giovedì 30 agosto 2012

Il blog aggiornamenticristiani riprende il mio articolo su Napolitano

A qualcuno ogni tanto vengono delle buone idee, anche se non sono sempre del tutto originali. Per esempio Karl Marx pensò che lavorando tutti, mettendo le ricchezze prodotte in comune e distribuendole con un criterio di uguaglianza a tutti si poteva eliminare la povertà e l’infelicità (perdonatemi la semplificazione). In pratica bastava fare ciò che già faceva la chiesa primitiva, togliendo però l’idea di Dio che sembrava superflua, perché la religione è l’oppio dei popoli. Peccato che è proprio l’idea di Dio che induce l’uomo a comportarsi bene e a rispettare il criterio di uguaglianza. Se non c’è Dio, non vale la pena di comportarsi bene. Guarda un po’, il comunismo è fallito dappertutto (però non è fallito a Cuba, e questo quindi dà ancora qualche speranza). Per così dire, l’attacco del comunismo alla religione è fallito.
Adesso che abbiamo mandato Curiosity su Marte, la scienza ha dato una bella spallata alla religione, e spuntano fuori vignette come questa:

Geniale. Tutti gli interrogativi che l’umanità si è posta nella sua storia sono risolti perché abbiamo mandato un robot su un altro pianeta. Sì, la religione che si interroga sui sandwich di pollo fa ridere ed è da buttare. Ma se pensiamo che la NASA è finanziata dagli americani, che hanno raggiunto questi risultati distruggendo le popolazioni che vivevano già sul continente americano e che stanno ora sfruttando altre popolazioni mondiali perché nel frattempo le risorse precedentemente rubate non bastavano più, trova benissimo posto una riflessione di Giorgio Napolitano del 1969, che allora scriveva su “L’Unità”, e che parla di oppio spaziale:
Non crediamo che sia così facile cancellare i segni, che d’altronde si rinnovano ogni giorno, dell’aggressione e del massacro nel Vietnam, dell’oppressione e dello sfruttamento nell’America Latina, della politica di rapina e di repressione dell’imperialismo americano nei confronti di tanti popoli, né che sia così facile dimenticare le piaghe della stessa orgogliosa società statunitense… E noi abbiamo fiducia nella capacità di larghe masse lavoratrici e popolari del nostro Paese di non lasciarsi frastornare dai vecchi e nuovi apologeti del “sistema” americano, ed anche di non farsi drogare dall’”oppio” spaziale, di non farsi deviare dalla necessità di una lotta trasformatrice, rivoluzionaria per la soluzione dei propri problemi per la soluzione dei propri problemi e dei problemi di tutta l’umanità sfruttata e oppressa su questa terra…

Il commento di Francesco Damato sul mio articolo Napolitano e Neil Armstrong

Napolitano dalla stagione "dell'oppio dello spazio" 
alla liberazione dalla prigione ideologica del Pci
di Francesco Damato
Tratto da Il TEMPO 
del 28 agosto 2012

