lunedì 26 marzo 2012

Il nuovo parlamento egiziano

Il 22 febbraio 2012 si è svolto il secondo turno delle elezioni del Consiglio della Shura, Camera alta del Parlamento egiziano (il primo turno si era svolto il 29 gennaio). In questo modo si è chiuso il lungo periodo delle elezioni parlamentari egiziane apertosi con il primo turno elettorale per l’elezione dell’Assemblea del popolo, Camera bassa del Parlamento, svoltosi il 28 novembre 2011. In quella occasione si era votato in un terzo delle province egiziane (Cairo, Fayoum, Port Said, Damietta, Alessandria, Kafr El-Sheick, Assiut, Luxor e il Mar Rosso); un ulteriore terzo delle province si è recato al voto il 14 dicembre (Giza, Beni Suef, Menoufiya, Sharquya, Ismaylia, Suez, Baheria, Sohag e Assuan, simultaneamente all’eventuale secondo turno nelle province dove si è votato il 28 novembre), mentre nelle rimanenti province il voto si è svolto il 3 gennaio 2012 (simultaneamente all’eventuale secondo turno nelle province dove si è votato il 14 dicembre; l’eventuale secondo turno, per le province nelle quali il primo turno si è svolto il 3 gennaio, è stato effettuato l’11 gennaio).

Si ricorda che il Parlamento egiziano è bicamerale: a seguito delle modifiche introdotte dal Consiglio delle forze armate nel corso del 2011 l’Assemblea del popolo è composta da 508 membri (di cui 10 nominati dal Consiglio supremo delle forze armate, in luogo dei 518 precedenti, di cui dieci, però, erano di nomina presidenziale) e che il Consiglio della Shura è composta da 264 membri, dei quali 180 eletti e i rimanenti di nomina presidenziali (saranno nominati dal prossimo presidente eletto a maggio cfr. infra), in luogo dei 176 precedenti, dei quali 88 di nomina presidenziale.

Il sistema elettorale, come modificato dal consiglio supremo delle forze armate nel 2011, prevede che:
-        i due terzi dei seggi siano assegnati con sistema proporzionale in circoscrizioni plurinominali con liste bloccate;
-        un terzo dei seggi sia assegnato con sistema maggioritario a doppio turno (si svolge il secondo turno se nessun candidato ottiene più del 50 per cento dei voti) in collegi “binominali” (in ciascun collegio sono eletti due candidati, uno dei quali deve essere un lavoratore o un contadino, retaggio dell’impostazione socialista nasseriana).

L’affluenza alle urne è andata progressivamente calando, passando dal 62 per cento del primo turno delle elezioni dell’Assemblea del popolo al 10 per cento dell’ultimo turno delle elezioni del Consiglio della Shura.

Dalle elezioni è uscita nettamente vincitrice l’alleanza democratica egemonizzata dal partito Libertà e giustizia, emanazione della dirigenza della Fratellanza musulmana egiziana, che ha conquistato la maggioranza relativa sia all’Assemblea del popolo (225 seggi su 498) sia al Consiglio della Shura (dove Libertà e giustizia da sola ha conquistato 105 seggi). Segue l’alleanza islamista, coalizione di movimenti radicali islamisti di orientamento salafita[1], che ha conquistato 125 seggi all’Assemblea del popolo, mentre il movimento salafita Al Nour da solo ha ottenuto 45 seggi al Consiglio della Shura. Il partito liberale laico Wafd ha ottenuto 41 seggi all’Assemblea del popolo e 14 seggi al Consiglio della Shura mentre la coalizione laica del blocco egiziano ha conquistato 34 seggi all’Assemblea del popolo e 8 seggi al Consiglio della Shura.

In base alla dichiarazione costituzionale del marzo 2011del Consiglio supremo delle forze armate, il Parlamento dovrà ora eleggere un’assemblea ristretta di 100 membri chiamata a redigere la nuova Costituzione. Non sono ancora chiare le modalità con le quali si procederà alla designazione dei componenti di tale organismo. Nello scorso novembre il Consiglio supremo delle forze armate aveva elaborato una bozza di dichiarazione sui “principi sopra-costituzionali” che prevedeva che 80 dei 100 componenti dell’assemblea venissero eletti dal Parlamento sulla base di designazioni operate dalle diverse articolazioni della società egiziana (magistratura; professori universitari; sindacati; organizzazioni della società civile; camere di commercio; forze armate; l’Università di Al Azhar; la Chiesa copta; i sindacati studenteschi; i partiti politici) e 20 liberamente eletti dal Parlamento. Il documento era però stato criticato da tutte le forze politiche. Alla luce dei risultati delle elezioni le forze laiche richiedono di dare spazio prevalente nell’assemblea ristretta ai rappresentanti della società civile, in modo da evitare che questa sia egemonizzata dalla maggioranza parlamentare islamista, mentre le forze islamiste richiedono un ruolo prevalente per i membri eletti dal Parlamento (Libertà e giustizia ha presentato una proposta che prevede che 40 componenti dell’Assemblea ristretta siano parlamentari eletti dal Parlamento, 30 rappresentanti della società civile eletti dal Parlamento e 30 rappresentanti della società civile direttamente eletti dalle diverse articolazioni della stessa).

Per il 23 e 24 maggio è previsto il primo turno delle elezioni presidenziali (sulla base delle riforme costituzionali predisposte dal Consiglio supremo delle forze armate e approvate con referendum nel marzo 2011 il Presidente, eletto direttamente, avrà un mandato di cinque anni e sarà rieleggibile una sola volta). Appare difficile, allo stato, che per quella data il processo di redazione della nuova Costituzione sia concluso: la prosecuzione della fase costituente anche successivamente all’elezione del nuovo presidente potrebbe creare nuove tensioni in quanto uno dei punti controversi è proprio quello della definizione dei poteri presidenziali: le forze islamiste chiedono una riduzione dei poteri presidenziali, prevedendo ad esempio un primo ministro responsabile esclusivamente verso il Parlamento, mentre le forze laiche preferiscono un assetto presidenziale, per riequilibrare la maggioranza parlamentare islamista.


Nelle tabelle sottostanti sono riportate:
-        la ripartizione per seggi dell’Assemblea del popolo;
-        la composizione dell’Ufficio di presidenza e la ripartizione delle presidenze delle Commissioni permanenti dell’Assemblea del popolo;
-        la ripartizione per seggi del Consiglio della Shura

Nel box sottostante è invece riportata una descrizione dei principali partiti politici egiziani che hanno partecipato alle elezioni parlamentari.


