venerdì 31 maggio 2013

Che brutta cosa l'autodichia.......

Intervista ad Alessandro Gerardi
Voce Repubblicana, 31 maggio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

L'autodichia è un istituto che deve essere abrogato per rendere gli organi costituzionali soggetti alla legge ordinaria. Lo ha detto alla “Voce” Alessandro Gerardi, autore, insieme ad Irene Testa, di “Parlamento zona franca. Le camere e lo scudo dell'autodichia” (Rubbettino).
Alessandro Gerardi, i radicali si sono sempre battuti per impedire l'autodichia, quella particolare prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti. Perché questo istituto continua a sopravvivere nel nostro paese e resta intoccabile?
Questo è un argomento ancora tabù per l'ordinamento italiano. Per come si è consolidata, l'autodichia i nostri costituenti hanno stabilito che le guarentigie, le immunità delle Camere e di tutti gli altri organi costituzionali sono tassative. Le forze dell'ordine e le persone estranee non possono entrare in aula alla Camera e al Senato”.
Queste guarentigie si sono estese ad altri organi che non fossero le Camere?
Queste prerogative sono state estese agli organi amministrativi degli organi costituzionali, a tutto ciò che attiene agli organi amministrativi che nulla hanno a che vedere con l'esercizio di funzioni che vengono definite come costituzionali, a tutti i regolamenti che disciplinano gli aspetti relativi al personale e agli uffici della Camera e del Senato. Questi provvedimenti vengono inclusi nell'ambito delle guarentigie costituzionali. In Italia si è consolidata questa consuetudine impropria del principio dell'autodichia”.
I tentativi di riforma dell'autodichia sono stati portati avanti da gruppi parlamentari oppure da singoli parlamentari?
Nella scorsa legislatura è stata portata avanti questa battaglia con atti di sindacato ispettivo, con alcuni ordini del giorno e con proposte di legge. In occasione delle discussioni di bilanci interni dalla Camera e del Senato nel 2008 e nel 2009 i radicali hanno sollevato questioni che erano un tabù come l'anagrafe patromoniale degli eletti, che i rendiconti dei partiti politici fossero esaminati dalla Corte dei Conti. Abbiamo voluto vederci anche chiaro anche per altri aspetti, come ad esempio gli appalti assegnati dalla Camera e dal Senato ai fornitori”.
Come si abroga l'autodichia?
Basterebbe approvare una proposta di legge. La deputata Rita Bernardini ha presentato una pdl per togliere questo istituto. Al Senato ci ha pensato il senato Alberto Maritati. Per la verità sarebbe necessario modificare i regolamenti parlamentari. Ma con la presentazione di alcune proposte di legge abbiamo voluto dare un carattere di solennità alla questione affinché il tema fosse discusso in aula. Ma su queste norme c'è la riserva di legge domestica. E perciò non possono essere modificate con una legge ordinaria”.

giovedì 30 maggio 2013

La terza guerra mondiale di De Paolis contro la Germania

Intervista a Marco De Paolis
Voce Repubblicana, 30 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

In oltre dieci anni di lavoro per individuare i criminali nazisti della Seconda guerra mondiale abbiamo condannato numerosi responsabili di stragi, ma la Germania non ci ha permesso di eseguire le sentenze. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il procuratore di militare della Repubblica di Roma Marco De Paolis.
Marco De Paolis, lei ha svolto un importante lavoro finalizzato alla ricerca dei criminali nazisti che hanno compiuto stragi gravissime nel nostro paese.
“La mia esperienza è iniziata più di dieci anni fa – nel 2002 - nella Procura della Repubblica militare di La Spezia. Dal 2003 fino al 2008 vengono istruiti 12 dibattimenti e oltre 450 indagini per crimini di guerra nella seconda guerra mondiale. Da quel periodo abbiamo prodotto ben 18 processi, dibattimenti, ci sono state 80 imputati rinviati a giudizio e oltre 55 ergastoli comminati dal 2003 ad oggi. Questo impegno rappresenta lo sforzo più significativo della giustizia militare sui crimini della Seconda guerra mondiale. Anche nel dopoguerra ci sono stati alcuni processi che si sono limitati ad alcuni casi come quello del generale nazista Herbert Kappler”.
I vostri processi sono stati seguiti con grande attenzione in Italia?
“C'è stata una grande attenzione mediatica soprattutto in quei paesi dove abbiamo rintracciato i criminali di guerra. Si tratta soprattutto della Germania, dell'Austria e di altri paesi europei. Anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna questi processi sono stati seguiti con attenzione. Per quanto riguarda l'opinione pubblica italiana abbiamo avuto un grosso interesse locale in Regioni come la Liguria e la Toscana. Questi processi non hanno avuto un grande risalto a livelli nazionale”.
Adesso di quale processo si sta occupando?
“Della strage di Cefalonia. E devo dire che sono stati in pochi ad accorgersi di questo dibattimento”.
La collaborazione della Germania nelle rogatorie internazionali e quella degli organismi internazionali che si occupano di questi processi quale è stata?
“Devo dire che la Germania ha fornito una collaborazione molto significativa. Questa collaborazione è eccellente. Se abbiamo fatto quello che abbiamo fatto questo è dipeso dalla collaborazione delle procure tedesche. Il problema riguarda l'esecuzione delle pene e la prescrizione di questi crimini. La Procura generale di Stoccarda ha ribadito l'archiviazione per gli imputati della strage di Sant'Anna di Marzabotto. Noi invece abbiamo condannato gli imputati all'ergastolo. I nostri ergastoli non sono stati eseguiti in Germania. In questo caso la mancata collaborazione non ci ha permesso di eseguire le sentenze. C'è stato qualche problema anche per il contenuto politico di questi reati. Le valutazioni su questi crimini sono molto diverse da parte della Germania”.

mercoledì 29 maggio 2013

Ma che fine ha fatto quella "nouvelle vague"'?

Voce Repubblicana, 29 maggio 2013
 Intervista Pasquale Squitieri
di Lanfranco Palazzolo

