sull'autorizzazione alla ratifica e l'esecuzione della Convenzione, prevedendosi altresì l'entrata in vigore della legge di autorizzazione alla ratifica il giorno successivo a quello dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
L'articolo 3 prevede invece che per quanto previsto dall'articolo 29 della Convenzione in oggetto l'autorità centrale per l'Italia sia il Ministro della giustizia.
L'articolo 4, infine, prevede che dall'attuazione della Convenzione penale sulla corruzione non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Nel corso dell’esame presso l’altro ramo del Parlamento[3], al fine di coordinare l’esame del disegno di legge A.S. 850, con quello delle varie iniziative in materia di contrasto alla corruzione in discussione presso le Commissioni riunite 1a e 2(l’attuale ddl A.C. 4434) sono stati stralciati gli articoli recanti le norme di adeguamento dell'ordinamento interno alla Convenzione.


Il disegno di legge anticorruzione
all’esame della Camera dei deputati

Il disegno di legge AC 4434, recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione, approvato dal Senato il 15 giugno 2011, ed attualmente all’esame delle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, consta di dieci articoli.
Come accennato, nel corso dell’esame del provvedimento, avviato il 7 luglio 2011, è stato approvato dal Senato in prima lettura, il 12 marzo scorso, il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dellaConvenzione in oggetto: il ddl di ratifica della Convenzione non reca anche le norme di adeguamento del nostro ordinamento, con particolare riferimento alle modifiche al codice penale. Le disposizioni della Convenzione impegnano le Parti ad adottare le necessarie misure legislative e di altra natura.
Ferma restando la circostanza che molte delle norme contenute nella Convenzione facevano già parte dell'ordinamento penale italiano nel 1999 ed alcune di esse nel frattempo sono già state introdotte indipendentemente dalla sua ratifica, queste sono le principali novità di carattere penale che la Convenzione richiede di recepire nel nostro ordinamento.
In particolare, una delle conseguenze potrebbe essere la modifica nell'ordinamento penale italiano del reato di concussione, attualmente previsto dall'articolo 317 del codice penale, per cui il concusso, oggi vittima del reato, ne diventa soggetto attivo, quanto meno in relazione alla fattispecie di concussione per induzione. Invece, la concussione per costrizione potrebbe essere assimilata alla figura dell'estorsione, che comunque già esiste nel nostro ordinamento.
Lo stesso disegno di legge di ratifica della Convenzione (AC 3286), presentato dal Governo alla Camera dei deputati nella XV legislatura, recava una serie di modifiche al codice penale, integralmente riprese dall’originario disegno di legge di ratifica dell’attuale legislatura così come presentato al Senato (AS 850) e da cui poi sono state espunte le modifiche al codice penale.
La relazione illustrativa al ddl AC 3286 precisava che, anche nell'ottica di rispondere alle indicazioni provenienti dagli organismi internazionali dei quali l'Italia fa parte, veniva ridisegnato il quadro dei delitti contro la pubblica amministrazione, “trasferendo la condotta di concussione per costrizione (articolo 317 del codice penale) all'interno di quelle previste e punite dall'articolo 629 del codice penale (estorsione) e la condotta di concussione per induzione all'interno della nuova fattispecie di corruzione, la quale ricomprende in sé il disvalore penale degli articoli 318, 319 e 321 del codice penale attualmente vigenti, prevedendo in ogni caso anche la punibilità del corruttore”. Si era, quindi, provveduto a razionalizzare la normativa vigente e a conferire rilevanza anche a condotte le quali, pur espressione di una particolare offensività, non risultavano tuttavia in alcun modo sanzionate all'interno del sistema penale italiano. Veniva a tale scopo introdotta la fattispecie del traffico di influenze illecite.
Nella relazione si evidenziava poi che l'articolo 2 della Convenzione penale sulla corruzione impone di rivedere la non punibilità del concusso - quanto meno nelle ipotesi di concussione per induzione - poiché richiede di assoggettare a sanzione penale “il fatto di promettere, di offrire o di procurare, direttamente o indirettamente, qualsiasi vantaggio indebito a un suo pubblico ufficiale, per sé o per terzi, affinché compia o si astenga dal compiere un atto nell'esercizio delle sue funzioni”. In questo quadro, la soluzione più ragionevole era apparsa essere quella di unificare le fattispecie di concussione per induzione, corruzione propria e impropria, antecedente e susseguente, e di ricondurre la fattispecie di concussione per costrizione al delitto di estorsione.
