sabato 29 settembre 2012

Ecco come "solidiamo"

Intervista a Nicola Ottaviani
Voce Repubblicana, 29 settembre 2012
di Lanfranco Palazzolo

Abbiamo ridotto del 50 per cento le nostre indennità e le abbiamo investite in un fondo sociale chiamato “Solidiamo”. Lo ha detto alla “Voce” il sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani.
Sindaco Ottaviani, come è nata l’iniziativa di un coordinamento dei sindaci del Pdl?
“In questo momento ci sono molte iniziative per riprendere quella che è una fase di confronto democratico in un momento in cui oggi c’è una grande distanza tra la piazza e il municipio e tra la piazza e le istituzioni a livello centrale. Ecco perché noi, come sindaci del Pdl, abbiamo pensato di fare la nostra parte. Molto spesso si parla di riduzione di trasferimenti da parte dello Stato, da parte del Governo centrale. Noi abbiamo detto: ma oggi la politica non può più essere interpretata come una professione, ma deve essere interpretata come spirito di servizio con tutta la disponibilità che l’amministratore pubblico decide di dare alla collettività. Le indennità che noi percepiamo finiscono per sostituire il nostro lavoro. E allora abbiamo detto che è necessario voltare pagina rispetto alla politica professionistica. Ecco perché a Frosinone abbiamo deciso di diminuire del 50 per cento i nostri stipendi. Ma non abbiamo deciso di mandarli al ministero dell’Interno, che potrebbe perderli in chissà quale meandro di spesa”.
Cosa avete fatto di questi soldi?
“Abbiamo investito questi soldi in un fondo sociale che è stato denominato ‘Solidiamo’. Si tratta di una sorta di neologismo con il quale abbiamo voluto dire che facciamo solidarietà da noi. Con questo fondo sociale investiremo 150 mila euro all’anno (750 mila euro in cinque anni) verso quelle categorie più esposte alla gravità della crisi economica. Mi riferisco ai giovani e agli anziani. Per quanto riguarda gli anziani metteremo a loro disposizione dei corsi di formazione per farli sentire utili e impegnarli in qualcosa che sia necessario per tutta la comunità. Per quanto riguarda i giovani vogliamo dare una prospettiva agli studi per i giovani che intendono proseguire gli studi dopo i 14 anni. Con quei fondi stanzieremo molte borse di studio per i giovani. Sarebbe un ottimo impegno sociale. Questa è una delle iniziative dei coordinamento dei sindaci del Pdl”.
Volete anche le elezioni primarie per tutte le competizioni politiche? Pensa che il Pdl sia attrezzato per questo cambiamento epocale?
“Quando accettai la candidatura a sindaco del capoluogo laziale chiesi esplicitamente le elezioni primarie. I partiti non riescono più a selezionare la propria classe dirigente. Abbiamo svolto una riflessione e abbiamo effettuato, per primi, a svolgere le elezioni primarie indirizzando queste consultazioni a tutta la città e non solo agli elettori del centrodestra. E questa svolta ha messo in difficoltà il centrosinistra”.   

Figura di merda dell'INPS: regala per sbaglio la 14° ai pensionati poveri e la rivuole pure

Guardate che cazzo ha combinato l'INPS. Tutto da vedere. La stronzaggine dell'INPS è evidente.

