giovedì 28 febbraio 2013

Pd e quella vittoria in cassaforte

Intervista a Donato Bruno
Voce Repubblicana, 28 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il Partito democratico pensava di avere la vittoria in cassaforte. Ma oggi si trovano nella condizione di chiedere ad altri il consenso per governare. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Donato Bruno, deputato del Pdl e Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati. Ecco cosa ci ha detto lunedì sera.
Onorevole Bruno, il voto delle consultazioni politiche ha premiato ancora una volta il Popolo delle libertà che non esce vincitore dal voto, ma non permette al Partito democratico di cantare vittoria. Adesso cosa succederà?
“Questo successo è dovuto alla tenacia del Presidente Silvio Berlusconi. Contro qualsiasi previsione, il leader del Pdl è riuscito a ristabilire e a riportare al centro della discussione politica il Pdl. Vedremo quello che accadrà”.
Come ha trovato la campagna elettorale del Partito democratico che, indubbiamente, ha giocato di rimessa rispetto al centrodestra e non ha saputo portare all'attenzione degli elettori una proposta chiara?
“Io non voglio parlare della campagna elettorale degli altri partiti. Ognuno fa la propria campagna elettorale con gli uomini e gli esponenti politici che ha a disposizione. Mi pare che il Pdl era dato per spacciato all'inizio dello scorso dicembre. Così sembrava. E' chiaro che il fenomeno Grillo ha avuto la sua parte. Ma la tenuta di Silvio Berlusconi è stata forte. A Berlusconi deve essere dato merito di questo risultato. Nessuno si aspettava un dato così positivo in Regioni come la Puglia e la Campania”.
Come ha trovato le dichiarazioni di Enrico Letta che, durante lo spoglio delle schede elettorali, ha detto che si dovrebbe immediatamente ritornare alle urne?
“Loro sono rimasti sorpresi dall'esito del voto. Nessuno di loro si aspettava un risultato del genere. Alla vigilia del voto erano convinti di avere la vittoria in cassaforte. Invece si sono svegliati con un dato che non hanno nemmeno valutato: quello di Grillo e quello del Pdl”.
Pensa che Monti sia rimasto vittima della voglia di fare una campagna alla Berlusconi senza essere capace di riuscire ad ottenere lo stesso risultato scenico?
“Penso che questo comportamento abbia nuociuto a Monti. Il Presidente del Consiglio non ha quell'appeal per fare una campagna elettorale per chiedere il voto agli italiani. Credo che il suo limite più grosso sia stato quello di aver scelto dei compagni di viaggio inadeguati. Il risultato di Pier Ferdinando Casini e di Gianfranco Fini è sotto gli occhi di tutti”.
Alla fine del 2010, quando ci fu la scissione finiana, Berlusconi chiese lo scioglimento di un ramo del Parlamento. La richiesta potrebbe essere riproposta in un quadro politico che si annuncia ingovernabile?
“Non è da escludere. Il Presidente della Repubblica deve svolgere il suo ruolo. Poi si deciderà”.

Le dimissioni del Papa previste da Umberto Grassi

Oggi il Papa lascia il suo "mandato". Le sue dimissioni hanno aperto polemiche infinite. Ho parlato di questo argomento con l'88enne Umberto Grassi, autore de "Le dimissioni del Papa", libro pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Maremmi di Firenze. L'autore aveva ambientato il suo racconto nel 2022, annno del centenario della Marcia su Roma. Ecco cosa mi ha raccontato l'autore della sua previsione letteraria.


mercoledì 27 febbraio 2013

Fini e Casini hanno fallito per "merito" di Monti

Intervista ad Antonio Leone
Voce Repubblicana, 27 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il fallimento dello schieramento di Casini e di Fini è stato determinato da Mario Monti. Lo ha detto alla “Voce” il vicepresidente della Camera Antonio Leone (Pdl). Ecco cosa ci ha detto lunedì sera quando il quadro dell'esito del voto era chiaro solo per il Senato.
Presidente Leone, quali sono le sue valutazioni sul voto delle elezioni politiche? Il Pdl ha ottenuto un risultato importantissimo nonostante lo scetticismo della vigilia.
“Alla Camera non è detto che andrà tutto bene per il Partito democratico. E' chiaro che al Senato non esiste una maggioranza chiara. E' vero che noi siamo sostanzialmente il partito di maggioranza relativa al Senato. Per come è stata articolata la legge elettorale al Senato sarà impossibile governare. I dubbi sulla Camera dei deputati ci sono ancora. Al Senato ci sono otto regioni appannaggio del centrodestra. Ed è questo il gioco che permette l'assegnazione dei seggi per il Senato. Ci sono alcune regioni che sono in bilico sullo 0,6-0,7 per cento”.
Pensa che ci troveremo di fronte al rischio di elezioni anticipate? Enrico Letta, esponente del Partito democratico, ha dichiarato che con questo esito si va direttamente al voto delle elezioni anticipate. Crede che questa sia l'ammissione del fallimento del Pd?
“Ritengo che la dichiarazione di Enrico Letta sia del tutto avventata. Non la condivido. Non credo sia giusto tornare al voto. Altrimenti potrebbe venir meno quella idea, che lo stesso Bersani aveva lanciato qualche tempo fa, sulla necessità di realizzare le riforme. Questa campagna elettorale del Pd è stata basata sulla necessità di fare certe riforme. Se il Pd chiedesse di andare al voto contraddirebbe la sua linea politica. Il Pd aveva detto che voleva una riforma elettorale per evitare una situazione come questa”.
La delusione più grossa di questa campagna elettorale è stato il premier uscente Mario Monti. Gianfranco Fini non è stato eletto. So che lei è vicepresidente della Camera, ma è rimasto sorpreso del flop dei finiani?
“Su Gianfranco Fini posso solo dire che la sua è stata una scelta politica folle quando ha deciso di abbandonare il Pdl per fondare il cosiddetto terzo polo. Ma il leader che mi ha lasciato perplesso più di tutti è stato Pier Ferdinando Casini. Il leader dell'Udc ha praticamente distrutto il suo partito e si è messo nelle mani di un progetto che non avrebbe mai dato buoni risultati. E lo abbiamo visto dall'esito del voto. Il vero autore della distruzione del centro, di Casini e di Fini è stato lo stesso Mario Monti”.
Pensa che ci troveremo di fronte ad una situazione ingovernabile per i lavori dell'aula della Camera dei deputati?
“Non credo sarà più difficile. La Camera dei deputati ha delle regole che vanno rispettate. I nuovi arrivati dovranno adeguarsi a queste regole”.