Proprio in relazione al delitto di concussione, si ricordano i rilievi mossi all’Italia dall’OCSE nel 2007 nell’ambito delle periodiche verifiche sullo stato di applicazione della sua Convenzione del 1997 sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri. In particolare, l’OCSE ha imputato all’Italia la non perseguibilità di colui che – privato cittadino – soggiace alle richieste del pubblico ufficiale cui è costretto o indotto a dare o promettere un’utilità. Il nostro ordinamento, come rilevato, con la fattispecie di concussione (art. 317 c.p.) punisce solo il pubblico ufficiale (o incaricato di un pubblico servizio) e non colui che “cede” alle sue richieste.
In risposta alle perplessità dell’OCSE, il Governo italiano ha evidenziato che il fatto che il cittadino non sia penalmente perseguibile per aver dato al pubblico ufficiale qualcosa che “non gli spettava” nelle ipotesi di concussione dovrebbe essere considerato dall’OCSE non dal punto di vista degli effetti della coercizione (es. il pagamento non dovuto) ma dal punto di vista della condotta del pubblico ufficiale, all’interno della sua relazione con il cittadino. In questi casi, infatti, la condotta del pubblico ufficiale si sostanzia in tre elementi:
1.    il pubblico ufficiale abusa della sua qualità o dei suoi poteri. Tale presupposto consiste nell’uso delle proprie prerogative tale da persuadere il cittadino che l’uso illegittimo del potere potrà danneggiarlo (personalmente o nei suoi interessi);
2.    il pubblico ufficiale costringe il cittadino. Ciò può avvenire con l’uso della forza ovvero della minaccia di un serio e plausibile danno;
3.    il pubblico ufficiale induce il cittadino a dare o a promettere indebitamente un’utilità. Con il termine induzione si intende una seria pressione psicologica esercitata sulla vittima, che viene convinta della necessità del pagamento indebito per evitare una grave perdita economica (talvolta definita “metus publicae potestatis”, ovvero paura dell’autorità del governo, così da sottolineare l’assenza di intento corruttivo del privato il cui unico obiettivo è evitare un indebito esercizio del potere che potrebbe causargli gravi e illegali perdite).
Conseguentemente, nel caso della concussione, il privato non è punito perché tutta la fattispecie è costruita sulla sua assenza di responsabilità; per aversi concussione occorre infatti che il privato sia vittima della condotta del pubblico ufficiale.
In sostanza il Governo ha sottolineato che mentre nell’istigazione alla corruzione il privato agisce per un proprio tornaconto, valutando i vantaggi e gli svantaggi della dazione di denaro, nella concussione il privato non è in posizione di parità con il pubblico ufficiale che anzi lo prevarica e dunque la dazione è frutto del timore di un danno grave.
Confermando l’indirizzo di una precedente decisione (sentenza n. 7957 del 14 maggio 1997), la Corte di cassazione - sent. n. 9528 del 9 gennaio 2009) - ha ribadito che «in tema di concussione, la circostanza che l’atto oggetto di mercimonio da parte del pubblico ufficiale sia illegittimo e contrario ai doveri d’ufficio non comporta di per sé il mutamento del titolo del reato in quello di corruzione, neppure quando il soggetto passivo versi già in una situazione di illiceità e sia consapevole dell’illegittimità dell’atto, dovendosi ritenere sussistente il delitto di concussione quando la posizione di preminenza prevaricatrice del pubblico ufficiale abbia creato uno stato di timore tale da escludere la libera determinazione della volontà del privato, in conseguenza dell’abuso della qualità o dei poteri del primo».
Occorre considerare che, in realtà, è spesso difficile coniugare la qualità di danneggiato del privato, di persona lesa dal delitto di concussione con il vantaggio che il privato abbia indebitamente percepito in virtù dell’avvenuta violazione dei doveri d’ufficio da parte del funzionario pubblico.
Risulta cioè difficile distinguere la concussione per induzione (nella quale il privato non è perseguibile, ma è danneggiato dal reato dalla corruzione (per la quale il privato soggiace alla stessa pena del pubblico ufficiale).
Il parametro per la distinzione, con una semplificazione, va individuato nel rapporto di forza tra il pubblico funzionario e il privato. Il rapporto di forza va verificato in concreto, in relazione alla titolarità da parte del pubblico ufficiale di poteri di cui il privato non dispone; occorre cioè valutare se nell’ipotesi di un accordo (ovvero di una concussione per induzione che sia sfociata in un accordo tra il privato e il pubblico funzionario), questo sia avvenuto su base paritaria oppure se la volontà del privato è stata coartata.