Nel cinema mondiale manca una nouvelle vague. E i registi non hanno idee. Ecco perché molti fanno rifacimenti di film già visti cambiando solo il linguaggio. Questo non è accettabile. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il regista Pasquale Squitieri.
Pasquale Squitieri, il festival di Cannes ha dimostrato che il cinema italiano stenta a ritrovare un suo ruolo in una vetrina importante del cinema continentale. Cosa pensa dell'insuccesso di Paolo Sorrentino e de “La grande bellezza” e dell'idea di rifare la seconda parte della “Dolce vita” in un periodo di grande depressione economica?
“Il film di Sorrentino non è stato solo avvicinato solo a quello di Fellini, ma anche alla 'Terrazza' di Ettore Scola. Non è un problema di Sorrentino. Credo che la crisi del cinema è ormai globale”.
Lei pensa che esista una grave crisi anche del cinema americano?
“Mi sembra evidente. Non dimentichiamo che il festival di Cannes è stato inaugurato dal 'Grande Gatsby'. Non dobbiamo dimenticare che l'opera di Francis Scott Fitzgerald è stata fatta 4 volte. Tutto il cinema mondiale, al di la della super eccitazione informatica non va. E allora cosa fa?!. Si ripete con vecchi valori. Non mi meraviglierei se ritornasse una nuova versione di 'Via col vento'. La stessa cosa succede anche in Italia dove i nuovi registi copiano Luciano Emmer e le sue storie sui compagni di scuola. Ho visto che hanno anche ripreso l'idea del mio 'Prefetto di ferro' non sapendo dove trovare idee e sbattere la testa”.
Qual è la ragione di questa crisi di idee?
“Il cinema come linguaggio non si è evoluto come si è evoluta la pittura e il romanzo. In realtà non c'è una nouvelle vague del cinema. Tutto il cinema è sulle orme dei dubbi che sta incontrando Sorrentino. Il festival di Cannes è stato vinto da una storia che tratta il lesbismo, un tema già indagato da numerosi altri film cento anni fa. Non è un argomento nuovo. Forse è nuovo lo stile. Questo film non ripropone nulla di nuovo. Si tratta di rifacimenti. E non c'è nessuna innovazione”.
Quindi anche Sorrentino c'è cascato?
“Anche lui è finito in questa ondata di già visto. Si trovano vecchi argomenti con un nuovo linguaggio diverso da quello dei grandi maestri. In Italia non abbiamo avuto un cinema di sperimentazione. La colpa è di tutti noi”.
Non crede che il grosso limite del cinema italiano sia quello di far circolare sempre gli stessi attori e protagonisti. Il pubblico non si stufa di vedere il circolo delle stesse facce?
“Il cinema è la maniera più costosa per raccontare una storia. Il cinema costa milioni ed è un'industria. Oggi il cinema americano si è rituffato su Disney, tutto il resto è appiattito. Anche i grandi registi producono serie televisive perché hanno capito che il cinema di sala è finito. Questa è la verità”.

martedì 28 maggio 2013

Il rottamatore è un vecchio partitocrate

Voce Repubblicana, 28 maggio 2013
Intervista a Duccio Tonci
di Lanfranco Palazzolo

Matteo Renzi si è mosso a Firenze come un uomo della vecchia partitocrazia, in continuità con quel sistema di potere. Lo ha detto alla “Voce” Duccio Tonci, autore di “Chi comanda Firenze. La metamorfosi dei poteri e i suoi retroscena attraverso la figura di Matteo Renzi” (Castelvecchi).
Duccio Tonci, lei ha pubblicato questo libro su Firenze e sul suo potere politico. Perché ha deciso di mappare questo “sistema” e cosa ci ha voluto dire con il suo saggio?
“Avevo la necessità di scrivere un libro che esprimesse bene il malcontento della città sull'amministrazione di Matteo Renzi. In questi anni ho avuto l'impressione che questo malcontento facesse molta difficoltà ad emergere. Quello che è successo in questi ultimi anni a Firenze, dall'avvento di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio, è noto a ben pochi. Il mio libro nasce anche dalla necessità di raccontare l'ascesa di Renzi e i suoi primi passi in politica a partire dalla sua esperienza alla guida delle provincia di Firenze, legando queste vicende al sistema di potere locale di Renzi. Nel libro ho reso conto degli atti amministrativi di Matteo Renzi. Ho fatto un resoconto cronologico di queste azioni e ne è venuto fuori un quadro molto interessante”.
Qual è l'elemento di continuità di Matteo Renzi con il vecchio sistema dei partiti fiorentini e nazionali?
“La rottamazione di Matteo Renzi è avvenuta solo a parole. Matteo Renzi non ha mai messo in atto una politica del genere. Anzi, ha agito in linea di continuità con quel sistema dei partiti che dice di voler combattere. Renzi si è mosso con le logiche degli stessi partiti politici che lo hanno preceduto. Anzi, qualcuno sostiene che le sue logiche siano state ben peggiori di quelle degli altri. I suoi metodi sono quelli della vecchia politica così come le assunzioni a chiamata, che rappresentano una delle caratteristiche del renzismo. La Corte dei Conti ha fatto anche delle verifiche sull'operato di Matteo Renzi. Per uno che si mostra come il rottamatore della partitocrazia questa è una contraddizione molto evidente”.
In vista delle prossime elezioni amministrative di Firenze prevede nuove difficoltà per il “rottamatore”?
“Credo che se Matteo Renzi si ripresenterà alle prossime elezioni comunali di Firenze vincerà ancora la sfida per il Comune di Firenze grazie al sistema mediatico che lo favorisce. Il metodo è simile a quello di Silvio Berlusconi. Renzi è stato molto bravo a mascherare tutte le sue contraddizioni politiche. Ecco perché ho cercato di evidenziare la realtà dei fatti che viene occultata dai media”.
Qual è il metodo Renzi?
“Il sindaco di Firenze è molto bravo a far girare le poltrone. E' riuscito a piazzare i suoi uomini in ogni ente e società collegata al Comune di Firenze. Tutti uomini funzionali alla sua scalata del potere”.

sabato 25 maggio 2013

Una rivoluzione con tante sorprese

Intervista a Bobo Craxi
Voce Repubblicana, 25 maggio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Le rivoluzioni arabe stanno sprigionando una nuova forma di estremismo islamista, ma anche molte istanze laiche e liberali che vogliono andare oltre le conquiste occidentali. Lo ha detto alla “Voce” l’ex sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi.
Bobo Craxi, cosa pensa della situazione che si è venuta a creare in questi ultimi mesi in Tunisia, paese che rischia di finire nelle mani delle frange più estremiste dell’islamismo?
“Quello che è accaduto lo scorso fine settimana in Tunisia esemplifica la spaccatura in corso nella società tunisina. E’ stato impedito un congresso dei salafisti a Keiruan. Questo impedimento ha portato ad una serie di scontri in alcune città. E questi scontri hanno portato alla morte di un manifestante. Inoltre, c’è stato anche il caso di Amina, l’attivista di ‘Femen’ che protestava contro l’oltranzismo dei salafisti più oltranzisti. Questi fatti dimostrano che la società tunisina che, era vissuta sotto una cappa conservatrice, ha di fatto sprigionato le parti più estreme della sua società al termine del regime di Ben Alì. Oggi è in campo un’Assemblea costituente e un governo provvisorio che si muove con grande ambiguità in uno stato di precarietà”.
In questo periodo stanno affluendo molte armi in Tunisia? Da dove arrivano?
“Arrivano dal Mali e dalla Libia. Come qualcuno saprà, in Mali c’è stata una rivolta degli estremisti collegati ad al-Qaeda. E’ una situazione di non ritrovato equilibrio. Questo è anche il prodotto delle ‘rivoluzioni arabe’”.
Ritiene che l’assassinio di un militante antislamista come Chaki Belaid, che è stato considerato il militante simbolo delle istanze laiche, abbia fermato questa rivoluzione?
“La Rivoluzione ha già cambiato qualcosa: ha sprigionato una rivoluzione liberale e laica che vuole andare oltre le legislazioni vigenti dei paesi occidentali come il nostro, dove non mi sembra ci sia una grande apertura verso i temi dei diritti civili delle coppie omosessuali e sulla ricerca scientifica”.
Come si sta comportando il partito Ennehdha di fronte a tutti questi movimenti?
“Finora questo partito non ha fatto valere la sua natura moderata. Quella che – per intenderci - era prevalsa in Turchia. Le altre forze sono indebolite per il fatto di essere state alleate al vecchio regime di Ben Alì, che aveva garantito uno sviluppo della società laica e musulmana. Ma quel sistema era sfociato in un sistema di corruttela. Oggi assistiamo al sopravvento delle forze estremiste islamiste”.
Però le forze laiche hanno impedito di togliere dalla Costituzione la parità tra uomo e donna.
“Io penso che in futuro ci sarà una più forte unità delle forze di segno laico che vedono nello Stato laico l’unicità dello Stato tunisino. Io sono convinto che su questo terreno la Rivoluzione tunisina non ha ancora fatto chiarezza”.

