venerdì 28 dicembre 2012

La società americana non è peggio della nostra



Intervista ad Alessandro Portelli
Voce Repubblicana, 
28 dicembre 2012 
di Lanfranco Palazzolo

La società americana non è peggiore di quella italiana. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Alessandro Portelli, professore di Lingue e letterature angloamericane all'Università di Roma “La Sapienza” e autore di “Desiderio di altri mondi. Memoria in forma di articoli" (Editore Donzelli), volume che raccoglie gli articoli dello studioso sui cambiamenti della nostra società in questi 30 anni.
Prof. Portelli, come è nata l’idea di questo libro nel quale ha raccolto alcuni dei suoi articoli significativi pubblicati in questi anni?
“Questo libro era nato con l’idea che avrei dovuto stamparlo da solo. Era il periodo in cui stavo andando in pensione. Allora avevo pensato ad un libro da regalare ai miei amici per raccontare il lavoro fatto nel corso degli ultimi anni. L’editore Donzelli ha deciso di voler pubblicare questo libro. Ho individuato un filone di interventi che toccano diversi argomenti, legati dalla volontà di osservare i progressi dovuti all’euforia dello sviluppo tecnologico, che ha anche i suoi prezzi sociali”.
Nel suo libro ci sono anche molti interventi sugli Stati Uniti. Lei è anche docente di letteratura anglo-americana. Quali sono le sue valutazioni sugli episodi di violenza ai quali abbiamo assistito in questi mesi negli Usa?
“Non sono rimasto molto sorpreso da questi episodi. Tendo a pensare che i fatti di questi mesi non sono un fenomeno americano. Anche da noi vengono uccise tante persone. Credo sia sbagliato definire la società americana come una società violenta in contrapposizione alla società buona che c’è da noi. Questo è un errore. Credo che esiste una solitudine e una frustrazione dei maschi che si trasforma in violenza. Negli Stati Uniti questa violenza si trasforma in tragedia perché le armi circolano con grande facilità. Ma questa disponibilità esiste anche in Italia a giudicare dalla diffusione delle organizzazioni criminali. Il problema è che oggi manca ogni forma di mediazione tra l’individuo e la collettività. Manca la politica e manca il rapporto con i sindacati. L’individuo arriva a pensare di essere solo e se la prende con le istituzioni. Questo non è un problema degli americani”.
Nel suo libro lei ha duramente criticato il sistema elettorale uninominale. Ci spiega perché?
“I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Vediamo una politica sempre più personalizzata anche per colpa dei conflitti di interessi che toccano la politica. Questo ha portato ad far eleggere anche i deputati con il sistema delle liste bloccate. Penso che la democrazia deve garantire il massimo della rappresentatività e non fare finta di essere democratici mandando al governo una classe politica che non è in grado di reggere per una legislatura. Credo che il voto debba rappresentare la complessità della società italiana”.   

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