Sempre per effetto della ratifica della Convenzione di Strasburgo, in particolare con riguardo agli articoli 7 ed 8, viene invece prevista una nuova fattispecie di reato, non presente nel nostro ordinamento penale, quale quello della corruzione, attiva e passiva, nel settore privato.
Si tratta, in realtà, di condotte che oggi possono in alcuni casi essere punite ad altro titolo nel nostro ordinamento, in particolare attraverso la fattispecie della violenza privata o dell'estorsione, ma certamente questa figura amplia le fattispecie sanzionabili.
Un'altra modifica rilevante derivante della ratifica di questa Convenzione è quella della previsione dell'ulteriore reato di traffico di influenza, una fattispecie che oggi è punita soltanto in parte dall'articolo 346 del codice penale, con riferimento al millantato credito. Con la figura, però, di cui all'articolo 12 di questa Convenzione, verrebbe ampliata la punibilità rispetto all'attuale fattispecie di millantato credito e, in particolare, verrebbe sanzionato penalmente anche il soggetto erogatore del vantaggio indebito affinché venga esercitata un’influenza sulla decisione di pubblici ufficiali.
L’articolo 13 prevede, poi - tramite il riferimento alla Convenzione del Consiglio d’Europa sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato dell’8 novembre 1990 (ratificata dall’Italia con la legge n. 328 del 1993) - la punibilità del reato di auto riciclaggio,che sanziona colui il quale reimpiega i soldi frutto di un reato da lui stesso commesso. L’art. 6 (par. 2, n. 2) della citata Convenzione stabilisce, tuttavia, che “può prevedersi che i reati di cui al predetto paragrafo non si applicano alle persone che hanno commesso il reato presupposto”.
Va segnalata, infine, la formulazione dell’art. 14 della Convenzione di Strasburgo del 1999 sui reati contabili, che sembrerebbe poter incidere sulla nostra disciplina sul falso in bilancio di cui all’art. 2621 c.c. La norma convenzionale richiede, infatti, che, secondo il proprio diritto interno, siano definite come reati passibili di sanzioni penali o di altra natura alcune tipologie di condotte in materia contabile, quando commesse intenzionalmente allo scopo di compiere, nascondere o mascherare altri reati previsti dalla Convenzione.
Si tratta della emissione o utilizzazione di qualsiasi documento o scrittura contabile contenente informazioni false o incomplete e della omissione illecita di contabilizzazione di un versamento.
Si rammenta che il comma 3 del citato art. 2621 c.c. esclude la punibilità:
- se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene;
- se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all'1%.
A parte le fattispecie penali già previste dal nostro ordinamento, i contenuti del disegno di legge (anticorruzione) AC 4434, all’esame della Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera in sede referente dal 7 luglio 2011, risultano diversi rispetto a quellidella Convenzione di Strasburgo.
Non sono, ad esempio, previste nell’articolato modifiche del reato di concussione, né l’introduzione dei reati di corruzione attiva e passiva nel settore privato e di traffico di influenze.
Il solo articolo 9 del d.d.l. AC 4434, novellando il titolo II del codice penale, relativo ai delitti contro la pubblica amministrazione, incrementa le pene attualmente previste dal codice penale per una serie di delitti contro la P.A. (cfr. art. 19 della Convenzione): peculato, peculato mediante profitto dell’errore altrui, malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, corruzione per un atto d'ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione in atti giudiziari.
La norma introduce, inoltre, a chiusura del capo relativo ai delitti dei pubblici ufficiali contro la P.A., una nuova circostanza aggravante (articolo 335-ter, codice penale), ad effetto comune riferita a chi riveste la qualifica di pubblico ufficiale.
Tale nuova circostanza inasprisce le pene per tali delitti:
a)      in caso di “atti particolarmente lesivi per la pubblica amministrazione”;
b)      se i fatti sono commessi al fine di far conseguire indebitamente contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dall'Unione europea.
La nuova circostanza aggravante non si applica invece agli incaricati di pubblico servizio.
Infine, l’art. 9 del ddl interviene sulla disciplina dei delitti dei privati contro la P.A. per innalzare la pena attualmente prevista per le fattispecie di astensione dagli incanti e di frode nelle pubbliche forniture (artt. 354 e 355, c.p.).

