giovedì 31 gennaio 2013

Mio padre, il pilota di Arafat



Intervista a Lucilla Quaglia
Voce Repubblicana, 31 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Con il mio libro ho cercato di mostrare un Arafat inedito. Tra il 1988 e il 1993 il leader dell'OLP Yasser Arafat ha lavorato con un pilota italiano, Marcello Quaglia. Questa esperienza è stata riportata ne “Il pilota di Arafat” (I libri del Borghese), libro scritto dalla figlia del pilota italiano, Lucilla Quaglia, che si propone di tracciare un profilo inedito, ma non agiografico, dell'esponente politico arabo. Il volume, che si avvale di una prefazione di Gianfranco Fini e di un'introduzione di Massimo D'Alema, ha il merito di raccontare alcuni episodi inediti della vita di Arafat e di delineare i rapporti umani di Arafat con i leader arabi, non sempre idilliaci, e con quelli italiani.
Lucilla Quaglia, in quali anni suo padre ha lavorato per Arafat e come è stato scelto?
“L’idea di scrivere un libro sui diari di mio è maturata nel tempo. Mio padre ha lavorato per Arafat tra il 1988 e il 1993. Ho ritenuto giusto scrivere questo libro oggi per riflettere su Arafat. Le avventure che ha vissuto mio padre sono state molto pericolose visti gli attentati subiti da Arafat. Nel libro raccontiamo una serie di particolari ed inediti su Arafat. Credo che alla figura di questo leader mancava una sorta di backstage. La scelta su mio padre è caduta perché i palestinesi stavano studiando i curricula di alcuni piloti in Europei. C’erano varie situazioni. Il curriculum di mio padre era particolare perché conosceva bene i cieli d’Europa e aveva curato la nascita della prima aerolinea in Centr’Africa, a Banguì. L’iniziativa di mio padre ebbe un certo successo. Le caratteristiche di mio padre erano quelle che servivano ad Arafat”.
Quando ha saputo che suo padre era il pilota di Arafat?
“Io l’ho saputo solo dopo che aveva lasciato l’incarico. Mi sono arrabbiata molto per questo. Lui ha tenuto il segreto in famiglia. Sapevamo che mio padre portava in aereo dei capi di Stato, ma di Arafat non sapevamo nulla. Mio padre temeva per i rischi che avremmo potuto correre”.
Con quale leader arabo ebbe il peggior rapporto Arafat?
“Indubbiamente con Saddam Hussein. Il laeder arabo gli fece delle promesse di aiuti economici che il leader iracheno non mantenne mai. Questa mossa procurò ad Arafat molti nemici”.
Il Mossad poteva colpire Arafat?
“Mio padre ha sorvolato Israele con Arafat a bordo. Non lo poteva fare. Si trattava di un breve tratto. Mio padre ha pensato che Israele lo avesse fatto passare perché Tel Aviv, almeno in quel periodo, riteneva Arafat un interlocutore per la pace”.
In merito ai gravissimi attentati degli anni ’80, come quello di Fiumicino, è riuscita a scoprire qualcosa. Sull’attentato di Roma nel 1982 ha mai sentito nulla?
“Arafat non ha mai parlato di questo. Su questi argomenti i palestinesi mantenevano un certo riserbo”.

mercoledì 30 gennaio 2013

La vera novità di queste elezioni siamo noi



Intervista a Federico Mollicone
Voce Repubblicana, 30 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Noi siamo la novità delle prossime elezioni politiche. Lo ha detto alla “Voce” Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma e candidato alle elezioni politiche e regionali del Lazio con la lista “Fratelli d'Italia – Centrodestra nazionale”.
Onorevole Mollicone, lei si presenta con una forza politica che è nata da poco?
“La nostra formazione politica è l'unica vera novità di questo panorama politico molto confuso dove, tra antipolitica e liste civiche, si presenta un quadro molto disarmante. Questo partito politico nasce nel centrodestra ed è schierato nel centrodestra, anche se siamo perplessi da alcune scelte fatte da altri soggetti del centrodestra e dalle logiche che animano il Pdl. Abbiamo fatto delle liste pulite, senza indagati e con molti giovani e persone meritevoli. Questa scelta è stata dettata dalla necessità che la classe politica debba essere rappresentata dal meglio della cittadinanza italiana e non dagli inquisiti. L'auspicio è quello di ottenere un grande risultato alle prossime elezioni politiche”.
Cosa pensate dei sondaggi di questi giorni?
“I sondaggisti seri ci danno sopra il 4 per cento. Siamo considerati da molti come la vera novità di queste elezioni politiche. Io mi onoro anche di essere candidato alla Regione Lazio. Con il Presidente Storace porteremo alla Regione Lazio una nuova governance che dovrà gestire i soldi dei cittadini in maniera equa, senza sprechi o privilegi. Ma soprattutto mettendo nella Giunta regionale del Lazio delle persone meritevoli, non come è accaduto nell'ultima amministrazione Polverini. In quella giunta si sono verificate situazioni assurde, con persone che non sapevano nemmeno quale ruolo dovevano svolgere”.
Perché non avete pensato ad un accorpamento con la Destra alle prossime elezioni politiche e alle Regionali?
“Siamo legati alla 'Destra' da molti punti comuni. Ci sono alcuni capitoli del nostro programma che coincidono con quelli de la 'Destra'. Ma noi non siamo la Destra, ma un nuovo Centrodestra. E abbiamo all'interno la destra che viene dal Msi, dal centrodestra. Vogliamo essere un grande partito conservatore. Per questa ragione abbiamo cercato di rigenerare il centrodestra con una nuova politica. Naturalmente, questo non toglie che non collaboreremo con le altre forze politiche del centrodestra. Non vogliamo lasciare la Regione e il Paese nelle mani del centrosinistra”.
Come Presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma ha trovato delle difficoltà in una città dominata da logiche si sinistra?
“Abbiamo provato a riscrivere il palinsesto culturale di Roma abolendo la notte bianca, che era un grande spreco per una sola notte. Abbiamo proposto le notti tematiche e realizzato nuovi spazi archeologici aprendoli al pubblico dopo anni. Il consenso per le nostre iniziative è stato positivo”.  

martedì 29 gennaio 2013

Quel rapporto tra forze politiche e banche deve cambiare



Voce Repubblicana, 26 febbraio 2013
Intervista a Massimo Mucchetti
di Lanfranco Palazzolo

E' necessario cambiare il rapporto tra forze politiche locali e banche. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l'ex direttore del “Corriere della Sera” Massimo Mucchetti, capolista del Pd nella circoscrizione Lombardia in Senato. Il candidato pensa che il Pd nazionale non abbia nessuna responsabilità su questa vicenda.

Professor Mucchetti, cosa pensa di quello che è accaduto al Mps e quali valutazioni può fare sulla responsabilità del Pd in questa vicenda?

“La domanda è molto vasta. Tuttavia, mi pare che non siano emerse responsabilità individuali da parte di alcun esponente nazionale del Pd. Si è parlato di una responsabilità generale del Partito democratico. E credo che su questo valga la pena di ragionare per dire che a Siena il Partito democratico, ereditando le posizioni che erano state dei Ds, della Margherita e di altri, esercitava un'alta influenza su questa banca. Non mi pare che siano emerse responsabilità particolari da parte della dirigenza nazionale del Partito democratico. Seguo da 15 anni le vicende del Mps e   sempre constatato che il Monte è un'entità  profondamente radicata nel territorio senese. Quando dico questo voglio dire che erano di casa al Monte anche esponenti politici di altre forze politiche e non solo del Partito democratico. Lo stesso Giulio Tremonti aveva un grande rapporto di collaborazione con il presidente di Msp Mussari. Nelle liste di Monti appare anche quell'Alfredo Monaci che si battè per la conservazione del ruolo di Mussari all'interno dell'Mps”.

