domenica 15 aprile 2012

Il mitico SEBASTIANO ISAIA cita "Il compagno Napolitano"

GLI SCHELETRI NELL’ARMADIO DI RE GIORGIO

«La figura di Lenin, teorico e artefice della prima grande rivoluzione socialista, è oggi, per i giovani che si schierano contro il capitalismo, un luminoso punto di riferimento» (Giorgio Napolitano, aprile 1970). Magari, Sire!
Lanfranco Palazzolo, ottimo redattore di Radio Radicale, ha curato un’antologia di interventi parlamentari, scritti e discorsi di Giorgio Napolitano, «dirigente del Pci dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta». Dalla lettura ne viene fuori un quadro tutt’altro che agiografico dell’ex migliorista, nel frattempo diventato Re Giorgio per la gioia del popolo progressista. Il suggestivo titolo del libro è Il compagno Napolitano.
Dalle pagine del libro emergono soprattutto due qualità del dirigente “comunista”: saper cogliere la direzione del vento, a fini carrieristici, secondo l’interpretazione del curatore e del prefatore (Giorgio Galli), e la perizia nel cancellare le tracce di un passato fin troppo ingombrante: quello di marca togliattiana – variante italiana del più celebre marchio basato a Mosca. Dire che si è trattato solo di una realpolitik messa al servizio della propria causa significa arrecare una grave offesa all’onestà intellettuale di Re Giorgio, il quale è sempre stato animato da «forti ideali». Forse sarebbe più rispondente alla verità una soluzione di compromesso (storico?): Napolitano un po’ c’era, e un po’ ci faceva. Rimane il fatto che egli è stato in grado di costruirsi una verginità “anticomunista” che al confronto quella di un Veltroni deve arrossire.
Baffino, lo Statista sopraffino.
Assai più ridicola appare, ai miei occhi, la definizione di «italo- marxismo» appiccicata alla teoria (sic!) e alla prassi del «compagno Napolitano» tanto da Palazzolo quanto da Galli, e ciò si spiega con la spaziale balla speculativa dello stalinismo come «marxismo realizzato», una sostanza concettuale escrementizia che ancora nel XXI secolo non cessa di avere successo. Palazzolo, ad esempio, attribuisce la sagacia politica di Napolitano, che gli ha consentito virate davvero temerarie dinanzi ai perigliosi scogli della politica italiota, al suo bagaglio «marxista-leninista»; e Galli osserva che «Gli interventi raccolti in questo libro sono molto utili per capire il nesso fra il Napolitano dirigente comunista di ieri, e l’odierno Napolitano capo dello Stato». Il «marxismo-leninismo» messo al servizio della realpolitik e del carrierismo di un «sincero democratico»: Massimo D’Alema potrebbe accedere a questa interpretazione con sincera approvazione, nascondendo un sorrisino sotto i baffetti dell’uomo di Stato avvezzo ai più bizzarri machiavellismi. Ma chi scrive non è un uomo di Stato cresciuto alla scuola delle Frattocchie, e soprattutto non ha né i baffoni del Padre né i baffetti dei nipotini. Trattasi di metafora: si capisce?
Qualche spigolatura tratta dal libro in questione. 1956: Napolitano difende l’intervento sovietico in Ungheria. Il Partito fratello ungherese, scrive Napolitano, si è spinto troppo oltre nella sua critica all’Unione Sovietica. Soprattutto egli prende di mira «il compagno» Antonio Giolitti – il quale da lì a poco avrebbe lasciato il PCI –, reo di aver affermato che «l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica». Le cose, dice il Nostro, non stanno affatto così: «Nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente [ha] contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, [ha] contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». Carri armati contro le inermi folle di Budapest, carcere e fucilazione dei rivoltosi: ecco come si difendono il Socialismo e la Pace nel mondo! Come ogni devoto stalinista italiano, Napolitano conosceva un solo Imperialismo: quello Amerikano.
Addavenì! Possibilmente insieme a Don Camillo...
La direzione togliattiana del Pci apprezzò molto l’intervento del «compagno Napolitano», al punto da promuoverlo praticamente seduta stante a dirigente di rango nazionale: da lì a poco il suo ufficio si sarebbe trasferito da Caserta a Roma. Un bel salto di qualità, non c’è che dire. Più tardi il futuro Capo di Stato dirà che allora si trattò, non tanto di una sua radicata convinzione politico-ideologica, quanto di una concessione al conformismo imperante nel Partito. Piuttosto che passare per ciò che in realtà fu (uno stalinista della bell’acqua), Napolitano accredita quindi a suo carico un opportunismo che fa davvero onore alla tradizione politica del Bel Paese, la patria del trasformismo, in politica interna come in quella estera.
Socialismo spaziale!
Nell’agosto del 1969 Napolitano interviene per gettare secchi di ideologica acqua fredda sull’entusiasmo di molti «compagni» che avevano osato festeggiare lo sbarco umano sulla Luna. Andiamoci piano con l’entusiasmo, scrisse, e ricordatevi piuttosto che stiamo parlando di un’impresa che fa capo all’Imperialismo americano, a un Paese guerrafondaio nel quale non poche persone muoiono di fame. Così parlò «il compagno» Napolitano, forse amareggiato dal destino cinico e baro, che inopinatamente aveva permesso agli odiati Yankees di battere «i compagni sovietici» nella corsa allo spazio. Il «socialismo reale» sulla Luna: ecco l’infranto sogno romantico del Migliorista.
Questioni di socialismo: il dissidente è meglio mandarlo in Siberia o sulla Luna?
A proposito del trattamento riservato dai «compagni sovietici» a Sacharov, a Solgenitsyn e agli altri intellettuali «dissidenti», Napolitano ricordò all’intellighenzia italiana più o meno “organica” al Pci che, dopotutto, se confrontato con quello del periodo delle purghe staliniane, esso appariva quasi “di favore”. Va bene la critica, «anche severa», ai «compagni russi», ma per favore senza «prevenzioni ideologiche né politiche». Per dirla col Presidentissimo Mao e con l’azzoppato Bersani, la trionfale marcia verso il Socialismo non è mica un pranzo di gala!
Inutile dire che il «marxista-leninista» che ha fatto carriera ha sempre sposato tutte le cause perse degli anni Settanta, per non spezzare «l’unità proletaria» nel seno di un Paese fortemente cattolico. In realtà per rendere possibile quel «compromesso storico» con la DC che avrebbe archiviato l’odiato «fattore K», giustificato dal filosovietismo dei “comunisti” italiani, che teneva il suo Partito fuori dal governo del paese. Napolitano fu contro il divorzio, contro l’aborto, contro un diritto di famiglia «più avanzato», salvo poi saltare sul carro dei vincitori, e così continuare la lenta ma inarrestabile marcia verso il Socialismo, pardon: il Quirinale.
Ancora nel 1989, mentre il muro di Berlino crollava sulle teste degli stalinisti di tutto il pianeta, Napolitano scrisse che «ciascuno di noi è agitato da un tumulto di sentimenti a cui non è facile far seguire una riflessione ordinata». Segno che qualche scheggia di muro è finita anche sul suo reale cranio. A me quel «tumulto di sentimenti» mi faceva andare in sollucchero. Nel 1994, primo anno dell’era berlusconiana, auspice Giuliano Ferrara si assiste alla stretta di mano tra il Cavaliere Nero di Arcore e il «compagno Napolitano»: i politologi sono ancora lì a domandarsi chi ha sdoganato chi.

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