mercoledì 15 febbraio 2012

La ripresa economica mondiale vista dall'Ocse

Il Rapporto Perspective on Global Development 2012  è il secondo di una nuova serie di pubblicazioni inaugurata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 2010. A differenza del Rapporto 2010 che si concentrava sull’impatto della crescita delle grandi economie emergenti sugli standard di sviluppo, povertà ed uguaglianza, il Rapporto 2012 (Social Cohesion in a Shifting World), diffuso il 21 novembre scorso, analizza i modi per rafforzare la coesione sociale nei paesi in via di sviluppo a crescita rapida (paesi convergenti, v. nota 2), in un contesto globale in costante mutamento.
La coesione sociale, secondo il modello delineato nel Rapporto, è la risultante di tre componenti fondamentali, che devono coesistere: l’inclusione sociale, il capitale sociale e la mobilità sociale: una società coesa opera in direzione del benessere di tutti i suoi membri, crea un senso di appartenenza e promuove la mobilità sociale.
L’inclusione sociale attiene strettamente all’eliminazione di tutti i fattori di esclusione (povertà, disuguaglianza e polarizzazione sociale) operanti all’interno di una società. Il capitale sociale combina misure di fiducia (interpersonale e sociale) con varie forme di impegno civico. La mobilità sociale misura il grado di fiducia delle persone di poter cambiare la propria posizione nella società.
Come hanno dimostrato anche le proteste del 2010 in Thailandia - dove veniva invocata una maggiore democrazia - e, più di recente, i vari fermenti espressi nella cd. “primavera araba”, la coesione sociale, oltre che un moltiplicatore dello sviluppo, costituisce un valore a se stante, ed i governi che ignorano troppo a lungo la questione, rischiano di dover affrontare gravi instabilità sociali.
Il Rapporto sostiene che la coesione sociale è indispensabile per una crescita economica di lunga durata e sottolinea la necessità di definire politiche fra loro coordinate nelle aree fiscale, del lavoro, della protezione sociale, dell’istruzione, della parità di genere e delle migrazioni. La questione riguarda particolarmente i paesi in via di sviluppo in rapida crescita – sui quali il Rapporto si incentra – che negli anni 2000 hanno avuto una crescita molto più rapida dei paesi ad alto reddito; in particolare, l’OCSE afferma che nei primi dieci anni 2000, ben 83 paesi in via di sviluppo sono riusciti a raddoppiare il tasso di crescita collocandosi quindi tra i “paesi convergenti”, mentre negli anni Novanta solo 12 paesi ebbero la stessa performance.
Questo processo ha prodotto un aumento delle risorse disponibili per lo sviluppo nelle economie emergenti a crescita rapida, nonché una considerevole espansione della classe media (quella con un reddito giornaliero che va dai 10 ai 100 dollari) che, per circa la metà (circa un miliardo di persone), vive nei paesi convergenti; è previsto però che la classe media nei paesi non OCSE sarà addirittura quasi quadruplicata nel 2030, venendo a rappresentare in quel momento l’80% circa della classe media mondiale (5 miliardi di persone).
La classe media emergente, oltre a costituire un potenziale per un incremento della domanda interna, anche grazie al confronto con la classe media dei paesi più ricchi presenta nuove e crescenti aspettative in vari settori: la partecipazione civica,  un’istruzione più elevata, migliori posti di lavoro e più alti livelli di vita. La classe media, attraverso le sue istanze, diventa quindi un elemento che spinge verso la realizzazione di una società più coesa.
Il Rapporto sottolinea come la maggiore crescita consenta di dare vita a processi più inclusivi, che tengano conto delle aspettative delle classi medie non solo in termini di miglioramento dello standard di vita, ma anche sotto il profilo della richiesta di governi più aperti e trasparenti o di migliori servizi pubblici.
Dopo aver analizzato nel dettaglio la definizione di “coesione sociale” attraverso lo studio delle sue componenti, e aver dato per scontato che la coesione sociale è condizione essenziale per lo sviluppo, il Rapporto evidenzia come essa sia favorita dallo spostamento della ricchezza che fornisce nuove opportunità. Ma la coesione sociale è allo stesso tempo messa a rischio nelle economie emergenti dalla nuova geografia della ricchezza, rischi che vanno fronteggiati con un approccio politico olistico, particolarmente nelle aree delle politiche fiscali, sociali e del lavoro.
Il Rapporto individua la necessità di riforme fiscali, viste come un potente mezzo per incrementare l’equità, la trasparenza e la moralità nei paesi emergenti. Tali riforme dovrebbero consentire di utilizzare i guadagni inattesi e le risorse provenienti dallo spostamento delle ricchezze per  finanziare programmi sociali sostenibili a lungo termine.