venerdì 24 maggio 2013

Sulla scuola è meglio non creare illusioni

Intervista a Stefano Zamagni
Voce Repubblicana, 24 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Con il referendum sulla scuola pubblica a Bologna, i sostenitori del quesito A vogliono illudere e manipolare la testa dei cittadini. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l'economista bolognese Stefano Zamagni.
Prof. Zamagni, lei si è schierato a favore delle scuole paritarie nel referendum consultivo di Bologna relativo alle scuole d'infanzia?
“Io mi schiero dalla parte di chi vuole mantenere la scuola pubblica integrata. In questo referendum sono stati utilizzati troppi equivoci. Trovo che sia indecente che in questo paese si continui ad illudere e a manipolare la testa dei cittadini che non hanno conoscenza dei problemi. L'alternativa non è tra scuole pubbliche e private. Le scuole paritarie fanno parte del sistema pubblico. E io sono a favore del sistema pubblico”.
Cosa dice la riforma Berlinguer?
“La legge Berlinguer del 2000 dice che il sistema pubblico integrale consta di scuole pubbliche e private, di scuole comunali e di scuole private. Quindi bisogna smetterla con le bugie e dire che il Comune di Bologna finanzia le scuole private. Non è vero niente. Inoltre, il Comune di Bologna da alle scuole paritarie circa un milione di euro l'anno, ma nello stesso tempo riceve dalle scuole paritarie circa 6 milioni di euro. Le scuole private di Bologna sono frequentate da circa 1700 ragazzi. Se tutti questi posti dovessero essere gestiti dal Comune, questo spenderebbe sei milioni. Di fronte a questa notizia, i promotori del referendum hanno detto che la loro intenzione era quella di difendere l'articolo 33 della Costituzione. Tutti i costituzionalisti hanno chiarito l'equivoco generato da questa norma della nostra Carta costituzionale. I promotori del quesito hanno fatto di questa vicenda una questione di principi. Io dico che se si vuole fare di questa vicenda una questione di principi allora è il caso di cambiare la legge 62 (Zamagni allude alla legge 62 del 10 marzo del 2000). Ma questo tipo di discussioni e di confronto politico non si svolgono con un referendum consultivo, ma in Parlamento. In un dibattito con tutte le forze politiche”.
La legge 62 del 2000 è incostituzionale?
“No, questo è stato smentito più volte dalla Corte Costituzionale. Ricordo che in più di un'occasione sono state sollevate delle questioni di costituzionalità sulla legge 62, ma nessuno la Consulta ha respinto puntualmente tutte le eccezioni di costituzionalità. E' accaduto in tre casi. Di fronte a questi fallimenti i promotori di questo referendum hanno proposto questa iniziativa. Io stesso sono favorevole al confronto. Ma credo che con questa iniziativa si sia voluto confondere il cittadino. E' chiaro che se il quesito viene posto in questi termini tutti i cittadini non possono far altro che dire di essere favorevoli alla scuola pubblica”.

giovedì 23 maggio 2013

Merola sta affossando le scuole pubbliche dell'infanzia

Intervista a Francesca De Benedetti
Voce Repubblicana, 23 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il Comune di Bologna sta affossando le scuole pubbliche dell'infanzia. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Francesca De Benedetti, Promotrice del Referendum consultivo sui finanziamenti alle scuole d'infanzia paritarie private indetto a Bologna.
Francesca De Benedetti, come è nata l'idea di presentare un referendum consultivo sulla questione delle scuole d'infanzia a Bologna?
La scuola dell'infanzia è a tutti gli effetti scuola. Non è obbligatorio frequentarla come ad esempio accade per le scuole primarie o medie. Ma è obbligatorio, per la Repubblica garantirla. La scuola dell'infanzia rientra in quella scuola delle Repubblica garantita dalla nostra costituzione. Questo referendum è stato promosso perché da ormai 20 anni, quindi con una precisa volontà politica, il Comune di Bologna ha iniziato a finanziare le scuole paritarie dell'infanzia”.
Poi cosa è accaduto?
Nel 2012 è accaduto un fatto insolito per Bologna. Alcune famiglie hanno chiesto di iscrivere i loro bambini alle scuole pubbliche dell'infanzia. Ma la risposta delle scuole pubbliche è stata negativa. Non c'era posto. E l'assessore all'Istruzione Marilena Pillati ha invitato caldamente le famiglie in questione ad iscrivere i loro figli alle scuole private”.
Quali problemi sono insorti?
Anche se le scuole private per l'infanzia sono paritarie sono comunque scuole in cui si paga una retta anche salata. E sono scuole con un progetto educativo di parte, che spesso è un progetto educativo confessionale cattlico. I cittadini bolognesi si sono ribellati all'imposizione di frequentare una scuola confessionale. Ecco perché chiediamo ai cittadini di Bologna di votare per il quesito 'A', che consentirà al Comune di Bologna di difendere la scuola pubblica dell'infanzia. Se invece i cittadini voteranno 'B' daranno contributi alle scuole private”.
Qual è il rapporto tra scuole pubbliche e private nel comune di Bologna?
La scuola pubblica dell'infanzia a Bologna può contare su circa 8700 iscritti, mentre quelli delle scuole paritarie private dell'infanzia sono circa 1700. Anche se ci sono contributi pubblici, le scuole paritarie hanno aumentato i loro iscritti. L'onere della retta resta comunque alto. Anche se ci sono contributi dello Stato. La scuola privata è un onere per lo Stato e la scuola pubblica viene affossata”.
Le liste di attesa da quanti bambini sono composte?
Ci sono circa 400 bambini che non riescono a trovare una collocazione nella scuola pubblica e privata per le liste di attesa”.
A quanto ammontano le rette?
In passato ci sono state scuole dell'infanzia che chiedevano 10mila euro l'anno. La media delle rette è di circa 3000 euro l'anno. Si tratta di un onere pesante per una famiglia che è anche costretta a pagare un mutuo per la casa e ad affrontare altre spese”.

mercoledì 22 maggio 2013

Quanti controlli da fare!