L'accordo tra l'Italia e gli Stati Uniti contro la criminalità


Il disegno di legge A.C. 5418, di iniziativa del Governo, reca l’autorizzazione alla ratifica dell’Accordo italo-statunitense sulla cooperazione nella prevenzione e lotta alle forme più gravi di criminalità – quelle transfrontaliere e quelle terroristiche -, fatto a Roma il 28 maggio 2009.
L’Accordo si presenta, almeno sul piano pattizio bilaterale, con connotati piuttosto innovativi poiché, più che individuare nuovi settori di collaborazione, si incentra sulle nuove metodologie di contrasto al crimine, quale ad esempio quella basata sui grandi progressi recenti nell rilevazione delle tracce di DNA e delle impronte digitali. Va peraltro ricordato al proposito che gli scambi di dati investigativi inclusivi di informazioni dattiloscopiche e sul DNA sono già previsti per il nostro Paese dal Trattato di Prum del 2005 – un accordo multilaterale tra 7 Stati membri della UE (Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Spagna e Paesi Bassi), al quale l’Italia ha aderito con la legge 30 giugno 2009, n. 85[1], e che l’Accordo in esame espressamente richiama.
Passando al contenuto precipuo dell’Accordo all’esame della Commissione affari esteri, si segnala anzitutto che l’Accordo consta di un breve preambolo e di  24 articoli.
L’articolo 1 contiene una serie di definizioni importanti per la corretta comprensione e attuazione dell’Accordo: si tratta in particolare dei concetti di profilo del DNA, di dati personali, di trattamento dei dati personali e di dati di riferimento
All’articolo 2 viene esplicitato lo scopo dell’Accordo in esame (comma 1), precisando altresì che l’Accordo non incide sulle vigenti procedure di assistenza giudiziaria a livello internazionale.
Il comma 2 limita la facoltà di interrogazione contemplata nell’Accordo in esame unicamente alla prevenzione e all’attività investigativa in relazione alle gravi forme di criminalità.
L’articolo 3 tratta dei dati dattiloscopici, rispetto ai quali le Parti garantiscono la disponibilità di quelli contenuti nei sistemi nazionali automatizzati di identificazione delle impronte digitali.
Ai sensi del successivo articolo 4, comma 1, le Parti autorizzano i punti di contatto nazionali individuati in base al successivo art. 5 all’accesso ai dati contenuti nei rispettivi sistemi automatizzati di identificazione delle impronte digitali, con facoltà di effettuare interrogazioni automatizzate per mezzo del raffronto dei dati dattiloscopici. Tali attività trovano un limite nel rispetto della legislazione nazionale delle Parti, e vige indirettamente un divieto di raffronti collettivi, poiché le interrogazioni possono essere effettuate solo caso per caso.
Ai sensi dell'articolo 5, comma 1, ciascuna delle due Parti dell'Accordo designa uno o più punti di contatto nazionali per l’accesso alle banche dati, stabilendone altresì secondo la legislazione nazionale le competenze e le modalità per l'accesso.
Il comma 2 prevede successive intese di attuazione concernenti le modalità delle interrogazioni alle banche dati, inclusi eventuali limiti quantitativi ad esse. In dette intese verrà anche enumerato un gruppo esaustivo di reati punibili con una pena edittale massima superiore a un anno, i quali formeranno oggetto di cooperazione sempre in base alle rispettive legislazioni.
L'articolo 6 disciplina la trasmissione di ulteriori dati personali e informazioni conseguente all'eventuale concordanza dei dati dattiloscopici: tale trasmissione avverrà in base alle procedure e nel rispetto della legge nazionale della Parte richiesta.
Gli articoli 7-9 ribadiscono il contenuto dei precedenti articoli 4-6, ma in riferimento all’interrogazione di dati concernenti i profili del DNA contenuti nelle rispettive banche dati.
L'articolo 10 riguarda la trasmissione di dati personali e altre informazioni allo scopo di prevenire attività terroristiche e altre gravi forme di criminalità. In base al comma 1 le Parti, anche senza richiesta dell'altra Parte contraente, possono trasmettere dati personali ad ampio raggio, inclusi quelli dattiloscopici (comma 2), qualora le circostanze facciano presumere che i soggetti interessati stiano ricevendo un addestramento per commettere atti di terrorismo o di grave criminalità, ovvero li abbiano già commessi o si presume siano in procinto di commetterli, o anche, infine, partecipino ad un'associazione con finalità terroristiche o di criminalità organizzata. La Parte trasmittente i dati può fissare le condizioni relative al loro utilizzo da parte dell'autorità ricevente (comma 3).
In base all'articolo 11 le Parti si impegnano a un trattamento imparziale e in conformità con le rispettive legislazioni in riferimento ai dati personali trasmessi in attuazione dell'Accordo in esame, e in particolare ne assicurano la pertinenza rispetto allo specifico scopo, la conservazione per il tempo strettamente necessario e la pronta rettifica in caso di rilevamento di errori o inesattezze.
In base all'articolo 12, comma 1, ciascuna delle due Parti può trattare i dati acquisiti nella collaborazione prevista dal presente Accordo per la finalità delle proprie indagini criminali, ovvero per prevenire gravi minacce alla propria sicurezza, o in relazione a procedimenti giudiziari anche di carattere non penale, ma che siano direttamente connessi alle indagini in sede penale. Inoltre, ciascuna delle Parti potrà utilizzare i dati per qualsiasi altro scopo, ma in tal caso solo con il consenso preventivo della Parte trasmittente dei medesimi dati – che,  si ricorda, può anche fissare le condizioni relative al loro utilizzo.
Sulla base del comma 2, le Parti si impegnano a non comunicare i dati forniti nella collaborazione prevista dal presente Accordo a Stati terzi, organismi internazionali o soggetti privati, senza il consenso della Parte trasmittente
L'articolo 13 prevede che la Parte ricevente si impegna, su richiesta della Parte trasmittente, a rettificare, bloccare o cancellare i dati ricevuti qualora siano inesatti o incompleti, ovvero se la loro raccolta e il loro ulteriore trattamento contravviene in qualche modo al presente Accordo o alle norme applicabili in base al diritto della Parte trasmittente.
In base all'articolo 14, ciascuna delle Parti si impegna a conservare una registrazione della trasmissione dei dati comunicati all'altra Parte, allo scopo di garantire il controllo sull'effettiva ammissibilità della trasmissione e sulla protezione dei dati, nonché di consentire alle Parti di esercitare appieno i diritti loro conferiti nella collaborazione prevista dal presente Accordo. Da ultimo, la registrazione è finalizzata a garantire la sicurezza dei dati. Tale registrazione comprende tra l'altro le informazioni sul dato trasmesso e i motivi che ne hanno originato la trasmissione, la data della stessa e il destinatario dei dati, qualora essi non siano forniti direttamente alla controparte in base al presente Accordo.
I dati registrati vengono protetti contro ogni uso non conforme o improprio, e sono conservati per due anni, alla scadenza dei quali essi sono immediatamente cancellati, salvo che ciò sia contrario alla legislazione nazionale.
L'articolo 15 riguarda la sicurezza dei dati, e prevede che ogni Parte adotti le necessarie misure tecniche e organizzative per tutelare i dati personali da distruzione accidentale o illecita, da perdita accidentale o da indebita diffusione, da alterazione e da accessi non autorizzati, e in generale da qualsiasi tipo di trattamento non consentito: particolare attenzione sarà posta dalle Parti nell'adottare le misure atte a garantire che ai dati personali abbiano accesso esclusivamente le persone autorizzate.
L’articolo 16 prevede che l'Accordo in esame non interferisce con gli obblighi giuridici delle Parti, contenuti nelle rispettive legislazioni, in ordine alla necessità di fornire ai soggetti interessati ogni informazione relativa alle finalità del trattamento, all'identità del controllore dei dati, ai destinatari dei dati stessi, al diritto di rettifica dei dati che li riguardano. Tale clausola di salvaguardia, tuttavia, viene a sua volta superata qualora fornire le informazioni di cui sopra possa pregiudicare le finalità stesse per le quali i dati sono stati richiesti, ottenuti o trattati, ovvero indagini o procedimenti giudiziari condotti dalle autorità italiane o statunitensi, ovvero infine i diritti e le libertà di terzi.
Completano il dispositivo dell'Accordo gli articoli 17-20, nei quali è previsto anzitutto che, a richiesta, la Parte ricevente informi la Parte trasmittente sul trattamento dei dati ricevuti e sul risultato da esso conseguito (art. 17).
L'art. 18 contiene una duplice clausola di salvaguardia, poiché prevede (comma 1) che l’Accordo non limita né pregiudica le disposizioni di qualunque altro trattato, né i rapporti in atto in base alle rispettive legislazioni, che consentono la condivisione delle informazioni tra l'Italia e gli Stati Uniti. In base al comma 2, il presente Accordo non conferisce poi alcun diritto a soggetti privati, segnatamente ad acquisire, eliminare o escludere elementi di prova o a impedire la condivisione dei dati personali. Non sono tuttavia pregiudicati i diritti esistenti a prescindere dall'Accordo in esame.
L'art. 19 prevede una regolare consultazione delle Parti sull'applicazione dell'Accordo, nonché in caso di controversie sull’interpretazione o applicazione di esso.
In base all'art. 20, ciascuna Parte sostiene le spese che comporta sul proprio territorio e per le proprie autorità l'applicazione dell'Accordo in esame, ma in casi particolari si può di comune accordo stabilire diversamente, nei limiti dettati dalle rispettive legislazioni.
Gli articoli 21-24, infine, riportano le consuete clausole finali dell'Accordo, la cui durata è prevista a tempo indeterminato (art. 21), salvo recesso con preavviso scritto di tre mesi, che tuttavia non incide sui dati forniti antecedentemente alla cessazione dell'Accordo.
L'art. 22 prevede consultazioni, a richiesta di una delle Parti, per la modifica dell'Accordo in esame, che può essere emendato in qualsiasi momento con accordo scritto delle Parti medesime
L'art. 23 individua gli organi preposti all'applicazione dell'Accordo, che sono per l'Italia il Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno, e per il governo americano il Dipartimento di giustizia e il Dipartimento per la sicurezza interna.
Infine l'art. 24 disciplina l'entrata in vigore dell'Accordo, precisando altresì che le disposizioni degli articoli da 7 a 9 (dati sui profili del DNA) non si applicano fino alla conclusione delle intese di attuazione previste dal successivo articolo 8.