Il presente della Libia

Dopo la caduta del regime di Gheddafi, la Libia ha avviato un processo di transizione costituzionale. Tale processo, disciplinato dal comunicato costituzionale del 3 agosto 2011 (cfr. dossier “La Costituzione provvisoria libica” 22 settembre 2011), prevede, entro otto mesi dalla “dichiarazione di liberazione” del Paese (avvenuta a fine ottobre), l’elezione di un’assemblea costituente di 200 membri, il “Congresso nazionale generale”. Le elezioni sono attualmente previste per giugno; la legge elettorale approvata agli inizi di marzo prevede che 120 dei 200 componenti siano eletti con sistema maggioritario uninominale, mentre i rimanenti saranno eletti con sistema proporzionale, sulla base di liste con rappresentanza paritaria di uomini e donne. Prima delle elezioni di giugno, si svolgeranno le elezioni dei consigli locali: si sono già svolte quelle di Misurata, mentre per aprile sono previste quelle di Tripoli e Bengasi. Fino alle elezioni di giugno, le funzioni legislative rimangono attribuite al Consiglio nazionale transitorio formatosi alla fine di febbraio, all’inizio dell’insorgenza armata contro il regime di Gheddafi. Il Consiglio nazionale designa un ufficio esecutivo con specifiche funzioni di governo. I poteri appaiono comunque concentrati nel Consiglio nazionale transitorio definito nella dichiarazione costituzionale “suprema autorità rappresentativa” del Paese, con il “compito di promulgazione delle leggi” e di “attuazione della politica generale dello Stato”. L’”Ufficio esecutivo” esercita invece compiti di “gestione dei diversi settori del paese”. Il suo presidente o i suoi membri possono essere sfiduciati dal Consiglio con una maggioranza dei due terzi. Il Congresso generale dovrà procedere entro 30 giorni alla nomina del primo ministro, che, a sua volta dovrà nominare i ministri componenti del governo, da sottoporre ad un voto di fiducia da parte del Congresso generale; nello stesso termine il Congresso generale procederà alla nomina di un organo ristretto incaricato della predisposizione di una bozza di Costituzione; entro i 60 giorni successivi tale organismo dovrebbe presentare una bozza di Costituzione, la quale, dopo il voto del Congresso, sarà sottoposta a referendum entro 30 giorni (per l’approvazione sono necessari i due terzi dei voti favorevoli); entro 30 giorni dall’approvazione della Costituzione il Congresso approverà una nuova legge elettorale ed entro i 180 giorni successivi si svolgeranno le elezioni della nuova assemblea legislativa.
Per Freedom House la Libia è, anche dopo la caduta di Gheddafi, uno “Stato non libero”, non in possesso dello status di “democrazia elettorale” mentre il Democracy Index 2011 dell’Economist Intelligence Unit continua a classificarla come “regime autoritario” (per ulteriori elementi cfr. infra Indicatori internazionali sul paese). Al riguardo, con riferimento al rispetto in concreto delle libertà politiche e civili, Human Rights Watch nel suo World Report 2012 (che contiene notizie aggiornate a gennaio 2012) evidenzia un contesto fortemente deteriorato dalla vicende del conflitto armato interno. Secondo Human Rights Watch, nel corso di questo, le forze fedeli a Gheddafi hanno arrestato migliaia, se non decine di migliaia di persone, molte delle quali civili arrestati arbitrariamente, senza fornire alle organizzazioni internazionali informazioni sulle loro condizioni di detenzione; hanno lanciato attacchi missilistici contro aree civili come la città di Misurata. Nei giorni della caduta di Tripoli le forze della brigata Khamis, guidata dal figlio di Gheddafi, Kahmis, successivamente deceduto nel conflitto, avrebbe effettuato un’esecuzione sommaria di 45 prigionieri. Secondo il rapporto, anche le forze riconducibili al Consiglio nazionale di transizione si sono rese responsabili, nel corso