In particolare, poiché i proventi delle tasse sono ancora piuttosto bassi nei paesi convergenti, il Rapporto ritiene che vi siano margini per riforme che allarghino la base imponibile o che aumentino le tasse. Punto cardine della politica fiscale macroeconomica dovrebbe essere quello di creare le condizioni per un sistema tributario sufficiente e affidabile per finanziare le spese prioritarie dello sviluppo relative alla coesione sociale, siano esse le pensioni sociali, i sussidi di disoccupazione, o i programmi volti all’istruzione o alla creazione di posti di lavoro per i giovani. Le nuove norme fiscali dovrebbero inoltre obbligare i governi a risparmiare nei periodi di affluenza, al fine di poter mantenere gli investimenti pubblici nei periodi di crisi economica.
Quanto all’area del lavoro, lo spostamento della ricchezza verso i paesi emergenti  porta con sé la necessità di dare vita ad istituzioni del mercato del lavoro che facilitino la determinazione dei salari e il ruolo distributivo e allocativo dei mercati del lavoro mirando a raggiungere risultati equi. Lo spostamento della ricchezza ha determinato un cambiamento nelle sfide riguardanti l’occupazione e la protezione sociale. Sebbene tale ricchezza abbia creato opportunità, essa ha allo stesso tempo portato ad una frattura che si traduce nel cambiamento della distribuzione funzionale del reddito, in attriti nelle relazioni e nel cambiamento dei rischi per la cittadinanza.
Malgrado la crescita rapida delle economie e della produttività, i compensi dei lavoratori non ne rispecchiano l’entità, così come, più in generale, le condizioni di lavoro non si sono adeguate alle nuove realtà socioeconomiche.
Il Rapporto esamina a tale proposito il caso della Cina dove i mercati non regolamentati non sono stati in grado di gestire il cambiamento, cosa che ha generato conflittualità  e un rilevante aumento delle controversie. Più regolamentazione viene invocata anche da altri paesi, dove il timore di una competizione che costringe gli standard lavorativi ad abbassarsi, induce a chiedere istituzioni del mercato del lavoro capaci di fissare prezzi giusti e di mettere in atto meccanismi di adattamento alle condizioni sociali ed economiche in costante trasformazione.
Guardare al mercato del lavoro e alla protezione sociale dal punto di vista della coesione sociale significa, secondo il Rapporto, creare istituzioni che siano non solo efficienti, ma che siano anche in grado di attenuare dualismi e segmentazione, prevenendo l’alienazione e la discriminazione di gruppi vulnerabili e promuovendone l’inclusione. I sistemi di protezione sociale che prevedono l’assistenza sociale per i poveri e l’assicurazione sociale per i lavoratori formali rischiano di lasciare senza protezione un grande numero di lavoratori informali, non poveri ma sicuramente vulnerabili.
Anche la c.d. “flexicurity, che si basa sul principio di diminuire la protezione dei lavoratori che godono del sistema di sicurezza sociale a favore di un aumento delle tutele dei lavoratori disoccupati, sembra non soddisfare l’esigenza di coprire quella larga fascia di popolazione con un reddito medio senza un inquadramento contrattuale formale.
Il Rapporto conclude che per sostenere la coesione sociale attraverso i servizi sociali ed altri programmi, è necessario che le risorse siano adeguate e che la spesa pubblica sia efficiente; inoltre, l’idea che i governi non possano sostenere le misure per rafforzare la protezione sociale deve essere contrastata con il fatto che in molti casi c’è un largo utilizzo di sussidi a vantaggio di non poveri (ad es. sussidi per l’acquisto di cibo o carburante).
Come accennato, il Rapporto prende in considerazione altresì le politiche trasversali necessarie all’integrazione dei gruppi vulnerabili tradizionalmente esclusi, tra le quali l’istruzione, l’uguaglianza di genere, la sicurezza alimentare e l’immigrazione.
L’offerta di un’istruzione qualitativamente buona a tutta la popolazione fa sì che la scolarità diventi un forte livellatore di opportunità, portando con sé la possibilità, anche per i più svantaggiati, di salire nella scala sociale. La qualità dell’istruzione è essenziale affinché questa si possa tradurre poi in migliori prospettive di crescita, maggiore produttività e migliori chances nel mercato del lavoro. La scolarità in se stessa, inoltre, contribuisce alla coesione sociale, in quanto forma e trasmette i valori condivisi che sottostanno al capitale sociale e all’inclusione.
Mentre è dimostrato che nei paesi con i redditi più alti e in quelli in rapido sviluppo generalmente le donne sono meno discriminate, la relazione tra crescita e uguaglianza di genere non è così netta. Ci sono infatti molti paesi nei quali, nonostante l’alta crescita degli ultimi vent’anni, non si sono fatti grandi passi in avanti nella discriminazione femminile.