Voce Repubblicana, 22 maggio 2013
Intervista a Salvatore Sfrecola
di Lanfranco Palazzolo

Negli ultimi due anni i controlli della Corte dei Conti sono aumentati. Lo ha detto alla “Voce” Salvatore Sfrecola, curatore di “Scritti per i 150 anni della Corte dei Conti - 1862-2012" (ed.Pagine). Sfrecola è Presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della Regione Piemonte.
Salvatore Sfrecola, che bilancio avete fatto dell'attività della Corte dei Conti nella sua storia?
Il volume ha dato conto della complessa ed estesa attività della Corte dei Conti. Deve tenere conto che oggi la Corte dei Conti può contare sul lavoro di 430 magistrati su un organico completo che dovrebbe essere di oltre 600 magistrati. Il nostro compito è complesso. Dobbiamo controllare 26 ministeri, 20 regioni, un centinaio di province e ottomila comuni che sono oggetto dell'attenzione della magistratura. Il nostro impegno è notevole. Riusciamo a penetrare nelle pieghe degli sprechi della pubblica amministrazione locale”.
Cosa è cambiato negli ultimi anni il compito che svolgete?
Il legislatore, sul finire del 150 anniversario dalla nostra fondazione ha attribuito alla Corte dei Conti nuovi poteri rispetto a quelli che avevamo fino a poco tempo fa. Per far comprendere ai lettori del suo giornale cosa facciamo, oggi abbiamo il potere di controllare i rendiconti dei gruppi consiliari delle Regioni. Mi riferisco alle Sezioni regionali di controllo. Il Governo Monti è stato molto sensibile su questo argomento”.
Che tipo di rapporto avete con la politica? In quali aspetti siete chiamati ad intervenire nelle politiche di spesa?
In molti casi la Corte interviene su alcune leggi statali in materia di risparmio di spesa. Questo tipo di politica è molto importante, ma è necessario che la realtà dei tagli non privi la cittadinanza di alcuni servizi. Un altro aspetto su cui interveniamo spesso è quello della copertura delle leggi dello Stato. Questo controllo è essenziale. Il debito pubblico che noi oggi individuiamo, che è oltre 2000 miliardi di euro è un'evidente violazione dell'articolo 81 della Costituzione, quello che ha voluto Luigi Einaudi che prevede la garanzia che ci siano i soldi per le nuove leggi di spesa. Anche per le Regioni la Corte dei Conti farà la verifica della copertura delle leggi di spesa”.
Quali sono gli altri fronti nei quali è impegnata la Corte?
Dallo scorso anno esiste, in base al decreto 174 del 2012, il giudizio di parificazione del rendiconto generale delle Regioni. La Corte dei Conti esamina il rendiconto della Regione, dove ci sono le vere cifre delle spese regionali. La Corte lo approva se lo trova corretto e la magistratura allega una sua relazione al Rendiconto per spiegare se la gestione è stata corretta. Le nostre osservazioni sono una guida importante per capire come viene utilizzato il denaro pubblico”.

martedì 21 maggio 2013

Vasco Errani non ha fatto nulla per il terremoto

Voce Repubblicana, 21 maggio 2013
Intervista a Carlo Giovanardi
di Lanfranco Palazzolo

La situazione del basso modenese ad un anno dal terremoto è drammatica. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Pdl Carlo Giovanardi.
Senatore Giovanardi, in questi giorni è caduto il primo anniversario del terremoto nel modenese. Un evento luttuoso che ha colpito il cuore produttivo del nostro paese. Che cosa è stato fatto in questo anno e cosa ha fatto il commissario straordinario Vasco Errani?
“Io ho detto in Parlamento – e lo ripeto qua – : 'Trattateci come L'Aquila. Trattateci come L'Aquila'. Sarebbe bastato che i modenesi avessero avuto lo stesso trattamento riservato dal Governo Berlusconi alle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto del 2009. Purtroppo non è stato così”.
Qual è oggi la situazione nel modenese?
“E' una situazione drammatica. L'ideologia di Vasco Errani è stata sbagliata. Il Presidente della Regione Emilia Romagna ha subito dichiarato alla stampa: 'noi non forniremo case definitive ai terremotati'. Mentre, ad appena 11 mesi dal terremoto sono state consegnate 11mila case alle popolazioni terremotate per 13 mila persone. Errani ha contestato questo approccio dicendo che il problema sarebbe stato risolto in altri termini e mettendo gli sfollati in affitto. Il risultato è stato disastroso. In pieno inverno, la Regione è stata costretta a montare delle baracche all'interno delle quali sono stati ospitati i terremotati. E nessuno è in grado di dire quanto tempo queste persone resteranno a L'Aquila”.
Come si è regolato il governo Monti sul pagamento delle tasse per le zone colpite dal terremoto?
“Lei ricorderà che in Abruzzo è stato sospeso il pagamento delle tasse per le zone colpite dal terremoto. Invece, il prossimo giugno, i terremotati dell'Emilia dovranno pagare tutto, compresi gli arretrati. Inoltre, c'è stata una grande mobilitazione da parte delle imprese e delle famiglie, ma i contributi pubblici non si sono ancora visti. Su 32mila domante di contributi pubblici per la ricostruzione ne sono arrivate circa 2mila. E i contributi per le imprese si contano sulle dita di una mano”.
Perché questi ritardi?
“Tutto ciò è dovuto ad una sorta di bizantinismo. Sono state fatte diverse ordinanze per questi contributi. Ma tutte queste ordinanze sono molto complesse. Ancora oggi, imprese e famiglie non sanno ancora quanto potranno ottenere dal pubblico per la ricostruzione. Questi sono elementi che hanno giocato a sfavore delle popolazioni dell'Emilia”.
I rapporti tra questa zona e le istituzioni sono pessime?
“Sapendo che il governo Berlusconi si è svenato e che i fischi sono arrivati lo stesso, non sopravvaluterei le espressioni di disagio. Posso solo dire che è successa una cosa singolare: mentre L'Aquila è rimasta al centro del dibattito, mentre si è dato l'impressione che qui, nel modenese, è stato tutto risolto”.

sabato 18 maggio 2013

Grazie Pia

Intervista a Maria Antonietta Farina Coscioni
Voce Repubblicana, 18 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

La Commissione Affari Sociali della Camera ha accolto le nostre proposte contro l’articolo 2 del decreto Balduzzi (24/2013) sul cosiddetto Metodo Stamina che violavano le norme europee. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’ex parlamentare radicale Maria Antonietta Farina Coscioni.
Maria Antonietta Farina Coscioni, che valutazioni possiamo fare sul decreto Balduzzi e sul discusso metodo Stamina?
“Su questo provvedimento abbiamo sviluppato alcuni approfondimenti. Proprio su questi approfondimenti ho presentato una mozione e una petizione alla Presidente della Camera dei deputati e a quello della Commissione Affari sociali per chiedere una modifica all’articolo 2 del decreto Balduzzi. Questa modifica è stata accolta dalla Commissione Affari sociali. Ed è stata accolta anche la mia richiesta di ascoltare, tra gli esperti in materia di ricerca biomedica, il prof. Pier Giorgio Strata che è stato anche Presidente dell’Associazione Luca Coscioni”.
Lo spirito di collaborazione c’è?
“C’è uno spirito di collaborazione concreto, rispetto al cosiddetto metodo Stamina che ha interessato in maniera prepotente i media televisivi. Il provvedimento è stato modificato alla Camera e dovrà nuovamente essere esaminato e votato dal Senato. Questo spirito di confronto e di collaborazione apre però degli interrogativi. Le modifiche e la possibilità di svolgere questa sperimentazione clinica coordinata con il ministero della Salute e che si avvale dell’agenzia del farmaco e del centro nazionale trapianti verrà condotta ‘anche in deroga alla normativa vigente’. Questo aspetto della deroga ci lascia molto dubbiosi. Gli interrogativi su questo metodo non sono sciolti. Ma ci troviamo di fronte ad un passo avanti”.
Quali sono gli altri interrogativi che ponete?
“In questo decreto ci sono altri aspetti positivi, come la costituzione di un osservatorio sulle terapie avanzate nel campo delle cellule staminali mesenchimali, la cui partecipazione delle associazioni che si occupano di questi temi è a titolo gratuito. Questi sono i due aspetti nuovi del provvedimento. Auspico che quello che è accaduto in Commissione Affari sociali alla Camera si ripeta anche al Senato. In Commissione Affari sociali abbiamo trovato l’onorevole Pia Locatelli (Psi) che ha proposto l’emendamento che ha soppresso l’articolo 2. Questo decreto non lasciava dei vuoti normativi. Esiste una legislazione europea molto chiara su questo tema. La Commissione delle politiche dell’Ue ha detto che l’aula dovrà modificare l’articolato tenendo conto della normativa europea su questo argomento. Il tema è importantissimo. E la ricerca biomedica tocca la nostra società di fronte a materie degenerative come la schlerosi laterale amiotrofica. Ecco perché nel nostro paese la ricerca deve essere libera”.