del conflitto armato e successivamente alla sua conclusione, di significative violazioni dei diritti umani, con arresti, fin dagli inizi di marzo, di decine di sospetti “lealisti” gheddafiani e condizioni assai deteriorate di detenzione dei prigionieri. Nell’ultima fase del conflitto e successivamente alla sua conclusione si sono verificati molti episodi di rappresaglia contro popolazioni civili ritenute fedeli a Gheddafi: le milizie di Misurata hanno impedito il rientro nelle loro case a circa 30.000 abitanti della città di Tawergha, ritenuti responsabili, insieme alle forze di Gheddafi, di atrocità contro la città di Misurata. Episodi di vendetta si sono verificati ai danni, nella regione occidentale del paese, di appartenenti della tribù Mesheshiya, ritenuta fedele a Gheddafi. Anche gli elementi a disposizione sulle circostanze della morte, il 20 ottobre 2011, di Gheddafi e di suo figlio Mutassin lasciano presumere che si sia trattato di due esecuzioni sommarie (al riguardo, il Consiglio nazionale di transizione ha annunciato la costituzione di una commissione di inchiesta). I corpi di 53 presunti sostenitori di Gheddafi sono stati ritrovati in un albergo di Sirte, base delle milizie di Misurata riconducibili al Consiglio nazionale di transizione (anche su questo episodio il Consiglio nazionale di transizione ha annunciato un’inchiesta). Milizie locali hanno condotto centinaia, se non migliaia di arresti di immigrati provenienti dall’Africa sub-sahariana con l’accusa di legami con i mercenari di Gheddafi provenienti da tali regioni. Infine, il Consiglio nazionale di transizione appare aver fallito nel tentativo di porre sotto controllo gli ingenti depositi di armi presenti in Libia che appaiono soggetti a frequenti saccheggi.
La situazione politica e sociale
Presidente del Consiglio nazionale di transizione libico (ruolo paragonabile a quello di un Capo di Stato) è, dal febbraio 2011, Mustafa Abdel Jalil, già ministro della giustizia durante il regime di Gheddafi.
Capo dell’Ufficio esecutivo (ruolo paragonabile a quello di un primo ministro) è, dal novembre 2011, Abdulharim El-Keib, ingegnere a lungo vissuto negli USA.
Le prospettive di stabilizzazione della Libia post-Gheddafi appaiono principalmente legate alla capacità di assorbimento in nuove forze armate unitarie delle diverse milizie che hanno partecipato, soprattutto, nella fase finale, al conflitto armato contro le forze gheddafiane. Tutte le principali città hanno proprie brigate e milizie. In tal senso un ruolo preminente appaiono averlo:
-          le forze della Cirenaica, dove la rivolta contro il regime gheddafiano ha avuto inizio, più direttamente legate al Consiglio nazionale di transizione (nel dicembre scorso queste forze si sono aggregate nelle brigate al-Thuwar)
-          le brigate di Misurata e di Zintan (regione montuosa a sud di Tripoli).
-          altra figura chiave è quella di Abdel_Hakim Belhaj, in passato esponente del gruppo islamista radicale “Gruppo di combattimento libico”, nominato comandante militare di Tripoli.
Il 6 marzo 2012 una riunione di leader tribali, militari e intellettuali ha richiesto l’autonomia per la Cirenaica ed un assetto federale per la nuova Libia con la cosiddetta “conferenza di Barqa” (Barqa è il nome arabo per Cirenaica; lo Stato autonomo di “Barqa” dovrebbe essere dotato di proprie forze di polizia, di un proprio Parlamento e di propri tribunali; allo Stato centrale dovrebbero rimanere le competenze in materia di politica estera, di difesa e petrolifera). La riunione ha suscitato però l’opposizione del Consiglio nazionale di transizione e delle stesse brigate al-Thuwar, pure radicate in Cirenaica.
Anche la Fratellanza musulmana libica ha espresso la propria contrarietà.
La Fratellanza ha annunciato la costituzione del partito “Giustizia e Costruzione”.

