venerdì 24 febbraio 2012

Quel servizio pubblico da garantire


Un'immagine suggestiva de "L'isola dei famosi".
Intervista a Giorgio Merlo
Voce Repubblicana del 24 febbraio 2012
di Lanfranco Palazzolo

Il servizio pubblico della Rai deve essere garantito anche se vedo programmi che non mi piacciono come “L'isola dei fmosi”. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l'onorevole Giogio Merlo, deputato del Pd e membro della Commissione di Vigilanza sulla Rai.
Onorevole Merlo, in questi giorni si è parlato molto del canone Rai. Inoltre, ci sono state molte polemiche sulle modalità con cui si è mossa l'azienda. Come ha trovato questa campagna martellante sulla Rai?
Ho trovato questa campagna positiva perché il canone serve anche per tutelare il pluralismo e la democrazia nel nostro paese. Senza un servizio pubblico vero e reale la democrazia morirebbe nel nostro paese. A mali estremi estremi rimedi. Dopodiché mi rendo perfettamente conto che sarebbe opportuno inserire qualche riforma per il canone Rai. Ci sono delle proposte di legge depositate in Parlamento. E c'è tutto il tempo per poterle affrontare”.
Cosa sarebbe più opportuno fare? L'ex segretario del Pd aveva chiesto di inserire il canone nella bolletta elettrica. E' giusto continuare a pagare questa tassa quando la Rai viene considerata un soggetto che agisce all'interno del mercato?
Condivido. Le strade potrebbero essere tante. Bisognerebbe garantire un finanziamento pubblico alla Rai recuperandolo dalla fiscalità generale. Lo Stato concede delle risorse alla Rai affinché sia garantito il servizio pubblico e tutto ciò che comporta: diritti e doveri. La proposta di inserire il canone in bolletta potrebbe è una proposta praticabile. In tutti e due i casi è necessario garantire la permanenza del servizio pubblico”.
Se lei dovesse descrivere in cosa consiste il servizio pubblico della Rai riuscirebbe a trovare una spiegazione accettabile per chi paga il canone, soprattutto dopo le polemiche su Sanremo?
Le polemiche sono connaturate all'esistenza della televisione. Io guardo alcune cose quando mi riferisco al servizio pubblico della Rai: osservo la qualità dei programmi e gli ascolti delle trasmissioni. Arriviamo da una settimana nella quale la Rai non ha fatto ascolti, ma li ha 'ordinati'. Potrei citare tanti esempi positivi nei quali la Rai ha prodotto qualità: nella fiction, nello sport, nei talk-show – che vanno benissimo - tanto per fare degli esempi. Certo, la Rai ha ampi margini di miglioramento. Ecco perché è necessario lavorare sugli ascolti. Non si vive di sola qualità. In Rai ci sono delle cose che non voglio gradisco, come ad esempio 'l'Isola dei famosi'. Sfido però chiunque a dire che in Rai non c'è qualità. In questa azienda ci sono professionisti seri, giornalisti di grande spessore. Le potenzialità di questa azienda sono enormi. L'alternativa a questa situazione sarebbe quella di privatizzare la Rai, ma questo significherebbe ridurre il tasso di democrazia nel nostro paese”.

