giovedì 17 gennaio 2013

Un governo "amico" dell'università



Intervista a Walter Tocci
Voce Repubblicana, 
17 gennaio 2013
di Lanfranco Palazzolo

L’università ha bisogno di un governo amico. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Walter Tocci (Pd) ed ex vicesindaco di Roma.
Onorevole Tocci, il Partito democratico ha organizzato un incontro alla Sapienza per discutere della conoscenza e del futuro dell’università. Se il Pd vincesse le elezioni cosa fareste?
“L’università italiana è tramortita dopo vent’anni di politica dei governi guidati da Silvio Berlusconi. I tagli che sono stati operati in questi ultimi anni hanno ridotto l’università allo stremo. I giovani hanno come alternativa l’abbandono della ricerca o lasciano il paese. Le immatricolazioni all’università sono diminuite. Oggi c’è necessità di un governo amico dell’università Il paese si è anche impoverito per questo”.
Lei pensa che gli ultimi due governi abbiano favorito esclusivamente l’università privata?
“Hanno colpito la scienza, la cultura e il sapere. Questi argomenti non sono nelle corde di Berlusconi”.
Però la riforma universitaria è stata fatta proprio da un suo governo.
“La chiamano riforma. Io la chiamo sciagurata legge Gelmini. La riforma del ministro del Governo Berlusconi pensava di aver fatto una riforma che valorizzasse il merito, invece hanno messo in campo una legge che ha indebolito il sapere. Il governo di centrosinistra, che si candida a guidare il paese, libererà l’università da queste bardature. Il nostro obiettivo è quello di puntare sulla ricerca”.
Che differenza c’è tra la riforma Gelmini e quella Berlinguer del 1997?
“Luigi Berlinguer aveva una sua idea dell’università. Poi si può anche discutere sulle sue proposte. Ma il suo era un progetto di portare l’università italiana su uno standard europeo. Il centrodestra ha distrutto l’università. Oggi il centrosinistra è chiamato a ricostruirla”.
Pensa che il numero chiuso per le iscrizioni all’università sia sbagliato?
“Ritengo che il numero chiuso per le università sia una cosa demenziale. Le nostre università producono la metà dei laureati rispetto al resto dell’Unione europea. Questo significa darsi la zappa sui piedi”.
Il vostro obiettivo è quello di togliere il numero chiuso dalle università?
“Ci sono alcune facoltà in cui il numero chiuso ha un senso”.
Quali?
“La facoltà di architettura, dove è necessario moderare le iscrizioni. Si tratta di una professione che non assorbe più nuovi laureati. In altri campi il numero chiuso deve essere tolto. Bisogna creare un equilibrio tra le risorse e gli iscritti. Possono verificarsi dei casi in cui possono esserci degli squilibri. Ma il numero chiuso resta un suicidio visto che nel nostro paese c’è stato il crollo del 10 per cento in meno di studenti. E il ministro della Ricerca scientifica Profumo ha pensato di aumentare le tasse universitarie. Ecco perché non ho appoggiato i suoi provvedimenti”.       

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