Appartiene ad un'epoca fortunatamente definita di "prigionia" dallo stesso Giorgio Napolitano, come vedremo, quel suo curioso e, diciamolo pure, assai imbarazzante articolo sull'allunaggio degli americani che Lanfranco Palazzolo ha riproposto ieri ai nostri lettori, ricavandolo dal numero di ferragosto del 1969 dal giornale storico e ufficiale del Pci, "l'Unità". Che volle chiudere proprio con quell'articolo un dibattito apertosi fra militanti e intellettuali del partito, divisi dalla voglia di riconoscere agli Stati Uniti il successo innegabile della missione dell'Apollo 11, riproposta in questi giorni alla nostra memoria dalla morte dell'ormai mitico comandante Neil Armstrong, e dal timore di offuscare il mito dell'Unione Sovietica. Che aveva perduto definitivamente in quella occasione il primato raggiunto nel 1961 nella corsa allo spazio con gli 88 minuti di volo orbitale di Jurij Gagarin attorno alla terra. "Noi - scrisse allora Napolitano, responsabile della cultura nel Pci guidato da Luigi Longo - abbiamo fiducia nella capacità di larghe masse lavoratrici e popolari del nostro Paese di non lasciarsi frastornare dai vecchi e nuovi apologeti del "sistema" americano, ed anche di non farsi drogare dall'"oppio" spaziale, di non farsi deviare dalle necessità di una lotta trasformatrice, rivoluzionaria per la soluzione dei propri problemi, e dei problemi di tutta l'umanità sfruttata e oppressa su questa terra". La nostra terra, voleva dire Napolitano allungandone ulteriormente le distanze dalla luna. Dove Armstrong era sbarcato il 20 luglio issandovi poi orgogliosamente, con Edwin Aldrin, la bandiera a stelle e strisce. Parole, quelle dell'allora non imberbe ma già quarantaquattrenne Napolitano, che fanno certamente impressione a rileggerle adesso. Ma che appartengono ad un contesto estinto e a dir poco drammatico, descritto dallo stesso Napolitano anche di recente con una chiarezza e una onestà autocritica che gli vanno riconosciute, così diverse dai silenzi o dalle tartufesche divagazioni di altri suoi amici, coetanei e giovani, o finti giovani, che dicono di avere militato e fatto carriera nel Pci senza essere mai stati però comunisti davvero. Rispetto a costoro splende la franchezza della lunga intervista autobiografica rilasciata dal presidente della Repubblica il 9 giugno scorso, in partenza per una visita ufficiale in Polonia, ad uno suo vecchio compagno dissidente dell'est europeo dei tempi sovietici, Adam Michnik, inviato al Quirinale dalla Gazeta Wyboreza. "Il sentiero della mia vita - si legge in quell'intervista - è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato, più che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio Paese. Nell'arco dei decenni ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute", peraltro già descritte in un libro - "Dal Partito Comunista Italiano al socialismo europeo" - pubblicato nel 2005, quando egli si considerava ormai una riserva della politica, per quanto o proprio per questo onorato con la nomina a senatore a vita dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Al quale neppure immaginava di poter succedere solo un anno dopo, come soluzione di compromesso, proposta in particolare da Pier Ferdinando Casini, di fronte alla candidatura di un altro post-comunista, Massimo D'Alema, che aveva ben poche possibilità, diciamo pure nessuna, di riscuotere consensi al di là dello schieramento di sinistra. Silvio Berlusconi, in verità, fu tentato in quella circostanza di dare una mano a D'Alema, che aveva già aiutato alcuni anni prima a diventare presidente dell'ultima e infruttuosa commissione bicamerale per le riforme istituzionali partorita dal Parlamento. Ma proprio l'esito negativo di quell'impresa finì per scoraggiare il Cavaliere da un'altra apertura di credito. Torniamo ora all'intervista del 9 giugno scorso. Nella quale il capo dello Stato, pur negando che il Pci in cui aveva a lungo militato fosse stato "come molti altri, un partito stalinista, in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali", quale quella a lui congeniale di Giorgio Amendola, ha riconosciuto che quel partito "era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale Comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione Sovietica e il legame col movimento comunista mondiale". Il "mito" quindi dell'Urss, al quale può essere attribuito quel suo articolo sulla "Unità" di ferragosto del 1969 contro "l'oppio spaziale" dal quale i compagni dovevano guardarsi per non tradire il loro campo. Eppure già l'anno prima, nell'estate del 1968, il Pci di Luigi Longo aveva già compiuto un primo strappo dall'Unione Sovietica disapprovandone l'intervento militare in Cecoslovacchia, effettuato per debellare la famosa "primavera" di Alexander Dubcek. Ma proprio la forza di quello strappo forse, non a caso seguito dalle porte delle Botteghe Oscure chiuse agli esuli di Praga, accolti invece a braccia aperte nel Psi da Bettino Craxi, impedì poi anche a comunisti di estrazione liberale come Napolitano di avventurarsi oltre, almeno in quel momento. Del resto, anche negli anni successivi a quel 1968 e a quel 1969 Giorgio Amendola, il capocorrente, diciamo così, di Napolitano, soleva spiegare ad amici e compagni che il Pci non poteva superare le colonne d'Ercole del filosovietismo per ragioni di semplice sopravvivenza. Egli voleva dire che a Mosca avevano ancora modi e mezzi per spaccare il partito, nel frattempo passato dalle redini di Longo a quelle di Enrico Berlinguer. Lo sapeva bene evidentemente anche Napolitano. Che tuttavia nell'intervista autobiografica del 9 giugno ha detto che gli "elementi originari" del Pci, indicati appunto nel mito dell'Unione Sovietica e nel legame col movimento comunista mondiale, "a un dato momento sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi". La prigione fra le cui metaforiche mura egli aveva anche scritto quello sfortunato articolo di ferragosto di 43 anni fa contro l'"oppio spaziale" degli americani.

Italia Oggi riprende il mio articolo sull'Oppio spaziale di G. Napolitano

Per Napolitano, Neil Armstrong spacciava «oppio spaziale» 

