mercoledì 6 giugno 2012

La situazione politica ed economica della Tunisia (giugno 2012)


Il quadro politico della Tunisia è stato completamente modificato da quella che i media internazionali hanno chiamato la “rivoluzione dei gelsomini” e dall’abbandono del potere da parte del Presidente Ben Ali il 14 gennaio 2011.
I moti di protesta, inizialmente caratterizzati da rivendicazioni di carattere socio-economico da parte di studenti e disoccupati, cominciati nella seconda metà di dicembre 2010 a Sidi Bouzid, in una delle aree più depresse del Paese, si sono rapidamente estesi. Alle manifestazioni, represse con brutalità dalle Autorità tunisine, hanno successivamente aderito, grazie anche alla diffusione delle ragioni della protesta attraverso internet, altre componenti sociali, inclusi alcuni ordini professionali, come quello degli avvocati. Anche le richieste dei dimostranti si sono via, via ampliate, includendo rivendicazioni di carattere politico, in particolare per quanto concerne il rispetto delle libertà di stampa, espressione ed associazione, e inerenti il dilagare dei fenomeni di corruzione e nepotismo in favore dei familiari e dell’entourage del Presidente. 
Il giorno successivo all’uscita di scena del Presidente Ben Ali, il 15 gennaio 2011, in base a quanto previsto dalla Costituzione tunisina, il Presidente della Camera, Mebazaa, ha giurato quale Capo dello Stato ad interim e ha conferito al Primo Ministro uscente, Ghannouchi, l’incarico di formare un Governo di Unità nazionale. Si trattava, tuttavia, di un Governo ancora largamente rappresentato da personalità legate al precedente regime. Il 27 febbraio, a seguito di alcuni incidenti e saccheggi in varie località del Paese, culminati in una grande manifestazione di piazza a Tunisi sfociata in nuove violenze (5 morti e vari feriti tra i dimostranti) e un sit-in di settimane presso la Casbah contro il governo, il Primo Ministro Ghannouchi, rassegnava quindi le proprie dimissioni. Lo sostituiva Be’ji Caid Essebsi, ottantacinquenne avvocato con una lunga esperienza di governo durante l’epoca di Bourghiba che nei giorni successivi procedeva ad un nuovo rimpasto che avrebbe sancito l’uscita di scena degli ultimi esponenti del vecchio regime ancora presenti nel governo, a soddisfazione della richiesta della piazza di una cesura netta ed irreversibile con il passato. Nonostante questo le manifestazioni sarebbero proseguite fino a maggio 2011.
Il Governo di Caid Essersi, pur nella criticità rappresentata dalle condizioni economiche del paese, dal persistere di un quadro securitario fragile (di cui fu tra l’altro termometro il massiccio flusso di migranti clandestini verso l’isola di Lampedusa nel periodo primaverile) come anche dalle tensioni createsi al confine tuniso-libico, ha comunque garantito una corretta transizione del Paese fino alle elezioni dell’Assemblea nazionale costituente (ANC) tenutesi il 23 ottobre 2011. Tali consultazioni si sono svolte nell’ordine ed in un clima partecipativo di generalizzato ottimismo, con un’affluenza del 54% ed una positiva valutazione dei numerosi osservatori internazionali in merito a trasparenza e correttezza della consultazione.
Favorito dalla parcellizzazione del voto (hanno partecipato ben 118 partiti, nella quasi totalità formatisi o legalizzati dopo la caduta di Ben Ali) e dal suo rapido radicarsi sul territorio, oltre che per essere stato il partito i cui componenti più avevano sofferto le repressioni del passato regime, il partito di ispirazione islamica Ennahdha ha conquistato la maggioranza dei seggi (89 su 217) ed ha potuto esprimere il Primo Ministro (Hamadi Jebali, Segretario Generale del partito) grazie ad un accordo di maggioranza con CPR (29 seggi) e FDTL-Ettakatol (20), i cui leader (rispettivamente Moncef Marzouki e Moustapha Ben Jafaar) sono stati eletti rispettivamente Presidente provvisorio della Repubblica e Presidente dell’ANC. Alla figura del Primo Ministro è stato dato il potere di rimuovere i Ministri designati e di definire le politiche di governo, mentre al Presidente della Repubblica Marzouki assegnato un ruolo puramente simbolico.