Come deve cambiare il rapporto tra politica e sistema bancario?

Detto questo il problema di mettere un stop ai rapporti tra l'arcobaleno delle forze politiche locali e le banche. Sarebbe bene che il Tesoro inserisse all'interno di queste banche uno o due rappresentanti per verificare il buon uso dei cosiddetti Tremonti Bond. Nel momento in cui questo uso non fosse più certificabile scattasse l'immediata nazionalizzazione provvisoria della banca. Se lo Stato italiano salva il Mps, è bene che questa banca rispetti le regole dello Stato italiano”.

Lei ritiene che sia giusta questo tipo di politica? Con queste affermazioni non ritiene di certificare il fallimento dei controlli di Bankitalia?

“No, io non sto certificando niente. Su queste cose è necessario parlare con cognizione di causa. Se ci sono state alcune azioni tenute segrete da alcuni manager della banca e mai comunicate, ai sindaci, ai revisori del Mps e agli ispettori della Banca d'Italia questo comportamento non è colpa della vigilanza. E il fatto che siano uscite indiscrezioni sul fatto che Bankitalia sapesse tutto non significa nulla. Prima di aprire un processo alla Banca d'Italia ci andrei piano. Nessuno in Bankitalia pensava che nel 2008 ci sarebbe stato il tracollo della Lehman Brothers”.  

domenica 27 gennaio 2013

Università senza mezzi



Voce Repubblicana, 26 gennaio 2013
Intervista a Giovanni Rosa 
di Lanfranco Palazzolo

L’università italiana è priva di mezzi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il prof. Giovanni Rosa professore Associato di Fisica Sperimentale alla Sapienza Università di Roma.
Professor Rosa, quali sono i problemi che oggi deve affrontare l’università italiana?
“All’università italiana di oggi mancano essenzialmente i mezzi. Questo è il principale handicap per un’università che ha una qualità molto alta e che ottiene risultati ben più importanti di quelli che vengono sbandierati in giro. Quello che manca è un finanziamento adeguato e c’è il problema del blocco del turn-over. Di questa situazione ne risentono gli enti di ricerca e la docenza. Noi abbiamo dei giovani e non più giovani che sono molto qualificati, vincitori di concorso che non possono prendere servizio per una micidiale sequenza di interventi che sono stati semplicemente di taglio. Altro che grande riforma epocale. Questa riforma è stata approvata nel dicembre del 2010”.
Quale bilancio fate della cosiddetta riforma Gelmini?
“I numeri che abbiamo ci dicono che il numero dei docenti è diminuito di circa il 15 per cento e anche le immatricolazioni sono diminuite della stessa entità. Questa situazione fa il paio con il fatto che l’estrazione sociale degli studenti è sempre più caratterizzata verso classi medio-alte. Il problema è proprio questo. Con la crisi e l’impossibilità di sostenere i figli agli studi è chiaro che, in un momento di questo genere, si rinuncia al principale bene costituzionale: il diritto allo studio purché si sia capaci e meritevoli. Ora, quello che bisogna considerare, è che ci sono stati molti equivoci. Si è confusa l’eccellenza con la necessità di avere un’offerta ampia di competenze diffuse. Da un terreno come questo, dopo la riforma Gelmini, sarà difficile far emergere nuovi talenti e ottime capacità”.
Quanto incide il costo della docenza universitaria sulla situazione del bilancio universitario? Ci sono stati casi come quello dell’università di Siena che è andata ad un passo dal default perché spendeva troppo in personale. Chi è che deve fare un passo indietro?
“Questo è un grosso equivoco. Se si prende il rapporto tra costo del personale e costo dell’università si scopre che gli indicatori sono annacquati e fasulli. Se mettiamo a confronto le retribuzioni della docenza universitaria con quella europea si scopre che i nostri docenti sono pagati meno. Io faccio parte della facoltà di scienze matematiche e naturali i cui componenti della docenza sono sempre presenti nella facoltà e lavorano a tempo pieno. Il problema è che non è stato affrontato il problema degli incarichi della docenza universitaria. Ci sono dei docenti che utilizzano l’università come seconda attività”.
Lei quanto prende?
“Intorno ai 3mila euro e ho 40 anni di anzianità di servizio”. 

venerdì 25 gennaio 2013

L'eroe dimenticato dal Pci

Intervista a Mauro Valeri
Voce Repubblicana, 25 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Alessandro Sinigaglia è stato dimenticato troppo in fretta dal Pci. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Mauro Valeri, autore di “Negro Ebreo Comunista. Alessandro Sinigaglia, venti anni in lotta contro il fascismo” (Odradek), libro che racconta la storia di uno degli esponenti più coraggiosi della Resistenza.
Mauro Valeri, come è nata l’idea di scrivere un libro su Alessandro Sinigaglia?
“Nella mia ricerca sui cosiddetti ‘black italians’, gli italiani neri che in qualche modo hanno vissuto dagli anni dell’unità ad oggi ho avuto la possibilità di conoscere questo personaggio attraverso una segnalazione della Comunità ebraica di Milano, che mi ha segnalato questo grande personaggio. Ho approfondito la storia di Alessandro Sinigaglia e l’ho trovata molto interessante. Il titolo del libro è ripreso da una canzone del cantautore Roberto Guccini. Nella vita e nella storia di Alessandro Sinigaglia ci sono tutte e tre le componenti. Ecco perché mi è sembrato interessante rileggere la sua storia attraverso queste tre chiavi di lettura”.
Alessandro Sinigaglia nasce da una madre americana di Saint Louis e da padre ebreo. Quanto è importante la sua formazione religiosa?
“Il padre di Alessandro Sinigaglia viene dalla famiglia viene dalla comunità ebraica di Mantova. Il suo senso di appartenenza diventa importante quando Alessandro si misura con la società italiana degli anni ’20, dove il colore della pelle e la sua appartenenza ebraica sono considerate un valore negativo dal fascismo. Quando muore sua madre Cinzia White, suo padre si risposa con una donna della Comunità ebraica. Alessandro Sinigaglia accetterà con difficoltà questa nuova situazione e lascia la casa per impegnarsi nel Pcd’i per poi andare in Unione Sovietica. Arriverà a questa conclusione dopo aver prestato servizio nell’esercito italiano come sommergibilista e partecipato al bombardamento italiano dell’isola greca di Corfù nell’agosto 1923. Questa sua esperienza gli tornerà utile durante la guerra civile in Spagna, dove combatterà il franchismo”.
Ci sarà un riavvicinamento con il padre?
“Sì. Quando torna dalla guerra di Spagna e sarà internato nell’isola di Ventotene riprende i rapporti con il padre, che nel frattempo viene perseguitato dal fascismo e gli viene tolto tutto. Chiede di andare a lavorare all’Asinara per mandare qualcosa alla famiglia ormai ridotta in povertà. Il riavvicinamento alla sue origini ebraiche lo porterà in conflitto con il Pci”.
Alessandro Sinigaglia viene ucciso nel febbraio 1944 dai fascisti e linciato. Il Pci onora la sua memoria?
“Il Pci lo nomina capo politico della Resistenza a Firenze, ma quando muore gli viene assegnata solo la medaglia d’argento. Molte sue azioni nella Resistenza sono state cancellate dal Pci. Questo comportamento è inspiegabile”.