martedì 26 febbraio 2013

Una campagna elettorale da avanspettacolo

Intervista a Giorgio Galli
Voce Repubblicana, 26 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Quella che si è appena conclusa è stata una campagna elettorale da avanspettacolo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il politologo Giorgio Galli. Ecco cosa ci ha detto sulla campagna elettorale appena conclusa.
Professor Galli, come ha trovato la campagna elettorale che si è svolta in questi ultimi due mesi? Trova che i toni di questo scontro politico siano stati la conferma dell’inadeguatezza della nostra classe politica?
“Direi proprio di sì. Quella che abbiamo visto in queste settimane è stata una campagna elettorale molto confusa. Questo confronto ha dimostrato che i partiti e i suoi leader non sono certo all’altezza dei gravi problemi che il paese deve affrontare”.
Chi è stato il leader più irresponsabile di tutti in questa campagna elettorale?
“Non parlerei di irresponsabilità. Abbiamo già visto questi comportamenti altre volte. Silvio Berlusconi ha condotto una campagna elettorale piena di promesse infondate. C’è stato anche un grosso elemento di novità nella figura di Grillo. Ma questo elemento di novità ha seguito la strada delle grandi proteste di piazza e delle promesse di difficile realizzazione. Non vorrei fare una classifica del più e del meno responsabile. Certo, queste due persone che – non a caso – vengono dal mondo dello spettacolo sono stati i più pittoreschi. Gli altri sono stati molto più prudenti. Ma è nell’insieme che la campagna elettorale non ha affrontato i problemi che gli italiani dovranno affrontare”.
Come ha trovato il comportamento di Mario Monti? Qualcuno ha accusato il professore di aver gettato la maschera e di essersi comportato come tutti gli altri leader politici.
“Monti si era creato la figura del tecnico, dell’uomo di università. Lui si è ritrovato in una campagna elettorale molto folkloristica e piena di promesse e di avanspettacolo. Monti ha provato, senza nemmeno riuscirci, di adeguarsi a questo clima”.
Come ha trovato la vicenda di Oscar Giannino, che è stato messo in crisi dalle notizie sui suoi titoli di studio?
“Francamente non riesco a spiegarmela. La caratteristica di Giannino era quella di essere un bravo giornalista economico. Giannino ha voluto percorrere la strada della politica, ma avrebbe dovuto immaginare che, tentando questo percorso e facendo una campagna elettorale con quello stile aggressivo, correva il rischio che queste vicende venissero fuori. Mi stupisco che una persona della sua intelligenza sia incespicato in questa storia”.
Il prossimo Parlamento assomiglierà a quelli consociativi della Prima Repubblica?
“Credo che il prossimo Parlamento sarà dominato dalla confusione. Non vedo la possibilità di consociativismo”.
Mario Monti sarà spedito al Quirinale al posto di Napolitano?
“E difficile prevederlo. Con questi gruppi parlamentari è assurdo fare delle previsioni”.

sabato 23 febbraio 2013

Io, cittadina italiana in Israele

Intervista a Sharon Nizza
Voce Repubblicana, 23 febbraio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Per la prima volta un partito politico ha deciso di presentare la candidatura di un'Italiana residente in Israele. Lo ha detto alla “Voce” Sharon Nizza, candidata del Pdl nella circoscrizione Asia, Africa, Oceania, Antartide e Australia.
Sharon Nizza, ci spiega quali difficoltà ha dovuto affrontare nella campagna elettorale?
“Ho trovato delle grosse difficoltà in Sudafrica, dove ho concluso la campagna elettorale. Mi hanno detto che ci sono stati molti problemi con le poste per l'invio del plico con la scheda elettorale. In questo periodo è in corso uno sciopero delle poste sudafricane e molti plichi arriveranno in ritardo rispetto ai tempi stabiliti per il computo dei voti. Lo sciopero è ancora in corso e nessuno è in grado di dire quanto durerà. Ricordo che in Sudafrica risiedono circa 20mila italiani. La situazione potrebbe sbloccarsi lunedì prossimo, ma non c'è nessuna certezza. Abbiamo scritto al ministro degli Interni Cancellieri per sollevare la questione. Nel 2008 l'affluenza al voto è stata del 30 per cento degli aventi diritto. Il problema è quello di risolvere questi ritardi”.
Che temi ha affrontato nella campagna elettorale e che dibattiti ha dovuto affrontare?
“La Rai ha organizzato dei dibattiti per la campagna elettorale. Ma questi dibattiti si sono svolti a Roma. Per noi candidati non è semplice partecipare a questi eventi. Io ho provato a proporre di fare un confronto con gli altri candidati in collegamento da Israele, ma la Rai non ha accettato questa proposta. Ho cercato di condurre una battaglia universale, senza barriere ideologiche. Le tematiche affrontate sono legate a questioni burocratiche come quella della doppia cittadinanza. Ci sono molti italiani che hanno perso la cittadinanza e vogliono riottenerla. Questo è un tema molto sentito. Un altro tema sentito è quello del rapporto tra i sistemi previdenziali dei paesi della mia circoscrizione con l'Inps”.
Come ha reagito la comunità italiana in Israele alla sua candidatura?
“La mia candidatura è stata accompagnata da un dibattito molto vivace perché, per la prima volta, c'era una candidata italiana residente in Israele. Questo è molto rilevante perché si è data molto importanza alla sponda mediterranea del Medio Oriente”.
Ha avuto problemi a recarsi in Egitto, o in altri paesi del Maghreb o del MO?
“Ho avuto molti contatti con l'Egitto è in quel paese opera un piccolo comitato che opera in quel paese. Ho origini egiziane. Non sono andata in Egitto perché in quel paese la situazione è molto difficile”.
Il ministero degli Interni o quello degli Esteri hanno adottato qualche precauzione nei tuoi confronti?
“No, non è stata adottata nessuna precauzione. Forse loro non sapevano nemmeno della mia esistenza prima del comunicato sulla situazione in Sudafrica”.

venerdì 22 febbraio 2013

I più bravi: Berlusconi e Grillo

Intervista a Paolo Martini
Voce Repubblicana, 25 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

In questa campagna elettorale i più bravi sono stati Silvio Berlusconi e Grillo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il direttore di Radio Radicale Paolo Martini.
Paolo Martini, quali sono le sue impressioni sulla campagna elettorale? Il prossimo sarà un parlamento ingovernabile?
“Non penso che il prossimo sarà un Parlamento ingovernabile. Credo che ci sarà un risultato significativo del Movimento 5stelle. Poi tutti diranno che questo successo è una sorpresa. Ma tutti si aspettano un grande risultato di questo Movimento. Sono sicuro che i Parlamentari di questo soggetto – quando arriveranno in Parlamento – diventeranno automaticamente degli uomini delle istituzioni e faranno il loro lavoro come tutti gli altri. Non saranno loro a rendere il Parlamento ingovernabile”.
Qualcuno prevede l'arrivo di una pattuglia di parlamentari destinati al trasformismo. E' possibile?
“Nella breve storia di questo Movimento ci sono state tensioni di questo genere. Di sicuro sarà un gruppo parlamentare permeabile, come è successo anche alla Lega Nord che, nel 1995, ha subito una grave scissione e dopo aver perso quella natura di partito legato al territorio che aveva quando entrò in Parlamento e negli enti locali nella seconda metà degli anni '80”.
Chi sono stati i protagonisti di questa campagna elettorale?
“Senza dubbio Silvio Berlusconi e Grillo. Questi due esponenti politici hanno 'occupato' i mezzi di informazione. Grillo è riuscito ad attrarre i mezzi di informazione con il suo 'Tzunami tour', mentre Berlusconi si è concesso praticamente a tutti i mezzi di informazione. E sono stati loro a fare l'agenda della politica e a costringere gli altri leader a seguirli”.
Come ha trovato la clamorosa marcia indietro di Mario Monti su Emma Bonino Presidente della Repubblica?
“Monti non brilla per la sua capacità nel fronteggiare i media. Non sa affrontare lo stress quotidiano di una campagna elettorale. Su Emma Bonino è stato opportunista perché, solo dopo aver rilasciato quella dichiarazione, si è ricordato che a nominarlo senatore a vita è stato Giorgio Napolitano e che, in passato, aveva definito quest'ultimo come il migliore Presidente della Repubblica. A questo punto ha deciso di fare marcia indietro. Forse Monti non si è reso conto che i meccanismi della stampa sono molto più complicati rispetto al funzionamento della Bocconi”.
Cosa pensa della vicenda del titolo di studio di Giannino?
“L'ho trovata ridicola. Un partito come quello di Giannino che pensa di mobilitare le risorse della società civile, anche su battaglie come quella dell'abolizione legale del titolo di studio, elemento che fa parte del dna del suo movimento, forse avrebbe dovuto giocare questa carta invece di aspettare che uscisse fuori questa cosa patetica che lo ha coinvolto”.

