martedì 20 marzo 2012

Bielorussia antidemocratica


Intervista a Matteo Mecacci
Voce Repubblicana del 20 marzo 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il processo che ha portato alla condanna a morte di Dmitry Konovalov, pena che l'Osce rifiuta, non si è svolto con le dovute garanzie democratiche. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato radicale del Partito democratico Matteo Mecacci, presidente della Commissione Democrazia e Diritti Umani dell'Osce.
Onorevole Mecacci, la scorsa settimana la Bielorussia ha eseguito la condanna a morte di Dmitry Konovalov (Un colpo di pistola alla nuca), giudicato come uno dei  responsabili dell'attentato del 2011 alla metropolitana di Minsk. Quali valutazioni si possono fare su questa odiosa condanna?
“La Bielorussia è un paese retto da un governo autoritario. Il Presidente Lukashenko è al potere da quasi 20 anni. Il sistema economico della Bielorussia è controllato all'80 per cento dallo Stato. Questa è un'anomalia per l'Europa. Questo è anche il Paese che continua a tenere in galera gli oppositori al regime. Dopo le ultime elezioni presidenziali del 2010 vi fu, il 19 dicembre del 2010, una repressione della grande manifestazione che era stata convocata per chiedere l'annullamento delle elezioni che erano state completamente al di fuori degli standard democratici. L'Osce ha denunciato questi brogli”.
Cosa ha determinato quel duro scontro politico?
“Da allora Lukashenko ha avviato una durissima repressione. Gli oppositori sono finiti in esilio oppure in galera. In questo cotesto, lo scorso anno ci fu un gravissimo attentato nella metropolitana di Minsk. Quel fatto fu un evento tragico. L'assenza di garanzie minime sullo svolgimento delle indagini che si indirizzarono da subito nell'individuazione di due giovani ragazzi. Il paese è finito ben presto in un clima di vendetta. Questa campagna di odio è stata portata avanti da Lukashenko con toni che sono arrivati – nelle ultime ore – ad imputare all'Unione europea, al Consiglio d'Europa e all'Osce, che si erano opposti alle esecuzioni a questa condanna a morte, di essere complici degli attentatori alla metropolitana di Minsk.         E' evidente che, nel caso di questa esecuzione, non si tratta di una condanna dell'atto, ma della contestazione dell'uso di questa pena per perseguire dei precisi obiettivi politici. Il segnale è chiaro: il governo di Minsk può colpire duro quando vuole e mettere a morte uno dei suoi cittadini senza che vi siano garanzie minime per accertare quello che è accaduto”.
Cosa vuole dimostrare Lukashenko?
“In questi mesi l'Unione europea sta discutendo dell'inasprimento delle sanzioni contro la Bielorussia. Lo schema applicato da Lukashenko è molto chiaro: in un momento in cui il regime si trova in grande difficoltà è costretto a fare ricorso agli strumenti più duri – come abbiamo visto in queste settimane in Siria – per cercare di consolidare il proprio potere politico”.

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