giovedì 13 settembre 2012

La questione del Nagorno-Karabakh

La questione del Nagorno-Karabakh risale al 1923, anno in cui, nel quadro della sistemazione dell’immenso edificio statuale sovietico, la regione – abitata da circa 180.000 persone, in prevalenza (80%) cristiani di lingua ed etnia armena – venne incorporata nella vicina repubblica socialista dell’Azerbaigian.
Nel periodo sovietico la questione del Nagorno- Karabakh rimase lungamente sopita, fino quando i primi segnali di cedimento dei regimi comunisti in Russia e in Europa orientale non incoraggiarono il riemergere delle istanze identitarie anche nel Nagorno-Karabakh. Il 17 marzo 1988 il Plenum del Comitato centrale del partito comunista del Nagorno Karabakh, dopo tre giorni di manifestazioni nel capoluogo Stepanakert, approvava a grande maggioranza una risoluzione per chiedere il ritorno del Nagorno-Karabakh all’Armenia: in tal modo il Partito comunista del Nagorno-Karabakh si allineava a quanto già richiesto dal Soviet regionale il 20 febbraio - ma il Comitato centrale del Partito comunista sovietico aveva definito illegale la risoluzione di febbraio. Va infatti tenuto presente che l’Azerbaigian riscuoteva a Mosca un certo favore, essendo noto l’atteggiamento sempre allineato di questa Repubblica alle direttive del potere centrale.
In seguito, mentre il Nagorno-Karabakh conosceva dal 23 maggio 1988 un inedito sciopero generale ad oltranza, il Praesidium del Soviet supremo ribadiva l’intangibilità dell’assetto territoriale dell’URSS, respingendo in un’apposita seduta (18 luglio) le richieste di autodeterminazione del Nagorno Karabakh, sostenute dall’Armenia: nel contempo veniva assicurata l’adozione di misure volte a favorire una reale autonomia e uno sviluppo economico e culturale del Nagorno-Karabakh.
Dopo un periodo di calma, dall’inizio di settembre riprendevano le manifestazioni nel Nagorno Karabakh, alle quali l’Armenia esprimeva completa solidarietà, e che provocavano anche attacchi di bande azere, con numerose vittime. Il 1° dicembre 1988 gli armeni del Nagorno-Karabakh lanciavano un appello alle Nazioni Unite e all’intera Comunità internazionale, dicendosi vittime di atrocità perpetrate dagli azeri, nell’inerzia del potere centrale sovietico.
Il 1989 si apriva con la decisione, in gennaio, con la quale il Praesidium del   supremo riconosceva una speciale autonomia alla regione del Nagorno Karabakh, senza peraltro nulla concedere sul piano del distacco dall’Azerbaigian. Dopo alcuni mesi di tensione contenuta nel Nagorno-Karabakh, il 27 maggio la regione si vedeva privata di rappresentanza nel Soviet supremo di Mosca, poiché i propri delegati, inclusi ovviamente nel gruppo dell’Azerbaigian, si vedevano tutti respinti.
In settembre, mentre le violenze raggiungevano anche i dintorni della capitale azera Baku, il Nagorno Karabakh veniva a trovarsi completamente isolato a causa del blocco ferroviario attuato dagli azeri dalla fine di agosto, e in preda a una nuova ondata di proteste per lo scioglimento del Comitato ad hoc per l’amministrazione del Nagorno-Karabakh, istituito nel 1988 e revocato da una controversa deliberazione del Soviet supremo.
Dopo un inutile ultimatum di Gorbacev (25 settembre) alle due Repubbliche per una immediata soluzione della questione, il 28 novembre il Soviet supremo confermava nella sostanza la propria precedente decisione, mostrando chiaramente di voler soddisfare le sole richieste azere. Per tutta risposta, il Soviet regionale dell’Armenia votava il 1° dicembre per il ritorno del Nagorno Karabakh nel seno dell’Armenia.
Nel gennaio 1990 si rinfocolava la protesta in Azerbaigian, in conseguenza di alcune decisioni – peraltro invalidate dalle Autorità centrali sovietiche – dell’Armenia miranti a includere il bilancio del Nagorno Karabakh in quello armeno e a consentire ai residenti del Nagorno Karabakh di votare nelle elezioni armene: in poche ore si contavano 34 vittime a Baku, mentre aspri scontri infuriavano nel territorio del Nagorno Karabakh. Il 15 gennaio 1990 le Autorità sovietiche decretavano lo stato d’emergenza in Nagorno Karabakh e in altri settori dei territori armeno e azero, decidendo di rafforzare le unità speciali già in loco con reparti dell’esercito, della marina e del KGB.