giovedì 24 gennaio 2013

L'interrogazione Evangelisti sul MONTE PASCHI SIENA

Per farvi comprendere quanto la crisi del Monte Paschi Siena fosse prevedibile, allego qui sotto un'interrogazione a risposta scritta presentata nel maggio 2012 dall'onorevole Evangelisti dell'Italia dei Valori. L'atto è stato presentato lo scorso maggio. 
Il ministro dell'Economia Grilli non ha voluto rispondere all'interrogazione.. 
Atto Camera 
Interrogazione a risposta scritta 4-16050
presentata da
FABIO EVANGELISTI
lunedì 14 maggio 2012, seduta n.631
EVANGELISTI e BORGHESI. -
Al Ministro dell'economia e delle finanze.
- Per sapere - premesso che:

in data 8 maggio 2012, la Guardia di Finanza, su delega della procura di Siena, ha effettuato perquisizioni anche nella sede della Fondazione dei Monte di Paschi di Siena. La procura della Repubblica di Siena, riferisce una nota, ha disposto una serie di perquisizioni presso le sedi legali della banca Monte dei Paschi di Siena, della Fondazione Monte Paschi Siena, del comune e della provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere con sede sul territorio nazionale, nonché di abitazioni private, in ordine ad una serie di condotte poste in essere a partire dal 2007, in occasione dell'acquisizione di Banca Antonveneta dagli spagnoli del Banco Santander, protrattesi sino al 2012. Le ipotesi di reato sui quali si indaga, sono manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie all'acquisizione di banca Antonveneta e ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi. La procura di Siena che ha disposto una serie di perquisizioni presso le sedi legali della banca Monte dei Paschi di Siena, della Fondazione Monte Paschi Siena, del comune e della provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere sul territorio nazionale, oltre che in abitazioni private, finalmente indaga sull'acquisizione di banca Antonveneta. Paolo Mondani, eccellente giornalista di inchiesta, aveva firmato un servizio per Report, la trasmissione di inchiesta in onda su Raitre condotta da Milena Gabanelli, domenica 6 maggio 2012, alle 21,30, vero e proprio atto di accusa documentato sulla gestione di Monte dei Paschi di Siena, da parte di Mussari, presidente dell'Abi ed ex presidente del Monte dei Paschi di Siena;
«se dovessimo rappresentare i vizi e le virtù dell'Italia con la fotografia di una sola città, quella città sarebbe Siena - scrive Mondani -. Sessantamila abitanti invece di sessanta milioni. Arte, storia, turismo, aria buona, cucina meravigliosa e la passione per la squadra di calcio che da anni gravita in serie A. Poi ci sono i debiti, tanti debiti. Frutti inattesi di una classe dirigente drammaticamente inadeguata per aver sottovalutato i segnali della crisi. E qui entra in ballo la Banca Monte dei Paschi, la terza per importanza del nostro Paese e i rapporti di forza della Città. I tre Palazzi che gestiscono il potere: il palazzo comunale, al centro di piazza del Campo, sede del consiglio comunale dove il sindaco esprime la maggioranza dei consiglieri nella Fondazione; Rocca Salimbeni, sede della banca; palazzo Sansedoni, che ospita la Fondazione che controlla la banca. Il Monte dei Paschi nato nel 1472, il suo controllo è saldamente nelle mani dei gruppi di potere dei partiti, della massoneria, dell'economia. A Siena lo definiscono: il groviglio armonioso. E i senesi soprannominano la banca il Babbo Monte. Il bilancio 2011 si è chiuso con un passivo di 8,4 miliardi di euro. Uno shock. Mentre all'Università c'è un buco da 200 milioni, con un'inchiesta giudiziaria che coinvolge due rettori. Il Presidente Giuseppe Mussari, alla guida della banca dal 2006, ora lascia per far posto ad Alessandro Profumo. I problemi del Montepaschi sono comuni ad altre banche italiane: l'economia collassa e i Btp pesano come macigni nel portafoglio. Ma di straordinario c'è stata l'operazione Antonveneta, pagata più di 10 miliardi nel 2007, quando Emilio Botin, due mesi prima, l'aveva comprata per molto meno. Poi c'è la Fondazione Mps, l'anacronistico azionista con la maggioranza assoluta della banca. Dalla sua istituzione nel 1996 a oggi ha gestito, sotto forma di erogazioni, il fiume di soldi che le arrivavano dalla banca sotto forma di dividendi. Ha ristrutturato scuole, strade, palazzi e poli museali. Ha anche dato soldi a pioggia, dalle sponsorizzazioni della squadra di calcio, alle dazioni alle più bizzarre associazioni o alle sagre paesane. Perché di soldi ce n'erano tanti e non finivano mai. Pur di rimanere con più del 50 per cento, in questi anni, la Fondazione si è venduta quasi tutto quello che poteva vendere e si è indebitata fino al collo. Talmente indebitata che per il proprio futuro getta lo sguardo fuori le mura senesi»;
in un articolo sul Corriere della Sera dal titolo: Mps, Fiamme gialle anche in Mediobanca. L'istituto di Piazzetta Cuccia era nel consorzio di garanzia dell'aumento di capitale per l'acquisizione Antonveneta, Fabrizio Massaro riferisce che: «C'è anche Mediobanca tra gli istituti presso i quali la Guardia di Finanza si è recata oggi per acquisire documenti relativamente all'inchiesta della procura di Siena sull'operazione Antonveneta. Mediobanca, da sempre vicina alla banca senese, era nel consorzio di garanzia dell'aumento di capitale del 2008 relativo all'acquisizione Antonveneta. Le operazioni in Lombardia e a Padova sono svolte dalle Fiamme gialle, anche attraverso il nucleo di polizia valutaria di Milano. In totale sono 147 gli uomini della Guardia di Finanza impegnati nelle perquisizioni al Monte dei Paschi a Siena e a Firenze, Padova, Roma, Mantova, Milano. Fonti vicine all'istituto hanno poi confermato che Mediobanca è stata oggetto di una perquisizione della Guardia di Finanza come persona informata dei fatti in relazione a operazioni poste in essere dal Gruppo Mps nelle quali Mediobanca ha ricoperto insieme a altre primarie istituzioni internazionali un ruolo tecnico connesso con la sua ordinaria operatività»;
oltre a Mediobanca le Fiamme Gialle hanno acquisito documenti presso Credit Suisse e in diversi altri istituti appartenenti al consorzio di undici banche creditrici della Fondazione Mps capitanato da JpMorgan. Tra queste Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank, Goldman Sachs. In totale sarebbero 38 gli istituti visitati dalla Guardia di Finanza. Mentre Il Sole 24 Ore, del 9 maggio 2012 esclude che tra gli indagati del Monte dei Paschi di Siena, ci sia l'ex presidente Mussari. Tra gli indagati dell'inchiesta della procura di Siena sull'acquisizione di Antonveneta da parte di Mps figurano due dirigenti dell'Istituto di credito toscano. Fonti vicine all'inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Antonino Nastasi, riferiscono che tra gli indagati non figura Giuseppe Mussari, attuale presidente dell'Abi e presidente di Mps all'epoca dell'operazione Antonveneta. Le Ipotesi di reato sono aggiotaggio e ostacolo all'autorità di vigilanza. Oltre alla sede dell'istituto di credito e della Fondazione Mps a Siena i finanzieri del nucleo valutario della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito perquisizioni presso le abitazioni private dei dirigenti della banca nello stesso capoluogo toscano, a Roma, Firenze, Milano, Padova, Torino e Mantova. Tra le abitazioni perquisite c'è anche quella del presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini»;
in occasione dell'ultima assemblea degli azionisti del MPS svoltasi a Siena a fine aprile, il dottor Tommaso di Tanno, studioso eminente delle scienze tributarie vicino a Vincenzo Visco (e a Massimo D'Alema) e membro del collegio sindacale di Mps, rispondendo ad una domanda di un piccolo azionista aveva risposto rispetto ai dubbi sul prezzo, vicino ai 9 miliardi di euro pagato per Banca Antonveneta, che, pur non essendo stata fatta alcuna due diligence, documenti pervenuti al collegio erano risultati corretti sul piano formale e sostanziale. «Il valore patrimoniale della Banca era di 2,3 miliardi e fu acquistata per 9 miliardi - aggiunse Di Tanno Non entro nel merito se il prezzo di 9 miliardi fosse appropriato». Di Tanno ricorda che la due diligence preventiva sulla banca veneta «non fu fatta», tuttavia i dati «risultarono veritieri». Una vera e propria «bomba» fatta esplodere da uno dei tributaristi più autorevoli del Pd, spesso intervistato, tra l'altro, per i servizi di Report, la trasmissione tv che ha acceso, circostanza non casuale, i riflettori su Siena, dove altre fazioni del Pd soprattutto tra i cattolici si stanno sfidando da settimane proprio su Mps. Come riferisce il giornale First on-line, quando dalle parti della piazza del Palio, sotto la Torre del Mangia, i senesi hanno visto alle 7 del mattino un gran traffico di auto delle Fiamme gialle, il pensiero dei tifosi era corso immediatamente ai bianconeri del Siena calcio: si è