Risultati elezioni Assemblea del popolo

Partiti
Seggi
Alleanza democratica di cui
225
Partito libertà e giustizia
216
Al-Karama
6
Al-Hadara
2
Partito del lavoro
1
Alleanza islamista di cui
125
Al Nour
109
Partito Costruzione e sviluppo
13
Al Asala
3
Al Wafd
41
Blocco egiziano di cui
34
Al Tagammu
3
Partito socialdemocratico egiziano
16
Partito dei liberi egiziani
15
Partito Riforma e sviluppo
10
Partito al - Wasat
9
Alleanza per la prosecuzione della rivoluzione
8
Partito nazionale egiziano
5
Partito cittadini egiziani
4
Partito dell’Unione
3
Partito Libertà
3
Partito al - Adl
2
Partito Pace democratica
2
Partito Unione araba egiziana
1
Partito Nasserita
1
Indipendenti
25
TOTALE
498

Incarichi all’interno dell’Assemblea del popolo

Incarichi
Nome
Partito
Presidente
Mohamed Saad Tawfik Al Katatni
Libertà e giustizia
Vicepresidente
Ashraf Thabit Saad Eddin Al-Sayed
al-Nour
Secondo Vicepresidente
Mohamed Abdel Aleem Dawoud
al-Wafd
Presidente Commissione Affari esteri
Essam al-Din Mohamed al-Erian
Libertà e giustizia
Presidente Commissione parlamentare legislativa
Mahmoud Reda Abdel Aziz al-Khudairi
Indipendenti
Presidente Comitato sicurezza nazionale
Abbas Mohamed Mohamed Mukhaimar
Libertà e giustizia
Presidente Commissione sanità
Akram Al-Mendoh Awad Al-Shaer
Libertà e giustizia
Presidente Commissione ricerca educativa e scientifica
Shaaban Ahmed Abdel-Alim
al – Nour
Incarichi
Nome
Partito
Presidente Commissione diritti umani
Mohamed Anwar Esmat Al-Sadat
Riforma e sviluppo
Presidente Commissione affari economici
Tarek Hassan al-Desouki,
al-Nour
Presidente Commissione lavoro
Saber Abu al-Fotouh Badawi al-Sayed
Libertà e giustizia
Presidente Commissione giovani
Osama Yassin Abdel Wahab Mohamed
Libertà e giustizia
Presidente affari arabi
Mohamed Saeed Ibrahim Idris
al-Karama
Presidente Commissione Comunicazione e cultura
Mohamed Abdel-Moneim Mahmoud Al-Sawy,
al-Hadara

Risultati elezioni Consiglio della Shura

Partito
Totale Seggi
Libertà e giustizia
105
Al - Nour
45
Al - Wafd
14
Blocco egiziano
8
Libertà
2
Pace democratica
2
Indipendenti
4
Totale
180

Tutta la crisi in Siria minuto per minuto

Settembre 2011

A sei mesi dall’inizio (metà marzo 2011) della repressione, il regime siriano insisteva nel tentativo di accreditare alcuni progressi sulla via della liberalizzazione del paese, con la prosecuzione delle sessioni del dialogo nazionale e con l'annuncio della creazione del primo partito non affiliato al Baath per opera di quattro dissidenti moderati. Il 15 settembre, tuttavia, il Segretario generale delle Nazioni Unite sosteneva che il presidente Assad era venuto meno alla promessa di fermare la repressione e che un'azione coerente della Comunità internazionale appariva ormai indispensabile.
L'isolamento internazionale di Damasco si approfondiva ulteriormente quando il premier turco Erdogan, dopo l'incontro con il Presidente USA a margine dell'Assemblea generale dell'ONU, rompeva definitivamente ogni indugio nei confronti della Siria, annunciando che anche Ankara si impegnava a mettere a punto sanzioni specifiche contro Damasco - oltre tutto il premier turco si dimostrava particolarmente irritato dalle accuse di stupro che i siriani avevano rivolto ai turchi, che avrebbero abusato di molte delle profughe siriane riparate nel paese anatolico.
Il 23 settembre si celebrava il trentesimo venerdì consecutivo di proteste, in concomitanza con la diffusione di notizie raccapriccianti sul ritrovamento del cadavere orrendamente mutilato della sorella di un attivista in precedenza arrestata: anche questa giornata faceva registrare il proprio tributo di vittime, nella fattispecie una dozzina. L'Unione europea peraltro proseguiva nell'inasprimento delle sanzioni contro Damasco, approvando un pacchetto incentrato sull’estensione dell'embargo petrolifero agli investimenti nel relativo settore in Siria. Venivano inoltre colpite ulteriori personalità ed entità imprenditoriali siriane, soprattutto quelle collegate con la comunicazione a favore del regime e con la produzione di strumenti per la repressione.
Per quanto concerne le dinamiche interne del regime di Damasco, dopo che in agosto era stato rimosso, ufficialmente per motivi salute, il Ministro della difesa, il 24 settembre - giornata nella quale comunque la prosecuzione della repressione provocava altri 18 morti - il regime annunciava la morte per infarto di un vicecapo di stato maggiore dell'esercito. Queste notizie venivano interpretate generalmente come la risposta del regime ad alcuni dissensi, o anche solo a titubanze, negli alti gradi delle forze armate, nei quali fino a quel momento non si erano registrate defezioni, numerose invece tra i sottufficiali. La sostituzione, in particolare, del ministro della difesa con il cristiano Dawud Rajha – con evidente tentativo di coinvolgimento dell’elemento cristiano nella repressione generalizzata - portava l'attenzione sulla difficile posizione delle comunità cristiane in Siria nell'attuale contingenza: se infatti avevano destato disappunto le ripetute attestazioni di fedeltà dei cristiani alla politica del regime di Assad, non va dimenticato che tale posizione derivava da due considerazioni ben fondate, ovvero da un lato dalla paura di una immediata vendetta del regime in caso di defezione dei cristiani, e dall'altro dalla cautela verso gli esiti dello scontro in atto, che potrebbe sfociare anche nel trionfo di elementi integralisti islamici.
Dal 27 settembre nella regione centro-settentrionale di Rastan sono apparsi scontri di natura in parte nuova, poiché hanno visto in campo un buon numero di disertori dalle forze armate, schieratisi a fianco della protesta. Dopo una battaglia di quattro giorni sembra che le forze governative abbiano avuto ragione dei ribelli, la maggior parte dei quali sarebbe stata trucidata. A Damasco, intanto, l’ambasciatore USA ha rischiato nuovamente l’aggressione per opera di bande lealiste, quando il 29 settembre ha fatto visita ad un anziano dissidente.
Il 30 settembre, 31° venerdì di protesta, il bilancio delle vittime in tutta la Siria è stato di 27 morti.

