domenica 8 luglio 2012

ULTIMISSIME DAL MEDIO ORIENTE E DALL'AFRICA

Siria

Il presidente russo Putin, in difficoltà per il costante appoggio al regime siriano, ha potuto affrontare senza troppe difficoltà il doppio vertice del 1º giugno a Berlino e del 2 giugno a Parigi, rispettivamente con la cancelliera Merkel e il Presidente francese Hollande, sfruttando le divisioni tra Berlino e Parigi e facendo valere l'approccio più morbido della Germania nei confronti di una Francia per la quale è assolutamente improponibile l'ipotesi di una permanenza di Assad al potere.
Nemmeno il Vertice tra Russia ed Unione europea svoltosi nei pressi di San Pietroburgo e conclusosi il 4 giugno ha portato novità in riferimento alla crisi siriana: le parti hanno sì convenuto sulla necessità di sostenere ulteriormente l’attuazione del Piano Annan, ma hanno confermato le divergenze già registrate in ordine al livello di pressioni da esercitare sul regime siriano e sul suo capo Bashar al-Assad – la cui permanenza al potere, tuttavia, la Russia ha precisato subito dopo – e nello stesso senso si è espressa Pechino - non è una priorità inderogabile.
All’interno della Siria è apparso poi con chiarezza il superamento della tregua che i ribelli avevano accettato all’inizio dell’applicazione del Piano Annan: soprattutto dopo il massacro di Hula essi hanno dichiarato di voler riprendere i combattimenti a protezione delle popolazioni siriane attaccate dal regime, mentre chiedono a gran voce l’intervento armato della Comunità internazionale.
Occorre altresì rilevare, a riprova di quanto il conflitto siriano precipiti sempre più in una sorta di guerra civile, il relativo calo del numero dei civili uccisi, accompagnato dal netto incremento delle vittime tra i governativi e i ribelli in armi. Il 5 giugno, come ritorsione all’espulsione degli ambasciatori siriani decretata il 29 maggio in diversi Paesi occidentali, la Siria ha dichiarato indesiderati 17 diplomatici. Il 6 giugno – mentre a Damasco è stato incaricato un ex ministro dell’agricoltura di dar vita al nuovo governo dopo le contestate elezioni legislative del mese precedente - si è svolto il Vertice russo-cinese a Pechino, dal quale è venuta la proposta di una Conferenza internazionale per garantire l’attuazione del Piano Annan.
Parallelamente, Stati occidentali e arabi si sono ritrovati a Istanbul nell’ambito del gruppo degli Amici della Siria, e si sono espressi per nuove sanzioni contro Damasco e per il deciso avvio di un processo di transizione. A quest’ultima prospettiva sembrano però opporsi le gravi divisioni interne al fronte degli oppositori del regime di Assad, come anche i rischi di degenerazione in uno scontro confessionale aperto tra sunniti e alawiti in Siria e nel vicino Libano.
La prospettiva della Conferenza lanciata da Russia e Cina sembra invece improbabile poiché Mosca e Pechino desidererebbero vi partecipasse anche l’Iran, paese indubbiamente in grado di premere sugli attori della crisi siriana, ma, secondo il resto della Comunità internazionale, in senso negativo. Il 6 giugno vi è stata anche una nuova strage di civili ad opera dell’artiglieria governativa e delle milizie lealiste alla periferia di Hama: il bilancio è stato di circa cento vittime, di cui venti bambini. La nuova strage ha fatto dichiarare apertamente il giorno dopo al segretario generale Ban Ki-moon, davanti all’Assemblea generale dell’ONU, che il regime di Damasco ha ormai perso ogni legittimità.
Segnali di ricompattamento delle opposizioni al regime siriano si sono avuti il 10 giugno, quando il Consiglio nazionale siriano, nella riunione di Istanbul, ha eletto il nuovo leader, nella persona del curdo, a lungo esiliato in Svezia, Abdelbasset Sied, una figura potenzialmente capace di coinvolgere maggiormente le minoranze etniche e religiose della Siria nell’opposizione ad Assad. Sied ha subito annunciato che il Cns assumerà la direzione dei ribelli armati operanti all’interno del paese, inquadrati nell’Esercito libero siriano. Sied, inoltre, è tornato a lanciare un vibrante appello alla Comunità internazionale perché, ai sensi del Capitolo VII della Carta dell’ONU, autorizzi un intervento armato a protezione dei civili siriani.
L'11 giugno gli osservatori della missione ONU in Siria hanno fatto rilevare una ulteriore escalation da parte del regime di Assad, con l'uso di elicotteri militari contro le basi della ribellione armata, e nel mezzo del conflitto sempre più numerosi sono i civili che restano intrappolati e privi anche dei più elementari mezzi di sussistenza. Non a caso gli stessi osservatori si sarebbero impegnati nell'evacuazione di un gran numero di civili, fra cui naturalmente anche donne e bambini, intrappolati nella città di Homs.