Contenuto del disegno di legge di ratifica

Il disegno di legge in esame si compone di quattro articoli. I primi due recano, rispettivamente, l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione dell’Accordo italo-statunitense per la prevenzione e la lotta alle forme gravi di criminalità, fatto a Roma il 28 maggio 2009.
L’articolo 3 è dedicato alla copertura finanziaria degli oneri previsti per il solo anno iniziale dell'applicazione dell'Accordo (2012), quantificati in 10.164.000 euro. Tali fondi si rinvengono mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2012-2014, nell'ambito del Programma Fondi di riserva e speciali dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, con parziale utilizzazione dell'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
L’articolo 4, infine, dispone l’entrata in vigore della legge per il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

La relazione tecnica allegata al disegno di legge di ratifica esclude nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato derivanti dall'applicazione dell'Accordo in esame – che per quanto riguarda il nostro paese sarà in capo al Servizio per la cooperazione internazionale presso la Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno, per la cui sala operativa internazionale sono stati già stanziati i relativi fondi – salvo le spese previste dall'attuazione degli articoli 4 e 7. Per quanto riguarda l'articolo 4, l'interoperabilità degli archivi dei dati dattiloscopici comporterà una spesa per infrastrutture hardware di 8 milioni, a fronte di 200.000 euro necessari per interventi sul software. Calcolando anche l'Imposta sul valore aggiunto, il totale delle spese collegate all'attuazione dell'articolo 4 è di 9.922.000 euro. Per quanto invece riguarda l'articolo 7, in questo caso le spese saranno collegate alle misure da predisporre per render possibile l'interrogazione automatizzata dei profili del DNA (100.000 euro), nonché all'adeguamento hardware  e all'acquisto di software appropriati, per analogo esborso di 100.000 euro. Calcolando come nel caso precedente anche l’IVA, l'onere totale che l'applicazione dell'articolo 7 comporta è di 242.000. Viene d'altronde precisato che tali oneri riguardano soltanto il primo anno di decorrenza dell'Accordo, come anche che le misure tecniche per la tutela dei dati personali di cui all'articolo 15 non comportano ulteriori spese, in quanto già previste dalla bozza del regolamento attuativo di cui all’art. 16 della citata legge 85 del 2009. Infine, la relazione tecnica sottolinea come gli oneri complessivi che l'Accordo comporta, pari a 10.164.000 euro, non trovano copertura neanche parziale negli accantonamenti previsti per la realizzazione della banca dati del DNA.

Oltre alla relazione introduttiva e alla relazione tecnica, il disegno di legge è corredato di una Analisi tecnico-normativa (ATN), dalla quale non emergono profili di particolare rilievo, salvo l’osservazione della necessità di adottare lo strumento legislativo per la ratifica dell’Accordo in esame – ai sensi dell’art. 80 Cost. -, in quanto esso comporta oneri finanziari. L’Analisi dell’impatto della regolamentazione (AIR), che anch’essa accompagna il disegno di legge, richiama quali fonti ispiratrici dell’Accordo in esame, oltre al citato Trattato di Prum, la Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale e relativi Protocolli, ratificata dall’Italia con la legge 16 marzo 2006, n. 146. Inoltre, l’AIR esclude che dalla ratifica dell’Accordo in esame derivi la necessità di misure di adeguamento delle strutture amministrative, e prevede positivi effetti sulla competitività del mercato a seguito del più efficace contrasto alle attività della criminalità organizzata. Con cadenza biennale, il Ministero dell’interno procederà alla verifica dell’impatto regolatorio (VIR), valutando soprattutto i risultati conseguenti all’effettuazione delle interrogazioni automatizzate.