giovedì 21 febbraio 2013

Quel Papa non si è dimesso, ma ha rinunciato

Intervista a Paolo Golinelli
Voce Repubblicana, 21 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo   

Quella di Papa Ratzinger è stata una rinuncia al pontificato. Non ci troviamo di fronte a vere e proprie dimissioni. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Paolo Golinelli, docente di storia medioevale all’università di Verona, e autore di “Celestino V. Il Papa contadino” (Mursia), libro che ricostruisce le vicende che portarono alla rinuncia al pontificato da parte di Pietro Angeleri nel 1249.
Prof. Golinelli, il suo libro è tornato all’attenzione dei mezzi di informazione dopo le dimissioni di Benedetto XVI. Ci spiega come è nata l’idea del libro e quali similitudini ha trovato con la dimissioni di Papa Ratzinger?
“Naturalmente, il libro è stato scritto prima delle dimissioni di Papa Benedetto XVI. Di questo libro è in corso una traduzione per gli Stati Uniti. Le somiglianze tra queste due vicende ci sono, anche se bisogna tenere conto delle enormi differenze che ci sono tra il XIII secolo e l’attualità. Riferendomi al caso di Celestino V e di Benedetto XVI non parlerei di dimissioni, ma di rinunce al pontificato. Ai tempi di Celestino V il codice di diritto canonico non prevedeva le dimissioni del Papa. Papa Celestino V non fece altro che trovare una formula che gli permettesse di lasciare il papato. Il pontefice ritirò l’assenso che egli aveva dato nel momento in cui aveva accettato il pontificato. Lo storico Jacques Le Goff, dal quale mi spiace dissentire, ha parlato di dimissioni di Celestino V”.
Quali polemiche furono sollevate in quel periodo in merito a questa rinuncia? La dottrina cattolica ritiene che il potere papale viene dato da Dio.
“E’ vero che lo Spirito Santo interviene al momento dell’elezione del Papa, come è sostenuto dalla dottrina cattolica. Ma l’elezione di Celestino V fu davvero anomala perché il Papa eletto non era nemmeno cardinale. E questo rappresentava un grosso problema. Il nuovo Papa era un’eremita che viveva sulla majella”.
Ci furono molti problemi nel conclave del 1249, che elesse Celestino V?
“Pietro Angeleri divenne un punto di riferimento di quel conclave che non riusciva ad eleggere il Papa. Il nome cadde su questo eremita perché non si trovava un accordo per il Papa, a causa dei veti delle grandi famiglie della nobiltà nera romana: gli Orsini e i Colonna. Ma a caratterizzare la storia di questo pontificato fu Benedetto Caetani, che successe a Celestino V. Fu proprio lui a succedergli al pontificato con il nome di Bonifacio VIII”.
Perché ci furono tante incertezze dopo la morte di Papa Nicolò IV?
“Nicolo IV faceva parte della famiglia Orsini. Alla sua morte scoppiarono numerose polemiche e il pontificato duro mesi e mesi anche a causa di una pestilenza. L’accordo per eleggere Celestino V arrivò a Perugia, dove i cardinali si misero d’accordo per l’elezione di un Papa fuori dalla mischia”.

mercoledì 20 febbraio 2013

Bersani precipita sugli F35

Voce Repubblicana, 20 febbraio 2013
Intervista a Luca Marco Comellini
di Lanfranco Palazzolo

Sulla vicenda degli F35 Pierluigi Bersani non è stato credibile. Lo ha detto alla “Voce” Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari. Comellini propone di mandare via dall’esercito anche i cappellani militari.
F35, messi da parte o semplice propaganda politica?
“La questione delle spese militari va ben oltre la vicenda degli F35. Tutti i partiti hanno lavorato per incrementare le spese militari. Quelli che oggi parlano di tagli vogliono sono prendere per i fondelli gli elettori perché gli atti parlamentari ci raccontano un’altra verità”.
Un esempio?
“Basta leggere gli stenografici della Camera. Nel corso della seduta del 7 luglio 2012, il deputato radicale Maurizio Turco ha presentato, grazie al nostro contributo, una serie di emendamenti per proporre la sospensione del programma pluriennale relativo all'acquisizione del sistema d'arma Joint strike fighter. Noi chiedevamo anche lo stop alla realizzazione dell'associata linea FACO/MRO&U per un periodo di tre anni. Il nostro scopo era di avviare la riduzione del 50 per cento dell'importo complessivo di spesa del medesimo programma e destinare questi risparmi ai comparti difesa e sicurezza. Hanno votato questa proposta solo 13 deputati. E tra questi c’erano i sei parlamentari radicali”.
Nel corso di questa campagna elettorale Bersani è stato il primo a promettere una revisione della spesa militare e un ulteriore taglio agli F35, è credibile?
“Assolutamente no. È ovvio che Bersani in questi anni non è stato lì a ‘pettinare le bambole’. Gli atti parlamentari dimostrano che, sulle spese militari, il PD ha sempre respinto le proposte dei tagli formulate dai parlamentari radicali. Non è un caso, come si è potuto leggere nei giorni scorsi su ‘Milano Finanza’, che il PD sia un acceso sostenitore del ministro Di Paola alla guida di Finmeccanica. Sarà una coincidenza ma è chiaro che Bersani, come anche Monti, Berlusconi, e tutti gli altri, vogliono seguire la politica degli armamenti voluta in questi anni dai ministri La Russa e Di Paola. Sia Bersani che Berlusconi hanno sempre bocciato le nostre proposte che avrebbero permesso di ottenere tra i 4,5 e i 7,5 miliardi di euro di risparmi annui”.
Una proposta di taglio alle spese militari?
“La fine dell'ausiliaria, lo stop alle indennità di posizione e antiesodo, la cessazione dei richiami in servizio e l'omogeneizzazione stipendiale e, infine, togliere i cappellani militari. A questi 500 milioni di risparmio và aggiunto il taglio di altri 15 caccia F35, l'unificazione delle Forze di polizia e la smilitarizzazione della Guardia di finanza. Il risparmio annuo di queste riforme potrebbe superare i 7,5 miliardi. Non credo che Bersani e soci abbiano il coraggio di mettere le mani sulla forbice per fare questi tagli”.

