lunedì 12 marzo 2012

Succede in Papua Nuova Guinea

Tutti conoscono Papua Nuova Guinea per un famoso spot del Travel Trophy molto in voga negli anni '80, ma in quella realtà accadono cose sconvolgenti.
Papua copre il 22% della superficie terrestre dell’Indonesia, con una popolazione di appena 2,35 milioni di abitanti (sui 238 milioni di indonesiani), per il 75% residenti nelle aree rurali.
La complessità dei problemi delle due province di Papua e di Papua occidentale (Papua Barat), derivano dalla contraddizione tra il fatto di essere una delle province più ricche ma anche la meno sviluppata, con una popolazione che è la più povera dell’Indonesia.
Tale situazione ingenera forti critiche al Governo centrale e diffusi sentimenti secessionisti. È presente altresì un generalizzato giudizio critico sull’attuazione non soddisfacente e non coerente della Legge sull’Autonomia Speciale che, varata nel 2001, ha dotato la provincia di un’ampia autonomia introducendo anche un meccanismo per la tutela dei diritti umani (attraverso la costituzione di Corti Speciali) e istituendo l’Assemblea della Popolazione Papuana (MRP) come corpo rappresentativo dei leader indigeni.
La decisione di dividere Papua e di creare la nuova provincia di Papua occidentale nel 2003 sembra aver contribuito ad aumentare anziché risolvere i problemi relativi all’attuazione del regime di autonomia. Uno dei principali fattori alla base della difficile attuazione dell’autonomia speciale è costituito dalla mancanza di competenze e capacità nelle istituzioni locali, unite all’assenza di trasparenza e ad un alto livello di corruzione.
Un elemento di criticità è rappresentato, inoltre, dal costante e crescente afflusso di emigranti da altre province, che alimenta il timore che la popolazione papuana di divenire minoranza nel suo stesso territorio. La percentuale di emigranti raggiunge il 45% della popolazione totale delle due province, ed è maggiormente concentrata nelle città e nelle aree costiere e, oggi, appare spontanea ed economicamente motivata. In ragione di un più elevato livello di qualificazione professionale gli emigranti tendono a dominare il mercato e le altre attività economiche. Molti di loro, inoltre, sono musulmani, mentre la maggioranza della popolazione indigena è di fede cristiana.
Le condizioni di sviluppo di Papua sono molto arretrate. L’ampia dimensione della regione e le sue caratteristiche geografiche rendono difficile l’accesso; le infrastrutture statali sono molto limitate e i trasporti difficoltosi.
In termini di assistenza internazionale, l’Unione europea, attraverso le sue istituzioni e gli Stati Membri, è il donatore più generoso. La Commissione europea sta finanziando progetti nel settore sanitario e supportando iniziative di ONG locali attive nel campo della democratizzazione e del rispetto dei diritti umani. Molti osservatori concordano sui progressi seppure timidi registrati con riferimento alla situazione dei diritti umani dopo la caduta di Suharto nel 1998, ma il quadro resta fragile.
Nella definizione dello statunitense National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START)[1] il Free Papua Movement (Organisasi Papua Merdeka OPM) (1963) è un'organizzazione politica che opera per l'indipendenza dall'Indonesia delle popolazioni indigene della Papua occidentale.
Le operazioni contro il governo indonesiano e le forze di sicurezza sono gestite dall’ala militare del gruppo, l'Esercito di liberazione del Movimento Papua Libera (TPN). L'obiettivo fondamentale dell’OPM è l’autogoverno combinato con un ritorno ad uno stile di vita tradizionale.
L’OPM ha svolto una “limited rebel insurgency” localizzata sulle montagne di Papua occidentale sin dall’epoca della dichiarazione di indipendenza (1961). Il gruppo conduce attualmente piccoli raid ed attacchi a uffici governativi ed installazioni militari, tra cui un deposito di armi nel 2003. L’OPM, pur non avendo secondo START il totale supporto della popolazione, è stato in grado di mantenere una persistente attività insurrezionale in Papua occidentale.
Quanto alla situazione dei diritti umani nella Papua indonesiana una recente ricognizione è fornita da Indonesia: Hope and Hard reality in Papua, Update Briefing rilasciato il 22 agosto 2011 da International Crisis Group[2].
Nel documento si fa riferimento alla Conferenza papunae di pace tenutasi il 5-7 luglio 2011 ad Abepura, la città universitaria vicina a Jayapura, nella West Papua.
La Conferenza – si legge nel Briefing -, frutto di due anni di lavoro preparatorio del Papua Peace Network e pensata per individuare tematiche - non necessariamente focalizzate sul termine indipendenza - da sottoporre al governo di Giacarta, non ha avuto l’esito atteso; ai rappresentanti del Governo che hanno offerto un "dialogo costruttivo" senza specificarne i contenuti gli attivisti hanno risposto con la richiesta dell’apertura di un tavolo di dialogo formale tra Governo indonesiano e i negoziatori pro indipendenza di Papua, con la mediazione di una terza parte internazionale neutrale.
