domenica 22 aprile 2012

Quell'incidente avvolto nel mistero


Voce Repubblicana del 20 aprile 2012
Intervista a Francesco Terracina
di Lanfranco Palazzolo

Il disastro aereo di Punta Raisi del 1972 è stato catalogato troppo presto come un incidente. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Francesco Terracina, autore de “L'ultimo volo per Punta Raisi” (Stampa Alternativa), che racconta la storia del disastro aereo del Dc8 che nel 1972 provocò 115 morti durante la fase di atterraggio all'aeroporto di Palermo. Ecco cosa ci ha detto in anteprima sul libro che uscirà
Francesco Terracina, come è nata l'idea di questo libro su uno dei più gravi incidenti dell'aviazione civile italiana del secondo dopoguerra?
“Questo fatto è stato catalogato troppo presto come un'incidente. L'idea di di questo libro è nata leggendo un rapporto di polizia scritto tra il 1976 e il 1977 scritto dal vicequestore di Trapani Giuseppe Peri, che si stava occupando su una serie di gravi rapimenti avvenuti in Sicilia proprio in quel periodo”.
Cosa ha scritto il vicequestore di Trapani sull'incidente del 5 maggio del 1972?
“Il vicequestore ha dedicato tre pagine all'incidente del Dc8 dicendo che si era trattato di una strage che aveva organizzato qualcuno, a due giorni dalle elezioni politiche, nell'ambito di quella che viene definita come 'Strategia della tensione' di cui al tempo si parlava. Peri non pensa che il suo rapporto possa essere preso in considerazione da qualcuno. Il vicequestore di Trapani spedisce queste considerazioni ad alcune procure della Repubblica”.
Cosa scrive Peri sui rapimenti che erano avvenuti in quel periodo in Sicilia?
“La sua tesi è che i rapimenti siano avvenuti tra la mafia e il terrorismo nero. Questa è la tesi portante di questo rapporto. La cosa che mi ha colpito di questo rapporto – con il senno di poi – è che le considerazioni di Peri sui rapimenti erano azzeccate. Il vicequestore di Trapani aveva individuato molti personaggi che poi avrebbero avuto un ruolo di rilievo in Cosa nostra. Ho pensato che Peri fosse un funzionario molto intelligente che certo non poteva sprecare tre pagine di un rapporto di polizia senza avere delle solide convinzioni sui fatti accaduti e dei dati certi su quello che scriveva. Questo è stato lo spunto del mio libro”.
In quei giorni le forze politiche parlamentari sollevarono dei dubbi su quell'incidente?
“Le forze politiche non si posero alcun interrogativo serio su quell'incidente. Ho trovato alcune interrogazioni parlamentari fatte dal Pci e da Pio La Torre. Tutti ritenevano che il problema fosse legato alle difficoltà di atterraggio all'aeroporto di Punta Raisi che era stato aperto appena dieci anni prima. Solo qualche giorno dopo la Reuters parlò di mafia a proposito di quell'incidente. Quelle valutazioni furono riprese dalla stampa inglese, ma nessun giornale italiano prese sul serio quegli articoli. E, poi, l'attenzione su quell'incidente scemò”.

La Chiesa e l'amnistia


La casa circondariale di Trieste
Intervista a don Silvio Alaimo
Voce Repubblicana, 21 aprile 2012
di Lanfranco Palazzolo

Sono favorevole all'amnistia. Lo ha detto alla “Voce” don Silvio Alaimo, cappellano della casa circondariale di Trieste.
Don Silvio Alaimo, prima di arrivare come cappellano alla casa circonrdariale di Trieste che tipo di incarichi ha avuto nella Chiesa cattolica?
“Sono un padre gesuita in servizio presso la casa circondariale di Trieste. Mi trovo in questo istituto di pena da circa nove anni. Prima avevo fatto  esperienza missionaria in Brasile, soprattutto tra gli Indios, e poi nelle periferie delle città brasiliane come Salvador e Belem. Prima ancora ero stato prete operaio. Dal Vangelo ho imparato il principio: 'Chi non è contro di noi è con noi'. Mi sembrava naturale condividere questa importante battaglia per l'amnistia che raccoglie le sensibilità di tanti laici e di molti cattolici”.
Gli italiani cosa pensano dell'amnistia?
“Nel nostro paese è necessario aprire gli occhi sulla realtà carceraria. Sono molto arrabbiato per il modo con cui le carceri italiane vengono trattate e per la poca attenzione che c'è nei riguardi delle persone che vivono in carcere. Dal mio punto di vista sono persone che meritano tutto il rispetto possibile. Spero che nella condizione di sofferenza in cui si trovano queste persone non perdano la coscienza di essere persone umane con la loro dignità e degne dell'amore di Dio. Questa situazione può essere l'occasione per aprire lo spazio ad una nuova speranza. Ma di fronte a questa situazione voglio fare una mia provocazione. Il carcere viene definito come una discarica indifferenziata dei cosiddetti 'rifiuti' umani. Questo è un grave errore. Anzi, credo che il carcere, proprio perché si trova in questa condizione di sovraffollamento, è ancora più ricco di umanità. Ritengo che questa sia una umanità vera perché è svuotata da ogni privilegio mondano. Per me è un luogo di rivelazione rispetto al tempo che viviamo. Il carcere è un luogo di persone cercate da Dio. E nessuno delle persone che vive in carcere deve smettere di considerarsi una persona umana”.
Crede che ci sia una differenza tra l'approccio di Giovanni Paolo II con quello di Benedetto XVI sul tema dell'amnistia?
“Io vedo una continuità tra questi due pontificati, anche se possono esserci delle coloriture differenti. Ricordo molto bene quello che disse Giovanni Paolo II sull'amnistia nell'aula di Montecitorio nel 2002. L'applauso che seguì l'intervento di Giovanni Paolo II fu una sorta di presa in giro da parte del Parlamento. Il discorso di Giovanni Paolo II era molto più politico. Mentre Benedetto XVI ha un approccio diverso. Questo Papa pone l'accento sulla dignità del carcerato, che non può essere considerato un reietto della società, pur nella sua colpevolezza. In altre parole, Benedetto XVI ha parlato al cuore di chi lo interpellava”.