Dopo un lungo periodo di relativa calma, la situazione nel Nagorno Karabakh precipitava nuovamente all'inizio di settembre del 1991, quando una serie di scontri interetnici provocavano la morte di una quindicina di persone.
La dissoluzione dell’URSS, consumatasi nella seconda parte del 1991 dopo il fallito putsch dell'estate, sembrò dapprima favorire il raggiungimento di un accordo sul Nagorno Karabakh (fine settembre), con la mediazione dei presidenti delle Repubbliche sovietiche della Russia e del Kazakhstan, rispettivamente Boris Eltsin e Nazarbaev. Neanche due mesi dopo, tuttavia, l’abbattimento di un elicottero che sorvolava il Nagorno Karabakh con alte personalità azere a bordo provocava un reinnesco delle tensioni: lo statuto di autonomia del Nagorno Karabakh veniva revocato dal Parlamento azero. Dal canto loro, le autorità armene del Nagorno Karabakh dichiaravano in dicembre l’indipendenza, a seguito di un referendum dall’esito plebiscitario.
Dopo l’abbattimento di un altro elicottero azero nel gennaio 1992, con la morte di una quarantina di civili, il 31 dello stesso mese un contingente blindato dell’esercito azero lanciava una massiccia offensiva contro il territorio del Nagorno Karabakh, destando subito un vasto allarme a livello internazionale: aspri scontri seguivano nei giorni successivi, nonostante l'arrivo in loco di una missione dell’allora CSCE (Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, oggi OSCE), e nonostante l'interessamento del segmento militare della neonata Comunità di Stati indipendenti (CSI) tra le Repubbliche ex sovietiche.
Il 20 febbraio i ministri degli esteri dell’Azerbaigian e dell’Armenia firmavano a Mosca una dichiarazione congiunta in quattro punti, sulla quale avevano concordato con la mediazione dell'omologo russo Kozirev: la dichiarazione, in particolare, richiedeva un immediato cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh, lo sgombero dei blocchi stradali e il ripristino dei mezzi di comunicazione, sì da consentire l'afflusso di aiuti umanitari quanto mai urgenti. La dichiarazione congiunta veniva tuttavia ignorata, come si incaricavano di mostrare gli eventi dei giorni successivi, con un rinnovato infuriare dei combattimenti fra le truppe azere e gli armeni del Nagorno Karabakh. Crescevano inoltre le preoccupazioni di un coinvolgimento regionale nel conflitto, a partire dalla presenza di truppe della Comunità di Stati indipendenti, talvolta implicate nei combattimenti con l'una o l'altra parte. L'Armenia, poi, guardava con preoccupazione a un eventuale intervento della Turchia in caso di conflitto vero e proprio con l’Azerbaigian: Ankara aveva infatti manifestato, a partire dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, forte attenzione verso le Repubbliche islamiche precedentemente incluse nell'URSS. Anche il ministro degli esteri iraniano Velayati si attivava per cercare di porre un argine al divampare delle violenze. Frattanto l’Armenia stabiliva, tramite il richiamo degli appartenenti armeni ai vari contingenti militari ex sovietici, di dar vita a un proprio esercito nazionale, e l’Azerbaigian si mostrava prossimo a una analoga determinazione.
Mentre la crisi si aggravava ulteriormente, veniva impartito ai contingenti CSI nella regione l’ordine di ritirarsi, proprio per evitare il coinvolgimento del conflitto, il quale intanto provocava immediati riflessi politici interni in Azerbaigian, ove, dopo un assedio durato diverse ore al palazzo del Parlamento di Baku, i manifestanti ottenevano il 6 marzo le dimissioni del capo dello Stato Mutalibov, dopo le quali lo schieramento politico azero si mostrava diviso tra chi voleva proseguire il conflitto del Nagorno Karabakh fino alla liquidazione delle istanze indipendentistiche e chi invece, in modo più flessibile, perseguiva una soluzione politica con l'eventuale intervento dei caschi blu delle Nazioni Unite.
In effetti vari tentativi di mediazione venivano posti in essere da una missione della CSCE con l'accordo della NATO, nonché dalle Nazioni Unite tramite l’inviato speciale Vance, ma tutto ciò non approdava ad alcun risultato di rilievo. In agosto, tuttavia, grazie alla mediazione del presidente del Kazakhstan Nazarbaev, l’Azerbaijan e l'Armenia accettavano una tregua in relazione alla questione del Nagorno Karabakh.