Dove sta andando la CINA. Quadro politico istituzionale


L’attuale Costituzione della Repubblica popolare cinese, adottata nel 1982 (i precedenti testi costituzionali risalgono al 1954, al 1975 ed al 1978), assegna il ruolo guida della società cinese al Partito comunista che compone, insieme ad altri otto partiti ufficialmente riconosciuti, la Conferenza consultiva politica del popolo cinese. A seguito delle riforme costituzionali del 1988, 1993 e 1999 tale ruolo guida convive con “un’economia socialista di mercato” e con il riconoscimento della proprietà privata. La Costituzione descrive come supremo organo legislativo l’Assemblea generale del popolo, composto da 2.987 membri eletti indirettamente con un mandato di cinque anni dai congressi muni-cipali, provinciali e regionali. Il Presidente del-l’Assemblea gene-rale del popolo, eletto quello stesso consesso, esercita le funzioni di Capo dello Stato. L’Assemblea si riunisce in una sola sessione annuale. Quando non è in sessione gli affari correnti sono svolti dal Comitato permanente, eletto in seno all’Assemblea. Il Comitato esercita poteri di supervisione sul Consiglio di Stato, eletto anch’esso dall’Assemblea con compiti esecutivi (è, in sostanza l’Esecutivo cinese, composto dal Primo Ministro, dai vice primi ministri e dai consiglieri di Stato). La Commissione militare centrale, anch’essa eletta dall’Assemblea generale, è invece il più alto organo militare dello Stato.
Per Freedom House, la Cina è uno “Stato non libero”, mentre il Democracy Index 2011 dell’Economist Intelligence Unit la definisce “regime autoritario” (cfr. infra “Indicatori internazionali sul paese”).
Nel sistema politico cinese, infatti, il principale centro di potere rimane il Partito comunista: tutti i livelli elettorali, tranne quelli relativi ai comitati di villaggio e dei piccoli centri urbani, dove si registra una maggiore concorrenzialità (in presenza però di organi dotati di scarso potere) vedono uno stretto controllo del partito, che designa i candidati e controlla il processo elettorale.
Per quel che concerne il concreto esercizio delle libertà politiche e civili, il grande sviluppo vissuto negli ultimi due decenni dalla società cinese e l’apertura all’esterno ha senza dubbio reso più difficile il controllo sociale da parte delle autorità, tuttavia fonti indipendenti confermano la presenza di realtà significative di repressione, alcune delle quali evolutesi alla luce della nuova situazione.
La libertà di stampa, nonostante la vivacità delle discussioni negli ambienti privati e gli sforzi di singoli giornalisti di affrontare tematiche sensibili, come quelle legate alla corruzione o ai problemi ambientali, appare pregiudicata: in particolare le autorità governative consento-no solo ai mezzi di comunicazione di massa di proprietà statale di “coprire” i principali eventi, previa intesa sulle immagini e i resoconti da mandare in onda.
Le direttive del partito forniscono inoltre a tutti i giornalisti e operatori dei media linee-guida la cui violazione espone ad azioni legali e all’arresto. La Cina avrebbe anche elaborato tecnologie avanzate e pervasive di controllo dei siti Internet (la Cina ha il più alto numero di utenti Internet a livello globale: nel 2009 360 milioni).
Anche la libertà di riunione e di associazione appare sottoposta a severe restrizioni: in particolare, sono state stabilite misure per impedire ad eventuali manifestanti o sottoscrittori di petizioni antigovernative di raggiungere la capitale Pechino, misure che prevedono anche il ricorso da parte delle autorità locali alla detenzione illegale. Dal punto di vista della libertà economica, il 2012 Economic Freedom Index della Heritage Foundation definisce la Cina, a dispetto delle riforme poste in essere negli ultimi decenni, “prevalentemente non libera”. Secondo il rapporto, le misure di liberalizzazione economica intraprese a partire dalla fine degli anni Settanta e culminate nell’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001 appaiono infatti aver contribuito allo sviluppo di un robusto tessuto di medie imprese private e di imprese agricole (la proprietà della terra rimane formalmente dello Stato ma i privati possono scambiare affitti di lungo periodo). Tuttavia le grandi industrie e, soprattutto, il sistema creditizio-finanziario appare sotto il controllo statale (in particolare il credito risulterebbe allocato secondo criteri politici e non di efficienza economica).
La tutela legale dei diritti di proprietà, compresa la proprietà intellettuale appare debole, così come permane una limitata libertà di movimenti valutari (la moneta cinese, come è noto, non è convertibile) e, nonostante l’apertura al mercato internazionale, permarrebbero significative restrizioni di tipo protezionista, attraverso il ricorso a barriere non tariffarie.
Al tempo stesso il rapporto 2010 dell’OMC, nel mostrare apprezzamento per gli sforzi compiuti dalla Cina nella liberalizzazione della propria economia, rileva che la liberalizzazione nel settore dei servizi (in particolare quelli bancari-finanziari) non risulta completa mentre le barriere non tariffarie e le politiche di sostegno alle “innovazioni tecnologiche interne” costituiscono ostacoli all’apertura commerciale (in particolare nel settore degli appalti pubblici). All’interno dell’OMCla Cina ha, fino al 2016, lo status di “economia non di mercato” che agevola l’adozione da parte degli altri Stati di misure anti-dumping (la Cina è destinataria del maggior numero di investigazioni anti-dumping in sede WTO).