Un rapporto sempre di fonte ONU ha subito dopo evidenziato gli orrori nei quali vengono coinvolti in Siria i bambini, uccisi, incarcerati e fatti oggetto di ogni forma di violenza, fino a utilizzarli come scudi umani nei convogli di soldati governativi. Anche i ribelli, tuttavia, si sarebbero resi responsabili di tali atrocità, con il reclutamento e l'uso in combattimento di numerosi bambini. Sempre a proposito dei ribelli va segnalato, secondo testimoni citati dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, che il massacro di Hula del 25 maggio andrebbe addebitato invece che al regime alle opposizioni, stante il fatto che la maggior parte delle vittime sarebbero stati alawiti e non sunniti.
Il 13 giugno la Francia è tornata con forza, per bocca del ministro degli esteri Fabius, a invocare un intervento delle Nazioni Unite basato sul capitolo VII della Carta dell'ONU, che consentirebbe di armare coloro che vengono inviati sul campo. Inoltre, Fabius è tornato a ventilare l'opportunità di imporre una parziale no fly zone sui cieli siriani, a protezione dei civili delle zone più martoriate.
È emerso intanto il raccapricciante assassinio di una madre e di cinque figli tutti di età non superiore a sei anni in una zona a Nord di Aleppo a maggioranza curda, nelle stesse ore nelle quali l'esercito governativo assumeva il controllo della cittadina di Haffe, nella regione costiera di Latakia, popolata da sunniti e cristiani, ma circondata da villaggi alawiti.
Parallelamente al rilancio francese in direzione di una possibilità almeno parziale di intervento armato Nazioni Unite - che Parigi ha poi ulteriormente corroborato annunciando la fornitura ai ribelli di mezzi di comunicazione -, gli Stati Uniti hanno accentuato la pressione su Mosca, accusata anche di fornire al regime siriano gli elicotteri militari utilizzati già più volte nella repressione: il ministro degli esteri russo Lavrov, in visita a Teheran, ha respinto ogni accusa, asserendo che Mosca fornirebbe a Damasco esclusivamente armamenti difensivi, confermando la propria opposizione ad ogni ipotesi di ricorso all'intervento armato in Siria e rigettando le accuse nel campo statunitense, con l'accusa a Washington di fornire armamenti ai ribelli siriani.
Il capo della missione di osservatori delle Nazioni Unite ha accusato il 15 giugno sia i governativi che i ribelli di limitare il lavoro della UNSMIS a causa della escalation delle violenze: il giorno successivo le operazioni sono state sospese e gli osservatori militari si sono ritirati nelle loro basi, disposti a riprendere il proprio lavoro solo quando le condizioni di sicurezza miglioreranno. Il Consiglio nazionale siriano ha richiesto l’invio di una missione ONU più numerosa e armata, in grado di proseguire nella propria opera nonostante le violenze.
Nell’incontro in margine al Vertice G20 di Los Cabos (Messico) del 18 e 19 giugno i presidenti russo e americano, in un clima assai più disteso rispetto alle relazioni bilaterali degli ultimi mesi, hanno convenuto di collaborare per contribuire a porre fine alle violenze in Siria e scongiurare lo spettro di una guerra civile totale, nonché permettere al popolo siriano di scegliere indipendentemente e democraticamente il proprio futuro: in pratica, tuttavia, ognuno è rimasto sulle sue posizioni, senza far registrare alcun progresso.
Mentre continua l’impasse della missione di osservatori disarmati delle Nazioni Unite, impossibilitati a svolgere il loro compito per l’escalation della violenza, si è assistito intanto a un notevole intensificarsi delle azioni armate dei ribelli contro le forze di sicurezza del regime siriano: il 20 giugno un convoglio che comprendeva operatori italiani dell’ANSA è stato colpito, probabilmente da una bomba posta al margine della strada, che ha provocato la morte di uno degli agenti siriani che accompagnavano il convoglio e il ferimento di altri tre.
Si sono anche infittite le voci di intense trattative per giungere a uno sblocco della situazione siriana attraverso l'esilio di Bashar al-Assad, e si è avuto il 21 giugno anche il primo caso di defezione di un pilota militare siriano, il cui Mig-21 è atterrato in Giordania, ove è stato concesso al militare asilo politico.
Il 22 giugno la questione siriana si è arricchita di un nuovo elemento di grave tensione, quando un velivolo militare turco è stato abbattuto dalla contraerea siriana mentre si trovava in volo sul mare poco più a sud del confine turco-siriano, poiché avrebbe, secondo Damasco, violato lo spazio aereo nazionale. Una riunione d'urgenza veniva convocata ad Ankara da Erdogan, con la partecipazione del capo di stato maggiore, dei ministri dell'interno, degli esteri e della difesa, nonché del capo dei servizi segreti di Ankara. Il 23 giugno interveniva il presidente turco Abdullah Gul, dopo un contatto telefonico con Damasco, preannunciando un'indagine per comprendere se il velivolo turco avesse violato lo spazio siriano: Gul affermava inoltre che la vicenda dell'abbattimento dell'aereo era di gravità tale da non poter in nessun caso essere ignorata.