pensato che stesse per partire un blitz per affossare la squadra in serie B. Sui giornali, a proposito di Monte Paschi, si faceva più che altro riferimento all'indignazione del sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, contro Report; il primo cittadino aveva annunciato che avrebbe verificato la possibilità di adire le vie legali contro una rappresentazione «molto lontana dalla realtà» e «gravemente offensiva della città». Anche il Pdl senese ha parlato trasmissione «superficiale». Ma la realtà, spesso, ha superato le tesi reportage «superficiale»: tempo pochi minuti e si è capito che la guardia di finanza stava per violare la Rocca Salimbeni, la fortezza del Monte Paschi inviolata da più di 500 anni, il forziere celebrato da Luciano Pavarotti al momento una quotazione di 15 anni fa che ora sembra vecchia di 5.000 anni: la Guardia di finanza, su mandato della procura, stava raccogliendo documenti attorno all'operazione più discussa e tribolata della storia della finanza senese, l'acquisizione di Banca Antonveneta. L'operazione ha coinvolto 150 finanzieri, che hanno setacciato tutte le stanze dei bottoni del potere locale. La Guardia di finanza ha bussato alla porta di villa Stasi, l'abitazione dell'ex presidente della banca Mps Giuseppe Mussari, ora presidente dell'Abi: la sua casa e il suo ufficio sono stati perquisiti ma non è indagato. Perquisizioni sono state effettuate anche nell'abitazione del presidente Gabriello Mancini, di Antonio Vigni, ex direttore generale del Monte e dell'attuale direttore generale della Fondazione Mps Claudio Pieri e di altri dirigenti sia della Fondazione sia della banca. Non solo: altre perquisizioni sono state fatte in altre città d'Italia. Al centro dell'inchiesta, l'acquisizione della banca Antonveneta avvenuta nel 2008: ci sono almeno due indagati. Gli avvisi di garanzia sono stati notificati a esponenti di Mps. La Guardia di Finanza si è presentata anche negli uffici di Mediobanca a Milano, «in relazione - informa una nota - a operazioni poste in essere dal gruppo Mps, nelle quali Mediobanca ha ricoperto insieme ad altre primarie istituzioni internazionali un ruolo tecnico connesso con la sua ordinaria operatività»;
l'indagine, infatti, sembra avere per oggetto tutti i risvolti di una delle operazioni finanziarie più discusse e discutibili negli ultimi anni anni: l'acquisto, nel 2007, di Banca Antonveneta dal Banco Santander ma anche l'aumento di cosiddetto di capitale del 2008 per parte la parte del cosiddetto «Fresh» da un miliardo di euro suggerito da un pool bancario. Una soluzione, è il dubbio degli inquirenti, scelta per ostacolare l'autorità di vigilanza. La procura di Siena ipotizza infatti reati di «manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione e operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie alla acquisizione di Banca Antonveneta ed ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi». È quanto spiega un comunicato della Procura di Siena diffuso dalla Guardia di Finanza in merito al blitz . «Dal punto di vista penale si preannuncia un'indagine lunga, difficile e complessa. Le conseguenze saranno assai più rapide. Viene indebolita la posizione di Giuseppi Mussari ai vertici dell'Abi. Viene accelerato il cambiamento sia i che ai vertici della Fondazione. Viene senz'altro intaccata là sistema delle Fondazioni, per la prima volta al centro di un'indagine che ne mette in discussione il ruolo di cinghia di trasmissione t a la polisca, la società civile e la grande finanza....»;
il sistema di potere trasversale con al centro il MPS e Siena, che coinvolge tutti gli apparati dai mass media alle istituzioni locali laddove - come provato dalle testimonianze rese a Report - logge massoniche condizionano e si infiltrano nelle istituzioni, con pratiche e comportamenti spesso illegali, che mettono alla gogna qualsiasi voce critica fuori dal coro aveva prodotto nei giorni il licenziamento in tronco di direttore della Nazione, per aver rispettato il diritto di muovere fondate critiche ad un sistema secolare di potere esercitato dalla più antica banca e che ruota attorno alle fondazioni bancarie, istituzioni basate su rapporti fiduciari o di carattere personale gestite secondo gli interroganti con criteri oscuri ed amicali, con modalità tali da non rendere conto ad alcuno del loro operato, oggetto dell'atto di sindacato ispettivo, (2-1464) del 26 aprile 2012, dove si chiedeva al Governo se la rimozione del direttore de La Nazione Mauro Tedeschini non costituisca un grave sintomo delle storture che affliggono il sistema informativo nonché un grave colpo alla dignità di un direttore che aveva condotto il giornale a conseguire significativi successi nelle vendite, poiché ostacolando la libertà di stampa, si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione, ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza conoscenza e all'informazione libera;
il «sistema Siena» è basato su una ferrea gestione del potere economico-finanziario, impersonato dall'attuale presidente dell'Abi Giuseppe Mussari, che non a caso avrebbe appoggiato la designazione di un indagato per frode fiscale ai danni dello Stato, come Alessandro Profumo, nominato ai vertici del Monte dei Paschi di Siena, il quale se anche non formalmente privo dei requisiti di onorabilità per amministrare una banca, è certamente inidoneo, ad avviso degli interroganti, sul piano dell'opportunità; Unicredit, tra l'altro, offrì a suo tempo appoggio a proprio Mussari per scalare l'associazione bancaria; ciò, secondo gli interroganti, costituisce un pericolo per la legalità fondata sul rispetto di regole e norme, anche di rango costituzionale;
ci si chiede se le logge massoniche, molto attive a Siena, non condizionino l'operato delle banche e del sistema economico finanziario, molto prodigo nel favorire pochi adepti con affidamenti spesso incauti, avaro nell'offrire la liquidità necessaria a chi voglia intraprendere per riattivare il ciclo economico depresso;
non si può escludere che sia stata la massoneria a condizionare le attività economiche, bancarie, finanziarie, e volte all'amministrazione della giustizia nell'ultimo decennio a Siena, e che tra le attività delle logge operanti in Toscana vi siano residui della P2 di Licio Gelli, che aveva la finalità di scardinare l'ordinamento democratico per sostituirsi allo Stato di diritto fondato sulla Costituzione repubblicana;
la scelta di acquistare Banca Antonveneta ad un prezzo superiore a quello di mercato, dopo aver effettuato analoga operazione con l'ex Banca del Salento, denominata Banca 121, appare agli interroganti determinata da apparati esterni agli interessi del Monte; occorrerebbe chiarire altresì quale sia stato il ruolo della Banca d'Italia e soprattutto della Consob;
sarebbe opportuno attivare le potestà, attribuite dalla legge bancaria e dai testi unici della banca e della finanza, nel sorvegliare la prudente gestione del credito e del risparmio e prevenire un eventuale insolvenza, per verificare la risposta data ad un piccolo azionista da Tommaso di Tarmo, membro del collegio sindacale del MPS, sul valore patrimoniale della Banca Antonveneta pari a 2,3 miliardi di euro ed acquistata per oltre 9 miliardi, senza la garanzia della due diligence preventiva sul valore della banca veneta che non fu fatta, e per chiarire se tale dimenticanza non abbia determinato l'inizio del depauperamento della più antica banca italiana, che mette a rischio, anche per tale negligenza, posti di lavoro ed il risparmio investito dai piccoli azionisti;
occorrerebbe chiarire se nel perfezionare tale operazione inaccettabile non vi siano stati condizionamenti esterni, quali siano state le commissioni «legali» pagate e se vi siano conti paralleli di centinaia di milioni di euro, riferibili al gruppo MPS, movimentati estero su estero, in particolare sulla piazza di Londra;
ad avviso degli interroganti sarebbe opportuno procedere al commissariamento urgente della Banca MPS e revocare in tal modo la nomina di Alessandro Profumo, indagato per frode fiscale ai danni dello Stato -:
di quali elementi disponga il Governo, per quanto di competenza, sull'insieme delle vicende descritte in premessa e quali iniziative urgenti di competenza, anche di carattere normativo, intenda attivare per impedire che primarie banche siano gestite con criteri che appaiono «amicali», anche da Fondazioni bancarie, che invece di applicare l'articolo 47 della Costituzione, praticano regole non scritte nella gestione, spesso fraudolenta, del credito e risparmio, che ha generato una lunga catena di crack finanziari ed industriali, quali Cirio, Parmalat, My Way, For You, Lehman Brothers, spesso pubblicizzati come affidabili sul sito dell'Abi Patti Chiari, bruciando oltre 50 miliardi di euro di «sudati» sacrifici ad 1 milione di risparmiatori. (4-16050)