La Conferenza, sostiene l’International Crisis Group, non ha contribuito ad avvicinare le parti ma, al contrario, ha evidenziato la profonda differenza di percezioni sulla natura del contendere tra i funzionari governativi e la società civile di Papua.
Il documento sottolinea, inoltre, la lentezza con la quale procede l’implementazione delle politiche del governo indonesiano volte all’accelerazione dello sviluppo in Papua e West Papua. All’apertura della Conferenza aveva preso parte l’exMinistro per il coordinamento politico, giuridico e per gli affari della sicurezza Djoko Suyanto che aveva espresso l’impegno dell’Esecutivo per trovare una via per la pace; i circa 800 partecipanti alla Conferenza avevano fornito, per parte loro, una serie di indicatori, tra cui anche quelli relativi ai diritti umani, finalizzati a disegnare il profilo di una peaceful Papua.
Tra questi:
§ libertà di espressione, di opinione e di riunione per gli indigeni papuani;
§ cessazione della violenza di Stato contro indigeni papuani, anche donne e bambini;
§ punibilità degli autori della violenza di Stato, perché agli indigeni papuani ed alle vittime sia dato un senso di giustizia;
§ rafforzamento della legislazione anti-corruzione;
§ cessazione delle politiche che ostacolano la libertà di espressione, di opinione e di riunione;
§ stabilimento di una Corte per i diritti umani in  Papua e Papua occidentale;
§ riconoscimento del diritto consuetudinario nel sistema giuridico formale.
Da ultimo, il 16 gennaio 2012, Amnesty International ha pubblicato il rapporto[3], già presentato all’Alto Commissario ONU per i diritti umani il 21 novembre 2011, in vista dell’esame periodico universale (UPR) cui l’Indonesia sarà sottoposta nel maggio-giugno 2012 da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Amnesty nel documento commenta l’attuazione delle raccomandazioni accolte dal governo indonesiano in occasione della precedente review (2008) ed evidenzia alcune preoccupazioni tuttora sussistenti in materia di diritti umani.
Nel rapporto si sottolinea che nei quattro anni intercorsi dalla precedente UPR Amnesty International ha continuato a ricevere segnalazioni credibili in materia di violazione dei diritti umani in Indonesia.
In particolare si sottolineano gravi preoccupazioni in materia di impunità, violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia e altre forze di sicurezza, criminalizzazione di pacifiche attività politiche, attacchi e vessazioni nei confronti di difensori dei diritti umani e delle minoranze religiose, discriminazione religiosa e di genere nel diritto e in politica, restrizioni dei diritti sessuali e riproduttivi.
Amnesty riconosce – si legge nell’introduzione al report - che dopo la caduta del presidente Suharto nel 1998, l'Indonesia ha intrapreso una serie di importanti riforme strategiche volte a una migliore tutela dei diritti umani ed al miglioramento dello stato di diritto; l'organizzazione, tuttavia, pur accogliendo con favore gli impegni dell'Indonesia per proteggere e promuovere i diritti umani a livello nazionale, regionale e internazionale segnala la lentezza nel procedere delle riforme legislative ed il persistere di una cultura dell’impunità per le violazioni dei diritti umani passate e presenti.
Nel rapporto si rammenta che il 27 settembre 2011 l'Indonesia ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, e che la ratifica di altri trattati internazionali, tra cui lo Statuto di Roma istitutivo del Tribunale penale internazionale risulta essere inclusa nel piano d’azione nazionale per i diritti umani 2011-2014. Vengono altresì sottolineate le attività di formazione sui diritti umani per i membri della polizia, per i quali è stato stilato anche un nuovo regolamento: tuttavia ciò non ha impedito violazioni dei diritti umani da parte di tale personale.
Poiché le disposizioni finalizzate alla protezione dei difensori dei diritti umani non hanno concluso l’iter parlamentare di approvazione tali soggetti svolgono le loro attività a rischio di intimidazioni ed attacchi.
Amnesty giudica insoddisfacente l’attività svolta dalle autorità indonesiane in materia di lotta all’impunità e di revisione del codice penale, con riferimento anche a specifiche disposizioni contro la tortura.
Amnesty International evidenzia che segnalazioni di violazioni dei diritti umani sono particolarmente comuni in Papua e coinvolgono personale sia di polizia sia militare, in rari casi
assicurato alla giustizia. Ufficiali dell'esercito accusati di reati in materia di diritti umani sono stati processati in tribunali militari, con processi carenti in indipendenza ed imparzialità che hanno visto declassare i reati penali al livello di infrazioni disciplinari.
Vengono segnalate, infine, le forti limitazioni poste all’accesso a Papua di osservatori internazionali dei diritti umani, organizzazioni non governative ed operatori dell’informazione.

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