Ottobre 2011

Il 5 ottobre segnava un deciso chiarimento a livello internazionale sull'atteggiamento nei confronti della crisi siriana: in questa data infatti il Consiglio di sicurezza dell'ONU è stato chiamato a votare su un progetto di risoluzione presentato da alcuni Stati europei, che conteneva la richiesta di misure appropriate da parte del regime di Assad per porre termine alla repressione ormai in atto da più di sei mesi. Il documento ha visto il voto favorevole di nove paesi, tra i quali Francia, Regno Unito, Germania, Portogallo, Stati Uniti, nonché della Bosnia-Erzegovina, della Nigeria, del Gabon e della Colombia. A fronte del voto contrario da parte di Cina e Russia, che ha bloccato per il meccanismo del veto l'approvazione del testo, vi sono state le astensioni dei rappresentanti di India, Sudafrica, Libano e Brasile.
Peraltro, a fronte dell'opposizione completa della Cina, la Russia ha cercato di ammorbidire la situazione preannunciando la possibilità di incontrare esponenti delle organizzazioni di opposizione siriane interne e all'estero, e anche prospettando la necessità di un passaggio di mano del potere a Damasco in mancanza delle necessarie riforme, che dovranno però per i russi essere decise congiuntamente dal popolo e dal regime siriano.
Per quanto concerne la prosecuzione della repressione in Siria, mentre venivano diffuse a Ginevra dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell'infanzia cifre agghiaccianti, riguardanti la morte di 187 bambini per mano delle forze di sicurezza del regime di Assad dall'inizio della contestazione, nel nord-est della Siria veniva perpetrato il 7 ottobre l’omicidio mirato contro un capo curdo, di orientamento moderato, componente del Consiglio nazionale siriano, la piattaforma di opposizione da poco costituita da dissidenti all'interno e all'esterno del paese. Mishaal Tammo, di 53 anni, aveva fondato un partito curdo che non mirava a creare una provincia autonoma all'interno della Siria: recentemente scarcerato dopo una detenzione di tre anni, l'8 settembre era scampato ad un altro attentato. Nella stessa giornata del 7 ottobre venivano uccisi in varie località del paese una ventina di oppositori. L'8 ottobre, ai funerali del leader curdo ucciso il giorno precedente, si registravano cinque vittime per mano delle forze di sicurezza, mentre altri sei civili venivano uccisi in diverse località della Siria.
Il 14 ottobre ha colpito in modo particolare l'uccisione di un bambino di dieci anni nei dintorni della capitale siriana: ai suoi funerali del giorno dopo si sono registrate altre due vittime.
L'agenzia ufficiale d'informazione siriana riportava intanto notizie su un decreto emesso dal presidente Assad per dar vita a un comitato con il compito di elaborare in quattro mesi un progetto di nuova Costituzione: all'inizio delle proteste questa era in effetti una delle richieste fondamentali delle opposizioni, ma la mossa è apparsa inutile e tardiva, in quanto già da tempo gli oppositori si erano espressi in modo assolutamente contrario alla permanenza di Assad al potere e quindi ad ogni sua iniziativa di carattere istituzionale.
L'importante riunione di emergenza del 16 ottobre della Lega araba al Cairo, dopo che in seno all'organismo erano emerse richieste di sospendere la partecipazione di Damasco, si concludeva con la decisione di dar vita a una commissione per avviare il dialogo tra le parti in conflitto in Siria, entro al massimo 15 giorni.
La situazione di grande tensione per la repressione in atto nel paese ha avuto un riflesso importante nelle relazioni con gli Stati Uniti alla fine di ottobre 2011, quando Robert Ford, capo della diplomazia statunitense a Damasco, è stato rimpatriato in seguito alle numerose e pesanti minacce ricevute, che Washington ha ritenuto di dover prendere sul serio. Il governo siriano, con una mossa con ogni evidenza ritorsiva, ha a sua volta richiamato per consultazioni l’ambasciatore negli Stati Uniti. In effetti Robert Ford si era attivato più volte nel corso della crisi siriana recandosi nelle zone più calde e prendendo contatti con gli oppositori al regime: come conseguenza già l’11 luglio l’ambasciata degli Stati Uniti e quella della Francia nella capitale siriana erano state assaltate, mentre alla fine di settembre il convoglio di auto che accompagnava l’ambasciatore statunitense era stato attaccato con lanci di pietre da gruppi di lealisti.
Gli ultimi giorni di ottobre hanno visto intrecciarsi nella vicenda siriana due piani apparentemente del tutto contrastanti, ossia la prosecuzione della dura repressione di ogni manifestazione di dissenso in tutto il paese, e il procedere di una difficile trattativa con la Lega araba per una composizione del conflitto interno: va a questo proposito ricordato che la Lega araba alla metà di ottobre aveva avanzato alla Siria una proposta di soluzione – sul momento non accolta - comprendente la fine della repressione, la liberazione dei prigionieri politici, l’avvio di un dialogo con le opposizioni sotto gli auspici della Lega stessa e il monitoraggio arabo dell’attuazione delle riforme promesse dal regime siriano.
La trattativa tra Siria e Lega araba è tuttavia proseguita, con incontri a Damasco e nella capitale qatariota Doha: nel frattempo nella seconda metà di ottobre le vittime della repressione sono state più di 340, e gli organismi cui hanno dato vita gli oppositori in patria e all’estero si sono spinti a chiedere l’istituzione di una no fly zone sulla Siria, oltre alla fornitura di armamenti ai numerosi militari che hanno disertato e combattono contro le forze di sicurezza di Assad. Il presidente siriano, dal canto suo, ha tentato di dissuadere la Comunità internazionale da ogni interferenza in Siria, servendosi della minaccia di scatenare un altro Afghanistan, ma anche alludendo alle riforme che a suo dire il regime avrebbe già da tempo intrapreso, nonché allo scontro in Siria quale prosecuzione della pluridecennale lotta tra panarabismo e islamismo – quest’ultimo, secondo Assad, necessariamente destinato a sfociare nel terrorismo jihadista.