Il 24 giugno il ministro degli esteri turco Davutoglu, in un intervento in diretta televisiva, sosteneva che il velivolo si trovava nello spazio aereo internazionale – un possibile breve sconfinamento nello spazio aereo siriano non è stato escluso, ma si sarebbe verificato un quarto d'ora prima dell'abbattimento -, era disarmato e non tentava in alcun modo di nascondere la propria nazionalità. Inoltre, l'abbattimento sarebbe avvenuto senza alcun preavviso, e Davutoglu ha espresso scetticismo sulla dichiarazione siriana per la quale la contraerea di Damasco avrebbe ignorato trattarsi di un aereo della Turchia.
Il governo di Ankara ha dunque dichiarato quello siriano un atto ostile, precisando peraltro di voler dare una risposta nei limiti del diritto internazionale. Dalla Siria veniva una secca replica, rivendicando l'abbattimento come atto di difesa della propria sovranità, e comunque perpetrato alla stregua di un incidente, e non con intenti aggressivi, verso un veicolo che comunque si sarebbe trovato lo spazio aereo siriano.
I rapporti bilaterali tra Turchia e Siria sono stati inaspriti anche dalla denuncia di Damasco, che in qualche modo potrebbe collegarsi all’abbattimento del velivolo turco, delle continue infiltrazioni di gruppi definiti terroristici dal confine settentrionale -ovvero dalla Turchia - a tale proposito si moltiplicano le voci e le conferme di un’intensa attività della CIA nei pressi del confine siriano una sorta di smistamento degli armamenti che l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia invierebbero ai ribelli siriani, anche per impedire che finiscano nelle mani di Al-Qaïda o di gruppi fondamentalisti sunniti siriani.
Il governo turco chiedeva intanto alla NATO la convocazione di una riunione sull'abbattimento del proprio caccia da parte dei siriani: secondo la portavoce della NATO la Turchia avrebbe chiesto consultazioni sulla scorta dell'articolo 4 del Trattato istitutivo dell'Alleanza atlantica, che le prevede appunto qualora uno Stato membro ritenga di essere oggetto di una possibile minaccia alla sua sicurezza o indipendenza politica. La Turchia ha inoltre accompagnato l'iniziativa diplomatica con una nota di protesta inviata alla Siria.
Le riunioni dei Ministri degli esteri UE del 25 giugno e quella degli Ambasciatori degli Stati dell’Alleanza atlantica del giorno successivo hanno espresso solidarietà alla Turchia, anche per il carattere finora equilibrato della sua reazione. Ai toni di crescente rabbia delle massime autorità turche la Siria – appoggiata da esperti russi – ha ribattuto di non credere alla versione turca del jet disarmato sconfinato per errore: si sarebbe trattato piuttosto di un tentativo di spiare le forze armate siriane  a vantaggio dei ribelli,  o addirittura di un test sulle difese antiaeree siriane a beneficio di possibili azioni della NATO.
La Turchia ha iniziato a rafforzare il dispositivo militare sui 600 km. di frontiera con la Siria, preannunciando immediate reazioni in caso di violazioni di frontiera. Il 30 giugno sei velivoli turchi F-16 si sono alzati in volo a prevenire eventuali violazioni dello spazio aereo turco da parte di elicotteri siriani in avvicinamento alla frontiera comune.
Il 30 giugno si è svolta a Ginevra una conferenza internazionale sulla Siria convocata da Kofi Annan dopo la constatazione del fallimento di fatto del proprio piano per la cessazione delle violenze nel paese mediorientale. Alla conferenza hanno preso parte USA, Regno Unito, Francia, cina, Russia, Iraq, Qatar, Kuwait e Turcha, oltre ai segretari generali di ONU e Lega araba e all’Alto rappresentante UE per la politica estera Catherine Ashton.
La Conferenza ha approvato un piano di transizione imperniato sulla creazione di un organo esecutivo formato da esponenti dell’attuale governo di Damasco e da membri dell’opposizione. Il piano non tratta esplicitamente del destino politico del presidente Assad, e proprio su tale questione sono riemerse dopo la Conferenza le divergenze tra chi (i paesi occidentali) ritiene che il piano implichi la fine politica di Assad, e chi invece (la Russia), attenendosi alla lettera del documento, non ne prevede necessariamente le dimissioni.
Tanto le opposizioni quanto il regime di Assad hanno per una volta convenuto nel definire la Conferenza di Ginevra come ennesimo fallimento, poiché non avrebbe fatto registrare alcun mutamento nelle posizioni dei principali attori internazionali.

