lunedì 19 marzo 2012

La proposta di legge sul cumulo di incarichi nelle amministrazioni a prevalente partecipazione pubblica

L’articolo unico della proposta di legge stabilisce il divieto di cumulare la titolarità di più incarichi di amministrazione in società a prevalente partecipazione pubblica.
In particolare, il comma 1 fa divieto di ricoprire la carica di consigliere di amministrazione o di amministratore in più di una società a prevalente partecipazione pubblica statale, regionale, provinciale o comunale.
Si ricorda che l'art. 2380-bis del codice civile, in materia di amministrazione delle società per azioni, stabilisce, al primo comma, che la gestione dell'impresa spetta esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale. Il terzo comma prevede che quando l'amministrazione è affidata a più persone, queste costituiscono il consiglio di amministrazione.
Ai sensi del comma 2, chi riveste più di un incarico nelle società di cui sopra, deve esercitare l’opzione per una di esse entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in commento, pena la decadenza, ai sensi del comma 3, di tutte le cariche ricoperte.
Secondo quanto previsto dalla relazione illustrativa al progetto di legge, la ratio della norma è quella di evitare eccessive concentrazioni di potere in capo a un singolo soggetto e rendere preminente l'interesse dei cittadini per un'efficiente gestione delle società a prevalente partecipazione pubblica.

Necessità dell’intervento con legge

Si tratta di una proposta di legge che incide sulla disciplina recata da norme di livello primario, relativa all’organizzazione e al funzionamento delle società pubbliche.

Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite

La norma interviene in materia di ordinamento delle società, stabilendo, relativamente a quelle a prevalente partecipazione pubblica, incompatibilità in ordine alla titolarità di più incarichi di consigliere di amministrazione.

Sebbene non risulti chiara la generica formulazione di “società a partecipazione pubblica prevalente” essa sembrerebbe essere riferita a società in cui la pubblica amministrazione detiene una partecipazione maggioritaria, dunque in società in cui la pubblica amministrazione esercita “in modo prevalente” i poteri di nomina degli amministratori delle medesime società.
Posto che la norma in esame è riferita all'intera pubblica amministrazione, statale, regionale e locale essa deve essere valutata in relazione ai diversi titoli di competenza del legislatore nazionale, costituzionalmente definiti.
In relazione a ciò non può escludersi che la norma in questione possa presentare profili problematici, atteso quanto contenuto in una ancor recente sentenza della Corte costituzionale n. 151 del 2008 – recante una pronuncia relativa ad una disposizione concernente la medesima materia di quella in esame, in quanto volta ad introdurre specifici vincoli alla nomina di amministratori di società a totale o parziale capitale pubblico. In particolare la Corte si è espressa – su ricorso promosso dalla regione Veneto e dalla provincia autonoma di Bolzano - sull’articolo 1, comma 734 della legge n. 296/2006, il quale stabilisce che non può essere nominato amministratore di una società a totale o parziale capitale pubblico chi, avendo ricoperto nei cinque anni precedenti incarichi analoghi, abbia chiuso in perdita tre esercizi consecutivi. Il giudice costituzionale ha ritenuto che è competenza del legislatore statale l’organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali, (art. 117, secondo comma, lettera g) Cost.); mentre, “per ciò che concerne i profili di autonomia organizzativa delle Regioni e delle Province autonome, (…) il legislatore statale non dispone in materia di una propria competenza, la quale appartiene, invece, alle stesse Regioni e Province autonome”. In conseguenza la Corte ha dichiarato l'illegittimità di tale norma, nella parte in cui si riferisce alle Regioni e alle Province autonome di Trento e di Bolzano.

Coordinamento con la normativa vigente

Si ricorda che la normativa vigente prevede - all’articolo 3, comma 14, legge n. 244/2007- per le amministrazioni statali, il divieto di nominare, nei consigli d’amministrazione o gestione di società non quotate indirettamente controllate dalle medesime amministrazioni, amministratori della società controllante.
Tale divieto non opera se agli amministratori della controllante nominati nella controllata sono attribuite deleghe gestionali a carattere permanente e continuativo, ovvero laddove la nomina è finalizzata a mettere a disposizione della società controllata “particolari e comprovate competenze tecniche degli amministratori della società controllante”. In tali casi, gli emolumenti legati alla partecipazione agli organi della società controllata sono “riversati alla società controllante”.
Inoltre - – ai sensi dell’articolo 1, comma 734, legge n. 296/2006, su cui è intervenuta la sentenza della Corte costituzionale prima citata, che ne ha caducato l’applicabilità alle Regioni ed alle Province autonome - non può essere nominato amministratore di ente, istituzione, azienda pubblica, società a totale o parziale capitale pubblico chi, avendo ricoperto nei cinque anni precedenti incarichi analoghi, ha chiuso in perdita tre esercizi consecutivi.
Secondo l’interpretazione autentica fornita dal legislatore - contenuta nell’articolo 3, comma 32-bis, introdotto dall’articolo 71, comma 1, lett. f), della legge n. 69/2009 - per “perdita” si deve intendere un “progressivo peggioramento dei conti” registrato per tre esercizi consecutivi per ragioni riferibili a scelte gestionali “non necessitate”.
Infine, si ricorda la disciplina civilistica in materia di società, contenuta nel codice civile, la quale prevede, in via generale, all’articolo 2390 c.c., che gli amministratori non possono assumere la qualità di soci illimitatamente responsabili in società concorrenti, né esercitare un'attività concorrente per conto proprio o di terzi, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salvo autorizzazione dell'assemblea. Per l'inosservanza di tale divieto l'amministratore può essere revocato dall'ufficio e risponde dei danni.

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