Novembre 2011

La Lega araba ha cercato di stringere il negoziato, prospettando al regime siriano i pericoli di un ulteriore inasprimento delle sanzioni occidentali, ma anche di un progressivo venir meno, di fronte al tragico scenario interno, dell’appoggio fino a quel punto incassato da Russia e Cina. Nella serata del 2 novembre la Lega araba, durante l’incontro straordinario con la Siria tenutosi al Cairo, ha reso noto il raggiungimento di un accordo su tutti i punti prospettati – inclusa la fine della presenza militare nelle città -, ad eccezione dell’avvio di negoziati in Egitto con le opposizioni interne e all’estero. Infatti si è potuto convenire solamente sulla convocazione a Doha, entro due settimane, di colloqui indiretti tra le parti in causa, mediati dalla commissione ministeriale interaraba.
Una  prima smentita di fatto all’accettazione reale del piano di pace è venuta dal sanguinoso attacco contro Homs, durato 6 giorni: l’esercito siriano è penetrato nella terza città del paese, epicentro delle sommosse antiregime. Le case sono state bombardate per giorni, e la città si è trovata senza cibo, acqua ed elettricità. I principali gruppi di opposizione hanno dichiarato che Homs era un’area disastrata e hanno chiesto l’intervento internazionale per la protezione dei civili.
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani ha reso noto ai primi di novembre che dal mese di marzo, quando è cominciata l’ondata di proteste, erano state uccise in Siria più di 3.500 persone.
Dopo la formale accettazione siriana del piano proposto dalla Lega araba, rivelatasi come temuto da più parti un mero espediente per proseguire nella dura repressione, con particolare accanimento contro la città di Homs; la settimana successiva ha visto crescere nel consesso interarabo la consapevolezza in ordine alla negatività dell’atteggiamento di Damasco. Dopo l’appello per il ritiro dalla Siria degli ambasciatori europei, lanciato dal presidente del Consiglio nazionale siriano Ghalioun in visita a Roma, la Lega araba il 12 novembre ha deciso pressoché all’unanimità la sospensione della Siria dall’Organizzazione, dando a Damasco il termine di tre giorni per l’attuazione del piano di pace finora recepito solo a parole.
La posizione della Lega araba è stata corroborata anche dalla minaccia di ulteriori forme di pressione diplomatica, fino alla possibilità di deferire il caso siriano alle Nazioni Unite; nonché dalla previsione di incontri a breve con rappresentanti delle opposizioni al regime di Assad. La decisione della Lega araba è stata salutata con favore dal Segretario generale dell’ONU, mentre in Siria vi sono stati attacchi contro le ambasciate turca e saudita, e contro i consolati di Ankara e Parigi a Latakia. Damasco ha inoltre organizzato il 13 novembre manifestazioni a favore del regime, e ha chiesto con urgenza una riunione della Lega araba, il cui segretario, l’egiziano al-Arabi, ha reso noto che l’Organizzazione era in procinto di esaminare misure per la protezione dei civili siriani – il che sembrava confermare i timori di Assad per l’apertura di uno scenario simile a quello che aveva preceduto l’intervento internazionale in Libia.
A fronte della prosecuzione della repressione governativa contro i manifestanti e gli oppositori è cresciuto il numero dei disertori, ora organizzati in un Consiglio militare provvisorio, che reagiscono alle violenze dei loro commilitoni. Aumentava intanto anche la pressione internazionale sul regime di Assad. Dopo la sospensione della Siria da parte della Lega araba, il 16 novembre la Turchia e la Lega araba, riunite a Rabat per un vertice congiunto, hanno ribadito la contrarietà a interventi stranieri in Siria.
La Lega araba ha concesso, nel vertice marocchino, ulteriori tre giorni alla Siria per attuare quanto concordato il 2 novembre, ma nelle stesse ore a Damasco venivano assaltate anche le ambasciate del Marocco, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, mentre il giorno prima il regime aveva rilasciato quasi 1.200 manifestanti, pur proseguendo nella sanguinosa repressione del dissenso. Il 20 novembre il termine fissato dalla Lega araba scadeva senza che la Siria – che nel frattempo aveva invano tentato di modificare parzialmente quanto previsto in ordine a una missione araba di 500 osservatori in Siria – avesse ottemperato a quanto richiesto dal consesso panarabo: lo stesso presidente Assad si diceva pronto a combattere, accusando la Lega araba di preparare il terreno a un intervento internazionale nel paese. Il 21 novembre il Regno Unito, il cui Ministro degli Esteri Hague ha incontrato una delegazione di oppositori siriani, ha nominato un ambasciatore ad hoc per i rapporti con il movimento di contestazione del regime di Assad.
Dopo la sospensione della Siria da parte della Lega araba, il 22 novembre l'Assemblea generale dell'ONU ha approvato a larga maggioranza una risoluzione di condanna del regime siriano, e di esortazione allo stesso perché applicasse il piano proposto dalla Lega araba. Proseguendo il regime d’altronde nella dura repressione delle proteste, gli USA hanno invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente il territorio siriano. Dopo una ulteriore proroga alla Siria, il 27 novembre la Lega araba, per la prima volta, ha colpito con sanzioni uno Stato facente parte dell’Organizzazione – la Siria, appunto -, in una giornata particolarmente sanguinosa della repressione interna. Le sanzioni includevano il congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari del governo di Damasco, lo stop ai visti di ingresso nei paesi arabi per gli esponenti del regime, nonché l'interruzione dei rapporti degli Stati arabi con la Banca centrale siriana e degli investimenti arabi nel paese.
Il 29 novembre a difendere il regime siriano è intervenuta la Federazione russa, che ha preannunciato manovre navali in dicembre proprio nelle acque territoriali siriane, con un preoccupante possibile incrocio con le iniziative turche contro il proseguire della repressione in Siria. In costanza della violenta repressione in Siria, il 2 dicembre il Consiglio ONU per i diritti umani ha approvato – con la contrarietà russa e cinese - una risoluzione di condanna delle violazioni “estese e sistematiche” dei diritti umani nel paese. La Siria ha protestato, definendo la risoluzione un’ingiustificata interferenza nei propri affari interni.