L'università non è da buttare

Intervista al prof. Giuseppe De Nicolao
Voce Reopubblicana, 24 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

L’opinione pubblica italiana è convinta che l’università sia da buttare. E questo è un errore. Lo ha detto alla “Voce” il prof. Giuseppe De Nicolao ordinario di Ingegneria Industriale e dell'Informazione all'Università di Pavia.
Prof. De Nicolao, quali sono i problemi dell’università italiana e come mai si torna a parlare di istruzione e di studio solo durante la campagna elettorale?
“Il principale problema dell’università italiana è quello di essere un malato in crisi, ma le diagnosi per risolvere i suoi problemi sono largamente fantasiose. E quindi stiamo curando un malato pensando che questo è molto diverso da quello che in realtà è. Noi abbiamo un’università con diversi problemi, ma che nel panorama internazionale ha sempre mantenuto un livello più che dignitoso. Nell’opinione pubblica è ormai diffusa la convinzione che questa università è da buttare. E questo ha motivato molte politiche, soprattutto quelle che hanno ridotto di molto le risorse presupponendo che fosse il regno degli sprechi. Mentre le statistiche dell’Ocse e anche quelle scientifiche mostrano che questa è un’università povera. Grazie alla sua tradizione e ad alcuni cambiamenti avvenuti di recente, come i dottorati di ricerca per i giovani, riusciva a competere a livello internazionale”.
Cosa è successo dopo?
“Il Governo Berlusconi, che per la sua natura non voleva investire in conoscenza e la riteneva una spesa in qualche modo parassitaria su cui si poteva risparmiare, e poi gli economisti di natura liberista hanno sicuramente spinto per il ridimensionamento dell’università pubblica. A questo punto dobbiamo fare un’analisi serena ed obiettiva dei fatti, in base a quelli che sono i riscontri statistici e fattuali, è capire come curare questo malato. Ma prima di tutto bisogna non farlo morire di fame”.
Come si è comportato il governo Monti?
“Ha confermato tutti i tagli che erano stati previsti dal ministro dell’Economia Mario Monti insieme al ministro dell’Università Gelmini. Grazie a questi tagli, metà degli atenei rischierà il dissesto”.
Esiste anche un problema di gestione universitaria? Il caso dell’università di Siena viene considerato, da molti, come un caso di scuola. Cosa pensa della situazione di quell’ateneo?
“Credo che ci sia un problema come quello della legalità e del rispetto delle regole e della trasparenza. La gestione verticistica dell’università è uno dei cancri degli atenei italiani. Se la reputazione internazionale dell’università è rimasta, questo è avvenuto nonostante questa situazione. Abbiamo assistito ad un fenomeno singolare che, in nome della lotta ai baroni, si continuava nella politica di accentramento del potere universitario. Dalla riforma Gelmini ad oggi tutti i rettori sono rimasti in sella, nonostante le nuove regole di ricambio”.