Egitto

Nei giorni successivi alla sentenza (2 giugno 2012) contro Mubarak e il suo clan, giudicata troppo indulgente e in qualche modo influenzata dai militari, la mobilitazione di piazza ha visto una progressiva convergenza di tutte le anime uscite dalla rivoluzione contro la candidatura di Shafik nell’imminente ballottaggio per le presidenziali – e sottotraccia contro i militari -, e sempre invocando un nuovo processo per Mubarak e il suo ‘entourage’.
Nonostante l’ultimatum posto dai militari, poi, il processo per l’elezione in Parlamento di una nuova Assemblea costituente – dopo l’annullamento della precedente per la preponderanza in essa degli islamisti – ha segnato a lungo il passo, riflettendo soprattutto l’opposizione irriducibile tra partiti laici e maggioranza islamista, per poi sfociare il 12 giugno nell’elezione di un’Assemblea in cui il peso dei membri parlamentari è rimasto di poco superiore al cinquanta per cento, mentre sono stati aperti spazi per la minoranza cristiano-copta, le donne, i giovani e vari esponenti della società civile.
Dopo soli due giorni, tuttavia, anche la nuova Assemblea costituente è stata messa in questione dalla clamorosa cancellazione del Parlamento da parte della Corte costituzionale, conseguente all’accoglimento di ricorsi riguardanti la parte maggioritaria del voto legislativo - conclusosi dopo una lunga procedura in febbraio -: questa, originariamente prevista per i soli candidati indipendenti, era stata poi anch’essa aperta a candidati partitici.
L’annullamento del voto nella parte maggioritaria ha poi avuto effetto sull’intera consultazione elettorale, rendendo indispensabile una nuova sessione elettorale legislativa. Nella stessa giornata del 14 giugno la Corte costituzionale ha anche in via definitiva bocciato la legge a suo tempo approvata dal Parlamento per impedire la candidabilità agli ex esponenti del regime di Mubarak, con l’intento esplicito di sbarrare la strada della Presidenza ad Ahmed Shafik.
Nonostante la rilevanza di questi verdetti, che hanno comunque fatto gridare al golpe da parte della maggioranza parlamentare islamica, le prime reazioni sono state piuttosto contenute.
Il 17 giugno, con le urne per il ballottaggio delle presidenziali ormai in chiusura, la televisione pubblica egiziana ha annunciato l’adozione di una Dichiarazione costituzionale da parte del Consiglio militare, volta ad integrare il testo approvato in marzo con referendum: la Dichiarazione, resasi necessaria per la difficoltà di redigere una nuova Costituzione a causa della tormentata vicenda dell’Assemblea costituente, definirebbe i poteri del Presidente nei termini della nomina del Primo ministro e dei ministri e della convocazione delle elezioni, mentre ai militari, in assenza del Parlamento, resterebbero i poteri legislativi e di bilancio.
L’intervento normativo dei militari riguarderebbe anche i criteri per la formazione di una nuova Assemblea costituente, il che significherebbe l’affossamento anche di quella eletta il 12 giugno – che invece si è riunita il 18 giugno eleggendo a proprio presidente il presidente del Consiglio supremo della magistratura egiziana, Hossam el-Gheriyani, mentre i Fratelli musulmani accentuavano la loro opposizione al recente scioglimento del Parlamento. Nella serata del 18 giugno, poi, il maresciallo Tantawi ha annunciato la formazione di un Consiglio militare di difesa, destando ulteriore contrarietà nel composito fronte che teme il ritorno, attraverso i militari, di gran parte del regime di Mubarak.
Gli stessi militari, peraltro, hanno negato qualunque affievolimento apportato ai poteri del presidente – che potrà nominare anche il ministro della difesa -, confermando di voler rimettere entro giugno nelle mani di questi tutti i poteri. Va notato tuttavia che la Dichiarazione costituzionale del 17 giugno lascia ai militari ampie facoltà nei confronti della nuova Assemblea costituente, differendo altresì le elezioni legislative a dopo l’approvazione, con referendum, di una nuova Costituzione.