L’indice Social Institutions and Gender (SIGI) riferito al 2009 – rappresentato in una tavola contenuta nel Rapporto – evidenzia come la media dei paesi convergenti abbia un indice di discriminazione (0,11) molto più vicino a quello dei paesi in movimento o dei paesi poveri (rispettivamente 0,13 e 0,17) rispetto a quello dei paesi ricchi (0,01).
Il Rapporto suggerisce che i cambiamenti dovrebbero iniziare nelle aree del lavoro, dell’istruzione e dell’imprenditoria, ad esempio offrendo alle donne maggiore accesso al credito e alla tecnologia e fornendo trasferimenti di denaro condizionati, specificamente destinati alla trasformazione di istituzioni sociali discriminatorie quali il matrimonio precoce e forzato.
Il Rapporto segnala ancora l’urgenza di adottare misure che riconoscano alle donne il diritto di proprietà e di eredità, nonché un più facile accesso alla terra.
L’integrazione degli immigranti è una sfida che si pone non solo nei paesi ricchi, ma anche nelle economie emergenti, dove la migrazione sud-sud è in costante aumento. L’utilizzo di risorse troppo limitate nei paesi di nuova immigrazione per limitare la discriminazione degli immigrati (spesso privati anche dell’accesso a pubblici servizi) preoccupa l’OCSE: l’esperienza sviluppata nei suoi paesi membri, infatti, sembra suggerire che il problema dell’esclusione sociale degli immigrati è tanto meno facilmente risolvibile quanto più tardi vengono adottate le misure necessarie.
Tali misure dovrebbero essere mirate a favorire l’inclusione sociale attraverso l’elaborazione di politiche abitative e sull’istruzione, oltre che attraverso l’eliminazione di ogni discriminazione sul mercato del lavoro.

I sindacati vanno ascoltati


Intervista a Pasquale Giuliano
Voce Repubblicana del 15 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Un'intesa con tutti i sindacati sull'articolo 18 è necessaria. Lo ha detto alla “Voce” il Presidente della Commissione Lavoro del Senato Pasquale Giuliano del Pdl.
Senatore Giuliano, cosa pensa delle indiscrezioni di un accordo tra Cgil e Monti sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
Non sono rimpasto sorpreso da questo incontro. L'argomento è molto importante. Ecco perché qualsiasi incontro su questo tema ha un'attenzione mediatica superiore alle aspettative. La questione relativa all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è una questione annosa. Agli occhi di molti osservatori è diventata una vicenda più emblematica che reale. Il nostro paese ha una disciplina diversa da quella degli altri paesi dell'Ue. La posizione del nostro paese deve essere immediatamente definita su questo argomento. La Commissione Lavoro si occupa di questo tema ogni anno. L'articolo 18 costituisce sempre un momento di grande fibrillazione. Gli effetti di questo dibattito si riverberano anche sulla governabilità del nostro paese”.
Lei è d'accordo alla riforma dell'articolo 18?
E' una materia che deve essere rivista. Il concetto della flex-security è quello che governa il mondo del lavoro. Alla luce della globalizzazione, delle nuove esigenze di un mercato in crisi, e con la necessità di accompagnare il lavoratore con strumenti idonei, questo metodo deve essere rivisto”.
E' giusto non applicare l'articolo 18 a chi esce dal precariato come sarebbe stato stabilito in questo incontro smentito dalla Cgil?
Preferirei non intervenire su questo punto anche perché non abbiamo visto nulla di scritto. Quindi non sappiano nulla di quello che stato stabilito e nemmeno se questo incontro ci sia stato. Mi rendo anche conto che sia la Commissione Lavoro che il Parlamento non sono stati tirati in ballo perché è giusto che ci sia un incontro e un'intesa con le forze sindacali nel loro complesso. Qualsiasi soluzione che possa accontentare parti è benvenuto”.
Quante imprese sarebbero interessate dalla riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?
Il numero delle imprese coinvolte è assolutamente modesto. Ma come massa di lavoratori interessati dal provvedimento siamo sui 7 milioni 1/2 di lavoratori”.
La riforma dell'articolo 18 favorirebbe la delocalizzazione delle imprese italiane?
Credo di sì. Ma questo dipende molto da come viene concertata la riforma. La reintegrazione del lavoratore stabilità dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori crea parecchi problemi al lavoratore e al datore di lavoro. Ecco perché è necessario risolverla”.
Questa riforma significherebbe sacrificare l'occupazione a vantaggio della crescita?
No, questi due valori vanno di pari passo. La crescita stimola l'occupazione. E la politica non vuole aumentare il numero dei disoccupati”.