venerdì 17 maggio 2013

Ecco come funziona "il saccheggio"

Intervista a Daniele Autieri
Voce Repubblicana, 17 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo  


Il sistema delle consulente alla pubblica amministrazione sta forse per sgretolarsi ecco perché ho voluto parlare del “saccheggio”.Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Daniele Autieri, autore de “Il saccheggio. Consulenze d'oro e clientelismi. Ecco gli stipendi pubblici che indignano l'Italia” (Castelvecchi editore).
Daniele Autieri, come è cambiato il sistema della corruzione nel nostro paese negli ultimi anni?
“Parecchi anni fa chiesi ad un esponente politico di descrivermi come si era evoluta la corruzione, qual era la differenza fra le stecche degli anni duemila e quelle del periodo di Tangentopoli. Questo uomo politico mi rispose che di nero se ne vedeva ormai poco perché le tangenti ultimo modello avvenivano con la fattura. E si travestivano da consulenze. E col tempo erano diventate persino qualcosa più di un escamotage per mascherare l'illecito: uno stile di vita perfettamente inserito nell'etica pubblica”.
In che modi si esplicita il nuovo potere delle regalie pubbliche?
“E' senza dubbio la consulenza. Il sistema della consulenza fa status per chi la ottiene e definisce il potere di chi la può distribuire. Ormai nessuno ne contesta l'utilità. Il sistema delle consulenze arriva in ogni dove, anche in Vaticano dove nelle segrete stanze dello IOR ci sono molti consulenti”.
Come è cambiato il sistema delle consulenze? Si ricorre ancora a consulenze individuali o il sistema ha cambiato abito?
“Ci sono le società di consulenza private che consigliano i leader politici e gli amministratori: quell'unicum italiano che sono le società pubbliche. Poi ci sono gli 'head hunter' di manager e consulenti, consulenti chiamati a scegliere consulenti che al termine del loro lavoro persuadevano i decisori a raddoppiare la consulenza”.
Qual è il danno dei consulenti nei confronti dell'amministrazione pubblica?
“Il sistema delle consulenze opera una sorta di saccheggio nei confronti delle casse dello Stato. Ogni anno lo Stato italiano paga 450 mila consulenti che costano ai contribuenti quasi due miliardi di euro. I loro indennizzi pesano sulle tasche dei cittadini per 51 euro l'anno. I 24mila consiglieri di amministrazione delle aziende di controllate dallo Stato e degli enti locali raggiungono i 2,6 miliardi di euro, 87 euro per ciascun contribuente”.
Questo potere si sta dissolvendo?
“Credo che siamo alla vigilia dello sgretolamento di questo potere. Ecco perché ho deciso di raccontare oggi questa vicenda”.
Quanto pesa il costo delle provincie nel bilancio dello Stato?
“Meno di quanto si possa credere. In media, ogni anno, il costo degli amministratori provinciali è pari a 110 milioni di euro, contro il miliardo delle regioni, e la spesa complessiva delle provincie (11,5 miliardi) costituisce appena lo 0,9 per cento dei costi della politica”.

giovedì 16 maggio 2013

Non bastano due giorni per una rivoluzione

Intervista a Franco Rizzi
Voce Repubblicana, 16 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Le rivoluzioni, come quella araba, non si compiono in due giorni. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Franco Rizzi, autore di “Dove va il Mediterraneo?”, pubblicato dalla casa editrice Castelvecchi nella collana “La Terra vista dalla Terra”. Rizzi è fondatore di Unimed, l’unione delle università per il Mediterraneo di cui oggi è Segretario generale.
Franco Rizzi, le rivoluzioni arabe che si sono sviluppate negli ultimi due anni sono state un’autentica delusione per molti osservatori. Quali sono le conclusioni che lei ha tratto nel suo libro che uscirà il prossimo giugno?
“Questo dipende dal mondo in cui analizziamo questi avvenimenti. Grazie a questi avvenimenti sono andati via dei dittatori. Alcuni sono stati costretti a fuggire, altri sono stati uccisi o processati. Il mondo arabo guarda con grande attenzione all’aspirazione verso la libertà e la democrazia. Se lei mi chiede se oggi siamo di fronte ad un inverno Mediorientale, le rispondo che le rivoluzioni non si compiono in uno o due giorni. Questo processo rivoluzionario è ancora in corso e deve andare ancora avanti per la sua strada. Quindi vedremo cosa accadrà nel tempo. Il Mediterraneo si è trovato di fronte ad un’eruzione vulcanica e che le scosse di assestamento possono essere molto lunghe”.
Il paese che ha fatto meno passi in avanti, di fronte allo sviluppo delle istituzioni democratiche in questa zona del mondo, è stato l’Egitto?
“No, non credo che sia stato l’Egitto il paese che ha fatto meno passi in avanti. La riflessione dovrebbe essere invece fatta sulla Libia. In questo paese si è innescato un processo molto complesso. La Libia non è uno Stato. Quell’area geografica è stata caratterizzata dalla dittatura di Gheddafi ed è stata governata dalle tribù e dai clan. In Egitto esisteva uno Stato. Come Unimed abbiamo avuto modo di fare dei progetti perché in quel paese esisteva una vita burocratica. Lo stesso discorso è difficile da fare per la Libia. In Egitto e in Tunisia non ci sono elementi negativi per valutare questa rivoluzione. E’ anche vero che le valutazioni da fare non sono tutte positive, ma rispetto al passato sono stati fatti dei progressi nel campo delle garanzie”.
Perché la politica estera italiana è rimasta ai margini di questa Rivoluzione e non ha saputo sfruttare le opportunità di questi cambiamenti. A chi possiamo imputare la colpa di questa situazione?
“L’Italia potrebbe avere un ruolo diverso in questa zona del mondo. E non solo per la sua posizione geografica. Il problema è che l’Italia non ha voluto guidare un movimento come fece la Germania nei confronti dell’Est. Il problema è che non esiste una grande attenzione verso la politica estera. Manca una cultura di attenzione nei confronti di questi temi. Il limite del nostro paese è proprio questo”.