Ecco come la Croazia è entrata nell'Unione europea


Il 22 gennaio 2012 i croati hanno approvato a grande maggioranza l’ingresso del loro paese nell’Unione Europea. I tre quarti degli elettori, vale a dire il 66,67 per cento, ha votato a favore dell’adesione, mentre il 33,33 per cento ha votato no.
La partecipazione è stata tuttavia scarsa, fermandosi al 43,54 per cento.
Si ricorda che in Croazia, il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale diretto con un sistema a doppio turno per un mandato di cinque anni rinnovabile. Il Presidente nomina il primo ministro (per consuetudine il leader del partito di maggioranza in Parlamento) che deve ricevere la fiducia del Parlamento. Il primo ministro nomina a sua volta i ministri. Il Parlamento è, a seguito della riforma del 2001 che ha abolito la Camera delle province, monocamerale: il Sabor è composto  da 153 deputati, eletti per quattro anni, dei quali 140 sono eletti con un sistema proporzionale a liste chiuse, otto sono eletti con sistema maggioritario in rappresentanza delle minoranze nazionali e cinque con sistema proporzionale dai cittadini croati residenti all’estero. Presidente della Repubblica croata è, dal febbraio 2010, Ivo Josipovic, del partito socialdemocratico. Nelle elezioni del 4 dicembre 2011 è prevalsa la coalizione di centrosinistra guidata da Milan Milanovic del partito socialdemocratico, divenuto primo ministro.
Nel febbraio 2003, Zagabria ha presentato domanda di adesione all’Unione europea. Quattro mesi più tardi, il Consiglio europeo di Salonicco del giugno 2003 ha confermato la prospettiva di adesione dei Balcani occidentali. Nel giugno 2004, la Croazia ha ottenuto lo status di candidato ufficiale dell’Unione Europea. Le negoziazioni tra Zagabria e Bruxelles, aperte il 3 ottobre del 2005, si sono concluse il 3 giugno 2011.
Il 9 Dicembre scorso la Croazia ha firmato a Bruxelles il suo Trattato di adesione all’Unione Europea.  Il primo dicembre il Parlamento Europeo aveva approvato, con 564 voti favorevoli, 38 contrari e 32 astensioni , l’entrata della Croazia tra i ventisette.
Nell’approvare l’adesione della Croazia, il Parlamento Europeo ha richiesto un maggiore impegno nel contrasto alla corruzione, nella collaborazione con il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell’ex -Jugoslavia e nel sostegno al rientro in Croazia dei profughi di guerra, con particolare riferimento a quelli appartenenti alla minoranza serba.
Il Trattato di adesione deve essere ratificato dai ventisette Stati membri prima del 1 luglio 2013, data nella quale l’adesione della Croazia dovrebbe diventare effettiva.
I membri del Sabor, camera unica del Parlamento, eletta il 4 dicembre 2011, hanno approvato con 129 voti l’organizzazione del referendum sull’adesione del loro paese, fissandone la data al 22 gennaio 2012.
La quasi totalità dei partiti politici croati si sono espressi favorevolmente all’adesione. Tuttavia il sostegno dell’opinione pubblica croata all’ingresso nell’Unione europea, che, in base ai sondaggi, alla presentazione della domanda di adesione nel 2003 raggiungeva l’80 per cento si è andato progressivamente riducendo, arrivando a scendere sotto il 50 per cento nell’aprile 2011, qualche giorno dopo la condanna per crimini di guerra da parte del Tribunale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia dell’ex-generale croato Ante Gotovina (Gotovina arrestato in Spagna nel 2005 è stato condannato il 15 aprile 2011 a 24 anni di carcere per i crimini commessi durante la riconquista croata della Krajina a maggioranza serba nel 1995). Proprio l’esigenza di realizzare una piena collaborazione da parte croata con il Tribunale internazionale ha contribuito a rallentare i negoziati di adesione, creando altresì disagio in parte significativa dell’opinione pubblica croata, che ha accusato l’Unione europea di volere considerare la guerra di indipendenza nazionale tra il 1991 e il 1995 e in particolare la riconquista della Krajina nell’estate del 1995 alla stregua di un’impresa criminale.
A rallentare i negoziati è stata poi la disputa di confine con la Slovenia sulla baia di Pirano, disputa superata solo con l’accordo di Stoccolma del 2009, che ha rimesso la soluzione della disputa ad un tribunale arbitrale internazionale (l’accordo è stato ratificato dai Parlamenti dei due paesi ed in Slovenia approvato anche con referendum nel giugno 2010).
La campagna referendaria è stata poi influenzata dalla crisi economica dell’Eurozona. Parte dell’opinione pubblica croata teme che le attuali difficoltà finanziarie dell’Unione europea si tradurranno in un minore afflusso di fondi strutturali per l’economia croata, con un impatto ridotto rispetto alle aspettativa (ed anche rispetto a quanto avvenuto per altri nuovi Stati membri, come la Polonia) sulle prospettive di crescita dell’economia nazionale. Si prevede comunque che tra il 2103 e il 2015 la Croazia riceverà circa 3,5 miliardi di euro di fondi strutturali.
Tra i rimanenti Stati dell’ex-Jugoslavia, il Montenegro e la Macedonia hanno già ottenuto lo status di candidati all’adesione all’Unione europea, ma i negoziati non risultano ancora iniziati. Il giorno stesso in cui la Croazia ha firmato il Trattato di adesione, il 9 dicembre 2011, lo status di candidato è stato invece rifiutato per la Serbia.

Dove arriva la cooperazione italiana allo sviluppo?

