mercoledì 31 ottobre 2012

Il ritardo italiano sulle qualifiche



Intervista a Saul Meghnagi
Voce Repubblicana,  
di Lanfranco Palazzolo

Il sistema delle qualifiche lavorative in Italia è molto in ritardo ed è molto frammentato. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Saul Meghnagi, autore de “Il sapere che serve. Apprendistato, formazione continua e dignità professionale” (Donzelli Editore). L’autore è un autorevole pedagogista, ed è presidente dell’Isf, l’Istituto superiore per la formazione.
Saul Meghnagi, quali sono i problemi della formazione professionale e lavorativa nel nostro paese e quali sono i suoi limiti?
“Il problema delle garanzie ha nascosto, per un certo lasso di tempo, quella che è una condizione mentale per acquisire conoscenze professionali. Mi riferisco all’esperienza stessa di lavoro. Il problema della formazione ha due facce: il ritardo del nostro sistema, su cui poi tornerò, rispetto a questa materia. L’altro è invece costituito dalle difficoltà contingenti. In realtà, non si impara a fare se non facendo. E quindi, l’esperienza professionale deve essere garantita attraverso un’esperienza di lavoro che, per essere formativa, ha bisogno di alcune condizioni. Infatti, gli elettori inglesi fanno una netta distinzione tra esperienza di lavoro e apprendistato. Ma l’apprendistato consegna al lavoratore una qualifica grazie ad un tutor che segue il giovane nel corso della sua esperienza, a patto che ci sia anche una verifica, nel tempo, sulle conoscenze acquisite”.
Qual è il problema che deve affrontare la società italiana?
“In Italia non c’è mai stato un sistema di apprendistato con un tutorship, con una guida riconosciuta. Il sistema delle qualifiche in Italia è molto in ritardo ed è molto frammentato. E, soprattutto, le esperienze di lavoro sono state sempre considerate come se non avessero bisogno di questi supporti. Oggi, con la crescita della precarietà, tutto questo si complica. Ed è questo il motivo per il quale, parlare seriamente di formazione, in condizione di precarietà, può essere fatto solo se si assume. Chi vuole fare formazione deve trarne il massimo beneficio. Questa è la principale difficoltà dell’oggi”.
Come si è caratterizzata la politica di formazione negli ultimi anni in Italia? Le istituzioni come si sono comportante?
“La legge fondamentale sull’apprendistato del 1955 non era una cattiva legge. E’ stato cattivo quello che ne è conseguito in sede di applicazione. Anche l’ultima normativa di Elsa Fornero non è male. Il problema sono i decreti attuativi, che sono molto costosi”.
Come ha trovato le parole del ministro Fornero sui giovani schizzinosi?
“Non le condivido. In questo caso le parole del ministro sono pietre. Non si può dire ai giovani di trovare un lavoro senza capire quale sia questo lavoro. Credo che in queste condizioni occupazionali quell’affermazione è assolutamente inopportuna e intempestiva”.