martedì 19 febbraio 2013

Il coraggio del Papa per rinnovare la Chiesa

Intervista a Massimo Introvigne
Voce Repubblicana, 19 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Con le sue dimissioni, il Papa ha dato un segnale di rinnovamento della Chiesa. Lo ha detto alla “Voce” il professor Massimo Introvigne, docente di Nuove religioni ed esperto delle vicende relative al cattolicesimo italiano.
Prof. Introvigne, le dimissioni del Papa sono state un evento traumatico per tutti. Questo trauma non viene vissuto allo stesso modo dalle altre confessioni cristiane. Come lei ben ricorderà, il capo della Chiesa protestante Margot Kaessmann fu costretta alle dimissioni dopo essere stata sorpresa dalla polizia al volante dopo una bevuta. Perché?
“Oggi non si possono fare paragoni con il passato. La Chiesa cattolica di oggi non investe il pontefice solo di un carattere funzionale. Il Papa non è l'amministratore di un'azienda, ma ha un carattere sacrale. Il paragone può essere fatto con il Dalai Lama tibetano, con il califfo del mondo islamico, che è esistito fino al 1924. Basterebbe pensare anche al capo della Chiesa mormone, che ha il titolo di 'profeta' ed è il canale di comunicazione tra Dio e la Terra. Queste sono autorità sacrali che non vanno confuse con quelle della Chiesa protestante, che sono di tipo meramente amministrativo”.
Secondo la dottrina cattolica il potere papale viene assegnato soltanto da Dio.
“Il Papa si dimette da se stesso. Nessuno lo può dimettere. Il Codice di diritto canonico prevede che il Papa possa rinunciare. Questo è lecito ed è previsto dal Diritto canonico. Nessuno può deporre il Papa. In caso di impossibilità ad esercitare il suo potere, il Papa non può essere dimissionato. Le dimissioni non sono illecite”.
Non crede che, con questa decisione, che il Papa si sia messo contro la volontà di Dio?
“No, perché è lo stesso diritto canonico a prevedere la rinuncia del Papa. Con questo atto il Papa ci ha voluto dire che viviamo tempi estremamente complessi. La Chiesa è un sistema complesso. In questi anni lo è diventato. Leone XIII e Giovanni XXIII non facevano viaggi all'estero. Non uscivano mai dall'Italia. Oggi, l'organizzazione della Chiesa è molto più complessa. Un Papa che non si sente in grado di affrontare lo sforzo che richiede questo impegno può dimettersi. Ma questo rientra nello stato delle cose e del processo della modernità di cui parlava Max Weber, che ricordava come, con il passar del tempo come le organizzazioni diventano sempre più complesse. Lo stesso cardinal Ratzinger criticò Giovanni Paolo II per non essersi dimesso”.
Queste dimissioni sono il segno di una Chiesa in crisi o rappresentano la tendenza opposta?
“In questa scelta ci sono entrambe le tendenze. Benedetto XVI ha voluto richiamare l'attenzione sui problemi eccezionali della Chiesa. Ma, nello stesso tempo, Benedetto XVI ha dato il segno di grande innovazione per permettere un ricambio che dia forza alla Chiesa”.

Manifestazione radicale davanti alla sede dell'AGCOM

 Lo scorso 19 febbraio la Radio mi ha mandato ad una manifestazione dei radicali davanti alla sede dell'AGCOM. Ho fatto una cronaca dell'evento di circa 40 minuti e ho colto l'occasione per realizzare questi 4 scatti prima della diretta. Eccoli. Buona visione.



domenica 17 febbraio 2013

Il cielo sopra San Pietro il pomeriggio di domenica 17 febbraio 2013

Ho scattato queste foto alle 17.30 del pomeriggio del 17 febbraio 2013 tornando a casa. Quando ho visto tutte quelle nuvole ho pensato alle incertezze che animano la mente dei governanti della Chiesa universale.




sabato 16 febbraio 2013

Il Papa e lo Spirito Santo

Intervista a Marco Tosatti
Voce Repubblicana, 16 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Lo Spirito Santo guida la scelta della decisione di eleggere un Papa, ma non sgrida il pontefice quando questo decide di dimettersi dalla missione che gli è stata assegnata. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Marco Tosatti, vaticanista del quotidiano “La Stampa”. Tosatti è autore di numerosi saggi sulla Chiesa come “Il dizionario di papa Ratzinger: guida al pontificato” (Baldini & Castoldi), 2005.  
Marco Tosatti, quali valutazioni possiamo fare sulle dimissioni del Papa? Benedetto XVI è un pontefice che potremmo definire tradizionalista. Come può un tradizionalista rinunciare al soglio pontificio? 
“Ratzinger è sicuramente un Papa tradizionalista per quel che riguarda la dottrina e il culto. Però, come è accaduto ad altri uomini di Chiesa che sono definiti tradizionalisti, Benedetto XVI ha sempre dimostrato una libertà di spirito e una capacità innovativa sotto altri campi. Mi sembra che lui sia stato molto coerente con la sua storia”. 
Lui voleva essere eletto Papa? 
“No, non ci pensava affatto. Quando entrò nel conclave del 2005 lui era pronto ad andarsene tranquillamente in pensione. Ed era ben contento di andarci. Ha accettato di essere il Papa per spirito di dovere. Ha accettato per dovere e per il bene della Chiesa. Ma quando le forze gli sono venute meno non ha voluto essere un Papa dimezzato. Questa è stata la sua grande scelta. Io credo che ci sia una continuità logica in tutto questo. Teniamo presente che questo problema delle dimissioni si parla da decenni”. 
Ci sono stati pontefici che hanno pensato alle dimissioni? 
“Ci hanno pensato molti pontefici. A riflettere sulle dimissioni è stato Pio XII negli ultimi anni del suo pontificato. La riflessione è passata anche nella mente di Paolo VI ne aveva parlato con il suo confessore. Giovanni Paolo II aveva fatto una consultazione su questo. Si tratta di una riflessione che aleggia spesso negli ultimi pontificati. Benedetto XVI ha avuto il coraggio di metterla in atto”. 
Il codice di diritto canonico prevede le dimissioni del Papa. Ma la dottrina cattolica è più intransigente. Il potere papale deriva da Dio. Solo Dio può concederlo e togliere questo potere. Benedetto XVI si è messo contro Dio? Lo ha contraddetto? 
“Non credo affatto che Benedetto XVI abbia contraddetto Dio. C’è una cosa molto importante da valutare: la libertà di coscienza. Il Papa non se la sentiva più di svolgere quel ruolo. Per quanto questo ruolo possa essere importante. Credo che, rispettando il codice di diritto canonico, possa il Papa rinunciare al suo ruolo invece di danneggiare la Chiesa restando al suo posto. Lo Spirito Santo è importante nella scelta del Papa, ma non è il ‘direttore generale’ che ti sgrida se sbagli nel prendere la decisione di dimetterti o di rinunciare al Soglio pontificio”.