Il 19 giugno, mentre sembra delinearsi sempre più chiaramente la vittoria nelle presidenziali di Mohamed Morsi (con il 52% dei voti), tutte le componenti politiche egiziane contrarie al passato regime hanno marciato nella capitale contro lo scioglimento del Parlamento e la nuova Dichiarazione costituzionale, e tra di esse anche i Fratelli musulmani e i salafiti. Per la proclamazione ufficiale del risultato delle elezioni presidenziali si è però dovuto attendere una settimana, durante la quale, se cresceva la tensione della mobilitazione permanente di Piazza Tahrir, saliva altrettanto progressivamente l'attesa dei Fratelli musulmani per la vittoria del loro candidato Mohammed Morsi.
Tutto ciò avveniva nel contesto di una grande diffidenza della piazza verso l’atteggiamento delle forze armate, sospettate di manovrare – e la prova sarebbe il recente scioglimento del Parlamento e la conseguente avocazione al Consiglio militare dei poteri legislativi – in modo da non giungere al previsto abbandono del potere a fine giugno. Anche rispetto al risultato elettorale che si delineava progressivamente a favore di Morsi i militari continuavano a contrapporre la presunta vittoria del loro candidato Ahmed Shafik.
Ciò allarmava tutti i gruppi favorevoli alla prosecuzione del processo democratico avviato con la caduta di Mubarak. In tal modo i giorni precedenti la proclamazione della vittoria di Morsi hanno visto convergere ancora di più le diverse anime della rivoluzione egiziana, una mossa servita ai Fratelli musulmani anche per smentire le voci di un accordo sotterraneo con i militari che non toccasse le prerogative da essi recentemente avocate, in cambio del riconoscimento della vittoria di Morsi.
Segnali di sempre maggiore tensione nelle forze armate hanno accompagnato questo compattamento delle forze rivoluzionarie, fino a che il 24 gennaio si è avuta la proclamazione ufficiale della vittoria di Morsi, che ha conquistato il 51,73 per cento dei voti, contro il 48,27 di Shafik: tuttavia non sembra attenuarsi la tensione con i militari in ordine al Parlamento sciolto e alle modifiche alla Dichiarazione costituzionale con le quali se ne sono attribuiti i poteri.
Le reazioni internazionali all'elezione di Morsi al vertice dell'Egitto sono state generalmente favorevoli, sia da parte dei paesi occidentali - che hanno posto l'accento soprattutto sugli aspetti di completamento del processo democratico - sia da parte di paesi arabi e mediorientali, incluso l'Iran – con il quale l’Egitto non ha più relazioni diplomatiche dal 1980, cioè dalla vittoria della rivoluzione khomeinista. Con grande entusiasmo la vittoria di Morsi è stata salutata a Gaza, retta da Hamas, che deriva proprio da una componente della Fratellanza egiziana; ma anche dal Consiglio nazionale siriano in lotta con il regime di Assad.
Più sfumata è, comprensibilmente, la posizione di Israele, il cui premier Netanyahu ha espresso apprezzamento per il processo democratico egiziano e rispetto per l'esito di esso, non omenttendo tuttavia di accennare alle aspettative israeliane di poter proseguire la cooperazione con l'Egitto sulla base degli accordi di pace fra i due paesi - che peraltro Morsi, subito dopo la proclamazione della sua vittoria, ha affermato di voler continuare ad onorare. Gli Stati Uniti, in particolare, si sono congratulati con il popolo egiziano per l’importante risultato democratico raggiunto con l'elezione del nuovo presidente, richiamando però parallelamente alla necessità del rispetto dei diritti delle donne e delle minoranze religiose, prima fra tutte quella dei cristiano-copti.
Nei primi giorni successivi all’elezione Morsi – ancora in attesa di poter giurare, visto lo scioglimento del Parlamento – ha chiarito che saranno suoi vice una donna e un cristiano, mentre il futuro premier sarà un indipendente. Dopo qualche tensione, la questione del giuramento è stata sciolta il 29 giugno in Piazza Tahrir, ove con un discorso di ampia portata e con diversi ammiccamenti populistici il neopresidente ha fatto scaturire proprio dalla piazza la propria investitura; e sul piano formale il 30 giugno, giurando innanzi alla Corte costituzionale come richiesto dai militari, il cui capo, il maresciallo Tantawi, ha rispettato la previsione del passaggio dei poteri al nuovo presidente – poteri per ora peraltro attenuati dall’aggiunta alla Dichiarazione costituzionale adottata poco prima della chiusura dei seggi per il ballottaggio delle presidenziali.

