martedì 27 novembre 2012

Quella banda sottovalutata per troppo tempo



Intervista a Otello Lupacchini
Voce Repubblicana, 27 novembre 2012 
di Lanfranco Palazzolo

Per anni il pericolo rappresentato dalla banda della Magliana fu sottovalutato. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il giudice Otello Lupacchini, che ha pubblicato un saggio introduttivo nel libro di Angela Camuso dal titolo “Mai ci fu pietà” (Castelvecchi) sulla banda della Magliana.
Giudice Lupacchini, nel suo saggio introduttivo lei ha precisato di sentirsi indeciso se scrivere o meno?
“Quando uno scrive la prefazione al libro di un altro trova la difficoltà di dover esprimere un giudizio critico nei confronti dell’autore del libro. Ed è sempre una posizione molto sgradevole mettersi dalla parte dei critici piuttosto che degli autori. Questo era il mio problema. E poi c’era qualcosa di più profondo. Il libro della Camuso si inserisce in un filone sulla banda della Magliana, che riguarda il mito di questa associazione criminale. Questo mito non è esploso a seguito di fatti giudiziari, quanto per un fenomeno letterario relativo ad un libro, ‘Romanzo criminale’. Da quel momento si è preso atto dell’esistenza della banda della Magliana, rispetto ai tempi in cui questa banda rappresentava un problema per Roma e di chi doveva risolvere questo problema”.
Nel suo saggio introduttivo lei sottolinea molto bene che ci sono delle responsabilità precise di questa sottovalutazione.
“Attribuire delle colpe è sgradevole e in un certo senso sbagliato. La sottovalutazione è stata nei fatti. Se alcuni episodi vengono visti a se stante e fossero delle monadi chiuse senza rapporti con gli altri si finirebbe ad avere una visione riduttiva della questione. Ma vi è una questione più profonda, di tipo psicoanalitica. Il problema della banda della Magliana è stato sottovalutato tra il 1978 e il 1982. A Roma ci sono stati una quarantina di omicidi sottovalutati”.
Con chi era collegata la banda della Magliana?
“In quegli anni la banda è risultata essere in rapporti affaristici con ‘Cosa Nostra’, sia prima della guerra di mafia e con il gruppo di Stefano Bontade. E, poi, successivamente, un altro gruppo si è schierato con il clan di Pippo Calò e con il gruppo della cosiddetta ‘mafia vincente’, dopo la spaccatura all’interno della mafia”.
Chi operava nel Lazio per conto di questo sodalizio criminale?
“Personaggi del calibro di ‘Frank ‘tre dita’ Coppola e Pippo Calò. Per non parlare dei soggiorni romani dei vari Buscetta e Contorno. Queste presenze ‘romane’ non avvenivano per puro turismo. Come non erano per turismo le presenze di alcuni esponenti dei clan napoletani. Gli inquirenti hanno perso di vista i contorni reali della questione”.
Cosa imputa al questore di Roma al prefetto di Roma Caruso?
“Nel mio saggio introduttivo parlo di una sua intervista rilasciata al termine di un convegno in Campidoglio, in cui Caruso sottovalutava il fenomeno criminale a Roma”.

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