Vediamo le riforme e poi ne riparliamo


Voce Repubblicana del 30 marzo 2012
Intervista a Luigi Compagna
di Lanfranco Palazzolo

Le riforme istituzionali non ci sono. I partiti e il Parlamento sono troppo impegnati sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Lo ha detto alla “Voce” senatore del Pdl Luigi Compagna.
Senatore Compagna, in un suo commento su “Radio Londra” (Raiuno), il direttore de “Il Foglio” Giuliano Ferrara ha detto che la foto scattata durante il vertice Alfano, Bersani, Casini (A.B.C.) e Monti è destinata a caratterizzare il futuro assetto della politica italiana. Il potere tornerà ai partiti. Siamo al ritorno della Prima Repubblica?
“Non direi che ci troviamo di fronte al ritorno della cosiddetta 'Prima Repubblica'. La fotografia di A.B.C., come simbolo della rinascita della Prima Repubblica, non mi sembra significativa. Se dovessi cercare l'atto fondativo della Prima Repubblica dovrei tornare indietro al congresso di Bari presieduto da Benedetto Croce. Il segretario di quel congresso era Michele Cifarelli. In quel contesto, quando si sceglie lo strumento di legittimazione della politica in Italia, nell'ambito del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) è logico che ci sia un'apertura nei confronti dei partiti politici come istituto di legittimazione. E poi, in sede costituzionale, il ruolo dei partiti, che si era ampliato, viene ipocritamente ristretto dalla formula che viene usata dall'articolo 49 della Costituzione. Però, questo ruolo dei partiti politici, a voler guardare come tutto lineare il percorso della Prima Repubblica, si interruppe di fronte all'ascesa in campo  - non già di Silvio Berlusconi – ma del potere costituzionale che doveva essere il potere neutro: quello dei pubblici ministeri”.
I costituenti avevano lasciato anche molto spazio all'azione della magistratura?
“I costituenti avevano lasciato ampi varchi di invadenza e di prepotenza alla magistratura. Tengo a ricordare la sconfitta di Giovanni Leone e di Pietro Calamandrei e la vittoria di Oscar Luigi Scalfaro in sede di formulazione dell'esercizio obbligatorio dell'azione penale e, soprattutto, di composizione del Consiglio Superiore della Magistratura”.
E allora cosa rappresenta la foto di A.B.C.?
“Quella foto è servita a dar respiro al segretario del Pd Pierluigi Bersani e allo stesso Presidente del Consiglio Mario Monti che erano impegnati a confrontarsi sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tema che dominerà il dibattito parlamentare delle prossime settimane”.
Lei ritiene che non ci saranno delle riforme che ci riporteranno alla Prima Repubblica?
“Luciano Violante, responsabile delle riforme del Pd, ha un taccuino pieno di appunti. Ma nel suo taccuino non è ancora stato scritto un testo scritto di riforme che possano determinare un certo cambiamento. La mia sensazione è che le ultime settimane della legislatura non saranno caratterizzate da questi temi”.

giovedì 29 marzo 2012

Non ci sono alternative all'amnistia


Voce Repubblicana, 29 marzo 2012
Intervista a Giuseppe Di Federico
di Lanfranco Palazzolo

Non esistono alternative all'amnistia. Questa è l'unica ipotesi sul tappeto per risolvere la grave emergenza in cui versano le carceri italiane e il sistema giudiziario del nostro paese. Lo ha detto il professor Giuseppe Di Federico, emerito di ordinamento Giudiziario all'Università Alma Mater Studiorum di Bologna.
Professor Di Federico, lei non è mai stato favorevole ai provvedimenti di clemenza. Ma negli ultimi anni ha cambiato questo suo orientamento. Cosa pensa della possibilità di un'amnistia e di una profonda riforma del sistema giudiziario italiano?
“La mia convinzione a favore di un'amnistia è basata sulla forza delle circostanze. La situazione in cui versano le nostre carceri è gravissima. I detenuti vivono in una situazione che si può tranquillamente definire come inumana. La prima difesa, in un paese democratico deve essere rivolta alla difesa della dignità umana. Questo è un valore che dobbiamo difendere sempre ed è una delle condizioni base dell'esistenza di un sistema demo-liberale, quale è quello che tutti noi vogliamo fosse l'Italia. Per quanto, di fronte ad una situazione di emergenza, non ci sono altri modi per affrontare questa emergenza”.
Vede altre proposte alternative?
“Non ci sono altre proposte in grado di dare una prospettiva che renda la situazione delle carceri più adeguata alla condizione di uno stato democratico e moderno. Sul tappeto non esistono soluzioni credibili. Pertanto non vi è alternativa. Se noi vogliamo riportare la situazione delle carceri verso una condizione gestibile, ad una prospettiva in cui la detenzione possa essere un modo per riproporre una partecipazione alla società civile dei detenuti. Senza le iniziative politiche di questi mesi a favore dell'amnistia non si parlerebbe di questi temi e non si intravederebbe una soluzione a nessuno dei problemi che dobbiamo affrontare oggi”.
Lei non è mai stato favorevole ai provvedimenti di clemenza per i detenuti?
“In linea di principio, io sono sempre stato contrario all'amnistia”.
Ritiene che il trend di carcerizzazione, che è stato introdotto nel sistema giudiziario italiano negli ultimi anni sia diventato un fattore criminogeno per coloro che hanno una prima esperienza con il carcere?
“Quello che posso dire che la carcerazione preventiva diffusa, basata su motivazioni scarsamente sostenibili, come è stato denunciato dal Presidente della Corte di Cassazione nel convegno che fu organizzato dai radicali nel luglio del 2011, resterà fino a quando non cambieranno gli orientamenti della magistratura sulla carcerazione preventiva. Ecco perché il rischio di sovraffollamento continuerà ad esistere. Almeno fino a quando questi orientamenti non cambieranno. E' necessario almeno riuscire a cambiare questa tendenza”.    