L’AssembleaCostituente è al lavoro per redigere il testo della nuova Costituzione. Nelle ultime settimane, i lavori si sono concentrati sulla c.d. “questione identitaria” e sul possibile riferimento alla Shari’a come fonte di diritto nel progetto di Costituzione, come inizialmente prospettato da Ennahdha. Il tema ha animato un forte dibattito nella società civile tunisina, sfociato in manifestazioni anche violente da parte di gruppi legati alla minoranza salafita a difesa della necessità di introdurre un richiamo alla Legge coranica. A conferma dello spirito moderato che ha sin qui caratterizzato l’azione di Ennahdha, il movimento ha convenuto sull’opportunità, a tutela della laicità dello Stato, di non inserire alcun riferimento alla Shari’a, ferma restando la salvaguardia del principio dell’Islam come religione di Stato. Pur non essendo stato fissato un termine per l’adozione della Costituzione (che, in caso di mancata approvazione da parte dei 2/3 dell’Assemblea Costituente, sarà sottoposta a referendum) è previsto indicativamente nella primavera del 2013 lo svolgimento delle elezioni presidenziali, momento che segnerà la fine del periodo transitorio.
Alle Autorità transitorie tunisine è anche affidato il compito di realizzare importanti misure in campo economico e sociale in linea con le riforme, positivamente valutate dagli osservatori internazionali, portate avanti dal governo precedente soprattutto in tema di modernizzazione del sistema industriale, di liberalizzazione del commercio e di promozione degli investimenti. Si tratta di indicatori importanti per un Paese che si è sviluppato principalmente grazie all’apertura del mercato. Va ricordato, infatti, che tra il 2000 ed il 2010 la Tunisia ha assorbito oltre il 6% dell’insieme dei flussi d’investimento destinati al continente africano, flussi che hanno permesso di coprire i quattro quinti del deficit corrente tunisino (612 Milioni di Euro in media annua).
Dal punto di vista sociale, durante i suoi ventitre anni di governo, Ben Ali aveva agito lungoquattro direttrici fondamentali: alfabetizzazionedel Paese ed istruzione gratuita (il tasso di analfabetismo è praticamente azzerato tra la popolazione in età scolare; scolarizzazione primaria ( al 97%); sviluppo del sistema sanitario pubblico; proprietà diffusa della « prima casa » (77%); diritti del fanciullo; libertà di religione e condizione della donna, giuridicamente assimilabile a quella maschile. In materia di pari opportunità tra uomo e donna la Tunisia è tradizionalmente all’avanguardia nel mondo arabo.
Già nel 1956 il Codice dello Statuto Personale (modificato nel 1993) aveva tra l'altro abolito la poligamia, il divorzio tramite ripudio e limitato la pratica dei matrimoni combinati, stabilendo per le donne tunisine un quadro di riferimento del tutto simile a quello delle donne europee. Pur permanendo oggi alcune forme di discriminazione legate a precetti coranici, le donne rappresentano una componente sociale molto importante in Tunisia, con standard da Paese occidentale, anche se più in campo economico che politico.
La fase transitoria avviatasi con la rivoluzione dei gelsomini ha ampliato le politiche sociali alla sfera dei diritti umani, sia attraverso l’adesione della Tunisia alle principali intese internazionali in tale materia, che tramite uno sforzo di apertura alla pluralità politica (autorizzazione alla registrazione di partiti politici, movimenti e ONG) ed in materia di media e informazione (anche se questo settore sarebbe meritevole di un riordino complessivo) nonché attraverso il tentativo di attenersi allo Stato di Diritto per quanto riguarda i processi intentati nei confronti di Ben Ali, dei suoi familiari e principali collaboratori.