Per quanto riguarda invece la CSCE, il ruolo di essa nella questione del Nagorno Karabakh si mostrava quanto mai sterile anche ai primi di dicembre del 1993, in occasione del vertice di Roma dei 52 ministri degli esteri. Più utile risultava però un anno dopo il vertice CSCE di Budapest, che stabiliva l’nvio  nella regione di una forza multinazionale di circa tremila uomini – venivano in questa occasione superate le tradizionali resistenze della Russia alla presenza di forze di pace negli Stati ad essa limitrofi.
Dopo la stabilizzazione conseguita alla fine del 1994 – a seguito della quale tuttavia non venne firmato alcun accordo di pace in senso pieno, e il Nagorno Karabakh scivolava progressivamente sotto il controllo di fatto dell’Armenia - la questione del Nagorno Karabakh conosceva un periodo di assestamento, che nel medio termine continuava tuttavia a provocare effetti politici, come quando il 4 febbraio 1998 il presidente dell'Armenia Petrosian si rimetteva, essendo rimasto isolato per aver accettato nella sostanza alcune proposte di pace avanzate dall’OSCE (Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, subentrata nel 1995 alla CSCE). Le dimissioni di Petrosian, oltre ad aprire un temporaneo vuoto di potere a Erevan, mostravano la virulenza delle correnti più accesamente nazionaliste in Armenia, guidate dal Primo Ministro Kociarian, già leader proprio del Nagorno Karabakh. La deriva nazionalista raggiungeva il culmine il 27 ottobre 1999, quando un commando di estremisti penetrava nel Parlamento di Erevan e uccideva il primo ministro Sarkisian e altri quattro esponenti politici.
Dopo nuova serie di violenze di minore entità in Nagorno Karabakh all'inizio di marzo del 2008, molte speranze aveva destato per la soluzione della tormentata questione il riavvicinamento diplomatico che sembrava concretizzarsi nell'aprile 2009 tra l'Armenia e la Turchia, le cui relazioni erano interrotte ormai da 16 anni. Alla fine dello stesso anno veniva firmato un accordo che pareva di portata storica fra Ankara e Erevan (Protocolli di Zurigo), ma sulla sua attuazione ben presto sono tornate a pesare le storiche ipoteche dell'affinità etnica e linguistica della Turchia con l’Azerbaigian e della questione sempre viva del mancato riconoscimento da parte di Ankara del genocidio degli armeni perpetrato nel 1915. Inoltre, il recente boom energetico in Azerbaigian rendeva assai più difficile per la Turchia un allentamento dei legami con Baku. Pertanto, l'accordo turco-armeno del 2009 è rimasto privo di ratifica da parte dei contraenti.
Il 2010 vedeva solamente sporadici scontri alla frontiera del Nagorno Karabakh, con alcune vittime tra i militari dei rispettivi schieramenti. Nel 2011, tuttavia, la questione del Nagorno Karabakh riassumeva una sua centralità, a partire da un’iniziativa dell’Iran, che si dimostrava particolarmente propenso a un miglioramento dei rapporti con Erevan: la guida politica di Teheran, infatti, non ha mai desiderato lo schieramento di forze internazionali di monitoraggio ai propri confini, segnatamente quelli settentrionali interessati da rivendicazioni autonomistiche, ma tale eventualità potrebbe realizzarsi qualora l’Armenia decidesse di alleggerire il territorio conteso di alcune parti annesse durante il conflitto del 1992-1994, e restituirle all’Azerbaigian.
Neanche la mediazione della Russia, concretizzatasi il 24 giugno nella città di Kazan, dove si e svolto un vertice a tre fra i presidenti armeno e azero e l'allora presidente russo Medvedev, raggiungeva lo scopo di un progresso dei negoziati – all’incontro le parti erano giunte dopo forti sollecitazioni provenute già nel mese di maggio dal Vertice G8 di Deauville, e soprattutto dai leader francese, russo e statunitense, ovvero dei tre paesi che guidano il Gruppo di Minsk dell’OSCE, dedicato alla questione del Nagorno Karabakh. Ancora una volta la grave contraddizione tra il principio di autodeterminazione cui fanno riferimento gli armeni del Nagorno Karabakh e quello del rispetto dell'integrità territoriale, al quale si ispira la condotta dell’Azerbaigian, si dimostrava insormontabile, tanto più che questo avveniva in un contesto di corsa agli armamenti dei due paesi e di continue seppur ridotte violazioni del cessate il fuoco alle frontiere del territorio conteso.