La relazione sull’attuazione della politica di cooperazione allo sviluppo relativa all’anno 2010 (Doc. LV, n. 5), è stata trasmessa dal Ministero degli Affari esteri con lettera del 28 gennaio 2012. Il documento è all’attenzione del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio costituito in seno alla Commissione Affari esteri, che ne ha in programma l’esame istruttorio.
Il documento ribadisce che gli obiettivi generali e i principi ispiratori della cooperazione allo sviluppo, parte integrante della politica estera italiana, si inquadrano nell’ampio contesto degli accordi e delle decisioni assunte a livello internazionale e comunitario.
Le risorse destinate alla cooperazione hanno subito una diminuzione già a partire dalla metà degli anni Novanta, come ha ricordato anche il nuovo Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi nell’audizione davanti alle commissioni congiunte affari esteri di Camera e Senato del 25 gennaio 2012 in occasione della presentazione della linee programmatiche del suo dicastero. L’Italia, in rapporto agli altri paesi europei stanzia per la cooperazione mediamente uno 0,18 % di PIL in meno (0,2 contro il 3,8%), percentuale ancora molto lontana da quello 0,7 per cento che i paesi donatori si erano impegnati a raggiungere entro il 2015. Il picco più basso di aiuti è stato raggiunto dall’Italia nel 2010, che è venuta in tal modo ad occupare il penultimo posto (all’ultimo, la Corea del Sud) tra i paesi dell’area OCSE: 2,26 milioni di euro pari allo 0,15% del PIL.
Il 75% dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) è stato destinato nel 2010 alla cooperazione multilaterale (circa 2,24 miliardi di dollari contro i 759 milioni di dollari destinati all’aiuto bilaterale). Tra i molteplici settori di intervento, quelli che hanno maggiormente assorbito le risorse hanno riguardato: la riduzione o la cancellazione del debito[1] (26,71%), le attività in materia di educazione, gli aiuti multisettoriali, gli aiuti umanitari inclusi quelli erogati in occasione di disastri.
Nel 2009 il DAC (Development Assistance Committee) dell’OCSE aveva sollecitato una svolta nella politica di cooperazione italiana: all’interno della peer review riguardante l’Italia, il DAC aveva infatti formulato una serie di raccomandazioni, tra le quali quelle di approvare una nuova normativa in materia di cooperazione allo sviluppo, di potenziare le risorse umane in essa impiegate, di attribuire la responsabilità della cooperazione ad una figura governativa, di rispettare gli impegni assunti a livello internazionale e di attuare una politica di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
In linea con quanto indicato dall’OCSE, ed anche assolvendo agli impegni assunti con il Parlamento che aveva approvato atti di indirizzo in tale direzione,  il governo ha messo in atto una serie di cambiamenti di seguito illustrati.
E’ stato istituito nel 2010 il Tavolo Interistituzionale per la Cooperazione allo Sviluppo, a livello di Direttori Generali del Ministero degli Esteri e delle Finanze, al quale partecipano anche attori privati, per creare un “sistema Italia” della cooperazione allo sviluppo, che riduca dispersioni e duplicazioni. Il Tavolo Interistituzionale ha anche il compito di favorire la coerenza italiana delle politiche per lo sviluppo, in linea con la concezione “whole of country” introdotta dalla Presidenza italiana del G8 nel 2009.
Con le linee guida triennali 2011-2013 sono poi state accorpate in un’unica categoria le due categorie di paesi prioritari (di 1° e 2° grado) e si è delineata una  riduzione del loro numero. L’Ocse-Dac aveva plaudito l’iniziativa italiana di concentrarsi su 35 paesi prioritari in via di sviluppo (21 dei quali classificati come “priorità 1”) e di portare progressivamente a termine gli interventi in altri 37 paesi, cosa che avrebbe sicuramente consentito un miglioramento della programmazione e una riduzione della frammentazione degli aiuti.
Nel 2011 è stato predisposto un secondo Piano programmatico per l’efficacia degli aiuti che tiene conto delle raccomandazioni formulate negli appositi fori internazionali e, particolarmente, in vista del foro di Busan. Il Piano elenca le azioni da completare (secondo il modello di programmazione “STREAM” per i paesi prioritari e quelli in “exit strategy”), oltre a nuove azioni.
A seguito della riforma organizzativa del Ministero degli esteri (2010) è stato istituito l’Ufficio IX presso la DGCS, al quale sono attribuiti la valutazione in itinere ed ex post delle iniziative di cooperazione e retroazione dei risultati e la visibilità dell’impegno italiano. Il potenziamento della funzione di valutazione era stato specificamente raccomandato nella Peer Review dell’Ocse del 2009. La visibilità dell’impegno risponde alla duplice esigenza di pubblicizzare maggiormente la misura e la qualità dell’impegno degli attori italiani nelle attività di cooperazione e di rispondere alla richiesta di trasparenza che perviene in particolare dal mondo delle Ong; parimenti, la visibilità curata dall’Ufficio IX ha l’obiettivo di rispondere alla sollecitazione dell’Ocse a promuovere una sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana non sufficientemente educata ai temi della cooperazione. A tal fine, l’Ocse proponeva una collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, al fine di inserire l’educazione allo sviluppo all’interno dei regolari corsi di studio. Il dato culturale è particolarmente rilevante in Italia, paese nel quale secondo alcuni analisti sarebbe scarsa la percezione di quello che accade al suo esterno e dove non esiste un gruppo di sostenitori (c.d. constituency); tuttavia, come ha riferito il Ministro Riccardi nella citata audizione del 25 febbraio scorso, un sondaggio dell’Eurobarometro di fine novembre 2011 ha rivelato che il 65% degli italiani è favorevole ad aumentare la quantità degli aiuti.