All’inizio di aprile il Governo ha presentato un Piano di Azione di 120 pagine, redatto in collaborazione con un gruppo di esperti in campo economico e sociale, con il principale Sindacato dei lavoratori (UGTT) e con la Federazione dei datori di lavoro (UTICA). Gli obiettivi del Piano “per una Tunisia libera, democratica, autentica, moderna, giusta e tollerante” sono: l’accelerazione delle riforme; il miglioramento della sicurezza nazionale; la realizzazione di una società “centrista” e la creazione di un ambiente multiculturale. Benché il Piano sia già stato ampiamente criticato per il suo carattere troppo “idealista”, sicuramente si tratta di una mossa mediatica diretta a tranquillizzare i partner stranieri sulle intenzioni del Governo provvisorio, perlomeno della sua componente più moderata.
Il principale problema sul tavolo rimane quello del gap sociale, specialmente a livello territoriale tra regioni più arretrate (il sud-ovest e l’interno del Paese) e gran parte dell’area costiera. Il permanere di sacche di povertà in varie zone del Paese, rimaste al margine del processo di sviluppo economico, rappresenta ancora un significativo elemento di instabilità, che per anni ha alimentato i flussi di migranti tunisini verso l’Europa, ha innescato i disordini sfociati nella deposizione di Ben Ali e potrebbe innescarne di nuovi se il nuovo Governo non sarà in grado di rispondere alle richieste di cambiamento.
Da un lato vi sono i giovani tunisini, veri promotori della rivoluzione, che aspirano ad una Tunisia economicamente efficiente ed alla creazione di nuove opportunità di lavoro, e dall’altra vi è la costituente salafita che chiede una rivisitazione del ruolo della donna nella società e misure restrittive, quali la proibizione del consumo di alcolici, che possono influire negativamente proprio a livello economico.


Andamento congiunturale e politiche economiche
Gli effetti negativi della crisi sull’economia e sulla finanza tunisina si è sostanziata in modo più evidente nella prima parte del 2011. L’economia ha registrato un brusco deterioramento con perdite stimate in circa 2,5 miliardi di Dinari, l’equivalente del 4% del PIL; principale causa della contrazione è stata il rallentamento delle attività produttive per i continui scioperi e sit-in da parte dei lavoratori.  Nella seconda metà dell’anno, tuttavia, con l’instaurarsi di un clima di maggiore fiducia si è registrata una leggera ripresa e le stime a fine 2011 erano di una crescita tra lo zero ed il -0,3, in ogni modo in netto contrasto con la crescita media annua dell’ultimo decennio attestatasi intorno al 5% circa. L’anno si è chiuso con una recessione del 2,2% ed è prevista una debole ripresa per il 2012 (+2.8%).
Nel corso del 2011, a dispetto di previsioni molto più pessimistiche, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 7,9% rispetto all’anno precedente, in conseguenza della ripresa delle attività industriali anche nei comparti, a più alto valore aggiunto, della trasformazione industriale. Il trend positivo è continuato anche nei primi tre mesi del 2012 con un incremento del 9,1%. Trainanti in tal senso si sono dimostrate le produzioni agroalimentari le industrie elettriche e le industrie del tessile e dell’abbigliamento. Anche per quanto riguarda le importazioni si è registrato un aumento del 12,45% spinto dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari ed energetici che hanno rappresentato rispettivamente il 27 ed 26% delle importazioni complessive.
Nonostante la risalita delle esportazioni, il deficit della bilancia commerciale ha raggiunto i 5,8 miliardi di USD e quello della bilancia delle partite correnti i 3,1 miliardi di USD, principalmente per il rincaro dei prodotti energetici, il sostanziale calo delle rimesse (in particolare dovuto alla crisi libica) ed lo stallo del settore turistico. I flussi turistici in ingresso, a fine agosto 2011, secondo i dati forniti dall’Office Nationale du Tourisme, sono diminuiti di circa il 47% con una conseguente diminuzione delle entrate in valuta da essi derivanti (-49,9%, nel primo semestre 2011).