La Russia non si è però arresa all’insuccesso di Kazan, e in agosto il presidente Medvedev ha nuovamente incontrato i presidenti di Armenia e Azerbaigian in margine al vertice in Kazakhstan dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO). L’attivismo diplomatico di Mosca ha fatto temere in Armenia un riavvicinamento russo all’Azerbaigian, e, per tramite di questo, alla Turchia, che priverebbe gli armeni almeno in parte del sostegno fin qui ricevuto in ragione delle forti posizioni economiche russe in Armenia.
Dopo ulteriori scontri e vittime militari alla frontiera del Nagorno Karabakh all'inizio di ottobre, i tre co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE si sono recati verso la fine del mese nella regione, annunciando un accordo provvisorio tra le parti per investigare sulle violazioni del cessate il fuoco sia sulla di frontiera tra Nagorno Karabakh e Azerbaigian che su quella tra Armenia e Azerbaigian. Fortemente simbolico è stato, durante la visita, l'attraversamento a piedi della linea di contatto a est del Karabakh.
Nella seconda metà di novembre nuovi combattimenti hanno visto la morte di soldati armeni e azeri: una ulteriore visita dei copresidenti del Gruppo di Minsk, nel corso della quale si è proceduto stavolta all'attraversamento a piedi del confine  settentrionale tra Armenia e Azerbaigian, si è conclusa con una dichiarazione congiunta che ha ribadito la necessità di attuare il meccanismo di investigazione proposto il mese precedente in ordine agli incidenti di frontiera. Negli stessi giorni la capitale armena Erevan ospitava una conferenza interreligiosa a livello della CSI, cui partecipava anche il capo spirituale (Gran Muftì) musulmano del Caucaso, a margine della quale questi, unitamente al  Patriarca russo e al “Catholicos” armeno, ha firmato un appello per il ritiro dei cecchini dalla linea di contatto, onde evitare ulteriori perdite di vite umane.
Nel 2012, nella prosecuzione dello stallo negoziale e diplomatico in ordine alla questione del Nagorno Karabakh, un evento di rilievo è stato rappresentato dalle elezioni presidenziali del 19 luglio nella contestata regione, definite una provocazione dall’Azerbaigian, mentre l'Unione europea ha tenuto a precisare di non riconoscere il contesto istituzionale della consultazione elettorale, che non recherà pregiudizio alla determinazione del futuro status del Nagorno Karabakh. In ogni modo la consultazione, alla quale vi è stata una buona affluenza del 73% degli aventi diritto - comunque inferiore alle aspettative e alle precedenti elezioni del 2007 - ha visto la riconferma del presidente uscente Baco Sahakian, sukka cui persona vi è stata la convergenza di due terzi dei voti, mentre un terzo dei consensi è andato all'antagonista Vitali Balasanian, un generale distintosi nel conflitto del 1992-1994. La consultazione elettorale è stata certificata come regolare da una novantina di osservatori internazionali.
La situazione che si presenta al riconfermato presidente è caratterizzata da alcune incognite immediate, soprattutto in rapporto all'atteggiamento dell’Azerbaigian, paese anch’esso coinvolto dalla crisi economica internazionale, che nelle incertezze finanziarie mette a rischio anche l'elevato livello di profitti conseguiti da Baku negli ultimi anni grazie alle ingenti risorse di idrocarburi, che avevano tra l'altro permesso grandi investimenti nel settore militare. A fronte di un atteggiamento dell'Armenia favorevole allo status quo, e perciò dai toni più moderati, le autorità azere sembrano ultimamente più propense ad alimentare di nuovo prospettive di una revanche nazionalista per il recupero del Nagorno Karabakh.