Alla Camera si illuminano di meno

Voce Repubblicana, 15 febbraio 2013
 di Lanfranco Palazzolo 

Si illuminano ancora troppo. La Camera dei deputati, come è accaduto gli scorsi anni, aderisce all'iniziativa “M'illumino di meno”, promossa dalla trasmissione radiofonica “Caterpillar” di Radiodue Rai, in occasione della Giornata del Risparmio Energetico. Venerdì 15 febbraio, dalle 18,00 alle 19,30, resterà spenta l'illuminazione delle facciate di Piazza Montecitorio e di Piazza del parlamento e verrà ridotta quella dei corridoi. L'iniziativa è lodevole, ma inutile. Questa osservazione non è basata sul nulla, ma sull'attenta osservazione delle vicende parlamentari. Sono anni che la Camera dei deputati aderisce a queste giornate del risparmio energetico, ma questa adesione non può essere di facciata o valere per una sola giornata. Ne sa qualcosa il deputato leghista Gianluca Buonanno. Il deputato del Carroccio è un personaggio molto simpatico che ha due qualità che tutti dovrebbero riconoscergli: fa sempre arrabbiare la Bindi alla Presidenza della Camera e chiede alla Presidenza della Camera di risparmiare sugli sprechi energetici. Il parlamentare ha ingaggiato una grossa battaglia contro i funzionari e i dipendenti del Palazzo di Montecitorio. Il 19 novembre il deputato Buonanno parla alla Camera dei deputati denunciando questa situazione: “Ad esempio, nelle Commissioni parlamentari della Camera dal mattino alla sera sono tenute le luci accese anche quando non vi è seduta. Oggi leggo sul giornale un intervento del Ministro Tremonti, il quale giustamente dice che, con la crisi, bisogna ridurre le spese per il 2009”. Ma nessuno lo ascolta. Qualche giorno dopo, per la precisione il 25 novembre 2008, ci riprova con questo monito rivolto al Presidente della Camera Gianfranco Fini: “Basterebbe una circolare per invitare i dipendenti, quando escono dall'ufficio, a spegnere le macchine, come se fossero a casa propria. Questo Parlamento sta su Marte! Questo Parlamento si deve dare una mossa, perché oltre a fare la morale sulle scuole, giustamente, dobbiamo anche renderci conto che noi politici dobbiamo vergognarci!”. Ma la Presidenza della Camera non muove foglia. E, così, due giorni dopo, il deputato ci riprova: “I questori – denuncia Buonanno in aula - mi hanno scritto una lettera, ma dopo averla scritta e firmata continuo a vedere che le cose non cambiano. Facciamo la morale ai cittadini perché non devono tenere la televisione o qualche altro apparecchio elettronico in stand-by perché si spreca energia, e l'Italia è un Paese con grandi difficoltà energetiche: mi chiedo se questo centro di potere, invece di fare solo la morale ai cittadini, la possa fare anche all'intero del proprio palazzo. Con 3 milioni e 400 mila euro di spese energetica dei palazzi e con tali sprechi non mi sembra un bel modo di agire”. Ma due anni dopo non è cambiato nulla: “Lei è qui a fare il Presidente – dice Buonanno rivolgendosi allo scranno più alto di Montecitorio il 30 giugno 2011 - ed io le chiedo per cortesia di dare disposizione, visto che c'è a quanto pare una direttiva, affinché ogni ufficio sia responsabile di spegnere le luci e quando non c'è nessuno per ore negli uffici e nelle sale che le luci non siano accese, perché questa è una vergogna piccola, ma che fa capire come questo Stato deve cambiare, altrimenti i cittadini ci prendono a calci nel sedere”. La direttiva dei questori non è stata presa alla lettera dai dipendenti della Camera. A questo punto è logico chiedersi se a casa loro fanno la stessa cosa. Se le cose stanno così, con molta probabilità, l'Acea avrà un impennata di guadagni dovuti al consumo delle bollette private. 

venerdì 15 febbraio 2013

Noi e Nicola Zingaretti

Intervista a Giuseppe Rossodivita
Voce Repubblicana, 15 febbraio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Nicola Zingaretti deve confrontarsi con noi sulla vicenda della sua assunzione nel Partito democratico alla vigilia delle elezioni provinciali di Roma del 2008. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Giuseppe Rossodivita, consigliere regionale della Lista Bonino-Pannella e candidato alla Regione Lazio per la lista Amnistia-Giustizia e libertà.
Giuseppe Rossodivita, nei giorni scorsi avete denunciato pubblicamente un'assunzione di Nicola Zingaretti in una struttura del Pd. Questo rapporto di lavoro avrebbe creato un danno alla pubblica amministrazione alla vigilia delle elezioni provinciali di Roma del 2008. Cosa avete scoperto?
“Abbiamo scoperto questa vicenda perché un funzionario della Provincia di Roma ha ritenuto di doverci inviare alcuni documenti su Nicola Zingaretti. Noi abbiamo sentito la necessità di sottoporre questi documenti all'autorità giudiziaria per fare una verifica sull'operato di Zingaretti”.
Alla vigilia delle elezioni provinciali del 2008 quali vantaggi avrebbe ottenuto Zingaretti?
“Non è un problema di vantaggi. C'è una legge che prevede, a carico della Provincia di Roma, il pagamento dei contributi previdenziali al datore di lavoro di Zingarett. Si tratta del Comitato provvisorio del Partito democratico. Questo Comitato aveva assunto Zingaretti il giorno prima dell'accettazione della sua candidatura alla provincia di Roma. Lo stesso Zingaretti, che ha cercato di difendersi, ha confermato tutta la vicenda. Per Zingaretti questa vicenda è normale perché è stato sempre assunto nelle varie articolazioni di questo partito, anche quando era Pds-Ds. Per noi questa è una situazione era da far conoscere alla magistratura”.
Ci puoi raccontare la vicenda cronologicamente?
“La vicenda risale al febbraio 2008. Il 14 febbraio 2008 Nicola Zingaretti cassa il suo rapporto di lavoro con i Democratici di sinistra, così hanno scritto i giornali, per il quale era retribuito 5000 euro lordi. Il 15 febbraio 2008 Nicola Zingaretti sottoscrive un nuovo contratto di lavoro con il Comitato provvisorio del Pd del Lazio per 8000 euro lordi. Il 16 febbraio accetta la sua candidatura alla provincia di Roma. Questa candidatura era stata lanciata da Gasbarra l'11 febbraio precedente”.
In quel momento Nicola Zingaretti era Parlamentare europeo?
“Era in carica come eurodeputato, carica dalla quale si dimette solo nel giugno 2008. Ma queste dimissioni arrivano solo nel giugno 2008, dopo che Zingaretti è diventato Presidente della Provincia di Roma”.
Voi avete proposto a Nicola Zingaretti un giurì d'onore?
“Noi abbiamo rivolto questa richiesta a Zingaretti. Lui non dovrebbe temere nulla da questa vicenda perché ha detto che noi lo abbiamo diffamato. Noi non pensiamo di aver fatto questo. Se lui pensa di avere ragione non ha nulla da perdere”.

giovedì 14 febbraio 2013

Su Minzolini figura di merda della sinistra

Ci tenevo a dare questa notizia con il dovuto rilievo, soprattutto per tutti quei stronzi che hanno attaccato Minzolini. Alla fine il tempo è galantuomo. 
 ++ RAI: PROCESSO MINZOLINI, ASSOLTO EX DIRETTORE TG1 ++

(ANSA) - ROMA, 14 FEB - L'ex direttore del Tg1 Augusto
Minzolini e' stato assolto dall'accusa di peculato per il
presunto utilizzo improprio delle carte di credito aziendali.
(ANSA).