Le riserve sono diminuite di oltre il 19,7% passando da 9,462 miliardi di USD a 7,372 miliardi ed il debito estero è passato da 21,5 miliardi di USD$ del 2010 ad oltre 23 miliardi nel 2011. La disoccupazione – soprattutto nella fascia dei giovani diplomati -, il cui tasso era già relativamente alto, nel 2011 si è attestato al 18% della popolazione attiva (circa 900.000 disoccupati molti dei quali altamente scolarizzati), con un brusco aumento rispetto al biennio 2009-2010 (13%).

Il rilancio dell’economia dipenderà, in primo luogo, dalla capacità, di fornire rinnovato impulso alle attività produttive e dei servizi, dopo un periodo di ridotti investimenti e mancati introiti e da una risposta adeguata alla richiesta popolare di equa redistribuzione del reddito. E’ presumibile che la Banca Centrale opterà per una politica monetaria espansiva, con un occhio all’inflazione che nel 2011 si è attestata su una media del 3,5%. Nonostante il Governo tenterà di prevenire il deprezzamento del dinaro per rallentare l’acuirsi del disavanzo delle partite correnti, è presumibile che la valuta locale potrà viceversa rafforzarsi per tutto il 2012, a causa del deprezzamento dell’Euro che costituisce i due terzi del paniere a cui la valuta tunisina è ancorata. Le strategie di politica economica dell’attuale Governo sono, quindi, influenzate dalla necessità, da una parte, di cercare di riassorbire il più possibile la disoccupazione strutturale, aggravata dai rientri di lavoratori tunisini dalla Libia, e dall’altra di incoraggiare lo sviluppo degli IDE, attenuando al contempo il gap sociale.
A fine 2011 è stato approvato il Nuovo Piano di Sviluppo (2012-2016) che oltre a riprendere le misure adottate dai precedenti governi in tema di sviluppo economico pone un maggiore accento proprio a questioni di carattere sociale. Il Piano prevede importati investimenti, in particolare nel settore delle infrastrutture di base, nelle zone più depresse del Paese e la creazione di circa 75.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico.
Per il prossimo biennio il Governo prevede un aumento della spesa pubblica del 10% rispetto al 2011, spinta anche dall’incremento dei sussidi, dei salari minimi statali e dagli indennizzi alle imprese danneggiate nel corso dei moti rivoluzionari; il deficit di bilancio è previsto ampliarsi di oltre il 9% in rapporto al PIL secondo le previsioni dell’Economist Intelligence Unit. D’altro canto, obbiettivi di crescita appaiono difficili in presenza di entrate limitate e di investimenti incerti e per questo motivo tra le ipotesi formulate dal Governo vi è quella di sviluppare partnership pubblico-privato (PPP) che abbiano un impatto minimo sul deficit e sul debito pubblico. La principale sfida sarà quella di venire incontro alle richieste dei lavoratori senza scontentare gli investitori; un traguardo arduo ma anche l’unico in grado di scongiurare una paralisi dell’attività produttiva.
Nel 2011 gli IDE hanno subito una contrazione di oltre il 25% e quelli di portafoglio del 59,5%, rispetto al 2010. A fine 2010 erano operative oltre 3000 imprese straniere, con circa 320.000 addetti, di cui circa il 88,6% di provenienza europea, in particolare da Francia (1300 imprese), Italia (con circa 750 aziende), Gran Bretagna, Germania e Belgio, seguiti da Paesi del Nord America (2,8% sul totale) ed asiatici. Tuttavia, è da notare che nei primi nove mesi del 2011 a fronte di 82 imprese straniere chiuse, con una perdita di 5.900 posti di lavoro, ne sono state aperte 98 nuove ed ulteriori 136 aziende estere già operative nell’industria manifatturiera hanno ampliato le loro attività, permettendo di creare 6720 nuovi posti di lavoro. Dodici delle 98 nuove aziende si sono, peraltro, impiantate in regioni interne o meno sviluppate del Paese.
Circa la metà delle imprese straniere presenti nel Paese operano in joint-venture ed il 76% di esse esportano la totalità della produzione. Secondo fonti locali nei primi due mesi del 2012 gli investimenti hanno segnato un’inversione di tendenza con un aumento del 35% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente.