mercoledì 23 gennaio 2013

Possiamo conquistare il Veneto

Intervista a Laura Puppato
Voce Repubblicana, 23 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Per il Partito democratico il Veneto è una regione contendibile. Lo ha detto alla “Voce” Laura Puppato, capolista del Partito democratico nella circoscrizione Veneto al Senato.
Laura Puppato, quali sono i temi che porterà avanti nella sua campagna elettorale?
“Il ghiacciaio si sta sciogliendo. Mi riferisco alla freddezza che c'è stata nei confronti del centrosinistra in questi anni. Quest'area geografica è stata considerata la più conservatrice d'Italia rispetto al nostro paese. L'ascolto nei confronti del nostro programma politico è notevole. Recentemente è apparsa una dichiarazione del Presidente di Confindustria che ha citato Bersani, lodando le sue aperture nei confronti delle imprese. Il mondo del turismo ha apprezzato le nostre iniziative per la Regione Veneto, dove io ho avuto l'onore di rappresentare il Pd. Dal 1948 questa è la prima volta che Coldiretti evita di dare un'indicazione di voto per le prossime elezioni politiche. Anche questo è un segnale molto chiaro di difficoltà, ma è la spia delle necessità di guardare alle posizioni delle forze politiche senza pregiudizi e barriere ideologiche, che non hanno più la necessità di esistere. Oggi il Veneto è una Regione contendibile”.
Uno dei problemi che solleva la Lega Nord in Veneto è quello delle tasse. Molti imprenditori si sono uccisi perché sommersi dalle cartelle di Equitalia. Voi cosa pensate di questa situazione?
“Penso che gli italiani siano stanchi delle promesse che vengono fatte e questo li ha resi inevitabilmente disillusi. Gli italiani non credono più a messaggi di questo genere. Quella che vogliamo oggi è un'autonomia vera che passi attraversi un federalismo possibile e necessario, ma che certamente è imbottito di quella demagogia che ha riempito le bocche e le pagine dei giornali e ha prodotto un centralismo come non se ne è mai visto e un obbiettiva difficoltà di tutti i territori. E ovvio che se vengono fatte promesse come la revoca dell'Imu o la fine di alcune imposte, senza spiegargli con quali conseguenze, non ha senso. Il compito dello Stato è quello di aumentare l'occupazione e il benessere delle famiglie”.
Lei ritiene che sia necessario promuovere l'occupazione e poi abbassare il carico fiscale?
“Io credo che sia necessario diminuire la pressione fiscale nei confronti di coloro che promuovono il lavoro in questo paese per permetterci di guardare ad un futuro possibile di questo paese. Altrimenti il futuro non ci sarà perché questo non può passare attraverso le proposte demagogiche e pre-elettorali. Non ci crede più nessuno”.
Come ha trovato lo slogan di Bersani “L'Italia giusta”? L'Italia di Berlusconi e Monti è “ingiusta”?
“E' difficile smentire Bersani. Monti ha solo una responsabilità limitatissima sulla situazione che è stato chiamato ad affrontare”.

lunedì 21 gennaio 2013

Ecco come rinasce la Libia democratica



Intervista a Elena Croci
Voce Repubblicana, 22 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Con questa mostra abbiamo voluto aiutare la rinascita culturale della Libia. Lo ha detto alla “Voce” Elena Croci, curatrice della mostra “Anime di materia. La Libia di Ali Wak Wak”, che si è aperta lo scorso 16 gennaio al Complesso del Vittoriano a Roma.
Capitano Elena Croci, lei si occupa, per lo Stato Maggiore dell’esercito italiano, di patrimonio culturale. Come è nata l’idea di una mostra su un artista scoperto all’indomani del ritorno alla libertà della Libia?
“L’iniziativa è stata promossa da Hrs, una società che opera in ambito medico. Sono stati loro i primi, all’indomani della cosiddetta ‘Primavera araba’, del 17 febbraio, ad intravedere nel giardino del museo nazionale di Bengasi, le opere di Ali Wak Wak. Si tratta di opere che si fanno notare. La scoperta è stata di Hrs, che si trovava in quella città per il riconoscimento dei cadaveri dei caduti della guerra in Libia. Questo è un esempio per comprendere come la Cultura possa essere un ponte per realizzare tante iniziative. E soprattutto si tratta di quella matrice che accomuna tutti. Vista la mia specializzazione in comunicazione culturale, sono stata contattata e la mia conoscenza delle zone di guerra, sono stata contattata da Hrs, che mi ha segnalato l’esistenza di questo artista”.
L’idea della mostra è nata immediatamente?
“No, all’inizio non pensavamo di organizzare una mostra su questo artista e sulla rinascita culturale della Libia. Poi l’interesse è aumentato perché siamo andati a Bengasi e abbiamo incontrato Ali Wak Wak al museo nazionale di Bengasi. In quella occasione abbiamo compreso quanto questo scultore fosse apprezzato. E lo stesso Ali Wak ci ha raccontato la sua storia, che è una storia molto dura. Questo artista, durante la dittatura di Gheddafi, è stato sette anni in carcere e suo figlio è stato ucciso dal regime. La sua forma di opposizione al regime è stata messa in atto attraverso l’espressione artistica”.
Che tipo di arte esprime questo artista nelle sue sculture?
“Si tratta di grandi sculture antropomorfe di metallo, costruite con le armi del conflitto in Libia. Qui è iniziato questo lungo racconto. Ali Wak è una persona molto semplice e non ha avuto nessuna altra ispirazione. Lui ha lavorato con il legno per poi passare alle sue opere in metallo. Quindi ci troviamo di fronte ad un artista genuino”.
E’ stato un caso che abbiate scelto un artista di Bengasi, città che si trova in Cirenaica?
“No, non è stata una scelta mirata. Quando sono andata a Bengasi ho avuto l’impressione di un popolo molto vicino all’Italia e agli italiani. Bengasi è una grande famiglia. Non ho avuto questa sensazione a Tripoli. Tuttavia, il popolo libico ha voglia di esprimersi attraverso l’arte. La stessa Bengasi, anche se i fatti non lo dimostrano, di una città molto tranquilla”. 

sabato 19 gennaio 2013

Calcio: uno scandalo ogni anno



Intervista ad Antonio Felici
Voce Repubblicana, 19 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Da quando ho cominciato ad occuparmi di corruzione nel calcio è scoppiato uno scandalo all’anno. Lo ha detto alla “Voce” Antonio Felici, autore di “Da Porta a Porta - Gli ultimi dribbling dei furbetti del calcio” (Iacobelli editore). L’autore è corrispondente in Italia di “France football”.
Antonio Felici, nel suo libro ha raccontato la corruzione nel calcio italiano attraverso una copiosa mole di materiale?
“Nel corso di queste inchieste che ho fatto e che sono finite in due libri che ho realizzato – il primo si intitolava “Le pagine nere del calcio” – ho avuto modo di scandagliare le indagini sul calcio italiano dal 1927 fino ad oggi. Il primo scandalo del calcio costò al Torino la revoca di uno scudetto vinto. Quello che posso dire alla fine di questa carrellata è che il calcio italiano, ma potrei dire il calcio in generale, per la sua popolarità e per gli interessi che sposta è molto soggetto a questo tipo di scandali. Rispetto al Calcio scommesse del 1980 la differenza è grande. Oggi ci troviamo di fronte ad un approccio diverso nei confronti delle scommesse, che sono state legalizzate. All’inizio degli anni ’80 si scommetteva al totonero, mentre oggi le truffe vengono fatte a scapito dei bookmaker legali”.
Sono cambiati i sistemi della corruzione?
“Si, sono diventati molto più complessi e sofisticati. Ma il sistema resta sempre quello antico. Due squadre o alcuni componenti di queste si mettono d’accordo per combinare il risultato della partita. Il nocciolo della questione è rimasto invariato”.
Gli scandali hanno provocato problemi agli assetti economici del calcio. Ci sono stati dei danni ai club che hanno determinato il crollo di incassi?
“Sono portato a credere che gli scandali non abbiano una ricaduta particolarmente significativa sui club coinvolti. Attualmente, chi combina una partita per ottenere una vincita attraverso le scommesse lo fa attraverso le aziende dei bookmaker. Diciamo che la società di calcio non ci perde nulla direttamente. Quello che viene messo a serio rischio è l’aspetto etico. Molti appassionati possono essere indotti a credere che lo spettacolo non sia autentico. Da quando ho cominciato ad occuparsi di questi temi, ogni anno si è verificato uno scandalo. Questo può disamorare il pubblico. E’ chiaro che c’è un grosso danno economico”.
Pensa che la giustizia sportiva sia un modo per salvare i calciatori e i dirigenti dalla giustizia ordinaria?
“Personalmente tendo a separare le due sfere. Questo è un tema di grande importanza. Qualche anno fa avevo condotto uno studio sul conflitto tra diritto comunitario e regole del diritto sportivo. Se venisse applicata la giustizia ordinaria allo sport, il Tar potrebbe addirittura bloccare tutti campionati. Capisce che questo non è possibile per ovvi motivi”.