Da ultimo, ma non meno importante, è stato affidato ad un ministro lo specifico incarico di seguire e coordinare la cooperazione internazionale e l'integrazione. Come riporta il Ministro Riccardi nella stessa audizione del 25 febbraio, nei paesi dove tale figura esiste, la cifra destinata all’aiuto pubblico allo sviluppo è mediamente doppia, sia in termini di volume che di percentuale di PIL. Inoltre, un ministro specificamente dedicato alla cooperazione, secondo il Ministro Riccardi, può operare nella direzione della costruzione di un meccanismo per la coerenza delle politiche, attualmente troppo disperse anche a livello governativo.
Come accennato, la Peer Review dell’OCSE raccomandava l’adozione di una normativa aggiornata in sostituzione della legge n. 49 risalente al 1987, che da tempo si era dimostrata obsoleta.
Già a partire dagli anni ’90, infatti, si erano susseguiti numerosi interventi legislativi nel tentativo di rendere più adeguata la legge 49, che ne hanno però pesantemente alterato il regime di specialità. Allo stesso tempo, ma senza successo, si sono succeduti tentativi di attuare una riforma dell’intero sistema della cooperazione, oggetto anche di una apposita indagine conoscitiva al Senato nella XV legislatura. Nonostante una generale condivisione di opinioni sulla necessità di procedere ad una tale riforma, questa non è mai stata attuata. Anche nella legislatura in corso risultano presentati presso entrambi i rami del Parlamento progetti di legge di iniziativa parlamentare, il cui esame non è ancora iniziato.
La Relazione all’esame del Comitato permanente sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio si sofferma sul dettaglio delle numerose attività di cooperazione in corso in tutti i paesi nei quali l’Italia è presente.
Come è noto la gran parte delle risorse finanziarie degli aiuti italiani è diretto verso i paesi prioritari dell’Africa sub sahariana. Mentre la Relazione, riguardante l’anno 2010, riferisce che il 45% circa di tali risorse è stato indirizzato a tale regione, va detto che le Linee guida 2011-2013 hanno indicato una riduzione del peso dell’Africa sub sahariana che è passata al 42% degli aiuti (a vantaggio di Balcani, Medio Oriente e Asia orientale) . La Relazione 2010 precisa che nei cinque anni precedenti, le somme destinate a quell’area geografica sono state superiori a un miliardo di euro. Solo nel 2010, al netto dei contributi volontari agli organismi internazionali e delle somme attribuibili a cancellazione o conversione del debito, l’Italia ha erogato circa 59 milioni di euro a dono e 4,4 milioni di euro sotto forma di credito d’aiuto ai paesi dell’Africa sub sahariana. Tra i maggiori riceventi vi sono il Mozambico, l’Etiopia e la Somalia. A seguire, Sudan, Kenya e Somalia.
Anche l’Europa balcanica costituisce, per ragioni storiche e geopolitiche, un’area di primaria importanza per l’Italia e la sua politica di cooperazione. I paesi prioritari per l’aiuto bilaterale sono Kossovo, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Albania e Serbia. Oltre ad interventi nei singoli paesi, la Relazione informa che sul piano regionale è proseguito il programma triennale “Seenet – fase II” per un valore di oltre 8 milioni di euro a carico del MAE e di 2,7 milioni di euro a carico di diverse regioni italiane; il programma prevede azioni verticali di valorizzazione del turismo culturale, del territorio rurale e dell’ambiente, sostegno alle PMI e alla pianificazione territoriale e dei servizi sociali.
Altrettanto rilievo rivestono l’area del Nord Africa e del Medio oriente. Nel 2010 sono proseguiti i diversi programmi – finanziati con risorse a dono, a credito d’aiuto o generate dalla conversione del debito – rivolti ai settori prioritari per lo sviluppo umano, sociale ed economico. Per lo stesso anno, l’Egitto si è confermato come partner privilegiato, seguito da Tunisia, Territori Palestinesi, Libano, Tunisia, Iraq, Yemen e Siria.
Quanto all’America latina, la Relazione ribadisce che le attività italiane di cooperazione sono soprattutto volte a sostenere lo sviluppo socio-economico di quei paesi sudamericani che - malgrado dati che rivelano uno sviluppo soddisfacente della regione – permangono fra i più arretrati: i paesi indicati come prioritari nelle Linee guida 2009-2011 sono: Bolivia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Perù. Nel 2010 la regione dell’America latina si è collocata al secondo posto come quantità di aiuti ricevuti sul totale dell’APS bilaterale italiano, grazie anche alle iniziative intraprese dal nostro paese a seguito del terremoto di Haiti.