Dicembre 2011

Nella prima metà di dicembre la Siria è riuscita a temporeggiare rispetto alla firma del protocollo per l'invio di osservatori della Lega araba nel paese, ponendo ad esempio una serie di condizioni, al primo posto delle quali si trovava l'annullamento delle sanzioni che proprio la Lega araba aveva imposto contro la Siria alcuni giorni prima. Frattanto il furore repressivo del regime siriano giungeva alla messa al bando dal paese degli iPhone, considerati pericolosi strumenti di documentazione, nonché all'arresto della titolare di un noto blog, Razan Ghazzawi, prelevata mentre cercava di recarsi dalla Siria in Giordania. Prendeva quota inoltre una guerra commerciale tra la Turchia e la Siria, che rispondeva alle sanzioni economico-commerciali di Ankara imponendo una tassa del 30% sull'importazione di prodotti turchi, e altre imposte sull'acquisto di combustibili e autoveicoli dalla Turchia: tali misure si aggiungevano alla sospensione della zona di libero scambio turco-siriana in vigore dal 2004, annunciata da Damasco come prima e immediata reazione alle sanzioni turche. A sua volta la Turchia ha rilanciato, con l'introduzione di una tassa del 30% su tutte le importazioni provenienti dalla Siria.
Emergeva intanto la singolare posizione del presidente Assad, che a più riprese dichiarava di non aver mai ordinato violenze contro gli oppositori, e che se queste vi erano state si era trattato di “errori” contingenti, in parte giustificabili con la necessità di reagire all'asserito complotto terroristico contro le autorità siriane.
Sul piano dell'attività internazionale va ricordato che tanto il segretario di Stato americano Hillary Clinton, quanto il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi hanno incontrato in questo periodo esponenti dell'opposizione, riuniti nel Consiglio nazionale siriano: il Ministro Terzi, in particolare, ha voluto chiarire la posizione dell'Italia, basata su un progressivo inasprimento delle sanzioni contro la Siria, auspicabilmente per mezzo dell'adozione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Il 9 dicembre l'ennesima mobilitazione di protesta in occasione delle preghiere islamiche del venerdì si è chiusa con un bilancio di almeno 44 morti: mentre i raduni di protesta si sono svolti in pratica tutti i principali centri della mobilitazione, la maggior parte delle vittime si è avuta nella regione centrale di Homs.
Il 12 dicembre, mentre nelle località non interessate dalla rivolta si sono aperte le urne per le elezioni comunali, peraltro con una scarsa affluenza, nel centro e nel nord-ovest della Siria si sono registrati ancora 18 morti, nella maggior parte ancora una volta a Homs. Il giorno successivo, mentre si temeva la scadenza già intervenuta dell'ultimatum imposto alla cittadinanza di Homs per la cessazione di ogni protesta, violenze di vasta portata si sono invece verificate verso il confine con Turchia, nella regione nordoccidentale di Idlib, dove si sono avute 27 delle 43 vittime totali della giornata.
A proposito delle vittime, va rimarcato che per la prima volta i calcoli dei comitati di coordinamento locali siriani e quelli dell'Alto commissariato dell'ONU per i diritti umani sono sembrati collimare quasi perfettamente, riferendo di un totale di oltre 5.000 siriani uccisi dall'inizio delle mobilitazioni. Il 14 dicembre vi sono state ancora 38 vittime, in una giornata caratterizzata soprattutto dal brutale assalto di milizie lealiste nella città di Hama. Lo stillicidio inesorabile di violenze, che ancora il 15 dicembre ha visto l'uccisione di una quarantina di persone, tra le quali stavolta anche alcuni soldati lealisti, ha costretto anche la Russia a uscire dal proprio immobilismo e apresentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione di condanna di ogni violenza in Siria, compreso un uso eventualmente sproporzionato della forza da parte delle autorità.
La posizione della Siria si è aggravata anche in seguito alla pubblicazione nella stessa giornata di un rapporto di Human Rights Watch, dal quale è emerso – su testimonianza concordante di numerosi disertori - che sin dall'inizio del movimento di protesta i vertici dell'esercito e delle forze di sicurezza siriani avrebbero autorizzato l'uso di ogni forma di violenza per fermare le manifestazioni, ordinando in modo esplicito di sparare contro i dimostranti anche se disarmati e di procedere a torture e arresti illegali.
Il 19 dicembre la Siria ha accettato, dopo sei settimane di estenuanti trattative, una parte rilevante del piano di pace della Lega araba - cui Damasco aveva acconsentito formalmente già il 2 novembre -, ovvero l’invio di una missione di circa 500 osservatori arabi in territorio siriano. La Siria ha comunque ottenuto che i movimenti degli osservatori si coordinassero con quanto richiesto dal governo per ragioni di sicurezza interna. Il raggiungimento dell’accordo è stato anche in parte risultato delle pressioni di Mosca e Teheran su Damasco. Nel lungo periodo delle trattative, peraltro, nonostante la liberazione di circa 2.800 prigionieri, il regime ha continuato nella durissima repressione in atto contro le proteste in tutto il paese: secondo alcuni comitati di attivisti, nel mese e mezzo trascorso dalla formale accettazione del piano di pace della Lega araba sarebbero stati uccisi più di novecento civili, tra cui circa ottanta tra bambini e adolescenti.
I primi osservatori sono giunti a Damasco tre giorni dopo la firma dell’intesa tra Siria e Lega araba, e la missione era a pieno organico entro Natale. La presenza degli osservatori non sembra però aver modificato granché la situazione sul terreno, poiché è stato continuamente riferito di vittime civili durante rinnovate proteste contro il regime, mentre anche il fenomeno più recente degli attentati suicidi è proseguito, culminando nei due attacchi contemporanei del 23 dicembre e in quello del 6 gennaio 2012, in entrambi i casi a Damasco. Lo stesso svolgimento della missione della Lega araba ha destato critiche, soprattutto per l’asserito scarso contatto con esponenti della contestazione al regime, oltre al fatto di una certa dissonanza tra quanto dichiarato dagli osservatori sul campo e quanto riferito dal Segretario generale della Lega araba, decisamente più ottimista in ordine agli sviluppi siriani.

Gennaio 2012

Il nuovo anno registrava un cospicuo reingresso sulla scena mediatica del presidente Assad, con il quarto discorso televisivo (10 gennaio 2012) alla nazione dall'inizio della crisi politica del paese: Assad ha insistito nel negare qualunque responsabilità diretta del regime della sanguinosa repressione, attribuendo gli sviluppi tragici dei dieci mesi di proteste ad una serie di eventi innescata principalmente da una cospirazione contro il paese, che si sarebbe servita e si servirebbe ancora anche dell'azione di gruppi armati e terroristici.
Proprio la lotta contro questi elementi dovrà accompagnare secondo Assad l'azione riformistica del governo, peraltro già più volte preannunciata, e stavolta nella forma di emendamenti alla Costituzione da sottoporre al voto popolare entro il mese di marzo 2012, per tenere poi due mesi dopo elezioni legislative. Il presidente siriano ha altresì ribadito la sua volontà di restare al potere.
L'11 gennaio Assad ha rilanciato con un comizio in Piazza degli Omayyadi, a Damasco, davanti a una folla di propri sostenitori e sotto gli occhi della moglie e dei figli. Quasi a smentire i toni trionfalistici di Assad, tuttavia, vi è stata nella stessa giornata la defezione di uno degli osservatori della Lega araba impegnati Siria, algerino, che in un'intervista rilasciata ad al-Jazira ha accusato il regime siriano di perpetrare crimini e organizzare una serie di messinscene per depistare gli osservatori, utilizzando in pratica la missione della Lega araba come un paravento dietro il quale proseguire nella repressione. Inoltre, un noto corrispondente di guerra francese, Gilles Jacquier, recentemente vincitore del premio Ilaria Alpi, ha perso la vita nelle stesse ore,mentre seguiva un corteo lealista nella città di Homs, colpito da schegge di mortaio.
Mentre proseguiva senza soluzione di continuità l'ondata di violenze nel paese, che in effetti vede tra le vittime sempre più frequentemente anche appartenenti alle forze di sicurezza, la Siria rigettava con forza l’ipotesi, avanzata qualche giorno prima dall’emiro del Qatar, di inviare truppe di paesi arabi per fermare i massacri. Damasco si è detta pronta solo a considerare l'eventualità di una proroga del mandato della missione degli osservatori della Lega araba.
Il 22 gennaio si è svolta nella capitale egiziana una riunione dei Ministri degli esteri degli Stati aderenti alla Lega araba ne corso della quale l'Arabia saudita ha annunciato il ritiro dei propri osservatori di fronte al mancato rispetto siriano del piano di pace. Alla fine della riunione si è pervenuti ad risultato rilevante: la Lega araba ha chiesto ufficialmente alle Nazioni Unite il sostegno per il nuovo piano di pace, che prevedeva entro due mesi il trasferimento dei poteri del presidente Assad al suo vice e la costituzione di un governo di unità nazionale - una soluzione molto simile a quella adottata per lo Yemen. Collateralmente la Lega araba anche deciso di estendere il mandato della missione di osservatori che aveva già operato in Siria per circa un mese.
I Ministri degli affari esteri dell'Unione europea, riunitisi il 23 gennaio, hanno concordato nel sostenere il ruolo giocato dalla Lega araba nella crisi siriana, approvando contestualmente l'undicesima tornata di sanzioni contro Damasco, con un'ulteriore estensione dei divieti sui visti e il congelamento di altri beni siriani in territorio europeo. Non vi sono stati tuttavia segnali di cedimento nel forte appoggio russo alla Siria.
Mentre sul terreno gli scontri tra le forze di sicurezza e i disertori oramai numerosi prendevano sempre più il posto delle pacifiche dimostrazioni duramente represse, e il regime, nel timore di uno sblocco della situazione in seno alle Nazioni Unite che potrebbe portare all'intervento internazionale, cercava di accelerare le operazioni contro manifestanti e oppositori armati; sul piano diplomatico la Siria, pur continuando a rifiutare  il piano di pace messo a punto dalla Lega araba, il 24 gennaio acconsentiva però a una proroga della missione di osservatori della Lega araba medesima in territorio siriano.
La Lega araba, dal canto suo, ha dovuto fare i conti con il ritiro dell'Arabia Saudita e di altri stati monarchici del Golfo Persico dal team di osservatori. L’obiettivo del segretario generale al Araby è pertanto divenuto quello di portare la questione siriana al Palazzo di vetro, per ottenere maggiore prestigio e credibilità sulla proposta di pace avanzata alla Siria, pur scontando anticipatamente l'opposizione russa, intenzionata con il veto a bloccare ogni possibilità di via libera a un intervento internazionale contro il regime di Assad.
L'escalation di violenza in atto in Siria ha trovato il 27 gennaio corrispondenza anche in Egitto, dove più di un centinaio di oppositori siriani ha assaltato l'ambasciata di Damasco, riuscendo a penetrarvi e a danneggiare alcune suppellettili, prima dell’intervento della polizia egiziana.
Considerata la grave accelerazione delle violenze in Siria, il 28 gennaio la Lega araba ha annunciato la sospensione della missione di osservatori, riservando ad un momento successivo una decisione definitiva sul destino di essa. Nel contempo, la Lega ha avviato colloqui con la Russia per un’intesa insede ONU, ove sperava di far approvare una risoluzione, già messa a punto unitamente ad alcuni paesi occidentali, basata sul piano di pace già da tempo avanzato dalla stessa Lega araba al presidente Assad.