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14-FEB-13 14:25 NNNN

In attesa delle dimissioni del Papa

Intervista a Lorenzo Ruggiero
Voce Repubblicana, 14 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Da tempo sapevamo che in Vaticano sarebbe accaduto qualcosa di insolito. Lo ha detto alla “Voce” Lorenzo Ruggiero della Kaos Edizioni, casa editrice che ha pubblicato “Intrigo Papale. Faide di potere in Vaticano per la successione di Benedetto XVI”, l'unico libro che ha previsto a breve termine un conclave e che ha fatto una mappatura del potere vaticano e delle sue fazioni.
Lorenzo Ruggiero, voi avete realizzato “Intrigo papale” per raccontare le lotte di potere all'interno del Vaticano. Siete stati in qualche modo profetici nel pensare questo libro scritto dai “Discepoli di verità?
“Le nostre fonti, sotto lo pseudonimo dei 'Discepoli di verità', da tempo parlavano di una fine – entro brevissimo tempo – della fine del pontificato di Benedetto XVI. Qualcuno ci aveva parlato anche di un fatto insolito che sarebbe accaduto nei mesi successivi, come le dimissioni del pontefice. Il libro è uscito lo scorso ottobre. Non avevamo l'informazione di una condizione del Papa che era patologicamente insostenibile, quanto perché i tempi si sarebbero abbreviati a causa dello scontro tra le diverse fazioni papali. E, in effetti, si è visto che negli ultimi mesi ci sono stati molti problemi in Vaticano”.
Nella premessa del vostro libro è stato fatto un ritratto di Benedetto XVI molto negativo. Cosa hanno scritto i 'Discepoli di verità'?
“E' evidente che questo Papa non aveva nessuno spessore carismatico e nessuna delle caratteristiche dei suoi predecessori. Benedetto XVI è un teologo raffinato più che un uomo che potesse ricoprire quel ruolo”.
Nel libro si parla di un Ratzinger che nutre un'ambizione smisurata. Trova che questa caratteristica sia in contrasto con la decisione delle dimissioni?
“La brama di potere di questo Papa non è stata definita da questo libro, ma dalla biografia di Ratzigner. Questo Papa si è presentato al Concilio Vaticano II come rappresentante di una teologia progressista europea di stampo svizzero-tedesco. Di questa corrente facevano parte lo stesso Ratzinger e il teologo Hans Kung, che oggi è inviso dal Vaticano. Ratzinger andò al Concilio Vaticano II° perché aveva sentito l'odore del potere, ma poi si adeguato al vento che cambiava. Lo stesso Ratzinger, quando è salito al Soglio pontificio, sapeva benissimo di non godere di una buona condizione di salute. A differenza di quanto è accaduto con Giovanni Paolo II, simbolo di una Chiesa che soffre e porta la croce, Ratzinger è la testimonianza di una Chiesa che non sa scegliere”.
In “Intrigo Papale” avete fatto una previsione sul prossimo Papa?
“La sintesi di 'Intrigo papale' dice che il favorito numero uno è il cardinale Scola e c'è un'ipoteca da parte di Tarcisio Bertone. Ma sarebbe troppo facile fare la solita battuta su chi entra Papa nel conclave ed esce cardinale”.

mercoledì 13 febbraio 2013

Ecco come avevo immaginato le dimissioni del Papa

Intervista a Umberto Grassi
Voce Repubblicana, 13 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Nel mio racconto il Vaticano non elegge un successore del Papa dimissionario. Questo succede perché la Chiesa vive una crisi molto profonda. Lo ha detto alla “Voce” Umberto Grassi, autore de “Le dimissioni del Papa”, libro pubblicato nel 2011 con la casa editrice Maremmi di Firenze.
Umberto Grassi, come ha appreso la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI?
“Ero in casa e stavo guardando la televisione. Ho appreso la notizia immediatamente su La7. La notizia è stata data da Enrico Mentana, Quando ho appreso questa notizia mi è dispiaciuto molto. Ho reagito con un sogghigno”.
Come è nata la sua idea di scrivere un racconto su “Le dimissioni del Papa”?
“Questa idea è nata dalla situazione in cui versa società italiana e la Chiesa cattolica. Ho riflettuto molto sulla condizione di disfacimento del nostro tempo e ho deciso di scrivere questo libro ambientandolo nel 2022. Nel 2009 mi trovavo nella basilica di Tindari, luogo dove comincia il racconto. L'idea è nata proprio in quel luogo”.
Lei è credente?
“No, non lo sono mai stato. Mi definisco agnostico. Anche da agnostico posso avere la necessità di avere un certo rispetto delle norme religiose. Ma in questi ultimi anni ho avuto la sensazione che la Chiesa ha perso ogni forma di rispetto per se stessa. Dopo un periodo di riflessione e dopo aver raccolto molti appunti ho deciso di scrivere 'Le dimissioni del Papa'. Il racconto è stato pubblicato nel 2011”.
Perché ambienta il racconto nel 2022?
“Non pensavo che il Papa potesse dimettersi in questi anni. Legavo l'idea di queste dimissioni ad un periodo successivo, quando le contraddizioni della Chiesa sarebbero emerse con forza. Ho legato il 2022 ad un altro avvenimento della nostra storia: la marcia su Roma”.
Perché il Papa si dimette nel suo libro?
“Nessuno sente più il bisogno di andare in chiesa e nessuno sente la necessità di confidarsi con Dio. Viene a mancare quel senso di spiritualità e di amore verso Dio. Manca ogni riferimento ai valori etici. La Chiesa si dimostra incapace di governare secondo i principi evangelici, di fare il suo dovere. Il racconto parte proprio dalla notizia delle dimissioni del Papa e narra le vicende di un agente vaticano che si chiama Rocco Bogarte”.
Nel suo racconto lei narra l'elezione del successore del Papa?
“No, per il semplice motivo che non si arriva ad un nuovo conclave. La Chiesa non elegge un nuovo Papa. La Chiesa viene travolta dal materialismo”.
Come si chiama il Papa che si dimette?
“Nel mio libro ho deciso di non chiamare questo pontefice con un nome. Non lo nomino mai. Nel mio libro cito i nomi di molti cardinali”.
Qualcuno l'ha cercata per farle i complimenti per la previsione?
“No, nessuno. Lei è stato l'unico. Ma per me questa previsione era molto logica. Il Papa, prima o poi si sarebbe dimesso”.

martedì 12 febbraio 2013

Ecco come viene considerato un disoccupato

Intervista a Paolo Odello
Voce Repubblicana, 12 febbraio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Se sei disoccupato oggi non vieni considerato un cittadino come gli altri. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Paolo Odello, autore di “Sommerso e precario. Diario dalla flessibilità” (Stampa Alternativa).
Paolo Odello, lei ha scritto un libro nel quale ha raccontato la sua esperienza di lavoratore flessibile che si è iscritto in un’agenzia di lavoro interinale. Come è andata?
“L'idea del libro è nata per caso e per curiosità. La spinta iniziale è stata la curiosità di verificare che cos'era il famoso lavoro ad interim. L'unico modo che ho trovato per capirlo è stato quello di iscrivermi alle varie agenzie di lavoro. Poi è subentrato il caso”.
Le agenzie di lavoro controllano le qualifiche effettive dei disoccupati?
“Mi sono trovato nella condizione di dire che sapevo fare certe cose. Ma io certe cose non le sapevo fare. Mi sono reinventato manovale e come metalmeccanico. Alla fine mi sono trovato con il materiale del libro in mano. La chiave di interpretazione che mi sono trovato è una. Che cosa è oggi il lavoro? Un tempo il lavoro era qualcosa che dava dignità alla persona e ad ogni cittadino. Se viene meno il lavoro e tutto il resto non sei un cittadino a tutto tondo. Sei considerato solo un vuoto a rendere da restituire a fine utilizzo”.
In che tipo di realtà ha operato? Ha scelto una grande città oppure ha fatto la sua esperienza nella provincia di Imperia, città dove risiede?
“Ho scelto la mia provincia per vedere quali erano i risultati di questo nuovo lavoro. Alla fine ho scoperto che l'Italia è fatta di tante piccole provincie”.
Come venivano valutate le sue capacità?
“No. Le agenzie con le quali ho avuto a che fare non valutavano a fondo le mie qualità. Una di queste agenzie a cui mi sono rivolto mi ha proposto per un lavoro da magazziniere. Mi è stato chiesto se sapevo farlo. Ho risposto di sì. Ma io, in vita mia, non ho mai fatto questo lavoro. Eppure mi hanno preso senza valutare se sapevo fare davvero quel lavoro. In passato avevo fatto il magazziniere, prima di fare il giornalista. Ma non sapevo guidare un muletto o un carrello elevatore ne correva. Quelli dell'agenzia non mi hanno nemmeno chiesto il patentino. E quando ho cominciato a guidare il muletto era chiaro che non ero in grado di guidarlo”.
I colleghi di lavoro l'hanno aiutata?
“Sì, mi hanno fatto un corso accelerato per guidare il muletto. Ma in molti casi si bleffa”.
Tra lavoratori precari c'è solidarietà nel proprio ambiente di lavoro?
“No, non molta. Ho verificato che esiste una guerra continua. Questo dipende dall'incarico a tempo. Tutti vogliono una proroga del contratto. Questa situazione annulla ogni forma di solidarietà tra colleghi di lavoro. Se l'azienda offre due proroghe su tre lavoratori in prova è chiaro che i rapporti diventano pessimi”.

sabato 9 febbraio 2013

Scandalo del Monte dei Paschi di Siena: il dibattito in Commissione Finanze (Camera e Senato)


Ecco cosa hanno detto i nostri eroi in Parlamento sulla vicenda del Monte dei Paschi di Siena.