mercoledì 28 marzo 2012

Vi spiego quanto il Ps francese sta crescendo


Intervista a Riccardo Nencini
Voce Repubblicana, 28 marzo 2012
di Lanfranco Palazzolo

I socialisti stanno tornando a crescere. Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini alla “Voce Repubblicana”.
Onorevole Nencini, cosa pensa dell'andamento delle elezioni presidenziali francesi?
“I sondaggi danno Hollande in vantaggio su Sarkozy. Mi fido molto delle informazioni che ricevo quotidianamente da alcuni amici francesi che mi informano sulla situazione alla vigilia delle elezioni presidenziali. La Francia è ormai un paese stanco delle declamazioni di questo Presidente. I francesi hanno bisogno di concretezza politica”.
Pensa che la vicenda di Tolosa e il gravissimo attentato alla scuola ebraica di quella città abbiano indebolito il Partito socialista francese?
“Ormai non c'è più alcuna differenza sulle politiche di sicurezza tra destra e sinistra. Questa differenza, che esisteva alcuni anni fa, oggi è stata cancellata. I socialisti sono molto sensibili su questo tema”.
Però i socialisti francesi hanno sempre avuto una politica vicina alle rivendicazioni delle masse arabe.
“Non vedo cosa c'entri questo con il caso di Tolosa visto che Mohamed Merah era un cittadino francese, nato in Francia”.
Molti sostengono che la crescita dell'immigrazione dal Maghreb, incoraggiata dai socialisti francesi, abbia aumentato le aree di emarginazione in quel paese.
“Noi siamo un paese che sta diventando ad altissimo tasso di immigrazione. Ma non vedo fenomeni di questo tipo in Italia”.
Cosa ha sbagliato Sarkozy nella gestione del suo potere in Francia?
“Lo spread tra promesse e impegni mantenuti”.
Hollande ha tenuto una manifestazione a Parigi nel corso della quale ha invitato anche alcuni esponenti politici italiani del Partito democratico. Il Partito socialista è stato invitato a quella iniziativa?
“Nelle prossime settimane ci saranno due tipi di manifestazioni. In quella iniziativa che ha citato erano presenti solo dei socialdemocratici tedeschi e il Partito democratico italiano. E poi ci saranno altre iniziative del Partito socialista europeo, dove il Psi siede a pieno titolo. Io faccio parte della schiera di quei partiti socialisti che accorreranno a dare una mano ad Hollande. E ne sono felice”.
Perché non è stato invitato a Parigi?
“E stata una scelta organizzativa. Hanno chiamato solo i tedeschi e gli italiani. Ma l'Europa socialista è molto più grande”.
Ha capito qual è la vera posizione del Pd sulle presidenziali francesi? Chi sostengono?
“Nel Pd c'è una spaccatura tra chi vorrebbe un'evoluzione socialista del Pd e chi vorrebbe sostenere Bayrou”.
Perché i partiti di matrice socialista sono in crisi in paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania e la Gran Bretagna?
“La Spd è in testa nei sondaggi in Germania. Il Psoe è in ripresa in Spagna, dove è tornato a vincere. I socialisti si stanno mettendo al passo con i cambiamenti del mondo”.