Febbraio 2012

L'inizio di febbraio ha registrato il dispiegarsi di un intenso lavoro diplomatico concernente la situazione siriana, dapprima con il tentativo di far votare in Consiglio di sicurezza una risoluzione presentata dal Marocco per conto della Lega araba che prevedeva l'uscita di scena di Assad, e successivamente, nel tentativo di ottenere il consenso russo e cinese, un testo molto ammorbidito, che in pratica si limitava alla condanna della repressione messa in atto dal regime di Assad.
Anche su questo testo, tuttavia, il 4 febbraio si registrava il veto della Russia e della Cina, che innescava durissime reazioni delle cancellerie occidentali, come anche dei paesi appartenenti alla Lega araba: in particolare, il 6 febbraio gli Stati Uniti hanno chiuso la loro rappresentanza a Damasco, mentre il giorno successivo gli Stati arabi appartenenti al Consiglio di cooperazione del Golfo e diversi paesi occidentali - Italia, Francia, Spagna e Olanda - hanno richiamato per consultazioni i propri ambasciatori in Siria. I paesi del CCG (Consiglio di cooperazione del Golfo) hanno fatto di più, giungendo ad espellere gli ambasciatori siriani accreditati nelle loro capitali e ad accusare il regime di Assad di massacro collettivo contro un popolo disarmato.
Di fronte all’impasse diplomatica, nei giorni successivi alla bocciatura della risoluzione in seno al Consiglio di sicurezza dell'ONU si sono rincorse le indiscrezioni su progetti di fornitura di armi ai ribelli siriani, sulla valutazione da parte americana di possibili opzioni di intervento militare - sulle quali non vi sarebbe l'accordo dell'Unione europea, comunque pronta anche ad operare mediante piani di evacuazione di emergenza dalla Siria -, nonché sulla presenza in territorio siriano di agenti militari dei paesi occidentali, ipotesi questa agitata soprattutto dalla Russia.
Il 12 febbraio la Lega araba, riunita al Cairo, ha impresso un nuovo slancio agli sforzi per venire a capo della tragica situazione della Siria: infatti l'Organizzazione panaraba ha posto fine con nettezza alle ambiguità che avevano circondato lo svolgimento della missione di osservatori in territorio siriano, dichiarandone la cessazione, e rilanciando abbastanza clamorosamente con la richiesta alle Nazioni Unite della creazione di una forza di pace congiunta formata dalle Nazioni Unite e Lega araba. È stato inoltre deciso di sospendere il coordinamento diplomatico tra paesi arabi e Siria, sia a livello bilaterale, sia in seno alle Organizzazioni internazionali. Di grande importanza appare poi la richiesta di sottoporre al diritto internazionale la punizione di quanti verranno ritenuti responsabili dei massacri contro la popolazione civile siriana.
La Lega araba ha altresì aperto con chiarezza al fronte degli oppositori al regime di Assad, ai quali, in cambio del raggiungimento di una maggiore compattezza ed unità di intenti, ha assicurato appoggio politico e finanziario, come dimostra anche il via libera dato alla richiesta tunisina di ospitare 24 febbraio una conferenza degli amici della Siria. La proposta di una forza congiunta di pace sembra incontrare il favore dell'Italia e dell'Unione europea;  sostanzialmente contraria è invece la Russia, per la quale il primo obiettivo da perseguire è la cessazione delle ostilità sul terreno.
Non va dimenticato che anche l’inizio di febbraio ha visto purtroppo proseguire lo stillicidio di attacchi delle forze armate e di sicurezza siriane contro i civili, mentre il regime di Assad ha continuato a presentare gli avvenimenti quale legittima reazione ad un complotto armato in atto nel paese. Già il 1º febbraio si registravano una sessantina di morti nella regione centrale di Homs e nei dintorni di Damasco, ma anche sulle montagne occidentali nei pressi del confine libanese.
Dalla serata del 3 febbraio è poi iniziato un pesante bombardamento della città di Homs, che secondo fonti dell’opposzione avrebbe provocato circa 250 morti e la distruzione di 30 edifici, fatti oggetto di colpi di mortaio e di artiglieria. Anche in altre località della Siria, come in un sobborgo a sud della capitale e nella città nord-occidentale di Hama vi sono state vittime deilla repressione. Per converso, le ambasciate siriane in molti paesi arabi ed europei sono state assaltate da seguaci dell'opposizione, che ne hanno quasi ovunque danneggiato gli arredi e sostituito la bandiera con il tricolore siriano dell'indipendenza.
Dopo il veto russo e cinese del 4 febbraio alla risoluzione in discussione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, il giorno successivo si è registrata una recrudescenza dei combattimenti tra soldati governativi e disertori, con quasi sessanta vittime, mentre la furia degli oppositori sirian all'estero ha preso di mira anche le ambasciate russe in Libano e in Libia. Il 6 febbraio, nonostante l'imminente arrivo a Damasco del Ministro degli esteri russo Lavrov, con l’obiettivo di indurre il regime a considerare la possibilità di una trattativa con gli oppositori, oltre cinquanta persone sono morte per bombardamenti a Homs e nei sobborghi di Damasco. Frattanto vi sono stati segnali di tensione nell'elemento militare delle opposizioni, ancora privo di una consolidata leadership.
La repressione è proseguita senza soluzione di continuità il 7 febbraio, con non meno di 25 vittime a Homs, a Daraa, alla periferia della capitale e presso il confine libanese. Il giorno successivo ha visto un nuovo picco del numero delle vittime, con un centinaio di morti tra Homs, Daraa e la regione a ovest della capitale: si sono diffuse anche le prime voci di bombardamenti contro ospedali, e uno di questi avrebbe provocato la morte di 18 neonati. L'escalation delle vittime è proseguita il 9 febbraio, sesto giorno consecutivo di bombardamenti su Homs, ove si sono avute la maggior parte delle oltre cento vittime della giornata.
Il 10 febbraio anche l'ambasciata siriana a Roma è stata danneggiata da alcuni militanti del “Coordinamento siriani liberi” di Milano, successivamente arrestati: la comunità siriana di Milano, per bocca dello scrittore Shady Hamadi, ha anticipato che se nel giudizio non si terrà conto delle motivazioni che hanno dettato l'azione all'ambasciata, centinaia di appartenenti alla comunità si presenteranno alla questura di Milano per essere anch’essi arrestati. Hamadi ha inoltre chiesto l'espulsione dell'ambasciatore siriano, accusandolo di aver schedato gli oppositori al regime di Assad che vivono in Italia. Nella stessa giornata del 10 febbraio un duplice attentato suicida ha colpito nella regione settentrionale Aleppo, il maggiore centro economico del paese, provocando la morte di 28 persone e il ferimento di oltre duecento. Finora non toccata dalla contestazione al regime di Assad, una settimana prima Aleppo aveva visto però le prime manifestazioni contro il governo, cui le opposizioni hanno attribuito la paternità degli attentati in funzione punitiva. Intanto, proseguendo il bombardamento di Homs e i combattimenti nei sobborghi di Damasco, si sono contate il 10 febbraio almeno altre cinquanta vittime.