mercoledì 15 maggio 2013

I socialisti riconosciuti dal Pd

Intervista ad Antonio Funiciello
Voce Repubblicana,  
di Lanfranco Palazzolo

Con l’elezione di Epifani il Pd riconosce l’importanza della cultura socialista. Lo ha detto alla “Voce” il saggista Antonio Funiciello, direttore dell’associazione di cultura politica LIBERTÀeguale e di “QdRmagazine”. Lavora presso il gruppo parlamentare del Pd al Senato. Scrive su “Europa” e “Il Foglio”..
Antonio Funiciello, l’assemblea del Pd si è conclusa con l’elezione di Guglielmo Epifani come reggente del partito. Come valuta questa scelta del gruppo dirigente?
“E’ stata la scelta migliore. E’ evidente che è stato un bene ricorrere all’esperienza di Guglielmo Epifani. Questa scelta equivale ad ammettere un momento di difficoltà che il Partito democratico sta vivendo. Il fatto stesso che Epifani non sia un dirigente politico, ma un sindacalista che ha diretto la prima organizzazione di tutela dei lavoratori, è un elemento molto positivo. Questa scelta è l’ammissione di un grosso limite: ci si affida ad un uomo che non è un politico di lungo corso, appena entrato in Parlamento. Epifani non è un dirigente politico. L’altro elemento importante di questa elezione è la provenienza socialista di Epifani. Questa cultura è stata molto sottovalutata dal Partito democratico e non ha avuto cittadinanza in questo partito. Sembrava che il Pd fosse allergico alla cultura socialista”.
E’ stato opportuno eleggere Guglielmo Epifani, che è pur sempre stato l’uomo simbolo della guerra del sindacato al berlusconismo? L’ex leader della Cgil è stato un grosso nemico di Berlusconi. E oggi è stato chiamato a guidare un partito alleato del Pdl.
“Io tenderei a disgiungere le due cose. Quando Epifani era il leader della Cgil faceva un altro mestiere. Il leader di quel sindacato era chiamato a tutelare i suoi iscritti e il mondo del lavoro. Il suo mestiere era quello. Adesso il suo ruolo è cambiato. Epifani è impegnato a fare il segretario del Partito democratico. Questa è una cosa diversa. E Guglielmo Epifani ha perfetta cognizione di questa situazione. E quindi cambiano anche i comportamenti. Secondo me questa è una scelta intelligente. Il Pd patisce questo governo con il suo elettorato di sinistra. L’elettorato moderato è in minoranza nel Pd. Dare la responsabilità del partito ad un uomo di sinistra è stata la scelta giusta”.
Epifani potrebbe avere il potere e la forza per chiudere l’esperienza di questo governo, anche se è un reggente, prima del prossimo congresso del Partito democratico oppure questa condizione è esclusa dal patto di reggenza?
“Noi abbiamo eletto un segretario che è nel pieno dei suoi poteri. L’assemblea elegge un segretario che ha gli stessi poteri di quello che c’era prima. Epifani può svolgere l’azione che crede, ma ha ribadito il suo sostegno al governo guidato da Enrico Letta, che mette in gioco molti esponenti del Pd”.

martedì 14 maggio 2013

Ecco cosa non hanno fatto gli scienziati

Intervista ad Antonello Ciccozzi
Voce Repubblicana, 14 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo

Gli scienziati non hanno svolto il loro compito alla vigilia del terremoto del 2009. Lo ha detto alla “Voce” Antonello Ciccozzi, autore di “Parola di Scienza. Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi” (Derive Approdi).
Antonelli Ciccozzi, Cosa ci insegna la vicenda del terremoto del 6 aprile 2009?
“La vicenda aquilana mostra una situazione in cui un apparato scientifico, attraverso la pretesa di porsi come produttore di modelli di conoscenza oggettiva, degenera in uno schema di produzione di apparenze, di costrutti ideologici dove il senso delle descrizioni non deriva più dalle circostanze concrete; dove si passa da un proposito di produrre modelli che descrivano la realtà (ottenuti a posteriori a partire dall’osservazione e dal calcolo) alla finalità di imporre modelli che producono la realtà (ottenuti aprioristicamente a partire da un obiettivo di controllo). Così si rivela la presenza di una catena di comando che, per calarsi dalla politica fino alla popolazione, ha bisogno di passare per la scienza al fine di accreditarsi”.
Perché i magistrati, prima di istruire il processo si sono rivolti a lei prima di condannare la Commissione Grandi rischi?
“I Pm Fabio Picuti e Roberta D'Avolio si sono rivolti a me perché sono arrivati alla conclusione che, per comprendere questa vicenda, era necessario definire come la diagnosi fornita dagli esperti avesse interagito con la cultura antropologica del luogo. E alla fine anche il giudice ha accolto quest'interpretazione. Nessuno si aspettava la condanna, che poi c'è stata nei confronti della Commissione Grandi rischi”.
Perché questa sentenza ha provocato tanto scandalo e un'alzata di scudi da parte della comunità scientifica?
“Alcuni opinionisti, dopo aver attaccato la sentenza di condanna nei confronti della Commissione Grandi rischi, sono spariti dalla circolazione non appena le motivazioni della sentenza sono state pubblicate. Tuttavia in molti ambiti della comunità scientifica permane questa 'resistenza' ad abbandonare una narrazione fraudolenta degli eventi: molti seguitano a dire che la Commissione è stata condannata per non aver previsto il terremoto, che poi vuol dire rappresentare socialmente il processo partendo da una falsa premessa”.
Non pensa di essersi accanito troppo contro la Commissione Grandi rischi rispetto a quelle che erano le responsabilità della Protezione civile?
“I membri di quella Commissione facevano parte di un'istituzione a cui è stato conferito il titolo di massime autorità in materia di rischio sismico. A partire dal decreto di istituzione della commissione stessa che diluisce la specificità dei singoli membri all'interno di una competenza comune, presunta o reale che sia. E in base a quella competenza hanno agito e di quelle azioni sono responsabili”.

domenica 12 maggio 2013

Per chi voto alle prossime elezioni comunali? Gianni Alemanno!


Alle prossime elezioni amministrative di Roma voterò per Gianni Alemanno. La mia scelta è dettata da una convinzione ben precisa: non si può accettare un candidato come Ignazio Marino che ha sempre dato prova di una grande inettitudine politica da senatore del Partito democratico. In questa campagna elettorale non ha fatto altro che mettersi in evidenza come vivisettore e come uomo che promette qualsiasi cosa a tutti. La politica si fa anche con il realismo. E Alemanno è stato un sindaco discreto che certo non passerà alla storia come il migliore sindaco della storia di Roma, ma almeno non è stato il sindaco delle spese pazze, l'uomo che ha portato Roma alla bancarotta. Sono stati altri gli uomini che hanno fatto questo contro Roma e nel Partito democratico lo sanno bene. Ecco perchè uno come Ignazio Marino non deve nemmeno essere preso in considerazione per una carica del genere.

sabato 11 maggio 2013

Ecco quanto servono i sondaggi

Intervista a Giampiero Gamaleri
Voce Repubblicana, 11 maggio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