Italia Oggi - 29 agosto 2012

 di Ishmael  

«Oppio spaziale». Così Giorgio Napolitano, all'epoca in cui l'idea di poter prendere un giorno domicilio al Quirinale nemmeno lo sfiorava, definiva lo sbarco sulla luna del 21 luglio 1969. Era il 15 agosto, meno d'un mese dopo, e questa era l'opinione che il futuro presidente della repubblica (all'epoca un giovanotto, nonché un marxleninista fatto e finito, senza ombra d'imbarazzo) affidava all'Unità, che era poi l'edizione italiana della Pravda di Mosca. Ce lo ricorda Il Tempo di Mario Sechi. A Mosca i ragazzi del Soviet supremo si mordevano le mani, abituate a essere baciate dai proletari adoranti, per avere perso la corsa lunare. Napolitano li consolava non lasciandosi ingannare dalle imprese lunari degli «americani» (sempre che fossero autentiche imprese lunari, e non le avesse filmate Stanley Kubrik nello stesso studio cinematografico in cui aveva girato, tempo prima, 2001: odissea nello spazio, come già mormoravano gli agenti d'influenza del KGB). Gli americani pensino piuttosto alle piaghe che rendono intollerabile la vita nelle metropoli yankee! Pensino ai negri in Alabama! Ai poveri cubani sotto embargo! Ai poverissimi, disgraziati pellerossa espropriati delle loro terre e d'ogni loro avere come (anzi, peggio) dei kulaki in Ucraina e nella pianura del Don! Pensino ai comunisti perseguitati dall'Fbi e dai cacciatori di streghe! Pensino alla persecuzione delle povere spie atomiche! Pensino ai contadini vietnamiti che vogliono unirsi con ogni mezzo (anche a nuoto, anche in barca sballottata dalle tempeste dell'oceano, guardate che cosa vi dico) alla libera Internazionale dei popoli socialisti ma loro no, gli americani glielo vogliono impedire! Pensino a sfamare gli operai della Ford e della General Motors! SI scordino la luna! Altro che sbarcare sulla luna! Altro che la bandiera a stelle e strisce rigida come una mutanda inamidata che «i dirigenti americani» hanno lasciato sulla superficie lunare a eterno ricordo del «più colossale colpo propagandistico regalato alla pleve dai tempi di Nerone» (sono le parole immortali di Marcello Cini, oggi un ignoto, all'epoca un progressista di panza)! Gli americani, capitalisti fino al midollo, sono incapaci anche delle più semplici imprese terrestri, la guerra alla fame, all'egoismo, alla guerra stessa, ma soprattutto alle forze oscure della reazione in agguato, ed ecco che questi handicappati ideologici, questi inetti, osano prendere d'assalto la luna! Se la scordino, la luna! Volete mettere Neil Armstrong e i suoi astronauti da quattro soldi col compagno Lenin e il suo comitato centrale che andarono all'attacco del Palazzo d'Inverno! Quella sì che era scienza: il bi e il ba della presa di potere. Cos'è mai l'astrofisica, al confronto? Falsa coscienza, scienza borghese, scienza degenerata.

E' il momento giusto per il federalismo europeo


Intervista a Lucio Levi
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana, 30 agosto 2012

Questo è il momento giusto per affrontare la questione di un governo politico dell'Unione europea. Lo ha detto alla “Voce” il Presidente del Movimento Federalista Europeo Lucio Levi.
Prof. Levi, in un comunicato di questi giorni, lei ha sostenuto che questo è il momento giusto per affrontare davvero la questione relativa alla nascita di istituzioni politiche in seno all'Ue. Perché è giunto il momento opportuno per questo passo?
Le difficoltà legate all'euro sono dovute ad un attacco speculativo internazionale contro gli anelli deboli dell'Ue: la Grecia e il Portogallo e la Spagna. Il problema che si deve affrontare è quello di una mancanza di governo dell'Economia e di un'unione politica europea. Il limite più grave dell'Euro sta nel fatto che abbiamo una moneta unica senza uno Stato. La storia dell'Umanità non ha mai conosciuto una contraddizione del genere. Infatti, i fondatori dell'Euro avevano pensato alla moneta unica come una tappa per raggiungere l'obiettivo di un'unione politica. Questi erano gli auspici espressi dal manifesto di Ventotene nel lontano 1943 da Altiero Spinelli”.
La nascita di un governo tecnico ha impedito di perseguire questo obiettivo con forza da parte del nostro paese?
E' stato difficile mettere insieme posizioni molto contraddittorie come quelle dei partiti che sostengono l'attuale governo. Tuttavia, lo stato di necessità che ha fatto nascere questo governo ha permesso al governo Monti di affrontare i problemi di fronte ai quali si trova il nostro paese e l'imperativo di risanamento del debito, che è anche la promessa per fare delle politiche di crescita e di sviluppo senza le quali non è possibile pensare di abbattere il debito”.
Lei, a nome del Mfe, propone di far nascere un'assemblea costituente che elabori una costituzione da sottoporre ad un referendum popolare. Pensa che la partita sia più difficile di quanto si possa immaginare, considerando l'esito di alcuni referendum europei sul Trattato di Lisbona?
I referendum europei propongono la ratifica di una Costituzione europea. Gli interessi che sono scesi in campo nei referendum europei presentati in passato sono stati caratterizzati da un confronto nazionale. La bocciatura del trattato di Lisbona in Francia e in Olanda dimostra chiaramente che la questione è piuttosto complessa. Ma nel caso di un'assemblea costituente la situazione è diversa. Qui ci sono le condizioni per creare un dibattito europeo aperto al quale parteciperebbero i rappresentanti dei singoli paesi. Un referendum del genere darebbe un esito positivo. E chi boccia il referendum uscirebbe dall'Unione politica”.
Con questa valutazione lei boccia le politiche di allargamento europeo?
No, io penso che l'Ue abbia fatto bene a raccogliere questa sfida ed ancorare questi paesi all'Unione”.