La nuova Slovacchia politica

Il 10 marzo 2012 si sono svolte le elezioni parlamentari in Slovacchia, che hanno visto la vittoria dei socialdemocratici del partito Smer-Sd (Direzione-democratica sociale) dell'ex premier Robert Fico. Il partito, con il 44,41 per cento dei voti ha ottenuto 83 dei 150 seggi del Parlamento unicamerale (Consiglio Nazionale della Repubblica).
Lo Smer-SD ha superato il Movimento dei cristiani-democratici ( KDH) di Jan Figel e il nuovo  Partito Gente ordinaria (OL’aNO), creato il 28 ottobre scorso e diretto da Igor Matovica, che hanno ottenuto rispettivamente l’ 8,82 per cento e l’ 8,55 per cento dei voti e ciascuno avranno 16 deputati. Il partito della minoranza magiara Most-Hid ha raccolto il 6,89 per cento dei suffragi con 13 deputati, l’ Unione dei cristiano democratici (SDKU) del premier uscente Iveta Radicova ha ottenuto il 6,09 per cento di voti con 11 deputati ed infine i liberali del Sas (libertà e solidarietà) con 5,88 per cento e 11 deputati.

L’affluenza alle urne è stata pari al 59,11 per cento, leggermente più alta delle precedenti elezioni del 2010 (+ 0,28 per cento) e decisamente più alta di quanto pronosticato dai sondaggi di opinione precedenti le elezioni.

Si ricorda che la Slovacchia è una repubblica parlamentare che si fonda sulla costituzione del 1993. Il Parlamento unicamerale (Consiglio nazionale) è composto da 150 membri eletti con sistema proporzionale con soglia di sbarramento al cinque per cento per un mandato di quattro anni. Il Presidente è eletto, secondo le modifiche costituzionali del 1998, a suffragio universale diretto per un periodo di cinque anni per un massimo di due mandati.

L’attuale Presidente della Repubblica è Ivan Gasparovic che è stato rieletto il 4 aprile del 2009.
 
Dall’ottobre 2011 il primo ministro uscente Iveta Radicova era alla guida di un governo ad interim sostenuto dal partito democratico-unione cristiano-democratica (al Parlamento europeo nel gruppo del Partito popolare europeo), dal partito libertà e solidarietà e dal movimento cristiano-democratico (al Parlamento europeo nel gruppo del Partito popolare europeo). Il governo si era formato nell’ottobre 2011 sulla base dell’intesa con l’opposizione di convocare elezioni politiche anticipate. Il precedente governo, sempre presieduto da Radicova e sostenuto dai medesimi partiti, aveva dimostrato infatti di non essere autosufficiente nel voto parlamentare dello scorso ottobre sul rafforzamento del Fondo europeo Salva-Stati, che, respinto una prima volta, era stato quindi approvato con il concorso dell’opposizione.

Probabile nuovo primo ministro sarà ora il leader socialdemocratico Robert Fico, già alla guida del governo tra il 2006 e il 2010 ed artefice dell’ingresso della Slovacchia nell’euro.

Il programma elettorale di Fico si basa sulla critica della politica di tagli alla spesa pubblica portata avanti dal governo Radicova e sulla soppressione dell’aliquota unica al 19 per cento per l’IVA, l’imposizione personale e quella sulle imprese, prevedendo un’aliquota del 25 per cento per i redditi personali annuali sopra i 33.000 euro e al 22 per cento per le società con redditi superiori a 30 milioni di euro annui. Il programma di Fico contempla anche l’istituzione di una tassa speciale dello 0,7 per cento sui depositi bancari.

Nella tabella sottostante sono riportati nel dettaglio i risultati delle elezioni legislative del 10 marzo 2012 in Slovacchia.




Partiti politici
Numero di seggi
Direzione democratica sociale (SMER-SD)

83
Movimento cristiani-democratici (KDH)
16
Partito Gente ordinaria (OL’aNO)
16
Most-Hid
13
Unione democratica e cristiana- Partito democratico (SDKU_DS)

11
Libertà e solidarietà (Sloboda a Solidarita, SaS)

11
Partito nazionale (SNS)
0
Partito della coalzione ungherese (SMK)

0
Altri
0

Fonti: Fondation Robert Shuman; Economist Intelligence Unit – ViewsWire; Agenzie di stampa