Un uomo di grandi capacità

Voce Repubblicana, 9 febbraio 2013
Intervista a Giuseppe Mussari
di Lanfranco Palazzolo

Nella sua ascesa al Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari ha messo in mostra grandi capacità di mantenere buone relazioni con tutti. Lo ha detto alla “Voce” Raffaele Ascheri, autore di “Mussari Giuseppe. Una biografia (non autorizzata)”.
Raffaele Ascheri, lei ha scritto questo libro sull'Ex Presidente dell'Associazione bancaria italiana e del Monte dei Paschi di Siena in tempi non sospetti. Come è nata questa idea?
Giuseppe Mussari è stato, per ben dieci anni, dal 2002 al 2012, la persona più importante e di potere a Siena. Questo potere sta mostrando tutti i suoi difetti e i suoi limiti. In questi anni nessuno ha mai detto nulla su questa gestione del potere. Avevo già trattato la figura di Mussari in altri libri che avevo pubblicato, come ad esempio 'La casta di Siena'. Ho avuto in mano il materiale della prima inchiesta che lo ha riguardato, che non c'entra nulla con tutto il discorso di Antonveneta di Alexandria e di Nomura”.
Di cosa si trattava?
Dell'inchiesta sulla falsa gara d'appalto per l'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano. Il tribunale deve decidere per il mio rinvio a giudizio. Il prossimo 13 marzo si deciderà se ci sarà questo processo. Io ho chiamato questo affare Galaxopoli perché c'era di mezzo una società che si chiamava Galaxy che entrava in questo affare. Siena ha un aeroporto piccolissimo che oggi è chiuso. Mussari voleva fare di questo aeroporto una grande opera. Il problema è che in questa gara d'appalto, alcuni esponenti della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena e Mussari avrebbero agito contro la legge. Avendo queste carte dell'inchiesta su Mussari ho avuto la conferma che quella di Siena è un'oligarchia. Mussari aveva ed ha agganci importanti anche fuori della città e appoggi anche in Vaticano”.
Quali sono le radici politiche di Mussari?
Lui ha iniziato nella Federazione giovanile dei comunisti italiani (FGCI) e poi nel Partito comunista italiano. Ma Mussari ha tenuto rapporti con il centrodestra, ma anche con Comunione e liberazione. Questa è la chiave del successo di Mussari che, nel 2001, diventa il Presidente della Fondazione Mps. Musarri ha sempre avuto grandi qualità di oratore e capacità di avere buone relazioni. La sua abilità è stata questa: essere uno scalatore sociale. Lui aveva indubbiamente delle qualità per arrivare alla guida della terza banca italiana”.
A chi si è legato Mussari?
Per arrivare al vertici della città Mussari ha commesso qualche errore Mussari è stato legato, per anni, all'uomo più potente di Siena: il sindaco Pierluigi Piccini. Lui era destinato alla guida del Mps. Ma nel 2001, per volontà dei Ds, salta la sua nomina. E il posto di Piccini viene preso da Mussari senza esitazione. E con questa nomina i rapporti tra i due si incrinano”.
* "Questa è l'intervista integrale alla 'Voce' che è stata pubblicata in forma ridotta perchè un signore che ho intervistato ha chiesto un rettifica su una precedente intervista.

giovedì 7 febbraio 2013

Quella grave asimmetria europea

Intervista a Roberto Miccù
Voce Repubblicana, 7 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il fiscal compact è il tentativo di risolvere la grave asimmetria dell'Unione europea. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Roberto Miccù ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Roma “La Sapienza”.
Professor Miccù, lei conosce molto bene le tematiche relative al fiscal compact. Ritiene che questo accordo abbia messo una toppa alle dimenticanze del Trattato di Lisbona?
“La risposta da dare a questa domanda è molto difficile. Nel dibattito in corso sul fiscal compact è emerso molto chiaramente come questo accordo abbia seguito una tendenza che nasce con i trattati comunitari fin dal 1957. La nascita degli accordi comunitari ha portato con se degli squilibri profondi che non sono stati completamente risolti. Il fiscal compact è il tentativo di trovare una simmetria per una situazione che possiamo definire come asimmetrica. Il problema è che è stata costruita un'Unione monetaria senza un governo che guidi la politica economica dell'Unione europea. Il fiscal compact è il tentativo di risolvere questa asimmetria, cioè la mancanza di un governo europeo della politica economica. Si tratta comunque di una soluzione che non è riuscita, alla quale bisogna porre nuovi mattoni”.
Pensa che la costruzione europea, in alcuni periodi storici, sia stata praticamente improvvisata? E il fiscal compact rappresenta l'ultimo capitolo di questa improvvisazione?
“Diciamo che il processo di costituzionalizzazione dell'Unione europea è incrementale e nasce dalla fine della costituzione degli stati nazione. Gli stessi trattati del 1957 contengono in sé l'idea di una Costituzione europea sul modello della federalizzazione degli stati negli Stati Uniti d'America. I grandi pensatori europeisti come Monnet e Spinelli avevano pensato proprio a questo. Questa soluzione incrementale è arrivata al suo limite estremo. Ormai emerge chiaramente che bisogna dar vita ad un nuovo processo costituente. Questa è un'urgenza da affrontare subito. I parlamenti nazionali devono affrontare la questione”.
Il pareggio di bilancio in costituzione poteva essere proposto già ai tempi del Trattato di Maastricht? Il fatto che molti paesi dell'Unione europea ricorrano a questi vincoli costituzionali è un'estrema ratio?
“Questo principio è il portato di una visione europea asimmetrica. In base a questo principio prima viene il risanamento delle finanze dei singoli stati nazione dell'Euro e, poi, in una fase successiva, si prospetta il rilancio dell'economia. Questa è la soluzione che è giunta soprattutto sulla spinta della Germania. Oggi dobbiamo dare a questa visione una lettura diversa che, auspicabilmente, non sia esclusivamente funzionale al risanamento di bilancio. Ci vuole il rilancio della nostra economia e degli investimenti. Questo è il problema”.