Lo stallo diplomatico in teoria non dovrebbe esistere grazie ai principi definiti a Madrid nel 2009, in base ai quali i territori limitrofi al Nagorno Karabakh conquistati nella guerra del 1992-1994 dovrebbero tornare all’Azerbaigian, mentre il Nagorno Karabakh in senso stretto si vedrebbe accordare uno statuto provvisorio e un corridoio di collegamento con l'Armenia, nelle more di un referendum per la libera espressione della volontà degli abitanti - il tutto nel contesto del ritorno dei rifugiati nei luoghi originari di residenza e di una missione internazionale a garanzia della sicurezza delle operazioni. Il contrasto si è tuttavia spostato sulla tempistica dell'applicazione di tali principi, che per l'Armenia andrebbero implementati simultaneamente, mentre per Baku lo status finale del Nagorno Karabakh dovrebbe scaturire solo nell'ultima fase del percorso. Va comunque tenuta presente la pesante ipoteca russa sulla questione, poiché l'instabilità permanente nella regione consente a Mosca di mantenere un'importante voce in capitolo in un'area essenziale per le risorse petrolifere e i corridoi di transito. Del tutto impensabile sarebbe una prevalenza netta dell’Azerbaigian senza conquistare decisivamente l’appoggio russo – sinora ben chiaro nei confronti di Erevan -, che viene però sapientemente centellinato. Incombe poi sempre il fattore del richiamo nazionalistico, che costituisce un potente veicolo di consenso elettorale da entrambe le parti, contribuendo a lasciare sempre sullo sfondo le ipotesi più moderate di accordo attraverso reciproche rinunce. Infine, per ciò che concerne il ruolo dell’Unione europea nella regione, qeusto continua a dimostrarsi poco significativo, nonostante il rilancio della seconda parte del 2011, con la nomina di un Rappresentante speciale per il Caucaso meridionale, nella persona di Philippe Lefort.

Politici oscurantisti sugli Ogm



Voce Repubblicana, 13 settembre 2012
Intervista a Silvano Dalla Libera
di Lafranco Palazzolo

I politici italiani hanno voluto dare ascolto agli oscurantisti e non alla scienza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il vicepresidente di Futuragra Silvano Dalla Libera. In passato, Silvano Dalla Libera era stato uno dei promotori di un ricorso al Consiglio di Stato per impedire il blocco delle coltivazioni Ogm. 
Silvano Dalla Libera, la Corte di Giustizia Ue ha ribadito che gli agricoltori italiani possono continuare nella coltura di Organismi geneticamente modificati. Come giudica questo pronunciamento al di la dei ritardi della legislazione italiana in questo campo?
“In passato avevamo fatto il medesimo ricorso al Consiglio di Stato, il quale ci aveva dato ragione. Gli organi preposti al rispetto di quel pronunciamento e la politica non hanno voluto rispettare quel pronunciamento. Per quanto riguarda il ricorso europeo, promosso dalla società Pioneer, c'è stata una consultazione tra il Consiglio di Stato italiano e la Corte di Giustizia europea. Quest'ultima ha ribadito quanto era stato espresso dall'organo di giurisdizione italiano”.
Quali sono le sue conclusioni su questi pronunciamenti?
“E' chiaro che l'Italia non ha rispettato le direttive dell'Unione europea. E che quindi deve mettersi in regola. Il problema è che abbiamo avuto dei politici che hanno dato ascolto molto di più alle associazioni oscurantiste e non hanno voluto dare ascolto al progresso della scienza. A mio avviso, una buona politica avrebbe dovuto dare ascolto alla sperimentazione, rendere noti i risultati alla popolazione e prendere le giuste decisioni in materia nel rispetto delle leggi europee. Io mi auguro che la sentenza della Corte di Giustizia europea riporti un po' di saggezza nella politica italiana. I partiti politici devono affrontare con la giusta pacatezza la questione relativa alla distribuzione degli Ogm per il consumo alimentare. Un'innovazione fatta dalla scienza per migliorare le cose non è un problema. La scienza ha il compito di migliorare le cose e non per giungere al risultato opposto. Io credo nella scienza e nella sua innovazione”.
Qual è la produzione mondiale degli Ogm?
“Nel mondo sono coltivati 2 milioni di ettari di Ogm, abbiamo circa 900 farmaci Ogm. Il mondo si sta evolvendo in questo campo, mentre l'Italia resta ancora in una condizione di arretratezza primitiva. In un paese come il nostro questa situazione è inaccettabile. Apriamo la strada agli Ogm e alla sperimentazione e facciamo le cose fatte bene: il transgenico è  un'opportunità e non un problema per il nostro paese, anche per salvaguardare l'ambiente e per impedire che vengano utilizzate sostanze chimiche nell'agricoltura. E' innegabile che le colture Ogm abbiano dei vantaggi economici. Si tratta di produzioni meno costose. Anche questo spiega il successo degli Ogm”.