Libia

L’imminenza delle elezioni per l’Assemblea costituente, che avrebbero dovuto svolgersi il 19 giugno, ha scatenato in Libia violenze e rivendicazioni senza precedenti dalla caduta di Gheddafi. Il 4 giugno una milizia di Tarhuna, con il pretesto del rilascio di uno dei suoi leader apparentemente scomparso la notte precedente, ha preso d’assalto l’aeroporto internazionale di Tripoli, facendo uso anche di mezzi blindati. La situazione è poi tornata normale grazie all’intervento della milizia di Zintan, che tuttora svolge una sorta di funzione informale di polizia nella capitale. Come previsto, poi, nella stessa giornata è stato ufficializzato il rinvio delle elezioni per l’Assemblea costituente, che sono state poi fissate al 7 luglio, rinvio giustificato anche da problemi procedurali, per l’impossibilità delle autorità di scrutinare adeguatamente le candidature (oltre 4000) per i 200 seggi a disposizione.
Il 5 giugno esponenti della fronda di Bengasi, che aveva nei mesi precedenti dato vita al Consiglio della Cirenaica contro Tripoli, hanno richiesto di modificare a loro favore la ripartizione dei seggi dell’Assemblea costituente, richiedendone 60, e hanno intanto messo in atto un blocco delle merci in provenienza dalla capitale, minacciando anche di estendere l’embargo alla circolazione di mezzi privati. Gli esponenti della Cirenaica rivendicano inoltre, ed è forse ancor più rilevante, il diritto di decidere sugli impieghi dei proventi collegati all’export di petrolio, abbondante nella Libia orientale.
Il terzo fronte di preoccupazione si è aperto alla stessa giornata del 5 giugno, con l’esplosione di un ordigno lungo il muro di cinta dell’ufficio di rappresentanza americano a Bengasi: a rivendicare è stato un gruppo ispirato alla prigionia dello sceicco cieco Omar Abdel-Rahman, che sta scontando l’ergastolo negli Stati Uniti per aver ideato una serie di attacchi terroristici - è considerato tra l’altro la mente dell’attentato del 1993 contro il World Trade Center -, nonché il tentato assassinio di Mubarak. L’attentato è stato ricollegato più in generale all’azione di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI), che infatti molti esperti prevedevano avrebbe potuto dispiegarsi liberamente proprio dopo la rimozione di Gheddafi e il successivo caos nella situazione di sicurezza.
Il 7 giugno si è verificato il secondo sequestro di motopesca italiani da parte delle nuove autorità libiche, dopo quello del novembre 2011: infatti tre imbarcazioni della flotta di Mazara del Vallo sono state dirottate nel porto di Bengasi  mentre si trovavano nel braccio di mare antistante alla città libica. Il fronte dei rapporti tra l'Italia e la nuova Libia è stato agitato nel mese di giugno anche in relazione alla questione dell'accordo sull'immigrazione che il Ministro dell’interno Annamaria Cancellieri ha firmato il 3 aprile nella sua visita a Tripoli, e che continuerebbe ad includere la clausola del respingimento in mare già applicata dal precedente governo suscitando numerose polemiche e la condanna, lo scorso febbraio, da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo.
In particolare, la disposizione sui respingimenti è stata criticata in quanto non permetterebbe di distinguere tra immigrati clandestini con motivazioni di tipo economico e immigrati da zone del mondo che danno diritto a chi ne proviene al riconoscimento dello status di rifugiato.