Il quadro politico

La Cina si appresta nei prossimi mesi al cambiamento delle leadership, alla Presidenza della Repubblica ed alla guida del Partito comunista.
Attuale Presidente della Repubblica popolare cinese, e Presidente della Commissione militare centrale, nonché Segretario generale del Partito comunista cinese è, dal 2003, HuJintao (n. 1942); primo ministro, dal medesimo anno, è Wen Jaobao (n. 1942).
L’esito del processo in corso avviato, sembra innestarsi nel solco della continuità e del mantenimento dello status quo, almeno dal punto dell’indirizzo politico.
Sarà, con ogni probabilità, il candidato conservatore Xi Jinping (n. 1953), nominato nel 2011 Vicepresidente della Repubblica e Vicepresidente della Commissione militare centrale, ad essere eletto, il prossimo ottobre, Segretario generale del partito comunista e, all’inizio del 2013, presidente della Cina. Il nuovo leader dovrebbe condurre il paese, in politica estera, verso una politica più aggressiva, in particolare nella difesa degli interessi fondamentali del paese. Sul piano economico, resta da vedere se la nuova leadership cinese avvierà un’ulteriore liberalizzazione della moneta, che sebbene abbia importanti vantaggi, potrebbe condurre a speculazioni e alla conseguente rivalutazione della valuta cinese.
Sebbene la sua candidatura debba ancora essere formalizzata, non sembrano esserci dubbi che sarà lui il successore di Hu Jintao.
Il futuro Primo Ministro sarà invece Li Keqiang, un altro membro del Comitato centrale del Politburo (organo di direzione politica del Partito comunista).
I membri del Comitato centrale del Politburo dovranno inoltre decidere entro ottobre la sostituzione di 7 dei suoi 9 membri, che dovranno essere confermati da più di 2.000 delegati durante il XVIII Congresso nazionale del Partito. Circa il 70% dei membri della Commissione militare centrale e del Comitato esecutivo dovranno anch’essi essere sostituiti in ottobre.
L’attuale Presidente e Segretario del Partito Hu Jintao resterà, come il suo predecessore Jiang Zemin, a capo della Commissione centrale degli affari militari per altri due anni prima di passare tale carica a Xi. Ciò renderà Hu il secondo comandante supremo delle forze armate fino al 2014-2015.
Il 1° agosto scorso è stata annunciata la promozione di quattro generali tra i quali spicca quella di Liu Yazhou, vicino all'ala liberale del Partito. I quattro ufficiali che sono stati promossi a generali con pieni poteri sono Du Jincai, 60 anni, vicecapo del Dipartimento politico generale; Tian Xiusi, 62 anni, commissario politico del comando militare di Chengdu; Du Hengyan, 61 anni, Commissario politico del Comando militare di Jinan, oltre al già citato Liu Yazhou, 60 anni, Commissario politico dell'Università nazionale della Difesa.
Una nuova tappa del complicato rituale del cambio di leadership è stata segnata da un vertice segreto tra il presidente Hu Jintao e i top leader di Pechino, che si è tenuto nella città costiera di Beidaihe e di sui si è avuta notizia il 5 agosto. A Beidaihe si riunivano storicamente i leader cinesi una volta all'anno fino all'elezione di Hu Jintao, nel 2003, per stabilire la strategia del passaggio dei poteri alla nuova generazione di dirigenti. Una delle decisioni trapelate dal vertice sarebbe stata, secondo fonti di stampa, quella di anticipare il XVIII Congresso nazionale del Partito comunista cinese prima di ottobre.
La fase di transizione è stata complicata dal caso di Bo Xilai, l'ex potentissimo responsabile del Partito della metropoli di Chongqing, caduto in disgrazia per una serie di scandali, e della moglie Gu, che il 9 agosto comparirà davanti ai giudici per rispondere dell'assassinio dell’affarista britannico Neil Heywood.
La questione di Bo, che ha provocato la più dura lotta di potere all'interno del partito dai tempi della Rivoluzione culturale, è stata probabilmente determinante nella convocazione della riunione segreta di Beidaihe, anche se questa volta è stato limitato il numero dei partecipanti.
La tradizione, invece, voleva un imponente spostamento della gran parte della burocrazia del partito durante i mesi estivi nella città marinara.  Bo è tuttora detenuto in una località segreta ef indagato per “gravi violazioni della disciplina di partito”: sulla sua sorte non si sa nulla, ma si dice che i dirigenti cinesi vogliano il processo contro Gu proprio per chiudere in qualche modo la vicenda ed evitare che tutta la questione interferisca col Congresso del Partito.
Per esempio la riduzione dei membri del Politburo da nove a sette.  Oltre a Presidente e Premier, i candidati più accreditati - secondo il Financial Times - sarebbero Li Yuanchao, responsabile del potente Dipartimento organizzativo, Wang Qishan, Vice Premier ed economista di grande esperienza, Zhang Dejiang, Vice Premier che ha sostituito Bo come segretario del partito di Chongqing e Yu Zhengsheng, segretario del partito a Shangai. L'ultimo seggio da assegnare potrebbe andare a Wang Yang, segretario del partito nella provincia del Guangdong, o a Zhang Gaoli, segretario nella città settentrionale di Tianjin o ancora a Liu Yunshan, capo del Dipartimento per la propaganda.


Chi è Xi Jinping
Nato nel 1953, come molti dei suoi colleghi nel Politburo è un cosiddetto “principino”: è infatti figlio di Xi Zhongxun, un eroe della Lunga Marcia e membro fondatore del Partito comunista cinese di cui fu vice presidente. Sebbene Xi inizialmente sia cresciuto nel comfort del Zhongnanhai, il quartiere dove risiedevano i leader del partito, durante la rivoluzione culturale, quando suo padre fu espulso da Mao Zedong, venne mandato nelle province povere nel nord-ovest dello Shaanxi per “imparare dalle masse”. Le difficoltà di quegli anni lo indussero a diventare “più rosso dei rossi” al fine di sopravvivere e ritagliarsi un ruolo nel paese. Si unì al Partito comunista nel 1974 e ne scalò velocemente la gerarchia divenendo segretario locale nell’Hebei, dal 1982 al 1985. Nel 1985 si trasferì nel Fujian, dove continuò a fare carriera fino a diventare governatore della provincia nel 2000. Nello Zhenjiang, dove si trasferì poco dopo per assumere la carica di governatore e capo del partito dal 2002 al marzo 2007, i notabili locali e gli intellettuali hanno affermato di aver avuto un periodo di rara e prolungata apertura durante il suo governo. Si formarono migliaia di nuovi gruppi – molti dei quali associazioni di uomini d’affari che rappresentavano le molte piccole industrie della regione. Candidati indipendenti poterono sedere negli organi politici locali. Il periodo di Xi in Zhenjiang dal 2002 al 2007 vide una rapida crescita dei gruppi non governativi, incluse le associazioni industriali e i sindacati, i quali contrattarono sui salari e mantennero le proteste lavorative al minimo. Le chiese cristiane clandestine operarono in relativa tranquillità, anche se, secondo le associazioni per i diritti umani, come Chinese Human Rights Defenders Network, negli anni di Xi in Zhenjiang non mancarono le persecuzioni di dissidenti, cristiani e attivisti sindacali e per i diritti umani. Dopo la caduta del segretario del partito di Shangai, Chen Liangyu, a causa di uno scandalo di corruzione, Xi fu nominato segretario nella città nel 2007. Solamente sei mesi dopo fu nominato al Comitato centrale del Politburo e informalmente scelto come successore di Hu Jintao. Nell’ottobre 2010, Xi venne nominato vice presidente della Commissione militare centrale, nomina che rafforzò ancora la sua posizione.