L'11 febbraio il regime siriano, dopo l'uccisione a Damasco di un generale medico, è tornato a denunciare l'azione del terrorismo, che sarebbe responsabile della tragica situazione del paese. Mentre pare evidente l'uso strumentale della teoria del complotto internazionale che il regime ha fatto sin dall'inizio della repressione – e alla quale non sembra credere nemmeno l’alleato russo -, non vanno sottovalutate le possibilità che effettivamente elementi del terrorismo internazionale si siano progressivamente infiltrati nel paese per sfruttarne l'instabilità. In tal senso si sono ad esempio espresse alcune fonti dell'intelligence statunitense, per le quali alla base di alcuni attentati perpetrati in Siria a partire dal dicembre 2011 vi sarebbero elementi di al Qaida provenienti dall'Iraq. Il 12 febbraio il capo di al Qaida al Zawahiri è sembrato in qualche modo dar ragione a questa ipotesi, intervenendo in video a sostegno della rivolta contro Assad, ma mettendo in guardia la popolazione nei confronti delle iniziative occidentali e di quelle della Lega araba.
Nella seconda metà di febbraio è proseguita la repressione violenta di ogni manifestazione di dissenso, con particolare accanimento contro le due città centrali di Homs e Hama, ma senza trascurare la capitale e l’area meridionale di Daraa. Frattanto è stata messa in campo un'intensa attività diplomatica intorno alla questione siriana, che ha visto però sempre la Russia e la Cina ostacolare ogni progetto della Comunità internazionale nei confronti di Damasco.
Il regime di Assad il 15 febbraio ha annunciato che 11 giorni dopo si sarebbe svolto un referendum su un progetto di nuova Costituzione che prevede l'introduzione di un sistema multipartitico, dando corso alla soppressione del monopolio politico del partito Baath. Tuttavia, la nuova Costituzione  vieta tanto i partiti costituiti su base religiosa, quanto quelli a base regionale: in tal modo sarebbero comunque esclusi dalla competizione politica sia i Fratelli musulmani che i partiti curdi. Il progetto di Costituzione prevede inoltre l'elezione a suffragio universale diretto del presidente, per non più di due settennati. Da notare che il combinato disposto di altre previsioni del progetto costituzionale fa sì che il presidente possa essere soltanto di sesso maschile e di religione musulmana. La giurisprudenza islamica viene posta alla base di tutte le norme del paese, e viene abolito qualsiasi riferimento al socialismo nell'organizzazione socio-economica del paese. La reazione occidentale è stata quella di considerare l'offerta del regime assolutamente tardiva e non credibile, e ci si è spinti anche a parlare di una farsa.
Il 16 febbraio l'Assemblea generale dell'ONU ha approvato un progetto di risoluzione di condanna della repressione attuata dal regime siriano, oramai definita più volte anche dallo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite alla stregua di crimini contro l'umanità: il documento, presentato dall'Egitto a nome della Lega araba, ha ricevuto il voto contrario di soli 12 paesi, mentre 17 si sono astenuti. Tra i contrari anche Russia e Cina, che proseguono nel sostegno al regime di Assad, al di là di una dissociazione formale dagli aspetti più plateali della repressione. Mentre la Croce rossa internazionale ha intrapreso trattative con il regime siriano per una temporanea cessazione delle ostilità volta a consentire di recare aiuto ai civili coinvolti nella repressione in diverse città della Siria, Cina e Russia hanno inviato propri emissari a Damasco, e si sono pronunciate a favore del processo di riforme intrapreso dal regime con il progetto di nuova Costituzione.
Il 22 febbraio un'inviata del Sunday Times e un fotografo francese sono stati uccisi nel bombardamento dell'edificio in cui si trovavano nel quartiere Bab Amro di Homs, uno dei più martoriati dalla repressione. L'organizzazione Reporters sans frontières ha riferito del ferimento di altri due giornalisti occidentali, e ha accusato il regime di aver bombardato intenzionalmente la casa in cui si trovavano le due vittime, poiché era ampiamente risaputo che essa ospitava da tempo giornalisti stranieri.
Intanto Nazioni Unite e Lega araba hanno incaricato l'ex segretario dell'ONU Kofi Annan di intraprendere un'iniziativa diplomatica a tutto campo per tentare di giungere alla cessazione delle ostilità in Siria: anche la Cina e la Russia hanno appoggiato la nomina di Annan, soprattutto per togliere credibilità alla riunione del 24 febbraio degli amici della Siria, svoltasi a Tunisi su iniziativa della Lega araba, e con l'adesione di Stati Uniti, Unione europea e Turchia. Nonostante una vasta partecipazione di circa 60 paesi, l'incontro si è chiuso senza particolari risultati, più che altro con una serie di dichiarazioni di intenti per un inasprimento dell'azione della Comunità internazionale verso il regime siriano.
L’unica prospettiva credibile per una miglioramento del situazione nel paese mediorientale è rimasta pertanto l'iniziativa della Croce rossa internazionale per una tregua negoziata. Il 26 febbraio si è svolto il previsto referendum costituzionale, con un'affluenza di poco superiore alla metà degli aventi diritto: il progetto è stato tuttavia approvato con una larghissima maggioranza da quasi il 90% dei partecipanti alla consultazione. Il 27 febbraio l'Unione europea ha varato il dodicesimo pacchetto di sanzioni contro il regime di Assad, procedendo in particolare al congelamento delle attività finanziarie della Banca centrale siriana, nonché al divieto del commercio di metalli preziosi e di diamanti e all'interdizione dei voli merci effettuati da compagnie siriane; tali misure si aggiungono all'embargo sugli armamenti e all'embargo sulle importazioni ed esportazioni di petrolio siriano già in precedenza deliberati. Alle 150 personalità ed entità della Siria già colpite dall'Unione europea congelandone i beni e bloccandone i visti di ingresso nel territorio dell'Unione sono stati aggiunti sette ministri del governo di Damasco.
Successivamente, la sanguinosa repressione ha nuovamente raggiunto con particolare accanimento la roccaforte di Bab Amro nella città di Homs, nella quale peraltro sono rimasti per giorni prigionieri due reporter francesi, dopo che il 22 febbraio due altri loro colleghi aveva perduto la vita sotto le bombe del regime. Il 1º marzo fortunosamente i due reporter francesi hanno potuto raggiungere il Libano e mettersi in salvo, ma solo grazie all'aiuto di gruppi di ribelli al regime di Assad.