I sondaggi sono una parte importante del legame tra politica e mezzi di informazione. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Giampiero Gamaleri, docente di Sociologia dei processi comunicativi all’università di Roma “La Sapienza”.
Prof. Gamaleri, lei è stato membro della Consiglio di amministrazione della Rai. Cosa pensa dell’utilità dei sondaggi politici e ritiene che le loro metodologi e i rapporti con i partiti politici siano corretti?
“I sondaggi fanno parte del corto circuito che si stabilisce oggi tra politica, mezzi di informazione e, naturalmente, sondaggi sugli organi di informazione. Nel nostro paese rischiamo di non avere più alcun organo di informazione che scopra la verità e che si preoccupi dell’obiettività. Molti mezzi di informazione si sono trasformati in mezzi di propaganda. E chiaro che, in un quadro del genere, le tentazioni dei sondaggisti sono molto forti. Certamente c’è una dimensione professionale che porta molti di loro ad avere un codice deontologico che cerca di rappresentare al meglio la realtà. Certo, questa è una realtà da difendere rispetto a quella che conosciamo essere come la pressione dei partiti e di chi vuole asservire le rilevazioni fatte nei sondaggi ai propri interessi”.
E’ stato provato che i sondaggisti interpellano un circolo molto ristretto di italiani. Sono pochissimi coloro che possono dire di aver ricevuto una telefonata di un istituto di sondaggi. Può, un numero così ristretto di persone, determinare un tale condizionamento politico?
“Fa evidentemente parte della disaffezione della gente alla politica, del sospetto e del non volersi esporre. Molti italiani dichiarano di non volersi prestare a questo gioco rispondendo ad un sondaggio. I sondaggisti, di fronte al rifiuto si rivolgono ad un campo ristretto di persone più motivate che, evidentemente hanno un orientamento. Chi non risponde esprime pur sempre una protesta e non delega a nessuno il suo voto. Quindi entriamo in un magma molto complesso su come sta cambiando la nostra società. Lo sforzo dei sondaggi è quello di cogliere le opinioni degli italiani”.
I sondaggi tengono conto effettivamente della realtà effettiva?
“Il problema sono i sondaggi quotidiani. In queste settimane ci siamo trovati di fronte ad una scadenza importante come quella dell’elezione del Presidente della Repubblica. Tutti i quotidiani hanno pubblicato giornalmente dei sondaggi che certo non possono tenere conto delle esigenze delle istituzioni”.
Lei crede che esistano società di sondaggio di partito?
“Certo, questo è un elemento che esiste. Devo dire che lo sforzo che viene fatto di alcuni talk show. Ad esempio, ‘Porta a Porta’ è stata l’unica trasmissione che ha avuto il coraggio di mettere a confronto i sondaggi. Ma questo lo ha fatto solo Bruno Vespa”.

venerdì 10 maggio 2013

Qui c'è un problema di governance

Intervista a Roberto Zaccaria
Voce Repubblicana, 10 maggio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

La Rai ha un problema di Governance. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il prof. Roberto Zaccaria, docente di diritto dell'informazione all'università di Firenze.
Prof. Zaccaria, in questa legislatura le forze politiche avrebbero voluto affrontare il tema dell'eleggibilità e del conflitto d'interessi?
“Il primo problema è quello dell'eleggibilità. Questo tema avrebbe dovuto essere affrontato a suo tempo dal Parlamento, che avrebbe dovuto dare alla norma sui titolari di una concessione pubblica un'altra interpretazione. L'interpretazione della norma, oltre agli amministratori, avrebbe dovuto escludere i proprietari di aziende che godono di una concessione pubblica. Oggi è molto difficile dare un'interpretazione diversa a quella norma. La legge andrebbe riscritta per permettere a Berlusconi l'ineleggibilità. Questo è un problema”.
Sul conflitto d'interessi cosa dovrà essere fatto?
“Il tema deve essere affrontato, altrimenti si interviene sulla carne viva. In questa legislatura si pensava di essere arrivati al punto, mentre oggi vedo che si tende a rinviare il problema. Noi abbiamo lavorato su questo tema pensando che la legge Frattini è stata una presa in giro perchè ha permesso il conflitto d'interessi. Questo è un elemento fondante della democrazia. Chi governa deve pensare agli interessi del paese. Ma questa legge non deve essere fatta per Silvio Berlusconi, ma deve essere fatta per il futuro. Noi ci abbiamo lavorato con 'Articolo 21', ma anche con il gruppo 'Astrid'. E siamo aperti al contributo di chi ha proposte serie su questo argomento. Chi vuole risolvere questo problema deve aprire il cassetto ed affrontare questo argomento. Anche in questa legislatura il problema potrebbe essere affrontato, ma ho l'impressione che si sta facendo di tutto per rimandare la questione”.
Dice questo perchè pensa che Enrico Letta sia troppo condizionato dalla situazione politica su questo argomento?
“No, non credo. Enrico Letta ha lavorato per molti anni nell'AREL di Beniamino Andreatta. Questa associazione ha prodotto importanti studi su questo argomento. Il profilo del Presidente del Consiglio ha il profilo giusto per affrontare la questione, ma il problema è la situazione politica e la coalizione di governo. Poi ci sono tanti problemi da risolvere come la legge elettorale. Anche una buona legge elettorale deve riguardare temi come l'incompatibilità e l'ineleggibilità che, nel nostro paese, sono normati da leggi antiche che certo non tengono conto della situazione odierna”.
In questi ultimi due anni cosa è cambiato in Rai. Mario Monti cosa ha fatto?
“La Rai ha bisogno di interventi normativi. Oggi esiste un problema di governance dell'azienda. Ci vogliono principi semplici e chiari. Se i vertici dell'azienda non sono rinnovati in modo chiaro esiste un grosso problema”.

giovedì 9 maggio 2013

Questo è "Il prezzo della democrazia"

Intervista a Giorgio Galli
Voce Repubblicana, 9 maggio 2013
di Lanfranco Palazzolo 

Giulio Andreotti ha fatto parte di quella classe politica che ha guidato lo sviluppo economico e sociale del nostro paese come mai era avvenuto prima. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il prof. Giorgio Galli, autore de “Il prezzo della democrazia. La carriera politica di Giulio Andreotti” (Kaos Edizione), libro che ripercorre tutte le tappe della vita politica del senatore a vita scomparso questa settimana a 93 anni.
Giorgio Galli, il suo libro è stato pubblicato del 2002 e uscì all'indomani di una sentenza di condanna contro il senatore a vita (poi assolto) per l'assassinio di Mino Pecorelli.
“E' un caso che il libro venne pubblicato in quel periodo. Ci sono voluti anni per scrivere questo libro e ripercorrere minuziosamente le tappe di questa lunga carriera. Nelle ultime bozze del del libro ho anche citato quella sentenza di condanna. Il libro non era impostato per indagare sulla colpevolezza o meno di Andreotti in alcune vicende politiche italiane. Il compito del libro non era certo questo. Lo studio e il saggio su Andreotti sono stati uno studio, una ricerca sociologica sul potere andreottiano in Italia. Il compito del libro era questo. Una sentenza di condanna o di assoluzione non pesano affatto nelle valutazioni politologiche che vengono fatte nel volume”.
La carriera politica di Andreotti è stata identificata con la storia della Prima Repubblica. Il senatore a vita non è mai stato Presidente della Repubblica e non è mai stato segretario della Democrazia cristiana. In che quadro politico si è formato Andreotti?
Andreotti si è formato nell'ambito della FUCI, dove si è formato anche Aldo Moro. Il futuro cardinale e Papa Giovanni Montini seguiva le vicende della FUCI e aveva molta stima di Andreotti. Era un ambiente molto lontano rispetto a quello dei littoriali del fascismo. Giovanni Montini era convinto che dalla FUCI si sarebbe formata una nuova classe politica in vista della fine del fascismo”.
Alcide De Gasperi comprese fino in fondo l'abilità politica di Andreotti?
Le capì immediatamente e lo nominò sottosegretario alla Presidenza del Consiglio già nel 1947 e se avvalse attraverso ruoli importanti, quando si trattò di prendere contatti coi futuri primi presidenti della Repubblica. De Gasperi conobbe e apprezzò questa capacità. Devo dire che 'il prezzo della democrazia' è il prezzo che Andreotti ha dovuto pagare in un paese nel quale il crimine organizzato e la mafia erano fortemente presenti. Ma dall'altro canto ha al suo attivo il merito di appartenere ad una classe politica che ha al suo attivo di appartenere a una classe politica che ha guidato uno dei periodi di maggiore sviluppo e di miglioramento della condizione economica e sociale del nostro paese per quanto riguarda la conquista dei diritti civili e politici”.