La rinnovata polemica è iniziata a seguito di un rapporto di Amnesty International del 15 giugno che denunciava l'accordo del nuovo governo italiano con le autorità libiche per la riammissione in quel paese di immigrati irregolari intercettati in mare. Il 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il delegato dell'Alto commissariato ONU per i rifugiati nell'Europa meridionale, Laurens Jolles, ha nuovamente criticato l'Italia per non aver tenuto conto, negli accordi con la nuova Libia, della necessità di clausole di salvaguardia a protezione dei potenziali rifugiati. In entrambi i casi la reazione del governo italiano è stato decisa, nel senso di negare ogni continuità con la pratica precedente dei respingimenti in mare, e di affermare la piena conformità di quanto stipulato con Tripoli alle convenzioni internazionali e al rispetto dei diritti umani: ciò è stato fatto tanto dal Ministro per la cooperazione internazionale Andrea Riccardi, quanto dal Ministro degli Affari esteri Giulio Terzi.
Va peraltro ricordato che Bengasi si conferma centro di particolare pericolosità soprattutto nei riguardi di esponenti occidentali: negli ultimi mesi sono stati quattro gli agguati contro missioni internazionali, due dei quali il 6 giugno contro la rappresentanza USA nella città e l’11 giugno contro un convoglio diplomatico britannico che aveva a bordo l’ambasciatore Asquith, rimasto illeso, mentre due guardie del corpo hanno riportato ferite.
Il 24 giugno le autorità libiche hanno ottenuto il rimpatrio di Baghdadi el-Mahmudi, ex premier sotto Gheddafi, che era fuggito in Tunisia: la decisione di estradare Mahmudi ha aperto un grave conflitto istituzionale proprio a Tunisi tra il premier Djebali – islamico moderato – e il Presidente laico Moncef Marzouki, fortemente contrario per le scarse garanzia di equità giudiziaria e di incolumità che la Libia offrirebbe a Mahmudi.

Tunisia

Dopo che il 23 maggio la procura militare del Kef aveva richiesto la pena capitale nel procedimento contro l'ex dittatore tunisino Ben Alì per la repressione delle sollevazioni popolari all’inizio del 2011, il 13 giugno Ben Alì ha subito due diverse condanne, la prima a venti anni di carcere e la seconda all’ergastolo.
Intanto, dopo che il 28 maggio era stata autorizzata ufficialmente l'attività politica del partito Hezb Ettahir, espressione politica dei salafiti, questi ultimi hanno perpetrato i massicci attacchi partiti l’11 giugno dal quartiere della Marsa (periferia della capitale), inizialmente diretti contro una galleria d’arte che esponeva opere giudicate immorali dagli integralisti, e successivamente estesi anche ad altre città della Tunisia.
Dopo un’iniziale incertezza, le forze di polizia – che hanno registrato nei loro ranghi 65 feriti – si sono mosse, arrestando oltre 160 manifestanti, ed il 12 giugno è stato imposto il coprifuoco nella capitale e in altri sei governatorati, la misura più grave adottata dalla caduta di Ben Ali. Poiché i salafiti avevano fissato per il venerdì di preghiera (15 giugno) la data di una grande mobilitazione, le forze di sicurezza guidate dal Ministero dell’interno,  in cooperazione con le Forze armate, hanno provveduto ad un massiccio presidio del territorio per il rispetto del divieto di manifestazione, e di fatto le previste dimostrazioni non hanno avuto luogo – va rilevato come solo da poche ore fosse in vigore una normativa più estensiva per l’uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, tale da permetterne l’uso nei casi di pericolo per ciascun agente o propri colleghi, ma più in generale per scongiurare attacchi contro le istituzioni; si tratta evidentemente di una risposta ai malumori espressi nei giorni precedenti dalla polizia per l’impossibilità di intervenire efficacemente contro le manifestazioni salafite.