Giorgio Napolitano e il Vietnam


In questi giorni, Roma è stata tappezzata di manifesti per le giornate di amicizia Italo-Vietnamite. Il manifesto contiene una notizia importante: l'iniziativa ha il patrocinio del Quirinale. Francamente ritengo che questa sia stata una scelta sbagliata perchè il Vietnam non è una democrazia. Per far capire ai miei amici del blog quanto si vive bene in Vietnam, allego alcune informazioni sul regime. Magari al Quirinale, visto che tengono tanto alla difesa della Costituzione e dei valori democratici, ritirano il patrocinio all'iniziativa. 
 Il Vietnam è una repubblica socialista. In base alla costituzione del 1992, il partito comunista risulta il solo partito legale. Il potere legislativo è esercitato dall’Assemblea nazionale, composta da 493 deputati eletti per cinque anni. L’Assemblea si riunisce tre volte all’anno. Essa elegge il Presidente della Repubblica e il primo ministro e gli altri membri del governo, che esercita il potere esecutivo.
Possono presentare candidature per le elezioni dell’Assemblea nazionale unicamente il partito comunista ovvero il fronte patriottico, che raccoglie diverse organizzazioni sociali; sono anche ammesse però candidature individuali indipendenti. A seguito delle ultime elezioni tenutesi il 20 maggio 2007, 450 deputati risultano membri del partito comunista, 42 del fronte patriottico, mentre è risultato eletto un solo candidato indipendente.
Per Freedom House, il Vietnam è uno “Stato non libero” non in possesso dello status di “democrazia elettorale”, mentre il Democracy Index 2010 dell’Economist Intelligence Unit lo classifica come “regime autoritario” (cfr. infra“Indicatori internazionali sul paese”).  Se gli ultimi anni hanno registrato aperture per quel che concerne la libertà di iniziativa economica (cfr. infrala situazione politica), la libertà di associazione e di riunione appare, secondo fonti internazionali, sottoposta a significative restrizioni: la costituzione di associazioni è subordinata ad un’autorizzazione governativa; esistono associazioni indipendenti nel campo della conservazione dell’ambiente, dell’emancipazione femminile e della salute pubblica, ma non nel settore della tutela dei diritti umani e civili; l’unico centro di ricerca indipendente, l’Istituto per gli studi dello sviluppo è stato chiuso nel 2009, a seguito della decisione del governo di limitare i compiti di ricerca nel settore delle politiche pubbliche alle organizzazioni del partito comunista. Anche la libertà di manifestazione del pensiero e di stampa appare in concreto debolmente tutelata: tutti gli organi di stampa e tutti i mezzi di comunicazione di massa risultano sotto il controllo diretto o indiretto del partito comunista; una legge del 1999 impone ai giornalisti il pagamento di danni nei confronti di gruppi o individui che risultino danneggiati dalla pubblicazione di notizie, anche quando queste risultino vere o comunque fondate, mentre nel 2006 è stata imposta una multa ai giornalisti che neghino i “risultati rivoluzionari”, diffondano informazioni dannose ovvero esibiscano “un’ideologia reazionaria” (l’entità delle multe è stata aumentata nel gennaio 2011). Sono state poi denunciate significative restrizioni all’uso di Internet: la legge proibisce l’inoltro e la ricezione di messaggi di posta elettronica dal contenuto antigovernativo, blocca l’accesso ai siti internet giudicati reazionari e i proprietari di siti privati devono sottoporre tutti i contenuti all’approvazione delle autorità statali. Gli Internet café devono registrare le informazioni personali e i siti visitati da tutti gli utenti, mentre nel 2008 sono stati definiti per legge i contenuti ammessi nei blog. Inoltre, nel 2010, sarebbero stati registrati attacchi cibernetici provenienti da server vietnamiti contro siti riconducibili a dissidenti. Anche la libertà religiosa appare sottoposta, in base agli osservatori internazionali, a restrizioni, anche se Freedom House ha registrato nel 2009 alcuni miglioramenti. Infatti, tutti i gruppi religiosi devono ottenere un’autorizzazione allo svolgimento delle proprie attività da parte di un’autorità di vigilanza controllata dal partito. La Chiesa cattolica può ora nominare in proprio i propri vescovi ma la nomina necessita di una conferma governativa. Sono state invece eliminate, secondo Freedom House, restrizioni presenti in passato allo svolgimento delle attività caritatevoli, mentre il clero appare godere di una maggiore libertà di movimento. Ciononostante, il rapporto sulla libertà religiosa 2010 del Dipartimento di Stato USA continua ad includere il Vietnam tra gli Stati di maggiore preoccupazione.
Infine Human Rights Watch ha denunciato un significativo aumento dei processi politici e degli arresti di dissidenti nel 2010, in vista dell’undicesimo congresso del partito comunista vietnamita previsto per il gennaio 2011: tra questi merita richiamare l’avvocato Le Cong Dinh, l’attivista Pham Thanh Nghien, lo scrittore Tran Khai Thanh Thuy, il pastore mennonita Duong Kim Khai. Da ultimo, il Financial Times ha denunciato l’arresto, il 28 febbraio 2011, di Nguyen Dan Que, medico e dissidente.

venerdì 18 gennaio 2013

I sindacati italiani non hanno difeso i lavoratori



Intervista a Paolo Ferrero
Voce Repubblicana, 18 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Le organizzazioni sindacali non hanno difeso i lavoratori italiani. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, autore di “Pigs, la crisi spiegata a tutti” (Derive Approdi).

Paolo Ferrero, nel suo libro racconta che l’idea di scrivere Pigs è nata in un aeroporto.  

“Mentre scendevo da un aereo mi sono trovato davanti ad un finger, si tratta di quel tubo che collega l'areo con la struttura dell'aeroporto. Al termine di questo tubo c'era una porta chiusa da un nastro. I viaggiatori non sapevano cosa fare per uscire. Dopo qualche minuto ho preso l'iniziativa di togliere quel nastro e mi sono incamminato per l'uscita. Nessuno, alludo al personale dell'aeroporto, si è reso conto di quello che era accaduto. Questa è la metafora della situazione attuale: ci troviamo tutti a litigare all'interno di un tubo, ma ci troviamo nella condizione in cui non si trova la soluzione per uscire dalla crisi. Per trovare la soluzione alla crisi è necessario non uniformarsi al cosiddetto pensiero unico. Bisogna avere il coraggio di togliere il nastro rosso e conoscere l'aeroporto. Oggi ci troviamo di fronte ad un grande macello sociale. E da questo macello non vediamo l'uscita dalla crisi”.

Cosa ha scritto nel suo libro sul debito pubblico e cosa ha fatto Mario Monti?

