giovedì 30 agosto 2012

Il commento di Francesco Damato sul mio articolo Napolitano e Neil Armstrong

Napolitano dalla stagione "dell'oppio dello spazio" 
alla liberazione dalla prigione ideologica del Pci
di Francesco Damato
Tratto da Il TEMPO 
del 28 agosto 2012

Appartiene ad un'epoca fortunatamente definita di "prigionia" dallo stesso Giorgio Napolitano, come vedremo, quel suo curioso e, diciamolo pure, assai imbarazzante articolo sull'allunaggio degli americani che Lanfranco Palazzolo ha riproposto ieri ai nostri lettori, ricavandolo dal numero di ferragosto del 1969 dal giornale storico e ufficiale del Pci, "l'Unità". Che volle chiudere proprio con quell'articolo un dibattito apertosi fra militanti e intellettuali del partito, divisi dalla voglia di riconoscere agli Stati Uniti il successo innegabile della missione dell'Apollo 11, riproposta in questi giorni alla nostra memoria dalla morte dell'ormai mitico comandante Neil Armstrong, e dal timore di offuscare il mito dell'Unione Sovietica. Che aveva perduto definitivamente in quella occasione il primato raggiunto nel 1961 nella corsa allo spazio con gli 88 minuti di volo orbitale di Jurij Gagarin attorno alla terra. "Noi - scrisse allora Napolitano, responsabile della cultura nel Pci guidato da Luigi Longo - abbiamo fiducia nella capacità di larghe masse lavoratrici e popolari del nostro Paese di non lasciarsi frastornare dai vecchi e nuovi apologeti del "sistema" americano, ed anche di non farsi drogare dall'"oppio" spaziale, di non farsi deviare dalle necessità di una lotta trasformatrice, rivoluzionaria per la soluzione dei propri problemi, e dei problemi di tutta l'umanità sfruttata e oppressa su questa terra". La nostra terra, voleva dire Napolitano allungandone ulteriormente le distanze dalla luna. Dove Armstrong era sbarcato il 20 luglio issandovi poi orgogliosamente, con Edwin Aldrin, la bandiera a stelle e strisce. Parole, quelle dell'allora non imberbe ma già quarantaquattrenne Napolitano, che fanno certamente impressione a rileggerle adesso. Ma che appartengono ad un contesto estinto e a dir poco drammatico, descritto dallo stesso Napolitano anche di recente con una chiarezza e una onestà autocritica che gli vanno riconosciute, così diverse dai silenzi o dalle tartufesche divagazioni di altri suoi amici, coetanei e giovani, o finti giovani, che dicono di avere militato e fatto carriera nel Pci senza essere mai stati però comunisti davvero. Rispetto a costoro splende la franchezza della lunga intervista autobiografica rilasciata dal presidente della Repubblica il 9 giugno scorso, in partenza per una visita ufficiale in Polonia, ad uno suo vecchio compagno dissidente dell'est europeo dei tempi sovietici, Adam Michnik, inviato al Quirinale dalla Gazeta Wyboreza. "Il sentiero della mia vita - si legge in quell'intervista - è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato, più che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio Paese. Nell'arco dei decenni ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute", peraltro già descritte in un libro - "Dal Partito Comunista Italiano al socialismo europeo" - pubblicato nel 2005, quando egli si considerava ormai una riserva della politica, per quanto o proprio per questo onorato con la nomina a senatore a vita dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Al quale neppure immaginava di poter succedere solo un anno dopo, come soluzione di compromesso, proposta in particolare da Pier Ferdinando Casini, di fronte alla candidatura di un altro post-comunista, Massimo D'Alema, che aveva ben poche possibilità, diciamo pure nessuna, di riscuotere consensi al di là dello schieramento di sinistra. Silvio Berlusconi, in verità, fu tentato in quella circostanza di dare una mano a D'Alema, che aveva già aiutato alcuni anni prima a diventare presidente dell'ultima e infruttuosa commissione bicamerale per le riforme istituzionali partorita dal Parlamento. Ma proprio l'esito negativo di quell'impresa finì per scoraggiare il Cavaliere da un'altra apertura di credito. Torniamo ora all'intervista del 9 giugno scorso. Nella quale il capo dello Stato, pur negando che il Pci in cui aveva a lungo militato fosse stato "come molti altri, un partito stalinista, in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali", quale quella a lui congeniale di Giorgio Amendola, ha riconosciuto che quel partito "era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale Comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione Sovietica e il legame col movimento comunista mondiale". Il "mito" quindi dell'Urss, al quale può essere attribuito quel suo articolo sulla "Unità" di ferragosto del 1969 contro "l'oppio spaziale" dal quale i compagni dovevano guardarsi per non tradire il loro campo. Eppure già l'anno prima, nell'estate del 1968, il Pci di Luigi Longo aveva già compiuto un primo strappo dall'Unione Sovietica disapprovandone l'intervento militare in Cecoslovacchia, effettuato per debellare la famosa "primavera" di Alexander Dubcek. Ma proprio la forza di quello strappo forse, non a caso seguito dalle porte delle Botteghe Oscure chiuse agli esuli di Praga, accolti invece a braccia aperte nel Psi da Bettino Craxi, impedì poi anche a comunisti di estrazione liberale come Napolitano di avventurarsi oltre, almeno in quel momento. Del resto, anche negli anni successivi a quel 1968 e a quel 1969 Giorgio Amendola, il capocorrente, diciamo così, di Napolitano, soleva spiegare ad amici e compagni che il Pci non poteva superare le colonne d'Ercole del filosovietismo per ragioni di semplice sopravvivenza. Egli voleva dire che a Mosca avevano ancora modi e mezzi per spaccare il partito, nel frattempo passato dalle redini di Longo a quelle di Enrico Berlinguer. Lo sapeva bene evidentemente anche Napolitano. Che tuttavia nell'intervista autobiografica del 9 giugno ha detto che gli "elementi originari" del Pci, indicati appunto nel mito dell'Unione Sovietica e nel legame col movimento comunista mondiale, "a un dato momento sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi". La prigione fra le cui metaforiche mura egli aveva anche scritto quello sfortunato articolo di ferragosto di 43 anni fa contro l'"oppio spaziale" degli americani.

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