domenica 22 aprile 2012

La Chiesa e l'amnistia


La casa circondariale di Trieste
Intervista a don Silvio Alaimo
Voce Repubblicana, 21 aprile 2012
di Lanfranco Palazzolo

Sono favorevole all'amnistia. Lo ha detto alla “Voce” don Silvio Alaimo, cappellano della casa circondariale di Trieste.
Don Silvio Alaimo, prima di arrivare come cappellano alla casa circonrdariale di Trieste che tipo di incarichi ha avuto nella Chiesa cattolica?
“Sono un padre gesuita in servizio presso la casa circondariale di Trieste. Mi trovo in questo istituto di pena da circa nove anni. Prima avevo fatto  esperienza missionaria in Brasile, soprattutto tra gli Indios, e poi nelle periferie delle città brasiliane come Salvador e Belem. Prima ancora ero stato prete operaio. Dal Vangelo ho imparato il principio: 'Chi non è contro di noi è con noi'. Mi sembrava naturale condividere questa importante battaglia per l'amnistia che raccoglie le sensibilità di tanti laici e di molti cattolici”.
Gli italiani cosa pensano dell'amnistia?
“Nel nostro paese è necessario aprire gli occhi sulla realtà carceraria. Sono molto arrabbiato per il modo con cui le carceri italiane vengono trattate e per la poca attenzione che c'è nei riguardi delle persone che vivono in carcere. Dal mio punto di vista sono persone che meritano tutto il rispetto possibile. Spero che nella condizione di sofferenza in cui si trovano queste persone non perdano la coscienza di essere persone umane con la loro dignità e degne dell'amore di Dio. Questa situazione può essere l'occasione per aprire lo spazio ad una nuova speranza. Ma di fronte a questa situazione voglio fare una mia provocazione. Il carcere viene definito come una discarica indifferenziata dei cosiddetti 'rifiuti' umani. Questo è un grave errore. Anzi, credo che il carcere, proprio perché si trova in questa condizione di sovraffollamento, è ancora più ricco di umanità. Ritengo che questa sia una umanità vera perché è svuotata da ogni privilegio mondano. Per me è un luogo di rivelazione rispetto al tempo che viviamo. Il carcere è un luogo di persone cercate da Dio. E nessuno delle persone che vive in carcere deve smettere di considerarsi una persona umana”.
Crede che ci sia una differenza tra l'approccio di Giovanni Paolo II con quello di Benedetto XVI sul tema dell'amnistia?
“Io vedo una continuità tra questi due pontificati, anche se possono esserci delle coloriture differenti. Ricordo molto bene quello che disse Giovanni Paolo II sull'amnistia nell'aula di Montecitorio nel 2002. L'applauso che seguì l'intervento di Giovanni Paolo II fu una sorta di presa in giro da parte del Parlamento. Il discorso di Giovanni Paolo II era molto più politico. Mentre Benedetto XVI ha un approccio diverso. Questo Papa pone l'accento sulla dignità del carcerato, che non può essere considerato un reietto della società, pur nella sua colpevolezza. In altre parole, Benedetto XVI ha parlato al cuore di chi lo interpellava”.

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