“Monti non ha salvato l'Italia dalla crisi, ma ha affossato il nostro paese. Il debito pubblico è aumentato ed è aumentata la disoccupazione. Monti ha devastato il tessuto economico e sociale come mai nessuno aveva fatto. Monti è il disastro. Il debito pubblico esiste ovunque. Il Giappone ha un debito pubblico di 9000 miliardi di euro di debito. L'entità del debito non è il problema. La questione da affrontare è quella dei tassi di interesse sul debito, che da noi sono molto più alti. Il nostro debito è nelle mani degli speculatori. Questo è il problema italiano. 80 miliardi di interessi annuali sono un regalo agli speculatori. Il fatto che gli speculatori internazionali investano sul debito non è un elemento confortante. Questo significa che tra qualche mese la speculazione riprenderà quota”.

Perché in Italia aumentano le tasse e non crescono i salari? Questo succede perché tutti i sindacati sono asserviti alle forze padronali? La stessa Cgil ha fatto finta di fare opposizione al Governo Monti?

“In Italia c'è una lotta contro i lavoratori che arriva dall'alto. Gli imprenditori e le banche attaccano i lavoratori. E' un'offensiva che prosegue da 30 anni e che è stata vinta dai padroni. Le organizzazioni sindacali hanno dimostrato di non voler difendere i lavoratori. La quota di ricchezza che arriva ai lavoratori e ai pensionati è modestissima ed è diminuita del 10 per cento. Questa cattiva distribuzione non c'entra nulla con la crisi finanziaria”.

giovedì 17 gennaio 2013

Un governo "amico" dell'università



Intervista a Walter Tocci
Voce Repubblicana, 
17 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

L’università ha bisogno di un governo amico. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Walter Tocci (Pd) ed ex vicesindaco di Roma.
Onorevole Tocci, il Partito democratico ha organizzato un incontro alla Sapienza per discutere della conoscenza e del futuro dell’università. Se il Pd vincesse le elezioni cosa fareste?
“L’università italiana è tramortita dopo vent’anni di politica dei governi guidati da Silvio Berlusconi. I tagli che sono stati operati in questi ultimi anni hanno ridotto l’università allo stremo. I giovani hanno come alternativa l’abbandono della ricerca o lasciano il paese. Le immatricolazioni all’università sono diminuite. Oggi c’è necessità di un governo amico dell’università Il paese si è anche impoverito per questo”.
Lei pensa che gli ultimi due governi abbiano favorito esclusivamente l’università privata?
“Hanno colpito la scienza, la cultura e il sapere. Questi argomenti non sono nelle corde di Berlusconi”.
Però la riforma universitaria è stata fatta proprio da un suo governo.
“La chiamano riforma. Io la chiamo sciagurata legge Gelmini. La riforma del ministro del Governo Berlusconi pensava di aver fatto una riforma che valorizzasse il merito, invece hanno messo in campo una legge che ha indebolito il sapere. Il governo di centrosinistra, che si candida a guidare il paese, libererà l’università da queste bardature. Il nostro obiettivo è quello di puntare sulla ricerca”.
Che differenza c’è tra la riforma Gelmini e quella Berlinguer del 1997?
“Luigi Berlinguer aveva una sua idea dell’università. Poi si può anche discutere sulle sue proposte. Ma il suo era un progetto di portare l’università italiana su uno standard europeo. Il centrodestra ha distrutto l’università. Oggi il centrosinistra è chiamato a ricostruirla”.
Pensa che il numero chiuso per le iscrizioni all’università sia sbagliato?
“Ritengo che il numero chiuso per le università sia una cosa demenziale. Le nostre università producono la metà dei laureati rispetto al resto dell’Unione europea. Questo significa darsi la zappa sui piedi”.
Il vostro obiettivo è quello di togliere il numero chiuso dalle università?
“Ci sono alcune facoltà in cui il numero chiuso ha un senso”.
Quali?
“La facoltà di architettura, dove è necessario moderare le iscrizioni. Si tratta di una professione che non assorbe più nuovi laureati. In altri campi il numero chiuso deve essere tolto. Bisogna creare un equilibrio tra le risorse e gli iscritti. Possono verificarsi dei casi in cui possono esserci degli squilibri. Ma il numero chiuso resta un suicidio visto che nel nostro paese c’è stato il crollo del 10 per cento in meno di studenti. E il ministro della Ricerca scientifica Profumo ha pensato di aumentare le tasse universitarie. Ecco perché non ho appoggiato i suoi provvedimenti”.       

mercoledì 16 gennaio 2013

Fini & Casini sanguisughe di Monti



Voce Repubblicana, 16 gennaio 2013
Intervista a Giancarlo Lehner 
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini si stanno nascondendo come delle sanguisughe dietro Mario Monti. Lo ha detto alla “Voce” l'onorevole Giancarlo Lehner, deputato di Popolo e territorio.
Onorevole Giancarlo Lehner, la campagna elettorale si sta dimostrando meno difficile del previsto per Berlusconi, soprattutto dopo il colpo inferto a Michele Santoro e ai suoi amici durante “Servizio Pubblico”.
“Silvio Berlusconi è uno straordinario Match winner. Lui è fatto per le campagne elettorali. In Italia non c'è nessun altro esponente politico più bravo di lui in questo. Lui sa argomentare meglio di ogni altro le sue ragioni. Questa è cosa nota e lui lo ha confermato ampiamente, nel senso che lui riesce ad argomentare meglio di ogni altro le sue ragioni”.
Come trova la campagna elettorale del Pd?
“La trovo molto deludente. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha dimostrato una debolezza sorprendente ed un'inerzia che non si addice al ruolo di candidato premier. E' chiaro che Bersani ha paura del confronto diretto con Silvio Berlusconi. Ecco perché il candidato premier del centrosinistra si è parato dietro la foglia di fico della candidatura alla premiership. Bersani ha sbagliato dicendo che avrebbe partecipato ad un dibattito solo con un candidato premier. Quella di Bersani è una scelta molto saggia. Il leader del Pd sa benissimo che non è in grado di reggere il confronto contro Berlusconi. Bersani è un leader politico che ha dei pregi, ma è un politico molto noioso, banale e prevedibile”.
Come ha trovato le mosse del Presidente del Consiglio dimissionario Mario Monti, che sta cercando di dimostrare a tutti i costi di essere un politico?
“Monti paga lo scotto di non avere alcuna esperienza politica e di essere un professore. Il suo errore è stato quello di portarsi dietro due ruderi della politica come Pier Ferdinando Casini e come Gianfranco Fini, i quali, come delle sanguisughe, stanno succhiando il sangue a Monti. Credo che Monti abbia commesso un grave errore quando ha deciso di apparentarsi con la lista di Futuro e libertà e con quella Udc di Pier Ferdinando Casini. Se voleva dare il segno della novità, Monti doveva mettere in campo una sua lista. Con la decisione di allearsi con Casini e Fini, Monti ha dato invece l'impressione di essere il vecchio. Pier Ferdinando Casini è in Parlamento dalla nascita. Ho stima di Mario Monti, ma credo che abbia fatto degli errori incredibili in questa scelta”.
La lista di Oscar Giannino a chi toglie voti?
“A Mario Monti. Giannino è una persona molto intelligente. Credo che non abbia trovato gli accordi giusti. Lui avrebbe potuto essere un partner importante per la Lista Monti. Sarebbe stata una dimostrazione di maggiore credibilità rispetto a personaggi discussi come Fini e Casini”.