Marzo 2012

Il 2 marzo il vertice dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea ha deciso un ulteriore inasprimento delle sanzioni mirate contro il regime siriano, riconoscendo altresì il Consiglio nazionale siriano come legittimo rappresentante del popolo, e dando il via a una raccolta di prove per l'incriminazione dei responsabili delle stragi dinanzi alla Corte penale internazionale. Intanto la situazione a Bab Amro, nonostante le affermazioni del regime di averne preso pieno possesso, si è mantenuta incerta, tanto che la Croce Rossa internazionale non ha potuto recare nel quartiere di Homs gli aiuti umanitari, limitandosi a rifornire le zone ad esso limitrofe e a soccorrere i numerosi profughi in fuga dalla regione centrale verso il confine con il Libano.
Nonostante il proseguire degli sforzi a livello internazionale quantomeno per attenuare la tragica situazione della Siria, la repressione è proseguita anche nella settimana successiva, concentrandosi in particolare contro la città di Idlib. Vi sono stati peraltro alcuni segnali di indebolimento del regime, quando l'8 marzo la televisione panaraba al Arabiya ha riportato notizie sulla diserzione di tre generali dell'esercito, che erano stati preceduti dall’ancor più importante abbandono del regime da parte del viceministro del petrolio Hussameddin, l'esponente di più alto grado a lasciare Assad dall'inizio delle proteste nel paese.
Il 10 marzo l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, inviato dall'ONU e dalla Lega araba per tentare di avviare una soluzione della questione siriana, si è recato a Damasco: qui lo stesso presidente Assad ha ribadito la versione ufficiale per cui la repressione in atto sarebbe occasionata esclusivamente dall'esistenza di gruppi armati e terroristi nel paese. Sostegno alla difficile missione di Kofi Annan è stato ribadito al Cairo nelle stesse ore da una dichiarazione congiunta della Lega araba e della Russia, che sono tornate a chiedere la cessazione delle violenze da qualsiasi parte perpetrate, la possibilità di un controllo da parte di istituzioni neutrali ma al di fuori di qualsiasi influenza straniera in Siria, il libero accesso di aiuti umanitari alla popolazione nelle zone più martoriate.
Il giorno successivo Kofi Annan si è nuovamente incontrato con Assad, mentre l'offensiva delle forze di sicurezza siriane su Idlib si intensificava: alla fine del colloquio l'ex segretario generale dell'ONU ha rilasciato una dichiarazione difficilmente decifrabile, in cui convivono la consapevolezza della grande difficoltà di giungere a una cessazione delle violenze nel paese con un ottimismo di fondo basato sull’esistenza, secondo Kofi Annan, di una volontà di giungere alla pace.
Nella notte tra 11 e 12 marzo un nuovo atroce episodio di violenza si è consumato a Homs, ove intere famiglie sono state decimate, con un bilancio di una cinquantina di vittime, tra le quali molte donne e bambini. Frattanto al Palazzo di Vetro non ha registrato progressi un’ulteriore bozza di risoluzione, incentrata sulla necessità dell’afflusso di aiuti umanitari urgenti alla popolazione siriana, e sulla quale è persistito lo scetticismo russo e cinese, i due paesi temendo sempre la ripetizione dello scenario libico di un anno fa. In questo contesto, nel quale oltre alla prosecuzione delle violenze contro i civili sarebbero ormai secondo l’ONU circa trentamila i siriani fuggiti nei paesi vicini e duecentomila gli sfollati interni; il regime, sulla base del referendum costituzionale di febbraio, ha indetto per il 7 maggio elezioni legislative, subito bollate alla stregua di una farsa dal Dipartimento di Stato USA.
Il 14 marzo anche il nostro paese ha sospeso l’attività della propria rappresentanza diplomatica a Damasco, richiamandone in patria il personale, per motivi di sicurezza e per dimostrare la riprovazione italiana per le violenze perpetrate dal regime siriano.
Il 16 marzo il primo ministro turco Erdogan ha annunciato che il proprio paese sta valutando la possibilità di creare una zona-cuscinetto al confine con la Siria, in presenza di un costante flusso di profughi verso la Turchia, che avrebbero già raggiunto il numero di 15.000. Intanto il giorno dopo due esplosioni hanno colpito a Damasco la sede dei servizi di sicurezza dell'aeronautica e gli uffici della sicurezza criminale, provocando 27 vittime, che sarebbero per lo più civili. I servizi di sicurezza dell'aeronautica sono particolarmente famigerati, in quanto ritenuti la più efficiente agenzia di controllo e direzione della repressione.
Il 18 marzo anche la città di Aleppo è stata toccata dall'ondata di attentati, quando un'autobomba è esplosa vicino a un ufficio dei servizi della sicurezza politica, provocando almeno due morti e una trentina di feriti. Tutti questi attentati hanno nuovamente scatenato reciproche accuse fra il regime e gli oppositori, mentre la televisione e la stampa ufficiale del regime siriano hanno apertamente attaccato il Qatar e l'Arabia Saudita, bollati come responsabili di tutte le violenze in atto nel paese. Il 19 marzo è giunta a Damasco una squadra di cinque esperti nominati dall'emissario speciale dell'ONU e della Lega araba per la crisi siriana, Kofi Annan, con l'obiettivo di esaminare congiuntamente con le autorità di governo siriane la possibilità di applicare alcune delle proposte elaborate dall'ex segretario generale delle Nazioni Unite. Altro personale ONU si trovava già dal giorno precedente in Siria per una valutazione sul campo della situazione umanitaria.
Il 19 marzo il leader del gruppo liberaldemocratico al Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, citando fonti dell'opposizione siriana, ha affermato che forze speciali della Russia avrebbero scaricato nel porto siriano di Tartus armi destinate al regime: Verhofstadt ha chiesto un'indagine da parte dell'ONU, poiché tale condotta, qualora appurata, renderebbe la Russia complice dei crimini contro l'umanità perpetrati dal regime di Assad.