La nuova leadership di Xi

Secondo Andrew Nathan, docente di scienza politica alla Columbia University, a giudicare dal passato politico di Xi, difficilmente egli potrà introdurre cambiamenti sostanziali nel sistema politico cinese. Secondo Nathan e altri studiosi, Xi continuerà a cercare di riformare il sistema di governo interno al partito, in linea con quella che in anni recenti è stata definita “democrazia intra-partitica”. Non sembrano esservi dubbi sul fatto che Xi non metterà in discussione il sistema di governo autoritario sul quale si regge il paese. Il Partito comunista continuerà a esercitare quello che Pechino chiama “monopolio di potere” del partito; in questo senso, i cambiamenti relativi alla governance in Cina rimarranno confinati alla sfera intra-partitica e al processo di selezione dei membri.
Negli ultimi anni Pechino ha insistito affinché il processo attraverso il quale i funzionari del governo scalano i vertici del partito si svolga attraverso elezioni al suo interno. In realtà, questi processi hanno ben poco a che vedere con delle vere procedure elettorali, essendo più simili a delle consultazioni interne al Politburo ed al Comitato permanente dell’ufficio politico del Pcc, che vengono poi ratificate dal Comitato centrale del partito, un organo formato da 350 funzionari di alto livello.
Secondo un altro sinologo, Bruce Gilley, politologo dell’Hartfield School of Government dell’Università do di Portland, Xi ha dimostrato di essere un “uomo forte” che, nel segno dell’opportunismo, è pronto a sacrificare ideali e principi in nome della propria carriera e del rafforzamento della propria autorità all’interno del partito. Gilley afferma che, fino a tempi recenti, Xi era un grande sostenitore delle controverse (in quanto violente e illegali) politiche anti-corruzione e anti-crimine di Bo Xilai a Chongqing, che includevano la tortura.
Nel 2010, durante una visita a Chongqing, Xi aveva lodato gli sforzi di Bo per la repressione della corruzione e della criminalità, elogiando l’apparato di sicurezza locale per l’efficienza dimostrata nell’affrontare questi problemi; ma quando Bo è caduto in disgrazia ed è stato arrestato per i reati a Chongqing, Xi ha repentinamente preso le distanze da lui. Anche nei confronti del Tibet, secondo Gilley, Xi manterrà una linea politica dura e intransigente. Quando, nel luglio scorso, si è recato in Tibet per festeggiare il sessantesimo anniversario di quella che Pechino chiama “la liberazione del Tibet”, anziché cercare di assumere un tono conciliante, Xi ha pronunciato un discorso di un’ora dai toni estremamente aggressivi, attaccando “le politiche separatiste” del Dalai Lama, sottolineando l’importanza del mantenimento di una massiccia presenza militare nella regione.

La situazione economica

Divenuta ormai la seconda potenza manifatturiera mondiale (dopo gli USA), la Cina vede come tema principale dell’agenda politica della sua leadership la ricerca delle modalità per garantire la prosecuzione di una crescita economica sostenibile socialmente e politicamente (e cioè nell’ottica della stabilità dell’attuale sistema politico fondato sul ruolo centrale del partito comunista cinese). In questa ottica, la quinta sessione plenaria del XVII Comitato centrale del Partito comunista cinese ha approvato le linee-guida del dodicesimo piano quinquennale (2011-2016), ispirate al concetto di “crescita inclusiva” e di “integrazione dello sviluppo economico con il miglioramento della vita della popolazione”. Per il prossimo quinquennio il piano prevede un tasso di crescita annua del PIL medio del 7% (nel 2010 il PIL è cresciuto del 10%). Se nell’undicesimo piano quinquennale l’accento era posto sulla ricerca energetica, sulle infrastrutture e sui trasporti, nel dodicesimo si insiste su “relazioni sindacali armoniose” e su una “crescita più globale, coordinata e sostenibile”.
A questo tema della “crescita armoniosa” possono essere ricondotti molti degli aspetti dell’attualità cinese, a partire dal dibattito sugli equilibri monetari internazionali, che vede molti Stati, a partire dagli USA, accusare la debolezza della moneta cinese. Tale sottovalutazione della moneta appare infatti funzionale ad un modello di sviluppo ancora (nonostante le misure antirecessive e di stimolo al mercato interno assunte nel 2008) prevalentemente export-led, cioè trainato dalle esportazioni, laddove una riallocazione di risorse verso il mercato interno potrebbe far scoppiare tensioni sociali, che, secondo alcuni analisti, appaiono già profilarsi all’orizzonte come dimostrerebbero le incipienti tensioni sociali relative al massiccio fenomeno di urbanizzazione in corso (come testimoniano le proteste contro le espropriazioni di terreni agricoli), i rischi di tensioni inflative dovute a pressioni salariali e all’aumento dei prezzi energetici e alimentari, i ripetuti timori per lo scoppio di una bolla immobiliare.
In particolare, i timori di uno scoppio della bolla immobiliare appaiono essersi rafforzati alla fine del 2011: per contrastare la crisi economica globale il governo ha facilitato i prestiti bancari alle imprese nel settore delle costruzioni, che tuttavia hanno costruito anche in assenza di compratori: si calcola che il 50% degli immobili in costruzione rimanga invenduto. Così dopo essere cresciuti i prezzi stanno scendendo rapidamente: il valore delle nuove case costruite a Pechino è sceso del 35% a novembre.
In questo quadro, peraltro, la leadership cinese teme che a queste eventuali tensioni, o comunque nell’ambito di un’ulteriore espansione del ceto medio cinese, si possa associare anche la richiesta di maggiore libertà politica interna. Che questi timori siano effettivamente nutriti è stato dimostrato dall’atteggiamento di netta chiusura rispetto alle richieste di scarcerazione del dissidente Liu Xiaobo, promotore del movimento per i diritti civili Charta ’08, ispirato al cecoslovacco Charta ’77 di Vaclav Havel, in occasione del conferimento allo stesso del premio Nobel per la pace. A questo si aggiungono ora i timori manifestati in occasione delle proteste scoppiate agli inizi del 2011 in Nord Africa.
Nel febbraio 2011 la polizia cinese è intervenuta in maniera consistente per impedire lo svolgimento di manifestazioni lanciate via Internet ed ispirate alla “rivoluzione dei gelsomini” tunisina. Da registrare a questo proposito, anche l’arresto, nel 2011, con l’accusa non meglio definita di “reati economici” dell’architetto Ai Weiwei, autore dello stadio olimpico inaugurato per le Olimpiadi di Pechino del 2008.