Con l’intento di rimettere in moto la crescita degli IDE nazionali ed esteri, l’OCSE ha di recente invitato la Tunisia ad aderire alla Declaration on International Investment and Multinational Enterprises. Tunisi si è riservata di verificare l’impatto che tale impegno potrebbe avere sulla propria economia anche con l’ausilio di un “Punto di Contatto Nazionale” che sarà ubicato all’interno del Ministero degli Investimenti e della Cooperazione Internazionale, composto da rappresentanti del Governo, delle imprese private e dei sindacati e che inizialmente provvederà a divulgare le Linee Guida dell’OCSE in materia di IDE ed investimenti multinazionali.
La posizione della Tunisina relativamente al clima d’affari rimane quindi ancora buona nonostante il declassamento del Paese da parte delle principali agenzie di rating. Il rapporto della Banca Mondiale e della Società Finanziaria Internazionale, “Doing Business 2012”, pubblicato a novembre 2011 posiziona la Tunisia al 46° posto nella classifica dei 183 Paesi oggetto di rilevazione (contro il 40° posto dell’anno precedente); la Tunisia resta ben posizionata  in tutta la regione Nord Africana e del Medio Oriente, preceduta solo dagli emirati Arabi (33° posto) e del Qatar (36° posto).
La perdita di 6 posizioni é dovuta essenzialmente al peggioramento di alcuni indicatori tra i quali l’accesso al credito. Il settore bancario è frammentato e la piccola dimensione degli istituti di credito ostacola lo sfruttamento di importanti economie di scala. Una delle più preoccupanti incognite per gli investitori esteri è la risposta che il Governo tunisino vorrà dare alla richiesta di aumenti salariali da parte dei sindacati anche se l’impianto normativo particolarmente favorevole ed attrattivo sviluppato negli anni precedenti non è stato finora messo in discussione e gli investimenti privati continuano ad essere agevolati.
Secondo le previsioni contenute nel “Regional Economic Outlook” del FMI, la crescita dei Paesi MENAP importatori di petrolio” nel 2012 , tra i quali la Tunisia, continuerà ad essere condizionata da fattori di instabilità sociale, politica ed economica. Il quadro è ulteriormente complicato da inefficienti politiche di bilancio e dall’aumento della bolletta energetica. Per questo motivo il Fondo suggerisce l’attuazione di riforme in materia di “business environment”, di protezione sociale ed in materia di mercato del lavoro nonché una più attenta gestione della spesa.
In un permanente clima di incertezza di carattere politico, che solo l’instaurarsi di un nuovo Esecutivo potrà attenuare, le attività produttive in Tunisia, proprio per la loro natura export-oriented, hanno risentito più del calo della domanda estera, in primis di quella dell’Europa, che della variata situazione interna. Nel 2010 l’UE si posizionata come principale partner della Tunisia fornendo più dei tre quarti dei flussi turistici in ingresso e di circa i due terzi di IDE complessivi nonché posizionandosi come principale mercato di sbocco delle merci tunisine. La maggior parte delle rimesse, inoltre provengono dall’Europa. Qualsiasi analisi economica sul futuro della Tunisia nel breve-medio termine non può quindi prescindere da una valutazione sul futuro dell’economia dell’Eurozona. 

Relazioni economiche e commerciali con i Principali Paesi partner
Oltre il 75% dell’interscambio è realizzato con l’Unione Europea, in primis con la Francia e l’Italia, seguite da Germania e Spagna. Con l’UE, sin dall’entrata in vigore dell’Accordo di Associazione nel 1998, è stato avviato e concluso lo smantellamento tariffario per la maggioranza dei prodotti industriali e dal 2006 sono in corso negoziati per la liberalizzazione del settore agricolo e dei servizi.  Altri partner commerciali di rilievo per il Paese sono gli Stati Uniti ed alcuni Paesi del mondo arabo.