L'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro


Oggi, ricordando quello che accadde 35 anni fa, sono andato a sfogliare l'edizione del 9 maggio del 1978 dei quotidiani che non riportavano ancora la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Mi hanno sorpreso due notizie. La prima riporta la notizia della sospensione di una professoressa che aveva manifestato parole di approvazione per l'assassinio degli uomini della scorta di Aldo Moro e l'altro era un comuncato di Magistratura democratica, che criticava i mezzi utilizzati in quel periodo dalle forze dell'ordine. Sono due notizie che mi hanno lasciato interdetto e sulle quali non voglio fare nessun commento. Se volete fateli voi. Certo, io oggi faccio fatica a capire la rabbia di certe persone e le recriminazioni di quei magistrati che, in un frangente del genere, si preoccupavano dei cosiddetti perseguitati politici invece di pensare alle vittime del terrorismo........."Buona lettura".

mercoledì 8 maggio 2013

Ma quanto ci costa questa IMU?

Intervista a Primo Mastrantoni
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana, 8 maggio 2013

Il blocco dell'IMU sulla prima casa aumenterà i problemi di bilancio dei comuni e si ripercuoterà sui proprietari della seconda casa. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il segretario dell'Associazione degli Utenti e dei Consumatori Primo Mastrantoni.
Primo Mastrantoni, con un comunicato dello scorso fine settimana, la vostra Associazione ha preso una posizione molto chiara e controcorrente sull'IMU relativa alla prima casa. Quale riflessione avete fatto?
“Tengo a specificare e a ricordare che a nessuno fa piacere pagare le tasse. Se sommiamo la tassa sulla prima casa con l'Irpef e con le addizionali regionali ci accorgiamo che gli italiani sono gravati da un eccessivo peso fiscale”.
Se ricorda bene, in passato un autorevole ministro della Repubblica aveva detto che pagare le tasse “è bello”...
...Ma a nessuno piace pagare le tasse. Lo Stato ha bisogno dei contributi dei cittadini per finanziarsi. Da noi la pressione fiscale è pesante e l'IMU incide su tutti i bilanci. Ma voglio ricordare alcuni dati. Intanto il 50 per cento degli italiani non paga l'IMU perché non ha una casa oppure perchè le detrazioni che ci sono annullano l'imposta. Per quanto riguarda il 36 per cento, dell'altro 50 per cento che paga questa imposta, paga appena 8 euro al mese e il 77 per cento paga circa 25 euro al mese. L'incidenza sulle tasche degli italiani non è un tributo molto pesante da questo punto di vista. Rimane l'argomento populistico secondo il quale la prima casa non si tassa. Invece, in tutti gli altri paesi dell'Unione europea la prima casa viene tassata. L'IMU sulla prima casa è stata presentata come un salasso nei confronti delle tasche degli italiani abbienti. Ma non è così. Questo tipo di classe sociale è solo marginalmente toccata da questa tassa. Quindi abbiamo una tassazione abbastanza bassa per questo settore. Certamente, l'abbiamo più elevata per case con maggiore metratura. Si tratta di un introito molto importante. Si tratta di circa 4 miliardi”.
Quali sono i problemi dell'abolizione dell'IMU nel medio e lungo periodo per il bilancio?
“Questa abolizione provoca problemi innanzitutto alle casse dei Comuni, che certo dovranno reperire altre risorse per finanziare i propri enti. Questo è un bel problema perché molti sindaci saranno costretti ad aumentare le addizionali comunali. In questo senso sorgeranno problemi anche per i non possessori di case, per quella parte degli italiani che non paga l'imposta sulla prima casa. Certo, si può annullare l'IMU sulla prima casa e caricare il peso della tassa sui proprietari di seconde case cambiando anche il valore degli estimi catastali. Questo sarebbe un problema per coloro che posseggono maggiori proprietà. Questo è uno dei rischi che dobbiamo aver presente in un momento di incertezza come questo”.

martedì 7 maggio 2013

Un Papa contro la democrazia

Intervista a Lorenzo Ruggiero
Voce Repubblicana, 7 maggio 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Questo Papa è stato molto più duro nei confronti della democrazia argentina di quanto non lo sia stato nei confronti della dittatura argentina. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Lorenzo Ruggiero della Kaos Edizioni, casa editrice che ha pubblicato “I peccati del Papa Argentino. Sangue e sesso a Buenos Aires: i silenzi di Jorge Mario Bergoglio”, scritto dai Discepoli di verità.
Lorenzo Ruggiero, come è nata l'idea di fare un libro contro José Maria Bergoglio? Questo Papa ha riscosso, nelle prime settimane dal suo insediamento, commenti favorevoli. Qualcuno ha detto che il merito di questo Papa è stato quello di riempire le Chiese di fedeli. Un miracolo. Cosa c'è dietro questo “miracolo”?
“Intorno a questo Papa c'è una sorta di unanimismo mediatico. Come non è accaduto mai in passato, c'è stato un grande appezzamento nei confronti di Papa Francesco. Questo apprezzamento è giunto anche dal mondo laico, che dovrebbe analizzare questo Papa con maggiore obiettività. E' mancato lo spirito critico. All'indomani dell'elezione di questo Papa, tutti si sono affrettati a definire questo Papa come il più caro amico di famiglia, come il curato della propria parrocchia. In realtà, questo atteggiamento positivo è dato più da una valutazione acritica e da una scarsa conoscenza delle vicende della Chiesa argentina”.
Come sopravvive la Chiesa dei due Papi?
“Questo è uno degli aspetti interessanti di questo pontificato. Le stesse forze che hanno eletto Papa Bergoglio sono le stesse che si sono sempre dichiarate avverse alla possibilità delle dimissioni di un pontefice e che non tollerano l'esistenza di due Papi considerandolo un fatto sacrilego. Per loro è intollerabile che nella Chiesa convivano due figure del genere. La Chiesa – secondo questa corrente – non è una SPA che può permettersi un Presidente e un Amministratore Delegato. Le immagini di due Papi vestiti di bianco fa sussultare molti esponenti della Chiesa cattolica. Anche gli elettori di Papa Bergoglio”.
Come avete trattato il tema dei rapporti tra Bergoglio e la dittatura del regime fascista argentino?
“Vorrei ricordare che questo Papa aveva un incarico non irrilevante nel periodo della dittatura argentina e operava in quella società. In quel periodo, la struttura dei gesuiti è stata complice, con il suo silenzio, alla dittatura argentina”.
Nel vostro libro avete messo in evidenza che José Bergoglio è stato silente con la dittatura e molto polemico nei confronti della democrazia argentina?
“Gli autori spiegano l'atteggiamento dell'attuale pontefice è stato diverso di fronte a fatti come la dittatura argentina e la guerra delle Falkland. Nei confronti di questi fatti Bergoglio non ha detto nulla, mentre è stato molto polemico nei confronti della democrazia di quel paese”.