Le sfide industriali

Al momento, ci sono solo poche imprese cinesi che sono in grado di competere come marchi globali; la maggior parte agisce su mercati domestici o regionali, o come subfornitori per i marchi stranieri. Se la Cina è brava a copiare o adattare le tecnologie straniere, in materia d’innovazione lascia molto a desiderare. Tra i paesi emergenti, la Cina è quella che presenta uno dei più ampi divari tra ricchi e poveri. Il degrado ambientale ed il progressivo esaurimento delle riserve idriche sono saliti in cima alla classifica dei problemi interni del paese. Il suo modello economico, basato sulla crescita trainata dalle esportazioni, sugli investimenti diretti esteri e sul dominio delle imprese di proprietà statale legate al partito, sta esaurendo la propria spinta propulsiva e dimostra di avere un urgente bisogno di riforme.
Gli indicatori economici recenti rivelano che i leader cinesi si troveranno – prima di quanto si creda – a dover gestire una crescita economica significativamente inferiore a quella registrata negli scorsi anni.
Gli ultimi dati mostrano che, sebbene l’inflazione sia tornata a un più gestibile 3% dopo il picco del 6% registrato nel 2011, la crescita della produzione industriale si è fermata al 9,3, percentuale modesta se rapportata al 20% registrato lo scorso anno. Il rallentamento della produzione industriale cinese nel primo trimestre del 2012 è stato accompagnato dal rallentamento della crescita degli investimenti in beni immobili e nelle vendite al dettaglio, indicatori economici fondamentali per determinare se gli sforzi del governo per stimolare la domanda interna hanno avuto successo o meno.
Mentre questi dati sarebbero indicatori di “crescita ad alta velocità” in qualsiasi altro paese, in Cina un tale rallentamento della crescita economica accompagnato dall’aumento dei prezzi al consumo e dall’aumento dei prezzi dei beni immobiliari, rappresenta senza dubbio una minaccia per quello che in letteratura è stato definito “l’affare” tra il partito comunista e il popolo cinese: crescita economica e prosperità in cambio dell’acquiescenza verso il partito e il suo monopolio del potere. Esattamente come capitato con l’attuale classe di potere, anche la prossima leadership si troverà a dover fronteggiare la sfida di riequilibrare l’economia cinese: da un modello basato sulle esportazioni tipico dei paesi emergenti a un modello di crescita e sviluppo supportato dalla domanda interna.
Parte del processo di trasformazione è rappresentato dalla necessità per le imprese cinesi di creare prodotti ad alto valore aggiunto allo scopo di superare lo stadio di “fabbrica di assemblaggio” del mondo. Gli economisti, tuttavia, sono concordi nell’affermare che ciò non avverrà in tempi brevi. Nei prossimi anni, infatti, la crescita dell’economia cinese verrà trainata soprattutto dalle fabbriche cinesi di assemblaggio di prodotti stranieri, aggiungendo non più del 15% al valore del prodotto finale.

Gli interessi fondamentali cinesi

Durante la visita a Pechino del Vicepresidente statunitense Joe Biden ad agosto 2011, anche Washington ha avuto un’anticipazione di quello che potrebbe accadere con l’ascesa al potere di Xi. In quell’occasione, Xi ha affermato con chiarezza che le proprie posizioni in politica estera sono del tutto in linea con le posizioni ufficiali di governo.
Ad esempio, egli ha esortato Washington a rispettare i “core interest” (interessi fondamentali) della Cina, comprese le questioni di Taiwan e Tibet. “Esse devono essere gestite con prudenza, per evitare di arrecare disturbo alle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti” ha affermato Xi. In altri termini, Washington non deve interferire con le politiche cinesi verso Taiwan e Tibet, onde evitare il deterioramento delle relazioni con la Cina. Biden si è adeguato all’invito di Xi, affermando che gli Stati Uniti comprendono pienamente che le questioni di Taiwan e Tibet sono parte degli “interessi fondamentali” della Cina.
Gli Stati Uniti si atterranno fermamente alla “One-China policy” non sosterranno le ambizioni d’indipendenza di Taiwan e riconoscono che il Tibet è una parte inalienabile del territorio cinese”, è stata la risposta di Biden. Al contrario, in occasione della visita di Xi a Washington dello scorso febbraio, il presidente Barack Obama è stato molto più esplicito riguardo a quello che Washington vuole da Pechino. Obama ha, infatti, esortato Pechino ad “attenersi alle stesse regole con le quali giocano le altre grandi potenze dell’economia mondiale” – un modo per chiedere alla Cina di tutelare i diritti della proprietà intellettuale statunitense in Cina, permettere la rivalutazione della moneta cinese, aprire ulteriormente il proprio settore finanziario agli investitori statunitensi. Recentemente, Pechino ha dato segni di preoccupazione nei confronti della strategia di Obama in Asia orientale volta ad aumentare la presenza statunitense nell’area, e nei confronti della vendita di armi a Taiwan, che Pechino definisce “una provincia ribelle”.
Queste questioni rimarranno nell’agenda sino-statunitense ancora per molti anni; Xi, come i suoi predecessori, ribadirà con determinazione, senza lasciare spazio al compromesso, che la vendita di armi a Taiwan rappresenta un’indebita ingerenza negli affari interni della Cina. Mentre resta da vedere se Obama sarà disposto a ricevere ancora il Dalai Lama in futuro, non sembrano esservi dubbi sul fatto che nei prossimi anni Washington continuerà a permettere alle proprie industrie militari di vendere armi e tecnologia militare a Taiwan. Inoltre, Washington e Pechino continueranno a manifestare divergenze riguardo all’atteggia-mento da tenere verso l’Iran.
La Cina è il maggiore importatore di petrolio iraniano; essa pertanto non supporta gli sforzi statunitensi d’inasprimento delle sanzioni verso Tehran volte a frenare il programma nucleare del paese. Sostanzialmente, Pechino non ridurrà i propri acquisti di petrolio iraniano solamente perché è Washington a domandarglielo.
Dal sostegno o dall’opposizione di Pechino alle politiche statunitensi nei confronti di Iran e Corea del Nord potrebbero dipendere il successo o il fallimento degli sforzi americani di contenimento dei programmi nucleari dei due paesi. Nel frattempo, la Cina continuerà la rapida e costosa modernizzazione del proprio settore militare. Recentemente, Pechino ha annunciato un ulteriore aumento dell’11,2% nelle proprie spese per la difesa, portandole per la prima volta sopra ai 100 miliardi di dollari nel 2012. La Cina dispone di sofisticati sistemi missilistici, capacità di guerra cibernetica e stealth technology (tecnologia per rendere gli aerei e le navi meno visibili ai radar), per non parlare delle armi nucleari.