Con la Libia, nell’ambito dell’Accordo sulla liberalizzazione degli scambi, è stata concordata nel 2007 l’abolizione delle barriere tariffarie al fine di sviluppare ulteriormente la cooperazione in campo economico e commerciale. Sempre con la Libia, sono all’esame delle Autorità tunisine le prospettive di cooperazione energetica. Sullo stesso fronte, va registrata anche la partnership con l’Algeria nel cui ambito sono stati conclusi importanti accordi commerciali.
Molto attiva è stata infine la collaborazione economica tra Tunisia ed Emirati Arabi Uniti, come testimoniato dai numerosi scambi di visite ad alto livello a partire dal 2005, che hanno portato, nel periodo in questione, ad un’importante crescita degli investimenti emiratini (acquisizione del 35% del capitale della Telecom –Tunisia; realizzazione del complesso turistico di Hergla). Ad inizio 2011 il gruppo del Qatar “Qtel” ha acquisito il 25% della società di telecomunicazioni Tunisiana - primo gestore GSM privato tunisino.

Rapporti con le Istituzioni finanziarie internazionali
La Tunisia è membro del Fondo monetario internazionale sin dall’aprile 1958 (al momento non ha nessun accordo in corso) e della Banca Mondiale attiva nell’ambito della Country Assistance Strategy con 18 progetti nei settori delle infrastrutture, educazione ed energia per un ammontare complessivo di 700 milioni di USD. La BM, nel 2009, ha concesso alla Tunisia un prestito del valore di 250 milioni di USD (cofinanziati dall’UE e dalla Banca Africana di Sviluppo - AfDB) per il finanziamento di un programma d’appoggio alla competitività dell’economia, mirato a favorire lo snellimento delle procedure amministrative e la modernizzazione di quelle legislative.
Inoltre la BM, nel 2011 ha erogato 500 milioni di USD ( Development Policy Loan) per il sostegno al Bilancio; si tratta di un prestito in due tranche annuali per complessivi 1,5 miliardi di USD. Nel marzo 2011 la BEI, ha messo a disposizione 600 Milioni di Euro per prestiti supplementari da integrare a quelli della BM. La Tunisia aderisce anche al Programma MEDA, lanciato dalla BEI, grazie al quale beneficia di un finanziamento per un progetto di assistenza tecnica a favore dello sviluppo di cinque poli tecnologici ed è membro fondatore dell’OMC.
A fine gennaio 2012 la Tunisia ha completato l’iter per l’ottenimento di Paese azionista della Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo (BERS).  Già il 17 gennaio la BERS aveva autorizzato il ricorso ai cooperation funds per finanziare attività di assistenza tecnica nel Paese. La BERS focalizzerà la sua azione, in stretta cooperazione con le altre IFI, in settori in cui potrà fornire valore aggiunto, tra i quali: la ristrutturazione ed il rafforzamento del settore finanziario per favorire lo sviluppo del settore privato; il sostegno alle PMI; la promozione dell’efficienza energetica e lo sviluppo del settore dell’energia rinnovabile.
A febbraio 2012 la AfDB ha approvato un nuovo “Interim Country Strategy Paper 2012-2013”. Si tratta di un nuovo strumento flessibile che, a differenza del passato, copre un biennio anziché un quinquennio per rispondere alla fluidità di carattere sociale, politico ed economico che inevitabilmente caratterizzerà il futuro (almeno quello più prossimo) della Tunisia. Tra gli obiettivi del Paper vi è il sostegno alla crescita ed alla transizione economica sia attraverso il rafforzamento della governance che tramite la realizzazione di attività atte a favorire l’occupazione e l’inclusione delle fasce sociali più vulnerabili, con particolare riguardo alle diversità territoriali. 
La FAO/WFP ha di recente approvato un progetto del valore di 42 milioni di USD per la sostenibilità alimentare delle popolazioni di quattro governatorati di aree depresse. Si tratta di un intervento “Cash for Work” (CFW) e di formazione che si avvarrà della collaborazione dell’amministrazione tunisina la quale ha già stanziato 5 milioni di Euro per l’avvio del progetto. 
La Tunisia ha manifestato altresì interesse ad aderire alla Convenzione OCSE-CoE sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale.

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