mercoledì 6 febbraio 2013

Il nuovo vantaggio del nostro ordinamento

Intervista a Roberto Nania
Voce Repubblicana, 6 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il pareggio di bilancio è un vantaggio per il nostro ordinamento. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il prof. Roberto Nania, docente di Diritto Pubblico all’università “La Sapienza” di Roma.
Prof. Roberto Nania, il fiscal compact ha messo in evidenza le difficoltà europee di una costruzione costituzionale coerente dell’Unione europea. Quali contraddizioni sono emerse dopo il fiscal compact in relazione al Trattato di Lisbona?
“Quello che posso osservare è che il vincolo di pareggio di bilancio è entrato in vigore nel nostro sistema costituzionale con la modifica all’articolo 81 della Costituzione. Indipendentemente da quelli che sono i vincoli derivanti dal nostro ordinamento comunitario e dalle motivazioni che hanno portato alla modifica dell’articolo 81, oggi ci troviamo di fronte ad una norma costituzionale vincolante”.
Cosa ne pensa dell’architettura del fiscal compact? Crede che questo accordo sia un grosso limite alla nostra politica economica e finanziaria?
“Credo che l’incidenza dell’articolo 81 della Costituzione sull’equilibrio costituzionale può essere valutata sotto diversi aspetti. Io ritengo che il nostro assetto costituzionale guadagni molto da questa riforma. Il primo elemento che viene valutato da questa riforma è il principio di solidarietà intergenerazionale. E’ chiaro che il vincolo del pareggio di bilancio e quello sull’indebitamento – nelle circostanze previste – impediscono la ricaduta dell’indebitamento del deficit sulle generazioni future. Da questo punto di vista ne esce valorizzato anche l’articolo 53 della Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”). Il vincolo di pareggio di bilancio impedisce la rinascita del debito pubblico e della pressione fiscale”.
Chi dovrebbe beneficiare di queste politiche?
“La pubblica amministrazione. L’articolo 97 della Costituzione recita che ‘Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico’. Il pareggio di bilancio serve soprattutto per il contenimento della spesa pubblica. Molti temono che questa situazione determini un irrigidimento delle politiche economiche. Alcuni premi Nobel per l’economia avevano scritto ad Obama per chiedere di non approvare una riforma simile negli Stati Uniti. Attuare le politiche di pareggio del bilancio non sarà semplice. Chi sarà chiamato a farlo dovrà essere controllato da un’Authority indipendente. Questo è quello che è stato stabilito nella legge attuativa della riforma sull’articolo 81 della Costituzione. Si chiama Ufficio Parlamentare per il Bilancio. Questo ufficio – di fatto – rappresenta un governo parallelo”.

martedì 5 febbraio 2013

Qui ci vuole un'integrazione molto forte

Intervista a Stefano Ceccanti
Voce Repubblicana, 5 febbraio 2013
di Lanfranco Palazzolo

I paesi dell’area dell’Euro oggi hanno bisogno di un’integrazione politica molto forte. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore del Partito democratico Stefano Ceccanti.
Senatore Ceccanti, cosa pensa del fiscal compact e dell’impatto che questo coordinamento delle politiche economiche ha avuto sul nostro ordinamento costituzionale?
“Il vero problema sollevato dall’accordo sul fiscal compact sia costituzionale e non di tipo economico, come sostiene qualcuno. Condivido l’impostazione che è stata data al problema da vari convegni che sono stati organizzati su questo tema. Le istituzioni dell’Unione europea operano contemporaneamente con i paesi che sono integrati nell’Euro e con quelli che non lo sono. Nei vertici del Consiglio Europeo si riuniscono i paesi dell’area dell’Euro e poi si riunisce il vertice composto da 27 paesi europei. A me sembra che questa architettura debba essere razionalizzata. I paesi che hanno deciso insieme il sistema dei vincoli europei e che derivano dall’area dell’Euro hanno bisogno di un’integrazione politica molto forte”.
Come si rende forte questa coesione?
“Con una forma di legittimazione popolare di chi guida questa macchina. Ci vuole un Presidente europeo dell’area integrata. Ma si deve tenere conto anche delle esigenze di quei paesi che non sono nell’Euro. Bisogna replicare al ragionamento del Premier inglese David Cameron che vorrebbe riproporre un referendum sulla presenza del Regno Unito nell’Unione europea nel caso di una sua riconferma politica. Noi comprendiamo il ragionamento di quei paesi che non vogliono entrare nell’area dell’Euro, ma dobbiamo fare qualcosa per avvicinare politicamente quei paesi che ormai hanno dei vincoli in comune come la moneta europea. Ecco perché l’Italia, la Francia e la Germania, tanto per fare degli esempi di paesi nell’Euro, hanno bisogno di un governo europeo dell’economia e di un potere politico legittimato. Questo potere politico deve essere parallelo alle regole dell’Economia europea integrata”.
Alla luce di questa problematica, non ritiene che il Presidente della Commissione europea Romano Prodi abbia commesso un grave errore quando ha proposto una politica di allargamento così ampia?
“A quel punto della storia europea era inevitabile procedere ad una politica di allargamento dell’Unione Europea dopo la fine traumatica dell’esperienza comunista ad est. Sul momento era difficile evitare la politica di allargamento di fronte a paesi che vivevano una drammatica incertezza dovuta alla transizione politica del post-comunismo”.
Il fiscal compact è utile in tempi di recessione?
“Il nostro debito pubblico e la crisi della finanza pubblica non ci consentono scelte diverse. Oggi non possiamo fare politiche espansive di spesa pubblica”.

sabato 2 febbraio 2013

La fine della generosità politica

Intervista a Giuseppe Eusepi
Voce Repubblicana, 2 febbraio 201
di Lanfranco Palazzolo

La generosità politica deve finire. L'intervento della politica in economia ha fatto solo danni. Lo ha detto alla “Voce” il professor Giuseppe Eusepi, docente di Scienze delle Finanze alla facoltà di Economia e commercio dell'università “La Sapienza” di Roma.
Prof. Eusepi, quali sono le sue valutazioni sulle politiche del cosiddetto Fiscal compact? Pensa che questo accordo sia stata la migliore risposta alla recessione?
“La domanda è molto chiara, ma la risposta da dare a questo quesito è complessa. Ritengo che questa soluzione sia utile. Non so se sia la scelta più utile. Nel contesto in cui ci siamo trovati nel 2011, il fiscal compact era una delle soluzioni. L'alternativa di non fare nulla era peggiore. La soluzione migliore era quella di risolvere i rapporti intergovernativi, ma a livello costituzionale. Quando è stata scritta la Costituzione europea non sono stati affrontati molti problemi”.
Quale è stato il problema?
“Gli Stati non hanno voluto affrontare il tema del federalismo europeo. Il grosso limite dei problemi che si sono presentati in questi anni è stato il pessimo rapporto tra gli Stati, che non hanno voluto cedere una parte della propria sovranità economica. Anche quando si affronta il tema del cosiddetto fiscal compact si evita di parlare di federalismo europeo. Certo, il caso dell'Unione europea è originale. Ma la via maestra da prendere con coraggio oggi è quella del federalismo europeo”.
Il nostro debito pubblico è arrivato al 121%. Il fiscal compact è misurato su un parametro del 60 per centro di rapporto tra debito e Pil. Se il nostro paese volesse raggiungere l'obiettivo di raggiungere il quella percentuale dovrebbe fare una politica di sacrifici fino al 2060 circa. Come se ne esce?
“Qualche problema che dovrebbe emergere è questo: se dovesse essere difficile rispettare quei vincoli del fiscal compact questo patto verrà inevitabilmente violato. Ma preferisco scartare questa ipotesi. Il problema di questa crisi è che per troppo tempo si è pensato che l'intervento pubblico riuscisse a sanare ogni problema dell'economia italiana. Ma non è così. E' stato proprio questo intervento che ha determinato le difficoltà che stiamo vivendo oggi. Anche la vicenda del Monte dei Paschi di Siena dimostra questa situazione. Perfino coloro che sono gli artefici di questa situazione continuano ad essere silenti su questa situazione. I problemi dell'economia non si risolvono con la statalizzazione. Io auspico la fine della 'generosità politica'”.
Che effetti avrà l'introduzione del pareggio di bilancio?
“Io spero che fermi il debito pubblico. Nel futuro prossimo dovranno essere fatte scelte molto chiare: i tagli di imposta e la riduzione della spesa pubblica devono essere attuati congiuntamente. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo”.