Profili generali

R. Menotti,Questioning economic assumptions in the Mediterranean region”, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 20 giugno 2012

Bahrain

J. Kinninmont, “Bahrain: Beyond the Impasse”, pubblicato nel sito www.chatamhouse.org, giugno 2012

Egitto

D. Brumberg, “Egypt, Elections and the Fate of the Transition”, pubblicato nel sito www.usip.org, giugno 2012
E. Zarwan, “Egyptians Making History”, pubblicato nel sito www.ecfr.eu, 13 giugno 2012
N. Witney, “Europe must not accept Egypt's military coup”, pubblicato nel sito www.ecfr.eu, 18 giugno 2012
Congressional Research Service. J. M. Sharp, “Egypt: Transition under Military Rule”, pubblicato nel sito www.fas.org, 19 giugno 2012
A. Meringolo, “L’Egitto in stato confusionale: istituzioni e consenso”, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 22 giugno 2012
V. Talbot, “Egitto: un ritorno al passato?”, pubblicato nel sito www.ispionline, 22 giugno 2012
G.P. Calchi Novati, “Le falle della transizione”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, 26 giugno 2012
A. Sanguini, “L'elezione di Mursi è comunque una svolta”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, 26 giugno 2012
A. Meringolo,Il presidente Mursi e le molte incertezze del nuovo Egitto, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 27 giugno 2012
J.A. Khalek, “Defining the priorities of Egypt's new president”, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 28 giugno 2012

Iran

A. Sperandeo, “La mano di Teheran in Iraq e Siria e la frattura sciiti-sunniti”, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 26 giugno 2012

Libia

A. Alunni – K. Mezran, “Post-Qadhafi Libya: the electoral dilemma”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, giugno 2012
L. Martinez, “New Lybia between the past and the future”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, giugno 2012
A.M., Morone, “Post-Qadhafi’s Libya in Regional Complexity”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, giugno 2012
and many Problems”, pubblicato nel sito www.ispionline.it, giugno 2012
G. Dentice, “Libia: tra tensioni e incertezze future”, pubblicato nel sito www.equilibri.net, 9 giugno 2012
N. Sartori, “Il voto che incendia la Libia”, pubblicato nel sito www.affarinternazionali.it, 29 giugno 2012

Marocco

E. Ardemagni, “Marocco: riforme interne e diplomazia economica”, pubblicato nel sito www.equilibri.net, 26 giugno 2012

Siria

N. Ronzitti, “Intervento in Siria: non si può, o invece sì?”, pubblicato nel sito www.affarinternazionali.it, 11 giugno 2012
R. Aliboni, “Siria: il nodo gordiano che Mosca non taglia”, pubblicato nel sito www.affarinternazionali.it, 11 giugno 2012-07-03
F. Belcastro, “Siria: la comunità internazionale e le opzioni percorribili”, pubblicato nel sito www.equilibri.net, 16 giugno 2012
A. Nerguizian, “Bracing for an Uncertain Future in Syria”, pubblicato nel sito www.csis.org., 20 giugno 2012

Tunisia

International Crisis Group, “Tunisia: Confronting Social and Economic Challenges”, 6 giugno 2012
B. Selwan Khoury,Tunisia: un autunno salafita?, pubblicato nel sito www.aspenistitute, 19 giugno 2012

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