Una cauta liberalizzazione

Nell’aprile di quest’anno Pechino ha triplicato la somma di denaro che le istituzioni straniere possono investire sul mercato dei capitali cinese. Ciò mira all’ulteriore allentamento dei controlli sul capitale e all’ulteriore internazionalizzazione della valuta cinese. Da ora in avanti, è possibile investire un totale di 80 miliardi di dollari sul mercato cinese, a dispetto del precedente limite di 30 miliardi di dollari. Sebbene questi rappresentino importanti cambiamenti, che renderanno i mercati finanziari cinesi ancora più attraenti per gli investitori stranieri, gli analisti sono concordi nell’affermare che ciò di cui Pechino ha bisogno per integrare ulteriormente il proprio paese sui mercati globali è la liberalizzazione del sistema bancario domestico.
Nelle scorse settimane, il Primo ministro Wen Jiabao ha ripetutamente esortato il paese ad avviare la liberalizzazione del sistema bancario, sostenendo che le banche e le imprese di proprietà statale realizzano profitti “troppo facilmente”. Tuttavia, dal momento che più del 70% dei prestiti erogati dalle banche di proprietà o sotto il controllo dello stato cinese vanno a imprese di proprietà statale che investono sia sul mercato interno sia su quello internazionale, un tale smantellamento e l’introduzione di banche private dotate di liquidità sufficiente da poter erogare prestiti ai privati – in opposizione alle imprese di proprietà statale – deve avvenire in maniera molto graduale.
Per quanto riguarda la moneta, Pechino si trova a dover assumere una decisione cruciale sul permetterne o meno un’ulteriore liberalizzazione. I benefici della flessibilità monetaria sono universalmente riconosciuti, ha affermato Eswar Prasad, ex direttore della divisione Cina del Fondo monetario internazionale. Un regime monetario più flessibile, sostiene Prasad, darebbe alla Banca centrale cinese la possibilità di adottare una politica monetaria più indipendente, con la possibilità di fissare tassi d’interesse più adatti agli obiettivi domestici.
Questo, sempre secondo Prasad, aiuterebbe a promuovere la riforma del settore finanziario permettendo alla Banca centrale di usare i tassi d’interesse per indirizzare l’allocazione del credito. Fino a oggi, Pechino si è dimostrata riluttante nei confronti dell’ulteriore liberalizzazione della propria moneta; il timore è che le liberalizzazioni possano produrre un flusso speculativo che porterebbe una decisa rivalutazione della valuta cinese, andando dunque a colpire le esportazioni dalle quali il paese dipende per mantenere tassi di crescita elevati.

Politica estera

L’emersione della Cina come potenza globale sta comportando significativi mutamenti negli equilibri asiatici, che vedono coinvolti anche gli USA. Nel novembre 2011 il segretario di Stato USA Clinton ha annunciato che questo, per gli USA sarà il “secolo del Pacifico” e numerose iniziative (a partire dal viaggio nell’area di metà novembre 2011 del presidente Obama) testimoniano un maggiore attivismo nell’area degli USA anche con la funzione di un contenimento della Cina.
In tale direzione appaiono muoversi l’accordo con l’Australia per l’installazione di una base USA nell’Australia settentrionale (un accordo analogo dovrebbe presto essere raggiunto anche con Singapore) ed il progetto di un’area di libero scambio, la Trans-Pacific Partnership tra USA, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Malaysia, Brunei, Vietnam, Perù, USA e Cile (e, presto, anche il Giappone, in base a dichiarazioni di novembre del primo ministro giapponese), area che al momento esclude la Cina. Negli ultimi anni la Cina, oltre a lanciare un programma di ammodernamento e potenziamento della propria flotta, ha anche rivendicato la propria giurisdizione su ampia parte del Mar cinese meridionale nell’ambito di una politica cinese volta ad accentuare il controllo del Mar cinese meridionale divenuto essenziale per il transito delle merci cinesi. Ciò ha provocato un contenzioso con il Vietnam (per le isole Paracel) e con le Filippine, le cui difese sono state prese dagli USA. Gli USA stanno inoltre riaprendo un contatto con la Birmania, Stato fin qui considerato nella sfera di influenza cinese, come testimoniato dalla visita di inizio dicembre di Hillary Clinton, a sostegno del processo di apertura politica avviato dal governo di quel paese.
La Cina ha infine intensificato la sua attenzione verso il continente africano, annunciando recentemente per il prossimo triennio un prestito di 20 miliardi di dollari ai paesi africani. La cifra, annunciata a luglio dal presidente Hu Jintao in occasione del vertice Cina-Africa svoltosi a Pechino, è il doppio di quella offerta dalla Cina nel triennio precedente (2009-2012). Pechino sostiene che il suo impegno economico in Africa è diverso da quello del colonialismo europeo, ma riceve comunque critiche perché le imprese cinesi impegnate nello sviluppo delle risorse naturali e delle infrastrutture africane spesso importano i lavoratori dalla Cina, senza creare occupazione locale.